di Amelio Pezzetta
Introduzione
Il presente saggio descrive la lavorazione della lana a Taranta Peligna, uno dei suoi principali prodotti consistenti nelle coperte, racconta le tradizioni di San Biagio derivanti dall’attività laniera e i loro significati storico-antropologici. Le notizie riportate sono state ottenute da varie interviste, la consultazione di materiale bibliografico e siti facebook. Per le informazioni fornite si ringraziano Mario Amorosi, Antonio Di Rito, Gianna Masciarelli, Gaetano Merlino e Enrico Rosato.
Il valore antropologico della produzione laniera e delle sue coperte
La lana non è solo una fibra tessile ma anche un oggetto culturale che per millenni ha influenzato le piccole e grandi comunità di vari Stati del continente europeo e del bacino del Mediterraneo. Le sue tecniche di produzione, lavorazione e i manufatti che se ne ricavano costituiscono un importante patrimonio antropologico di cultura materiale e immateriale: dalla tosatura delle pecore alla realizzazione degli oggetti finiti, un percorso che include tipiche tecniche produttive, rituali, comunitari e festivi, metodi di divisione del lavoro, simbolismi e valori identitari.
La prima fase è costituita dalla tosatura delle pecore che generalmente era fatta dagli uomini ed era un rito spesso comunitario che includeva abilità manuali e cura dell’animale. La seconda fase consisteva nel lavaggio della lana eseguito dalle donne lungo qualche corso d’acqua e spesso accompagnato da canti e varie pratiche comunitarie che allietavano il lavoro. Nella terza fase erano eseguite la cernita, la cardatura e la pettinatura che serviva a separare le fibre buone dagli scarti ed era opera sempre dalle donne che inizialmente a tal scopo utilizzavano cardi vegetali o pettini metallici. In seguito tale fase iniziò ad essere realizzata all’interno di apposite strutture produttive.
La quarta fase consisteva nella filatura con cui la fibra di lana si lavorava per formare il filato da utilizzare per le operazioni successive. Quest’attività anch’essa tipicamente femminile, nella sua tecnica più antica si eseguiva a mano con la conocchia e il fuso, in seguito sostituito dal filatoio meccanico. La quinta fase della lavorazione della lana consisteva nella tessitura che artigianalmente era affidata in ogni famiglia alle donne che possedevano un telaio, un simbolo di un’economia domestica e protoindustriale.
La fase successiva era la follatura, un’operazione di finissaggio che consisteva nel rendere la lana più compatta e resistente attraverso l’infeltrimento. In passato si faceva a mano o nelle gualchiere, un termine che indicava le macchine tessili di epoca preindustriale o l’intero l’edificio che le ospitava. Le gualchiere sono un simbolo della meccanizzazione medioevale, erano azionate dall’energia idraulica e per questo motivo si costruivano vicino ai corsi d’acqua. Seguiva la fase della finitura che comprendeva la tintura dei panni utilizzando pigmenti naturali, e infine la cucitura e la confezione dei vari capi prodotti. Anche queste lavorazioni inizialmente erano fatte dalle donne e avvenivano dentro le mura domestiche. Successivamente si sono concentrate in alcuni ambiti specializzati tra cui le tintorie.
L’ottava ed ultima fase dell’antica produzione laniera consisteva nel commercio e la messa in circolazione dei prodotti finiti. A questa fase provvedevano gli uomini che trasportavano le merci con i mezzi disponibili attraverso antiche mulattiere e le vendevano nei mercati locali e le fiere.
In conclusione si può dire che la produzione laniera con le sue fasi è un esempio che ha plasmato non solo la ritua1ità del lavoro stagionale dalla tosatura delle pecore alla realizzazione dei prodotti finiti; ma anche la divisione del lavoro tra uomini e donne e la conseguente costruzione simbolica della femminilità con l’assegnazione di precisi ruoli durante le fasi di lavoro; nonché le forme di socialità femminile ovvero il sistema di relazioni tra le donne stesse con le sue pratiche più comuni: filare insieme, raccontare storie, trasmettere saperi, etc.
A sua volta la coperta che veniva prodotta oltre ad essere un manufatto tessile si può considerare anche un oggetto culturale che si carica di valori e significati socio-antropologici, dalle particolari tecniche produttive alle gerarchie del lavoro, alle tradizioni matrimoniali, alle memorie famigliari e agli status sociali.
Taranta Peligna, il suo territorio, popolazione ed economia
Taranta Peligna è un Comune della Provincia di Chieti situato tra il versante sud-orientale della Majella e l’alta valle del fiume Aventino. Il territorio comunale copre la superficie di circa 22 km²; si estende dall’altitudine minima di 378 metri a quella massima di 2646 ed è costituito da un settore montano più esteso con rocce nude, colate detritiche, prati-pascolo, ambiti boschivi o cespugliosi, vari anfratti naturali tra cui la Grotta del Cavallone che è visitabile e rappresenta la principale risorsa turistica del Comune; una zona collinare con boschi in espansione e un’area urbanizzata [1].
