Nel suo recente viaggio a Parigi, papa Leone XIV, oltre a ribadire con convinzione la sua contrarietà alla generale e ostinata corsa al riarmo, ha colto l’occasione per elogiare il contributo che la Francia ha dato in campo culturale, e ha fatto esplicito riferimento all’Illuminismo: «la Francia portò allora al mondo vere e proprie conquiste; tra queste, il riconoscimento dei diritti dell’uomo insiti nella natura della persona umana, in particolare la libertà religiosa». Idee che poi hanno trovato concreta espressione nella Dichiarazione universale dei diritti umani, approvata dall’ONU nel 1948 (e già apprezzata nell’enciclica di Giovanni XXIII Pacem in terris del 1963). Proclamata a Parigi, prosegue il papa, tale Dichiarazione «ha avuto lo scopo di creare una coscienza generale della dignità inalienabile della persona umana» (Discorso del Santo Padre Leone XIV, 25/9/2026).
Ora, tra coloro che condividono queste idee, chi potrebbe non rallegrarsi del fatto che Leone XIV insista nella sua critica alla politica bellicista di tanti Paesi, e consideri una grande conquista il ‘riconoscimento dei diritti dell’uomo’? Ma il giudizio sulle parole del papa sarebbe decisamente più positivo se nel suo Discorso ci fosse almeno un cenno al fatto che non è stata certamente la Chiesa romana a favorire queste posizioni, e che anzi essa le ha ostacolate sino a quando non sono diventate largamente condivise dalla pubblica opinione.
In effetti, in un mio precedente articolo mostravo come per secoli la guerra sia stata giustificata dalla Chiesa [1], mentre in questo mi propongo di mostrare come, per un tempo non breve, il riconoscimento dei diritti umani abbia trovato, ai vertici della gerarchia, tutt’altro che un’accoglienza entusiastica.
Se ci chiediamo, infatti, come nella Dichiarazione del 1948 si sia arrivati a proclamare che «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti (art. 1); Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione (art. 18); Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione (art. 19)», non possiamo non riconoscere, d’accordo con Leone XIV, che un ruolo particolare, e secondo molti decisivo, lo ha avuto l’Illuminismo. Sono stati pensatori come Rousseau (Il contratto sociale, 1762) e Voltaire (Trattato sulla tolleranza, 1763), per esempio, che hanno affermato questi principi: libertà, uguaglianza, diritto alla libertà di pensiero, di espressione, di religione… Ma sarebbe corretto ricordare che le idee degli illuministi – niente affatto gradite ai papi del tempo – furono da loro aspramente combattute!
La tradizione cristiana, infatti, affermava certo una comune dignità fondamentale degli esseri umani davanti a Dio: tutti sono creature amate dal Padreterno, ma questo non implica necessariamente uguaglianza politica o sociale. Si tratta, in effetti, di un’uguaglianza sul piano spirituale, che non esclude affatto, anzi esige, una società caratterizzata da differenti autorità, ruoli e condizioni anche economiche. L’ordine della società del Settecento, che prevede l’obbedienza alle autorità religiose e politiche, non si può mutare, perché è quello voluto dal Creatore, anche se non sono mai mancate iniziative, soprattutto ad opera degli ordini religiosi, a sostegno dei poveri. Queste erano le posizioni dei papi del tempo, che ovviamente vanno inserite nel contesto storico e non valutate con i criteri attuali.
Clemente XIII (1758-1769) ritenne urgente, infatti, denunciare con un’enciclica i pericoli derivanti dalle nuove idee: «sfacciata e pessima licenziosità dei libri … esecrabile perversità dell’errore … certi uomini scellerati … per mezzo del pestifero contagio dei libri, dai quali siamo quasi sommersi, vomitano dai loro petti veleno di aspidi a rovina del popolo cristiano». E il rischio che vengano compromesse le verità della fede è tale da indurre il papa a esortare i vescovi a implorare «l’avita pietà dei Principi cattolici; … e siccome non senza motivo portano la spada, dopo aver congiunte l’autorità del Sacerdozio e quella dell’Impero, frenino e distruggano energicamente gli uomini malvagi che combattono contro le falangi d’Israele (Christianae Reipublicae, 1766). È innegabilmente un invito a usare la forza per ridurre al silenzio questi ‘uomini scellerati’».
