CIP
di Settimio Adriani, Marina Cianetti
Incipit
Questo contributo nasce con un duplice intento. Da un lato ricostruisce il quadro concettuale, normativo e culturale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) e ne discute il ruolo nei processi di patrimonializzazione e di valorizzazione territoriale. Dall’altro, applicando tale cornice al caso del comune di Fiamignano (Rieti), nel Lazio appenninico, intende offrire alle realtà locali – associative, imprenditoriali e istituzionali – e alla politica locale una traccia quanto più possibile completa di un percorso di riconoscimento e valorizzazione già avviato ma tutt’altro che concluso; una traccia che, con i necessari adattamenti, si propone anche a contesti esterni al Cicolano, ovunque il patrimonio agroalimentare tradizionale resti un giacimento sottoutilizzato di identità e di sviluppo locale.
Nel territorio comunale, interessato da un grave spopolamento, la Pro Loco ha promosso un percorso di ricerca storica e di riconoscimento istituzionale culminato, nel 2024, nell’iscrizione della “pizza rentorta fiamignanese” fra i PAT del Lazio: primo prodotto locale registrato, a fronte di un paniere ampliatosi tra il 2025 e il 2026. Il caso mostra come il riconoscimento, innestandosi su un’azione comunitaria dal basso, possa accompagnarsi a iniziative culturali, imprenditoriali e occupazionali – alcune precedenti al riconoscimento stesso – e suggerisce al tempo stesso la fragilità di processi che restano dipendenti da una scala produttiva ridotta e da un tessuto demografico in contrazione. Va precisato sin d’ora che il caso della pizza rentorta, qui assunto come riferimento concreto, ha valore anzitutto esplicativo: le medesime logiche di collaborazione fra i soggetti coinvolti risulterebbero utili ben oltre questo specifico prodotto, a partire dagli altri PAT del territorio (come si osserverà in sede conclusiva), e potenzialmente in ambiti più ampi, che tuttavia esulano dagli obiettivi del presente contributo.
Il legame fra cibo, territorio e identità è oggi al centro di un ampio dibattito interdisciplinare che attraversa la geografia, l’antropologia dell’alimentazione, gli studi sul patrimonio e il diritto agroalimentare. L’espansione dei mercati globali ha prodotto una progressiva separazione fra il significato culturale del cibo, le storie ad esso collegate e le identità locali (Mininni et al., 2025), generando per reazione una rinnovata attenzione verso i prodotti “tradizionali” e “tipici” come marcatori di distintività territoriale. In questo scenario, i PAT rappresentano uno strumento originale e ancora in parte inesplorato per la tutela e la promozione delle produzioni locali (Renna et al., 2018).
Ogni anno l’aggiornamento dell’elenco nazionale dei PAT viene presentato dalle organizzazioni di categoria come un censimento delle “bandiere del gusto” del Made in Italy, frutto del lavoro di intere generazioni di agricoltori e donne di casa impegnati a difendere la biodiversità e le tradizioni alimentari dei territori (Renna et al., 2018). Dietro la retorica promozionale, tuttavia, i PAT pongono questioni di fondo di natura giuridica, culturale ed economica: che cosa rende “tradizionale” un prodotto, in che senso esso possa configurarsi come “bene culturale” (per il rapporto con le regole giuridiche si vedano Sabbatini, 2005, e Masini, 2011) e in quale misura il suo riconoscimento incida realmente sulla valorizzazione del territorio di origine.
Il presente contributo si propone di affrontare tali questioni con specifico riferimento al comune di Fiamignano, collocato in un’area interna appenninica del Lazio. Dopo aver ricostruito il quadro definitorio e normativo dei PAT (§ 2), il loro statuto di beni culturali e il processo di patrimonializzazione che li investe (§ 3), e il loro ruolo nei processi di valorizzazione e promozione territoriale (§ 4), si analizza il caso di studio (§ 5), per trarne infine alcune considerazioni di sintesi (§ 6).
2. Il quadro definitorio e normativo dei PAT
La categoria dei prodotti tradizionali nasce, nell’ordinamento italiano, con il Decreto Legislativo 30 aprile 1998, n. 173 (art. 8), e trova la propria disciplina attuativa nel Decreto Ministeriale 8 settembre 1999, n. 350. Secondo l’art. 1 di tale decreto, sono “prodotti agroalimentari tradizionali” quelli “le cui metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura risultano consolidate nel tempo”, praticate sul territorio in maniera omogenea e secondo regole tradizionali, comunque per un periodo non inferiore ai venticinque anni (Paoloni, 2009; Strambi, 2010; Renna et al., 2018). Il requisito dei venticinque anni – corrispondente, nella logica del legislatore, a un passaggio generazionale – costituisce il cardine identificativo della categoria.