Il centro abitato tarantolese è di estensione limitata, è costituito da un nucleo abitato antico d’origine medioevale e un altro più recente con edifici costruiti dal XIX secolo in poi. Situato su una grossa rupe calcarea a strapiombo sul fiume, un tempo nel suo ambito fu costruito un castello che con molta probabilità serviva a controllare il passaggio lungo il fiume e attorno al XIII-XIV secolo fu parzialmente occupato dalla chiesa parrocchiale di San Nicola di Bari.
Durante l’Età Moderna il centro abitato si espanse nei dintorni del nucleo medioevale e su un’ampia conoide detritica che si originò dal disfacimento delle rocce del sovrastante massiccio montuoso. Negli ultimi decenni del XVIII secolo l’area urbanizzata si espanse in nuove zone [2]. Altri nuclei abitativi furono costruiti nel secolo successivo, come documenta un rione comunale denominato “casette borboniche” situato alla periferia occidentale del paese che costituisce un importante esempio d’architettura popolare del periodo preunitario.
All’interno di questo piccolo villaggio e tra le sue strade strette, per secoli la popolazione locale ha vissuto la propria esistenza utilizzando le risorse territoriali disponibili, conducendo una vita attiva, morigerata e caratterizzata anche da amare vicissitudini.
La popolazione locale, dal 1447, anno del primo censimento in cui furono conteggiate 68 famiglie, sino al 1856 registrò una notevole crescita e raggiunse il massimo storico per il Comune con 2275 abitanti. Dopo tale anno iniziò un decremento demografico costante che ha portato agli attuali 343 abitanti (2021), con una riduzione totale di 1932 individui [3].
Il luogo dall’epoca della dominazione normanna sino al 1806 ha vissuto la condizione di territorio concesso in feudo a vari baroni fedeli alla monarchia. Taranta Peligna appartiene oggi alla diocesi di Chieti e il suo santo patrono è Sant’Ubaldo.
La lavorazione della lana a Taranta Peligna
A Taranta Peligna, l’iniziativa delle maestranze locali e le particolari condizioni ambientali del luogo, in passato avevano favorito la produzione laniera che nel complesso ha conosciuto una stagione molto favorevole come attività domestica, industriale e commerciale. L’importanza che ha avuto nel luogo la lavorazione della lana è confermata dall’inserimento nel gonfalone comunale della tarantola, un animale che è considerato un grande tessitore.
A Taranta Peligna si eseguivano tutte le fasi della produzione laniera e ogni suo abitante ne era coinvolto: dal pascolo dei greggi sulla Majella, la tosatura delle pecore, la tintura delle stoffe, la realizzazione delle frange sulle coperte e al commercio dei prodotti finali. Ad avviso di Madonna, la lana oltre che in appositi stabilimenti si produceva anche tra le mura domestiche, impegnava gli esponenti di tutte le classi sociali del paese e provocava la fioritura di una notevole varietà di figure professionali tra cui i tosatori, i vergheggiatori, gli scardatori, i filatori, i tessitori, i cimatori, i foliatori e i tintori [4].
L’attività laniera probabilmente fu introdotta nel luogo durante l’XI secolo dai monaci benedettini del monastero di san Pietro la cui presenza nel territorio comunale è documentata da tale periodo. Si ipotizza che i monaci allestirono nel loro cenobio un ambito in cui si realizzava il completo ciclo produttivo dei panni di lana. Al 1269 risale la prima notizia storica che documenta l’attività laniera. Infatti, in quell’anno il Re Carlo I d’Angiò concesse a Sordello da Goito tutte le gualchiere che erano presenti lungo il fiume Aventino, ivi comprese quelle di Taranta [5].
Verso la fine del XV secolo a Taranta Peligna esistevano tre gualchiere, una tintoria e 200 telai [6]. In tale secolo, in particolare nel 1474, Biondo, nel suo volume L’Italia illustrata, accennò alla produzione laniera tarantolese, a dimostrazione che tale attività aveva varcato i confini regionali ed era conosciuta anche in altri ambiti del territorio nazionale.
L’attività laniera nel contesto in esame fu molto fiorente tra il XVI e la prima metà del XIX secolo. A favorirla concorsero l’allevamento ovino esercitato sui vicini pascoli magellensi e la possibilità di realizzare adeguati centri produttivi che utilizzavano: le acque sorgive e del fiume Aventino come fonte energetica e per i lavaggi; l’argilla e il particolare terriccio presenti nel territorio comunale come ammorbidenti e mezzi per rendere i panni più compatti; le piante tintorie spontanee per la colorazione della lana.
Molte fasi delle lavorazioni laniere erano affidate al lavoro casalingo alle donne che possedevano filatoi, telai e di conseguenza erano le principali responsabili della qualità dei prodotti finiti. In questo caso la produzione laniera era uno anche uno spazio di potere femminile e una delle principali cause che ha contribuito alla costruzione simbolica della femminilità (la filatrice e tessitrice come una figura archetipica di ordine e pazienza) e alle donne stesse di essere parti attive nell’economia famigliare, gestire piccoli commerci, accumulare doti, corredi e modellare i saperi, le tecniche produttive, i ruoli famigliari, sociali e comunitari.