Non meno preoccupato il suo successore, Clemente XIV (1769-1774), che nella sua prima enciclica considerava i suoi tempi tra i più pericolosi per la fede cristiana: «Quando mai, infatti, si videro diffondersi ogni giorno, da tutte le parti, opinioni tanto perniciose, tendenti ad affievolire e a distruggere la Religione?». E le idee degli illuministi erano un’inaccettabile critica non solo al potere religioso ma anche a quello politico, che, strettamente alleati, dovevano sostenersi a vicenda. Perciò il papa esortava i vescovi ad impegnarsi nel rafforzare nei popoli «il legittimo rispetto e l’obbedienza che devono ai re. Questi infatti sono stati collocati da Dio in un posto eminente per difendere l’ordine pubblico e contenere i sudditi nei limiti dei loro diritti. Essi sono i ministri di Dio a fin di bene, ed è per questo che portano la spada, vendicatori severi contro chi opera il male … Che essi [i sudditi] apprendano sin dalla loro infanzia che il rispetto dovuto ai re deve essere fedelmente mantenuto; che essi debbono ubbidire all’autorità e sottomettersi alla legge non solo per timore, ma anche per senso del dovere» (Cum summi apostolatus, 1769).
Dopo un conclave durato diversi mesi, venne eletto Pio VI (1775-1799), a cui toccò di svolgere il ruolo di guida della Chiesa in un periodo particolarmente turbolento, quello della rivoluzione francese. Che si addebiti la sua elezione al caso o alla provvidenza, non si può negare che sia stato poco fortunato: venne addirittura privato del titolo di sommo pontefice e morì prigioniero in Francia. Ma già prima che iniziasse la rivoluzione, Pio VI esprimeva in un’enciclica, in continuità con i suoi predecessori, un giudizio assolutamente negativo nei confronti degli illuministi: «questi perversi filosofi, sparse queste tenebre e strappata dai cuori la religione, cercano oltretutto di far sì che gli uomini sciolgano tutti quei legami dai quali sono uniti fra di loro e ai loro sovrani con il vincolo del loro dovere; essi proclamano fino alla nausea che l’uomo nasce libero e non è soggetto a nessuno» (Inscrutabile divinae, 1775).
Nonostante le condanne dei papi, queste idee ‘nauseanti’ producono, però, in Francia cambiamenti storici radicali. Nel luglio del 1789 ha inizio la rivoluzione, e già un mese dopo l’Assemblea Nazionale Costituente approva la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che traduce in norme vincolanti tanti principi dell’Illuminismo: «Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti (art. 1); La libertà consiste nel poter fare tutto ciò che non nuoce ad altri (art. 4); Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose (art. 10); La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’uomo; ogni cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente (art. 11)». E sarà proprio questa Dichiarazione del 1789 che, più di altri precedenti storici, ispirerà la Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948, tanto elogiata da Leone XIV!
L’anno successivo l’Assemblea Nazionale Costituente approva una Costituzione civile del clero che muta la legislazione che garantiva in Francia l’autonomia della Chiesa cattolica, che viene ora di fatto totalmente subordinata allo Stato (ma già prima ne erano stati confiscati i beni e trasformati i chierici in pubblici funzionari), provocando una dolorosa scissione nel mondo ecclesiastico: una situazione drammatica, perché una minoranza di vescovi e preti accetta, e una maggioranza rifiuta, le nuove norme.