Il meccanismo di individuazione è di tipo bottom-up: le Regioni e le Province autonome predispongono e aggiornano gli elenchi dei propri prodotti, indicando per ciascuno il nome, le caratteristiche, le metodiche di lavorazione, i materiali e le attrezzature impiegati e la descrizione dei locali di produzione; il Ministero competente (oggi MASAF) pubblica e aggiorna annualmente l’elenco nazionale (Renna et al., 2018). Il primo elenco, del 2000, contava 2.188 prodotti (Galvani, 2002; Renna et al., 2018); la revisione del 2018 ne registrava 5.056, con la Campania al primo posto (515), seguita dalla Toscana (461) e dal Lazio (409) (Renna et al., 2018). Il dato relativo al Lazio è di particolare interesse per il presente studio: la regione si colloca fra le tre più rappresentate a livello nazionale e, in essa, Fiamignano è verosimilmente tra i comuni che, ad oggi, hanno dato un contributo piuttosto rilevante.
Tratto distintivo dei PAT è la loro autonomia rispetto ai regimi di qualità di matrice europea. Dall’elenco sono infatti esclusi i prodotti registrati come DOP (Denominazione di Origine Protetta), IGP (Indicazione Geografica Protetta) e STG (Specialità Tradizionale Garantita), nonché i vini DOC, DOCG e IGT (Renna et al., 2018). Mentre i regimi europei di qualità si articolano secondo un gradiente di territorialità – il territorio è attore principale nella DOP, è sufficiente una sola fase produttiva per l’IGP, mentre nella STG il vincolo geografico scompare a vantaggio della ricetta o del metodo tradizionale (Mininni et al., 2025) – i PAT poggiano su una normativa essenzialmente nazionale e su un legame “forte” con il territorio di provenienza (Paoloni, 2009). L’iscrizione nell’elenco PAT, diversamente dalle registrazioni DOP, IGP e STG, non equivale all’attribuzione di un marchio o di una certificazione di qualità. L’eventuale richiamo in etichetta alla tradizionalità o all’inserimento nell’elenco deve essere veritiero, non ingannevole e conforme al Regolamento (UE) n. 1169/2011 sull’informazione ai consumatori; il riconoscimento non legittima, da solo, un segno di qualità protetto.
L’emersione giuridica della categoria è storicamente legata al tema dell’igiene degli alimenti. Il percorso normativo europeo – dal Regolamento (CE) n. 852/2004 all’art. 7 del Regolamento (CE) n. 2074/2005, che disciplina deroghe circoscritte per prodotti alimentari con caratteristiche tradizionali – ha progressivamente riconosciuto la necessità di mantenere i metodi consueti come testimonianza della diversità culturale europea (Paoloni, 2009; Strambi, 2010). Il Regolamento (UE) n. 1151/2012 ha disciplinato i regimi di qualità DOP, IGP e STG; il relativo quadro normativo è stato successivamente sostituito dal Regolamento (UE) 2024/1143, oggi riferimento per tali regimi europei, ma non per l’iter nazionale di iscrizione dei PAT.
3. I PAT come beni culturali e il processo di patrimonializzazione
La considerazione dei PAT quali espressioni del patrimonio culturale costituisce uno snodo concettuale rilevante; tale qualificazione non equivale, di per sé, al riconoscimento come beni culturali ai sensi del Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42). Già Altili (2010) ha analizzato questa possibilità alla luce del Codice dei beni culturali e del paesaggio, sottolineando come essi rappresentino una parte importante dei saperi locali, dell’identità e del patrimonio di una comunità. Sul piano normativo, il Decreto Ministeriale 9 aprile 2008 ha sancito che i PAT iscritti nell’elenco nazionale «costituiscono espressione del patrimonio culturale italiano» (Strambi, 2010: 12), qualificandoli come manifestazione dell’inventiva, delle tradizioni e delle pratiche delle comunità territoriali. Tale orientamento trova fondamento nell’adozione, da parte dell’UNESCO nel 2003, della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, ratificata dall’Italia con Legge 27 settembre 2007, n. 167 (Strambi, 2010: 11), cui si collega il successivo inserimento della dieta mediterranea fra i patrimoni immateriali dell’umanità (Fatichenti & Fiorillo, 2015).