Questo filone produttivo domestico era accompagnato da vari centri di manifattura. Tra esse le gualchiere e le tintorie in cui avveniva la colorazione delle stoffe. Per quest’ultima operazione si utilizzavano varie piante spontanee del luogo. Ad avviso di Manzi & Manzi, tra le piante tintorie con più largo uso troviamo: l’orniello (Fraxinus ornus), la serratula (Serratula tinctoria), la calendula (Calendula arvensis), il sambuco (Sambucus nigra), la ginestra minore (Genista tinctoria), etc. [7].
Nel 1570, in una relazione inviata al viceré di Napoli si definì “la terra di Tarantola” tra i principali luoghi di produzione dei tessuti di lana esistenti nel Regno [8].
Dalla relazione della visita pastorale del 1593 è emerso che alcune fasi della produzione laniera si eseguivano anche durante le giornate festive senza il rispetto delle prescrizioni ecclesiastiche. In quell’occasione il visitatore apostolico esortò l’arciprete a fare osservare la frequenza delle messe festive e a non autorizzare le donne a lavorare i panni, stirarli e/o caricarli per le fiere in tali giornate, senza aver assolto tutti gli obblighi religiosi [9].
Vari atti notarili rogati tra il XVI e gli inizi del XIX secolo dimostrano che nell’ambito in esame, con la lana si realizzavano vari tipi di indumenti, tessuti, panni e oggetti d’arredo che si commercializzavano ed erano parti rilevanti delle assegnazioni dotali. In particolare alcuni tessuti prodotti a Taranta Peligna erano i seguenti: le tarantole di lana alte e basse, delle quali quelle in lana nera infeltrita, dette ‘le tarantine’ furono utilizzate per realizzare i mantelli delle truppe borboniche; le ferrandine, particolari stoffe costituite da lana e seta; i peluzzi, piccoli frammenti di lana che si producevano durante le lavorazioni e poi si recuperavano destinandoli a vari usi [10].
A loro volta i principali indumenti e oggetti d’arredo erano i seguenti: calzoni di tarantola, panni da letto di tarantola gialla; cimose di tarantola rossa; vesti da donna con panni di tarantola menata lavorata e di color celeste, gialla e rossa; panni di tarantola di color verde e tanè; le “tarante”, tipiche coperte che riportano dipinti con motivi floreali e geometrici [11].
Come si è potuto notare alcuni tessuti e oggetti prodotti localmente sono chiamati tarantole, tarantine, etc., un fatto che li ha legati al loro contesto produttivo e ne hanno fatti degli elementi tipici della sua cultura materiale.
Nella prima metà del XVIII secolo a Taranta erano operativi cinque lanifici [12]. Il Catasto Onciario tarantolese del 1753 dimostra che gli addetti alla lavorazione della lana superavano tutte le altre categorie locali dei lavoratori. Questo fatto è la prova che nella prima metà del XVIII secolo, nel luogo l’attività laniera assunse un notevolissimo rilievo nella vita economica e registrò un incremento produttivo e nel numero di addetti [13]. Nella seconda metà del secolo, il re Carlo III di Borbone scelse di assegnare all’esercito solo le uniformi realizzate con tessuti nazionali. A tal fine furono utilizzati anche i panni di lana prodotti a Taranta e ciò favorì un ulteriore sviluppo dell’industria laniera locale.
All’epoca i tarantolesi avevano acquisito la consapevolezza che la produzione laniera aveva una grande importanza per l’economia locale. Infatti, in un rogito del 1777 alcuni di essi dichiararono che l’attività in questione arrecava notevoli benefici economici alla popolazione e dovendo mancare «dovrebbero quasi tutti del paese vivere a stenti, e forse mendicando, come è accaduto in certe annate in cui non ci è stato il detto lavorio» [14].
Nel 1790 a Taranta Peligna si registrarono i seguenti dati sulla produzione laniera: 2500 panni di lana distinti in 1500 peluzzi, 500 tarantole alte e 500 tarantole basse [15]. La loro esportazione e vendita avveniva in diverse località abruzzesi e di altre regioni italiane.
Per quanto riguarda l’Abruzzo le principali località regionali di commercio dei panni tarantolesi erano Castel di Sangro (Aq), Chieti, L’Aquila, Lanciano (Ch) e Sulmona (Aq). In particolare Van Verrocchio (2021), ha fatto presente che nell’ultimo quarto del XVI secolo, a Chieti si vendevano i seguenti prodotti lanieri tarantolesi: le tarante bianche, le paonazze e le coperte cardate [16]. Nonostante le difficoltà di trasporto, riuscivano a varcare anche i confini regionali ed erano venduti ad Aversa, Barletta, Foggia, Napoli, Rieti, Salerno, la Sicilia, la Sardegna e lo Stato Pontificio. In alcuni casi i mercanti provenienti da altre regioni peninsulari acquistavano i panni a Taranta o in altre località dell’Abruzzo e le esportavano nei loro ambiti di provenienza (Basilicata, Lombardia, etc.).