Pio VI ora non può più tacere: il Breve Quod Aliquantum è un documento che, rispondendo ai quesiti di alcuni cardinali e vescovi, rigetta come errori velenosi le idee illuministiche, che hanno prodotto sia la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 sia la Costituzione civile del clero del 1790. Ricorda, anzitutto che già più volte aveva chiesto di pregare perché questi nuovi legislatori rinunciassero «ai dettami della filosofia di questo secolo, e si rimettessero sulle orme di ciò che detta e consiglia la Religione».
L’Assemblea Nazionale, invece, non mira ad altro che «all’abolizione della Religione Cattolica e, con questa, anche dell’ubbidienza dovuta ai Re». Infatti, «si stabilisce come un principio di diritto naturale che l’uomo vivente in Società debba essere pienamente libero, vale a dire che in materia di Religione egli non debba essere disturbato da nessuno, e possa liberamente pensare come gli piace, e scrivere e anche pubblicare a mezzo stampa qualsiasi cosa in materia di Religione». E queste affermazioni, per Pio VI “davvero mostruose”, per la maggioranza assembleare deriverebbero «dall’uguaglianza degli uomini fra di loro e dalla libertà naturale».
Ma l’Assemblea non dimentica così che, quando Dio creò l’uomo, gli proibì di gustare «i frutti dell’albero della scienza del bene e del male? Con questo primo precetto non ne pose egli tosto in freno la libertà?». È evidente, perciò, la falsità di quelle teorie che parlano di totale uguaglianza e libertà senza limiti, negando l’origine divina del potere dei re: l’uomo, ribadisce ancora il papa, deve stare «soggetto ai suoi maggiori, che lo possano regolare e ammaestrare», come insegna con assoluta chiarezza «l’Apostolo nella lettera ai Romani, cap. 13: “Ogni uomo stia soggetto alle Potestà superiori; imperciocché non v’è Potestà che non provenga da Dio, e quelle Potestà che sono qui in terra sono da Dio ordinate”» (Quod Aliquantum, 1791).
La condanna a morte, due anni dopo, del re Luigi XVI indurrà, ovviamente, Pio VI a rivolgersi al collegio cardinalizio con un’Allocuzione, un discorso in cui spiega la vera causa di quell’atto atroce: quella di «sfogare l’odio contro la Religione Cattolica». E non si lascerà sfuggire l’occasione di condannare, ancora una volta, i principi che causano tanti mali: «i suddetti agitati difensori del genere umano hanno aggiunto a questo falso e bugiardo nome di libertà l’altro nome parimenti falso di uguaglianza» (Quare lacrymae, 1793). Ovviamente c’erano anche motivi validi per rifiutare alcune decisioni dei rivoluzionari, ma forse ciò non giustifica la condanna in blocco dei principi dell’Illuminismo.
Nonostante le resistenze dei papi del Settecento, le nuove idee avranno una grande diffusione nell’Ottocento e, quanto più si affermerà un’ideologia liberale, tanto più i sovrani dovranno accettare una limitazione dei loro poteri. Ma il papato continuerà a difendere le posizioni tradizionali, ora con un certo pragmatismo e una certa moderazione, ora con prese di posizione estremamente rigide. Viene preso di mira, in particolare, il principio della libertà di coscienza, che giustificherebbe le disastrose conseguenze della libertà di stampa, di religione, di disobbedienza alle autorità…
Inevitabile, in proposito, fare almeno un cenno a due casi celebri. Gregorio XVI (1831–1846) condanna senza mezzi termini con un’enciclica la libertà di coscienza: «quell’assurda ed erronea sentenza, o piuttosto delirio, che si debba ammettere e garantire a ciascuno la libertà di coscienza: errore velenosissimo, a cui apre il sentiero quella piena e smodata libertà di opinione che va sempre aumentando a danno della Chiesa e dello Stato, non mancando chi osa vantare con impudenza sfrontata provenire da siffatta licenza qualche vantaggio alla Religione» (Mirari vos, 1832).