Due rogiti notarili della prima metà del XVIII secolo documentano come avvenivano i trasporti dei panni di lana da Taranta in direzione di altre località. In particolare nel primo rogito del 12 agosto 1720, tre persone testimoniarono che esercitavano la professione di “mulattieri”, ossia guidavano i muli e gli asini che trasportavano la lana lavorata dal loro paese verso altri luoghi [17]. Nel secondo rogito del 27 febbraio 1742 un altro soggetto dichiarò che anche lui esercitava la professione di “mulattiere” e, partendo da Taranta e attraversando vari sentieri montani e tratturi, portava a vendere i panni di lana alle fiere di Aversa e Salerno [18].
Tra il XVI e il XVIII secolo, i redditi derivanti dall’attività laniera furono oggetto degli appetiti ed interessi dei vari signori feudali che possedettero Taranta e cercarono di ricavare i maggiori vantaggi economici possibili da tutto ciò che offriva i loro feudi. Infatti, sino al 1684 i baroni Malvezzi vantavano vari diritti di privativa sulla lavorazione della lana e in seguito i loro successori riuscirono ad appropriarsi indebitamente anche di alcuni ambiti in cui essa si produceva. In seguito, più precisamente nel 1747 la baronessa Elisabetta Sanguigna, dopo aver ottenuto il feudo di Taranta, tentò di riappropriarsi senza riuscirci di vari antichi diritti di privative tra cui l’obbligo per la popolazione locale di lavorare la lana solo negli opifici baronali.
Nel 1811 per alimentare la produzione laniera fu costruito un nuovo edificio con 4 gualchiere, un purgo di panni e un mulino. In applicazione di un decreto reale del 6 settembre 1825, i panni di lana prodotti nei comuni della Valle dell’Aventino furono contraddistinti da un bollo nazionale di garanzia che favoriva la circolazione interna e i passaggi doganali.
Nel 1832 rispetto al 1790 la produzione laniera tarantolese registrò una crescita. Infatti, 10 lanifici e altri piccoli industrianti del luogo, nel complesso produssero 3350 pezze di lana [19]. Nel 1836 gli addetti locali alla lavorazione della lana erano 132 individui, corrispondevano al 6,5% della popolazione locale ed erano raggruppati nelle seguenti categorie professionali: cimatori, fabbricanti di panni, filatori, filatrici, industrianti, lavoratori di scardi, tessitrici e tintori [20].
Nel 1870 nel paese fu fondato il lanificio Merlino che nel periodo di massimo sviluppo è riuscito a produrre oltre 300 mila coperte l’anno, alcune delle quali sono state esportate anche all’estero.
Nel 1899 la produzione laniera tarantolese aveva avviato la sua fase di declino, come si può leggere da ciò che all’epoca scrisse Strafforello: «Quest’industria è ora quasi spenta e con essa quelle accessorie delle gualchiere, tintorie, ecc., ma le abitudini signorili ed i ricchi palazzi di alcune famiglie risiedenti tuttora nel paese attestano chiaramente la non comune agiatezza creata dall’esercizio delle antiche industrie» [21].
Nel 1961 nel luogo continuavano ad operare tre imprese laniere che nel complesso occupavano circa 150 lavoratori. Nel 1972 a Taranta Peligna operavano due lanifici che continuavano a dare occupazione a circa 150 persone e ad essi si devono aggiungere circa 100 donne che nelle proprie abitazioni mettevano le frange alle coperte [22]. Nel 1976 la cultura del lavoro sulle rivendicazioni salariali e sugli scioperi ha interessato anche le lavoratrici della lana di Taranta Peligna. Infatti, in tale anno, nel luogo si è registrato uno sciopero accompagnato da richieste di aumenti retributivi da parte di circa 50 donne che a domicilio rifinivano le coperte dei due lanifici che erano ancora attivi.
Una recente amministrazione comunale ha dato il suo contributo per la conservazione della produzione laniera. A tal proposito ha organizzato, per diversi anni un concorso internazionale denominato “Taranta in frangia” al fine di far conoscere l’antico lavoro femminile per ornare le coperte con le frange di lana fatte a mano, così da conservare questa tradizione e sensibilizzare le nuove generazioni sull’importanza della lavorazione manuale della lana. Il concorso consisteva in una gara di abilità manuale, in cui le partecipanti dimostravano la loro capacità di realizzare le frange delle coperte tarantolesi.
La sua prima edizione si è tenuta il 22 agosto 2009 e ha visto diverse donne che sedute su un palco, abilmente ornavano a mano varie coperte disposte su dei tavoli di legno. Nelle vicinanze del palco vari curiosi assistevano con ammirazione alle fasi di lavoro. Dopo pochi anni, il concorso purtroppo ha cessato di esistere. Nonostante queste recenti iniziative promozionali l’attività laniera tarantolese non è riuscita ad arrestare il suo inesorabile declino che ha portato alla chiusura di tutti gli impianti produttivi esistenti e delle attività artigianali ad essi collegati.
L’ultima azienda ha chiuso l’attività nel 2024 e con tale chiusura si è registrata l’interruzione di un’antica tradizione manifatturiera che aveva portato benessere al paese e alla formazione di un sapere riconosciuto. Ora l’ultima struttura produttiva ha acquisito nuovi significati e funzioni poiché è diventata un reperto di archeologia industriale e di cultura materiale che conserva tipici macchinari storici. Si tratta di un luogo turistico oggetto di frequenti visite da parte di gruppi organizzati, un presidio identitario della comunità locale, un simbolo della tradizionale e storica produzione tessile abruzzese.
Le coperte di Taranta Peligna
L’oggetto tipico e il prodotto più pregiato dell’attività laniera tarantolese è la coperta di lana. Le sue principali caratteristiche fisiche sono le seguenti: sono realizzate con pura lana vergine; sono identiche in entrambi i lati poiché non hanno dritto e rovescio); i suoi colori sono sempre molto vivaci; hanno una trama con motivi floreali, geometrici e talvolta anche angelici; i suoi bordi sono caratterizzati da frange anch’esse di lana e annodate in casa a mano.
Varie fonti attribuiscono un’origine medioevale alle coperte tarantolesi, tuttavia non ci sono validi documenti a sostegno di questa tesi. Come visto, Van Verrocchio ha scritto che nell’ultimo quarto del XVI secolo, a Chieti si vendevano le coperte cardate di Taranta Peligna. Vari rogiti del 1599 accennano a “panni di letto di tarantola” che furono assegnati in dote [23]. In un altro rogito di assegnazione dotale del 1626 si fa presente che tra i beni donati c’era “una coperta di Taranta” [24]. È da presumere che tali oggetti consistessero in archetipi delle attuali coperte.
Durante il XIX secolo la produzione delle coperte tarantolesi si perfezionò e nacquero quelle tipiche a due o a tre colori che sono state prodotte sino a due anni fa. Tra la fine degli anni 50 e la prima metà degli anni 60, alla loro vendita nella valle dell’Aventino provvedeva anche un ambulante che se le metteva sulle proprie spalle, le mostrava al pubblico girando per le vie e le abitazioni dei paesi vicini e chiedeva di acquistarle.
Di queste coperte, sinora sono stati fatti vari usi. Innanzitutto esse hanno costituito uno dei principali oggetti delle doti matrimoniali che sono stati assegnati sino a pochi decenni fa alle neo-coppie per facilitare la vita coniugale. Alla coperta erano associati i seguenti e simboli: coprivano il letto nuziale dal primo giorno di matrimonio; si mostravano alle persone in visita all’abitazione; costituivano un importante bene per i novelli sposi; erano un simbolo di benessere economico e di generosità della famiglia della sposa, assicuravano calore e protezione.
Le coperte tarantolesi avevano ed hanno ancora anche un altro particolare uso: si espongono sulle finestre e i balconi durante le processioni del Corpus Domini e in tal senso rappresentano un significativo elemento della religiosità popolare. A questa particolare consuetudine si associa la volontà di onorare il divino e dimostrare il proprio benessere mettendo in mostra uno dei più belli oggetti casalinghi. Ad essa corrispondono il bisogno di chiedere la benedizione e la protezione soprannaturale, di dimostrare di voler partecipare a un evento sacro comunitario; di formalizzare il gesto di ospitalità rituale con il quale si offre alla divinità ciò che in casa si ha di più prezioso.
Oltre ai simbolismi e significati sinora descritti, a questi tipici oggetti dell’attività laniera tarantolese ne possono essere assegnati anche altri più generali. Innanzitutto le coperte di Taranta decorate con motivi floreali e geometrici e bordate di frange fatte a mano si possono considerare un simbolo della cultura materiale e un importante patrimonio della tradizione tessile abruzzese. Esse sono anche un emblema dell’attività produttiva e dell’antica imprenditoria di Taranta Peligna che aiutano a ricordare un passato glorioso e contribuiscono a sperare in un futuro più prospero.
Le coperte tarantolesi ricordano l’esistenza di un tipico modo di vivere, lavori femminili, mestieri e tradizioni artigiane ormai scomparsi. In particolare tali oggetti aiutano a ricordare la presenza nei secoli passati di una civiltà pastorale che assicurava la materia prima per le attività produttive; ovvero una cultura del lavoro con un sapere tipicamente femminile gestito dalle filatrici, dalle tessitrici, dalle cardatrici e dalle pettinatrici.
La toponomastica tarantolese e la lavorazione della lana
L’attività laniera ha influenzato anche la toponomastica di Taranta Peligna. In generale i nomi dei luoghi sono una delle forme di memoria culturale che conservano tracce di elementi di paesaggi e vita locale che spesso non esistono più. Tenendo conto di questo si può dire che la toponomastica tarantolese della lana è un archivio antropologico di memoria collettiva che ricorda i luoghi di produzione e in cui si concentravano (lanifici, tintorie, filande, gualchiere).
Dalla consultazione di vari documenti è emerso che nell’epoca medioevale a Taranta esisteva un una contrada denominata Valcatura, un termine che si può considerare un toponimo storico legato all’attività laniera e in particolare alla presenza delle gualchiere. Tale ambito doveva essere ubicato lungo il fiume Aventino.