E nel 1864 Pio IX (1846-1878) pubblica il Sillabo degli errori, cioè l’elenco di ottanta proposizioni da condannare, espressione delle principali correnti filosofiche e politiche del tempo. E assieme al Sillabo, il papa pubblica una nuova enciclica in cui rinnova la condanna dell’opinione «dal Nostro Predecessore Gregorio XVI di venerata memoria chiamata delirio, cioè la libertà di coscienza e dei culti essere un diritto proprio di ciascun uomo che si deve proclamare e stabilire per legge in ogni ben ordinata società e i cittadini avere diritto ad una totale libertà che non deve essere ristretta da nessuna autorità ecclesiastica o civile, in forza della quale possano palesemente e pubblicamente manifestare e dichiarare i loro concetti, quali che siano, sia con la parola, sia con la stampa, sia in altra maniera» (Quanta cura, 1864).
Ovviamente, anche il successore, Leone XIII (1878-1903), non rinuncerà a condannare con un’enciclica i principi delle «più recenti teorie sfrenatamente liberali», il più importante dei quali «afferma che tutti gli uomini, dal momento che sono ritenuti uguali per nascita e per natura, così sono effettivamente uguali tra loro anche nella vita pratica; pertanto ciascuno possiede un proprio diritto, tale da sottrarlo totalmente all’autorità altrui, sì da poter liberamente pensare ciò che vuole e agire a suo talento» (Immortale Dei, 1885).
Qualche anno dopo, però, il papa tenta una timida apertura alle idee della modernità. La nuova enciclica, Libertas, inizia, infatti, definendo la libertà «nobilissimo dono di natura». Ma distingue poi due modi di intendere la libertà. Uno, quello corretto, riconosce che la libertà «presuppone la necessità di ottemperare alla suprema ed eterna ragione, che altro non è se non l’autorità di Dio che comanda e vieta». Il secondo, assolutamente errato, scambia la libertà come il diritto di fare ciò che si vuole. Questo è il grande errore: «la vera libertà non è riposta nel fare ciò che piace»; ecco il «perverso e confuso concetto di libertà», ridotta ad «assurda e schietta licenza», in nome della quale i numerosi «emuli di Lucifero» si definiscono “Liberali”, traendo falsamente questa espressione «dalla parola libertà».
Si arriva, così, ad affermare la libertà di coscienza persino in campo religioso, proclamando il «principio che è facoltà di ognuno professare la religione che gli piace, oppure di non professarne alcuna». No, ribadisce il papa, «non è assolutamente lecito invocare, difendere, concedere una ibrida libertà di pensiero, di stampa, di parola, d’insegnamento o di culto, come fossero altrettanti diritti che la natura ha attribuito all’uomo». E in perfetta continuità con i suoi predecessori, ripete che ċle false opinioni, di cui non esiste peggior peste per la mente, nonché i vizi che corrompono l’animo e i costumi, devono essere giustamente e severamente repressi dall’autorità pubblica, perché non si diffondano a danno della società».
Queste idee, e le azioni conseguenti, sono dunque assolutamente inaccettabili. Tutt’al più, e qui si può riconoscere un’apertura prodotta dal senso pratico di Leone XIII, «queste varie libertà possono essere tollerate se vi sia un giusto motivo» (Libertas, 1888). ‘Tollerare’ significa non ‘apprezzare’ ma ‘accettare come male minore’ qualcosa che non si può evitare. In realtà, non pare che si possa dire, quindi, che con questa enciclica sia stata riconosciuta la libertà di coscienza come diritto civile universale. La libertà di scegliere una religione o l’altra viene ancora confusa con l’indifferentismo: una religione vale l’altra. E l’indifferentismo, in passato come oggi, è ovviamente rifiutato dalla Chiesa romana. Ma affermare che si è liberi solo se si obbedisce ai comandi divini, non è solo condanna dell’indifferentismo ma anche della libertà di coscienza! È possibile, infatti, scegliere un’altra religione perché la si ritiene quella vera, e non perché si condivide una visione relativistica in campo religioso.