Nel 1674, è documentato che nel centro abitato di Taranta Peligna esistevano le vie della Tintoria e del Tiratore, due chiari riferimenti alle attività produttive del luogo [25]. Altri documenti, a loro volta dimostrano che con tali denominazioni si indicavano anche due contrade locali. Attualmente l’antica via del Tiratore ha cambiato nome ed è diventata Via Gravara. Il suo manto stradale anziché essere ricoperto da catrame e cemento è stato colorato e disegnato con motivi e intrecci che ricordano la trama delle storiche coperte tarantolesi. In questo modo questa vecchia via si è trasformata in una simbolica e artefatta “coperta più grande del mondo” che ricorda la lavorazione della lana e alimenta l’attrazione turistica del paese.
A Taranta Peligna nel suo linguaggio comune, spesso con i termini “Lanificio Merlino” o più semplicemente lanificio non si indicano solo i luoghi di produzione laniera ma anche la zona in cui essi sorgono. Di conseguenza tali termini si possono considerare particolari microtoponimi urbani che indicano i quartieri nati attorno alle fabbriche.
La lavorazione della lana e il culto di San Biagio a Taranta Peligna
La produzione laniera richiede abilità tecniche, cooperazione comunitaria e può essere fonte di rischi per la salute e d’infortuni sul lavoro. Per questi motivi i suoi addetti hanno sentito il bisogno di affidarsi a qualche santo, capace di proteggerli durante le varie fasi dell’attività produttiva. A Taranta Peligna, il santo scelto in passato per la protezione soprannaturale di tali soggetti e di cui essi stessi diffusero il culto fu San Biagio, che visse nel IV secolo, fu nominato vescovo a Sebaste (Armenia) e ha la fama di essere il protettore dei cardatori di lana.
Il legame di San Biagio con l’attività laniera nasce dal fatto che il santo durante un processo si rifiutò di rinnegare la sua fede e per punizione fu torturato con pettini di ferro simili agli scardassi che si adoperavano per cardare la lana. In questo caso si ha la conferma che spesso la religiosità popolare cristiana trasforma gli strumenti del martirio di un santo in simboli professionali di fede e patrocinio. Di conseguenza appare logico che una figura soprannaturale che conosca “i ferri del mestiere” diventi il protettore di coloro che li usano. In base a un’antica credenza diffusa a Taranta Peligna, si ritiene che il santo fosse stato un lavoratore della lana, un altro fatto che lo faceva sentire più vicino alla popolazione locale.
Il profondo legame tra San Biagio e la comunità tarantolese è dimostrato dagli edifici di culto che nel luogo gli sono stati dedicati, una confraternita che gli fu intitolata e una festa che ancora si continua ad organizzare. L’epoca esatta in cui il culto biagino si diffuse a Taranta Peligna è sconosciuto e a tal proposito sono state avanzate varie ipotesi.
Ad avviso di Antonio Madonna (1999) il culto si diffuse a Taranta Peligna attorno all’XI secolo, quando i monaci benedettini gli dedicarono una chiesa costruita all’interno di un monastero dedicato a San Pietro che in epoca imprecisata fu travolto da una frana [26]. Appare dubbio che all’interno di un monastero dedicato a San Pietro fosse presente una chiesa intitolata a San Biagio.
Francesco Verlengia in un suo saggio cita un antico toponimo tarantolese traducibile come San Biagio Vecchio che secondo le voci popolari si riferisce a un antico monastero medioevale che sorgeva alle falde della Majella. A suo avviso il cenobio deve identificarsi con quello di San Pietro [27].
Una bolla del papa Clemente III del 7 aprile 1188 fa presente che a Forca Palena, una località che dista circa 18 chilometri da Taranta Peligna, era edificata una chiesa dedicata a San Biagio [28]. Ad avviso di Cercone (2007), forse il culto di tale santo nella valle dell’Aventino si diffuse dalla chiesa di questa località [29]. Merlino (1973), a sua volta ha ipotizzato che il culto di San Biagio fu importato a Taranta Peligna dagli scardalana che prestavano la loro opera nelle località dell’Italia meridionale in cui era venerato.
Nel XVI secolo a Taranta Peligna il culto per San Biagio si era notevolmente rinforzato e per questo motivo la comunità locale pensò di dedicargli una nuova chiesa di notevole imponenza architettonica la cui costruzione iniziò nella prime metà del secolo e terminò nel 1616. A documentarlo concorrono due bolle del Capitolo Lateranense e un’iscrizione ancora presente sul campanile della chiesa. Nella prima bolla del 27 novembre 1503, il Capitolo Lateranense concesse un terreno a Taranta per la costruzione dell’edificio di culto e nella seconda dell’otto dicembre 1536 l’autorizzò precisando che si dovesse intitolare a San Biagio e S. Rocco. Ora di detta chiesa restano solo alcune mura con la facciata principale e le porte lignee intagliate.
Tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo a Taranta era operativa la Confraternita di San Biagio dei lanieri, un ulteriore elemento dimostrativo della rilevanza che aveva assunto il culto biagino per la comunità tarantolese e i suoi lavoratori della lana. L’anno in cui la congrega fu fondata è completamente sconosciuto e si può ipotizzare che risalga alla prima metà del XVI secolo. Dai documenti consultati, risulta che essa curava l’amministrazione della chiesa e incentivava la devozione verso il santo [30]. Inoltre vari rogiti dell’epoca certificano che vari testatori disposero che a tale associazione fosse elargita una cifra o oggetti vari che arricchivano la sua dotazione patrimoniale.
In epoca imprecisata a Taranta Peligna iniziò ad essere organizzata anche un’importante festa in onore di San Biagio nel periodo della sua ricorrenza liturgica che è stata caratterizzata sino all’epoca attuale da vari riti religiosi (messe e processione) e tradizioni popolari. Essa si può considerare uno dei riti collettivi che nell’epoca attuale ricompone la comunità.
Sino agli anni 50-60 del secolo scorso esisteva una tradizione che ora è stata abbandonata e che consisteva nell’organizzazione di una processione con la statua del santo che si spingeva presso il Fiume Aventino per impartire una rituale benedizione ai lanifici posti nelle sue vicinanze. Inoltre in questo periodo, dal primo 3 febbraio, le sirene dei lanifici stessi annunciavano l’interruzione dell’attività produttiva per consentire alle sue maestranze di partecipare alla festa.
A Taranta Peligna la festa di San Biagio è caratterizzata anche da una tipica tradizione alimentare che è unica per l’Abruzzo e prevede la preparazione comunitaria delle “panicelle”, piccoli pani rituali che raffigurano quattro dita distese e marchiate con un timbro. Esse sono fatte solo con farina di frumento e acqua, insipide e cotte al forno. La farina per confezionarle in passato si ricavava dalla macinatura del grano contenuto nei covoni che i contadini tarantolesi offrivano durante la trebbiatura estiva dell’anno prima e che erano conservati da un membro del comitato della festa.
La preparazione delle panicelle è un importante momento comunitario accompagnato da canti, il suono di strumenti musicali e il consumo comunitario di un pasto detto “la merenna”, costituito da pizze varie, pane, vino, insaccati, prosciutto e formaggio. In passato, quando le occasioni d’incontro tra i due sessi erano meno numerose, il rito era anche uno dei momenti in cui sbocciavano o si rinsaldavano simpatie e legami sentimentali di vario tipo.
Durante la messa del 3 febbraio i pani si benedicono e poi si distribuiscono alla popolazione che li mangia per esprimere la propria devozione o li conserva per proteggersi dalle malattie della gola. Secondo un’opinione diffusa, tale tradizione ebbe origine nel XVI secolo quando i lanieri e i tessitori locali si costituirono in confraternita. Le panicelle di San Biagio sono un emblema identitario di Taranta Peligna che ha ottenuto anche un riconoscimento dal Centro Regionale per i Beni Culturali di Sulmona (Aq) poiché le ha inserite nell’inventario dei rituali che rinnovano la memoria della cultura preindustriale e la religiosità locale [31].
L’importanza che ha avuto San Biagio nella comunità tarantolese si deduce anche dal fatto che tale santo ha influenzato la toponomastica locale. A dimostrarlo concorrono i vari atti notarili di fine XVI e inizio XVII secolo che attestano l’esistenza nel luogo della contrada di “Santo Blasio”, probabilmente coincidente con il rione che nel gergo locale è chiamato “San Biase Vicche” (San Biagio vecchio), nonché la piazza antistante la chiesa che è appunto denominata Largo San Biagio [32].
L’insieme dei fatti riportati nel loro complesso dimostrano che San Biagio, per la comunità tarantolese, è una figura simbolica di memoria collettiva e di coesione comunitaria che esprime anche un tipico legame formatosi nel luogo tra la religiosità e l’attività laniera.
In conclusione si può affermare che la lavorazione della lana ha rivestito un’influenza notevole a Taranta Peligna poiché, oltre all’economia locale, ha influenzato la toponomastica, il paesaggio, le tipologie professionali, le relazioni interpersonali e le pratiche di culto. Oggi la locale tradizione tessile è uno degli elementi su cui si fonda l’identità locale, mantiene viva la memoria collettiva e la cultura del territorio.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] Pezzetta A., Taranta Peligna. L’ambiente, la storia, la popolazione e l’economia, L’Universo n. 3, Istituto Geografico Militare, Firenze, 2023. 417.
[2] Madonna A., Non solo le Tarante, Rocco Carabba Ed., Lanciano (Ch), vol. II, 1991: 403.
[3] Pezzetta A., Taranta Peligna. L’ambiente, la storia, la popolazione e l’economia, op.cit.: 430.
[4] Madonna A., Non solo le Tarante, vol. I, op. cit.: 55-56.
[5] Merlino I. V., Taranta Peligna, antico paese attivo, tip. Asti, Pescara 1973: 15.
[6] Manzi A. & Manzi G., Pastori, lanaioli e contadini. La pastorizia nel versante orientale della Maiella, Meta edizioni, Treglio (Ch), 1997: 74.
[7]ivi: 85.
[8] Vedi: Felice C., L’operosità economica in un contesto difficile: le manifatture dell’Aventino-Verde (Abruzzo). Proposte e ricerche n. 56, 2006: 90; Porzio C., Relazione del Regno di Napoli al marchese di Mondesciar viceré di Napoli tra il 1577 e 1579. Officina Tipografica, Napoli, 1839: 26.
[9] Madonna A., Non solo le tarante, vol. I, op. cit.: 77.
[10] Pezzetta A., Taranta Peligna. L’ambiente, la storia, la popolazione e l’economia, op.cit.: 432.
[11] Il termine “cimosa” indica i margini laterali di un tessuto, mentre “tanè” indica un colore castano simile a quello del cuoio.
[12 Bigi A., Chieti e l’Abruzzo Citeriore nel Settecento. Verdone Ed. Castelli (Te), 2022: 178.
[13] Pezzetta A., Taranta Peligna dall’inizio dell’Età moderna all’eversione della feudalità, Rassegna storica dei Comuni n. 242-247, 2024: 97-98.
[14] Fiorentino N., In terra casularum, vol. XI, Tip. Ianieri, Casoli (Ch), 1997: 227.
[15] Galanti G. M., Nuova descrizione geografica e politica delle Sicilie, vol. 3, Napoli, 1789: 295.
[16] Van Verrocchio V., Teate Regia Metropolis. Società, economia e istituzioni a Chieti in Età Moderna, Aracne Ed., Canterano (Roma), 2021:. 992-993.
[17] Fiorentino N., In terra casularum, vol. III, Tip. Ianieri, Casoli (Ch), 1993: 277.
[18] ivi: vol. XI, Tip. Ianieri, Casoli (Ch), 1996: 93.
[19] Felice C., Ascesa e declino di un distretto manifatturiero. Palena e il circondario dell’Aventino-Verde (Abruzzo) in età Moderna e Contemporanea, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2005: 141.
[20] Madonna A., Non solo le tarante, vol. I, op. cit.: 145.
[21] Strafforello G, La patria: geografia dell’Italia, Utet, Torino, 1899: 191.
[22] Madonna A., Da matutine a dope hundenore e’vemmarie. Folklore di Taranta Peligna. Litografia Brandolini, Sambuceto (Ch), 1999: 133.
[23] Di Gianfrancesco D., Hic est liber protocollorum mej notarj Costantinj de Pactis Terrae Tarantae. I protocolli del notaio Costantino de Pactis di Taranta Peligna Anno 1599, Torrazza Piemonte (To), 2021: 7, 18, 21, 43, 47, 54, 66, etc.
[24] Pezzetta A., Un atto dotale del XVII secolo a Taranta Peligna, Rivista Abruzzese XLVIII, n. 4, 1995: 260.
[25] Merlino I. V., Taranta Peligna, antico paese attivo, op. cit.: 19.
[26] Madonna A., Da matutine a dope hundenore e’vemmarie, op. cit.: 31.
[27] Verlengia F., S. Biagio di Taranta Peligna, Tradizioni e leggende sacre abruzzesi, vol. I, Ed. Attraverso l’Abruzzo, Pescara, 1958: 25-26.
[28] Celidonio G., La diocesi di Valva e Sulmona, vol I, Ed. De Arcangelis, Casalbordino (Ch) 1909: 52.
[29] Cercone F., Sul culto di San Biagio in Abruzzo, Abruzzo popolare, 21 novembre 2024, https://www.abruzzopopolare.com/2024/11/21/sul-culto-di-san-biagio-in-abruzzo/.
[30] Madonna A., Da matutine a dope hundenore e’vemmarie, op. cit.: 35.
[31] Giancristofaro L., Le tradizioni al tempo di facebook: rifacimenti realisti e problemi di copyright, Palaver n. 7, 2018: 10.
[32] Pezzetta A., Il culto di San Biagio a Taranta Peligna dal passato all’epoca di internet, Palaver n. 1, 2023: 223.
Riferimenti bibliografici
Biondo F., Italia illustrata, Venetia, 1474: 214.
Di Gianfrancesco D., Hic est liber protocollorum mej notarj Costantinj de Pactis Terrae Tarantae. I protocolli del notaio Costantino de Pactis di Taranta Peligna (1590 – 1609). Anni 1590-1591-1595, Lightning Source Uk Ltd, Milton Keynes, Uk, 2011.
Gasparroni A., San Biagio tra culto e leggenda: riflessioni sul pane sacro in Abruzzo. In Cipriani R. e Lombardi Satriani L.M. (a cura di) Il Cibo e il Sacro, Armando Editore, Roma, 2013.
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Amelio Pezzetta, laureato in filosofia all’Università di Trieste, è insegnante di Scuola Media in quiescenza. I suoi interessi principali sono la storia locale e le tradizioni popolari dei Comuni della Valle dell’Aventino (Prov. di Chieti, Abruzzo). Ha collaborato con varie riviste del settore tra cui: Aequa, Dada, L’Universo, Palaver, Rivista di Etnografia, Rivista Abruzzese, Utriculus e Valle del Sagittari.
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