Una vera svolta si ha, invece, nel Novecento, con il Concilio Vaticano II, che non mette certo tutte le religioni sullo stesso piano, ribadendo il dovere morale di ogni uomo di cercare la vera religione, ma riconosce il diritto alla libertà religiosa fondandolo sulla dignità della persona umana. Nel proemio della Dichiarazione Dignitatis humanae, del 1965, si afferma che «questo Concilio Vaticano rimedita la tradizione sacra e la dottrina della Chiesa, dalle quali trae nuovi elementi in costante armonia con quelli già posseduti». Il frutto di tale ‘rimeditazione’ è che «la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata». Si afferma, inoltre, che «il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l’hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione».
Questo diritto alla libertà, la ragione umana l’ha riconosciuto «sempre più chiaramente attraverso l’esperienza dei secoli», e finalmente oggi «la libertà religiosa nella maggior parte delle Costituzioni è già dichiarata diritto civile ed è solennemente proclamata in documenti internazionali». Ma questa dottrina «affonda le sue radici nella Rivelazione divina», e a riprova di ciò si cita il Vangelo: Gesù «ha sostenuto e confermato la sua predicazione con i miracoli per suscitare e confortare la fede negli uditori, ma senza esercitare su di essi alcuna coercizione» (Dignitatis humanae).
Similmente, nella Dichiarazione Dignitas infinita, approvata nel 2024 da papa Francesco, si afferma che «Una dignità infinita, inalienabilmente fondata nel suo stesso essere, spetta a ciascuna persona umana, al di là di ogni circostanza e in qualunque stato o situazione si trovi. Questo principio, che è pienamente riconoscibile anche dalla sola ragione, si pone a fondamento del primato della persona umana e della tutela dei suoi diritti. La Chiesa, alla luce della Rivelazione, ribadisce e conferma in modo assoluto questa dignità ontologica della persona umana, creata ad immagine e somiglianza di Dio e redenta in Cristo Gesù». E si dichiara – ma così non si sta esagerando? – che «Fin dall’inizio della sua missione, sulla spinta del Vangelo, la Chiesa si è sforzata di affermare la libertà e di promuovere i diritti di tutti gli esseri umani».
Se è possibile aggiungere altre simili citazioni evangeliche, non si può negare, però, che nella Bibbia ci sono testi che dicono ben altro. È, anzi, frequente il divieto di adorare altri dèi. Nel libro dell’Esodo, per esempio, si legge: «Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna [...] Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai» (20,3-5). E quando gli israeliti si danno all’idolatria, costruendo un vitello d’oro, Mosè si rivolge ai leviti con queste parole: «Dice il Signore: […] uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio vicino» (Esodo, 32,27). Limitandoci a un’altra sola citazione, ricordiamo che il profeta Elia ordina la cattura dei sacerdoti avversari: «”Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno!”. Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li ammazzò» (1 Re, 18,40). Ed è bene sottolineare che questi testi, dei quali oggi i progressi dell’esegesi biblica consentono un’interpretazione ben diversa, sono stati intesi, per secoli, assolutamente alla lettera come Parola del Signore, influenzando sia la dottrina che la prassi cristiane.
Pare innegabile, in effetti, che questa sia stata la linea prevalente della Chiesa nella sua storia plurisecolare: condanna della libertà di coscienza, specialmente in campo religioso, da parte del Magistero, con una serie di documenti che abbiamo già ricordato; imposizione dell’unica vera religione; persecuzione degli eretici!
Già nel 380, per esempio, l’imperatore Teodosio, in sintonia con papa Damaso, dichiara con un editto: «Vogliamo che tutti i popoli che sono governati dall’autorità della Nostra Clemenza seguano quella religione che il santo apostolo Pietro ha tramandato ai Romani». Viene così proibito l’arianesimo, e il paganesimo viene privato del riconoscimento legale. E come dimenticare che, ancora nel XVIII secolo, l’Inquisizione consegna l’eretico che non si converte al braccio secolare, a cui si chiede (ipocritamente!?) clemenza pur sapendo che è prevista la condanna al rogo?
Non mi sembra sufficiente, quindi, ammettere che «quantunque nella vita del popolo di Dio, pellegrinante attraverso le vicissitudini della storia umana, di quando in quando si siano avuti modi di agire meno conformi allo spirito evangelico, anzi ad esso contrari, tuttavia la dottrina della Chiesa, secondo la quale nessuno può essere costretto con la forza ad abbracciare la fede, non è mai venuta meno» (Dignitatis humanae). Altro che ricorso ‘di quando in quando’ a ‘modi di agire meno conformi allo spirito evangelico, anzi ad esso contrari’: no, questo è stato il comportamento predominante! E, parimenti, non è vero che ‘la dottrina della Chiesa’ di non imporre con la forza l’adesione alla fede ‘non è mai venuta meno’: non è violenza porre un uomo di fronte all’alternativa ortodossia o rogo?
Allora, in conclusione, la formula del Vaticano II – questo Concilio Vaticano rimedita la tradizione sacra e la dottrina della Chiesa» – dovrebbe, a mio parere, essere sostituita dalla seguente: su alcuni punti «questo Concilio Vaticano capovolge la tradizione sacra e la dottrina della Chiesa», perché nel 1965, con la Dichiarazione Dignitatis humanae, si afferma esattamente il contrario di quanto si è insegnato per secoli.
Capisco che ciò è difficile per un magistero che ha costantemente preteso di custodire, senza mai deviare, la stessa dottrina. Tesi ribadita innumerevoli volte: per esempio nel 1870, nella costituzione dogmatica Dei Filius del Concilio Vaticano I, con la formula «Come ha sempre ritenuto e insegnato Santa Madre Chiesa». Ma oggi è facile constatare, per chi studia un po’ di storia della Chiesa, che le cose non stanno affatto così. E quanto abbiamo visto a proposito del giudizio su alcuni principi dell’Illuminismo – libertà, uguaglianza, libertà di coscienza e di religione – mi pare una conferma che resiste a ogni tentativo di smentita.
In sostanza, se per secoli importanti documenti del magistero hanno negato che la libertà religiosa potesse essere riconosciuta come diritto civile universale, come si può sostenere che il riconoscimento di tale diritto da parte del Vaticano II sia in continuità con quegli insegnamenti? Riconoscere i propri errori non è gradevole per nessuno, e specialmente per un’istituzione che si ritiene chiamata a mantenere con continuità i suoi insegnamenti. Ma cominciare a sostituire, almeno in qualche caso, l’antica formula «Come ha sempre ritenuto e insegnato Santa Madre Chiesa» con la nuova «Contrariamente a quanto ha sin qui ritenuto e insegnato Santa Madre Chiesa» potrebbe essere un gesto che fa acquistare credibilità!
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] Elio Rindone, La Chiesa condanna la guerra?, 1/11/2024, in https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/la-chiesa-condanna-la-guerra/ .
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Elio Rindone, docente di storia e filosofia in un liceo classico di Roma, oggi in pensione, ha coltivato anche gli studi teologici, conseguendo il baccellierato in teologia presso la Pontificia Università Lateranense. Per tre anni ha condotto un lavoro di ricerca sul pensiero antico e medievale in Olanda presso l’Università Cattolica di Nijmegen. Da venticinque anni organizza una “Settimana di filosofia per… non filosofi”. Ha diverse pubblicazioni, l’ultima delle quali è il volume collettaneo Democrazia. Analisi storico-filosofica di un modello politico controverso (2016). È autore di diversi articoli e contributi su “Aquinas”, “Rivista internazionale di filosofia”, “Critica liberale”, “Il Tetto”, “Libero pensiero”.
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