Il quadro va letto entro la più ampia categoria della patrimonializzazione dei prodotti tipici. Come mostrano Fatichenti e Fiorillo (2015) attraverso il caso del Vino Nobile di Montepulciano, il processo di patrimonializzazione trasforma il prodotto-merce in merce-simbolo, capace di attivare nella comunità un sentimento di appartenenza al territorio; il patrimonio si configura allora non come categoria statica, bensì come “concetto di governamentalità” (nell’accezione di un governo esercitato attraverso pratiche e discorsi che orientano i comportamenti, più che per imposizione diretta; Badii, 2012: 9–10, citato in Fatichenti & Fiorillo, 2015) e, in ultima istanza, come “progetto di società” (Tornatore, 2010, citato in Fatichenti & Fiorillo, 2015). La costruzione del patrimonio agroalimentare implica una rete di attori – tradizione storica, politiche europee di qualità, enti e associazioni locali – in un equilibrio difficile fra salvaguardia delle potenzialità locali e strategie di marketing territoriale (Fatichenti & Fiorillo, 2015).
Questo processo non è privo di contraddizioni. Mininni et al. (2025) osservano come la spinta alla patrimonializzazione del cibo abbia ampliato le espressioni culturali e identitarie ma abbia anche comportato uno “scivolamento” economico: i saperi gastronomici, patrimonio collettivo, rischiano di privatizzarsi a vantaggio dei soli detentori del marchio, in una dinamica che alcuni autori hanno ricondotto al “gastronazionalismo” (Fino & Cecconi, 2021, citati in Mininni et al., 2025). Anche il caso di Montepulciano evidenzia il rischio di una rappresentazione identitaria semplificata e “cristallizzata” a uso turistico, che esclude altre produzioni e altri aspetti del milieu locale (Fatichenti & Fiorillo, 2015). La riflessione sull’identità territoriale, dunque, lungi dal produrre esiti univoci, deve mettere in luce il carattere processuale e plurale delle identità locali.
4. PAT, valorizzazione e promozione del territorio
Sul versante della domanda, i dati confermano la centralità della dimensione identitaria del cibo nelle scelte di consumo. Secondo l’indagine Eurobarometro speciale n. 473 (European Commission, 2018; Renna et al., 2018), la maggioranza dei cittadini europei (77%) considera il rispetto della tradizione locale e del know-how un fattore importante nell’acquisto di prodotti alimentari; la quota sale al 90% in Italia, dove anche la provenienza da un’area geografica conosciuta risulta determinante. I consumatori associano ai prodotti locali freschezza e genuinità, legame con il paesaggio, metodi di produzione ecosostenibili, tracciabilità e socialità dell’acquisto (Renna et al., 2018).
Su questa base, i PAT possono fungere da leva per la promozione dei territori e dell’agricoltura, soprattutto nelle aree interne e marginali (Paoloni, 2009; Renna et al., 2018). Diverse direttrici di valorizzazione emergono dalla letteratura:
- Turismo enogastronomico e rurale. La gastronomia diventa motore di flussi turistici quando i cibi si identificano con i luoghi che li producono; agriturismo, fattorie didattiche, strade del vino e dei sapori (disciplinate dalla L. n. 268/1999) costituiscono strumenti consolidati di valorizzazione integrata (Galvani, 2002). Il turismo enogastronomico trasforma i prodotti agroalimentari in beni immateriali e culturali, pur con il rischio di massificazione del consumo (Fatichenti & Fiorillo, 2015).
- Filiera corta, vendita diretta ed e-commerce. La filiera corta e i mercati contadini sono divenuti veicoli vitali di commercializzazione dei prodotti tradizionali (Paoloni, 2009). Già nei primi anni Duemila il commercio elettronico veniva indicato come canale potenzialmente capace di “salvare” le tradizioni alimentari delle aree marginali, a condizione di un uso corretto – e non abusivo – dei termini “tipico” e “tradizionale” e di una piena trasparenza verso il consumatore (Varese et al., 2002).
- Distretti del cibo e nuove territorialità. Il passaggio dai “distretti agroalimentari” ai “distretti del cibo” segnala il riconoscimento del valore patrimoniale enogastronomico come fattore culturale ed educativo, entro una lettura del cibo come marcatore dei processi di transizione territoriale (Mininni et al., 2025).
- Biodiversità e comunità del cibo. I PAT custodiscono spesso risorse genetiche e varietà locali; la Legge 1 dicembre 2015, n. 194 ha istituito strumenti di tutela della biodiversità agraria, fra cui l’Anagrafe nazionale e le “comunità del cibo”, che ben riflettono il valore dei PAT (Renna et al., 2018).
Restano tuttavia limiti strutturali: quantitativi di produzione ridotti, localizzazione in aree marginali, difficoltà di conformità dei processi tradizionali alle normative igienico-sanitarie, assenza di un disciplinare e debole protezione commerciale rispetto ai marchi europei (Galvani, 2002; Renna et al., 2018). La valorizzazione dei PAT, perciò, è efficace solo se inserita in un processo condiviso di rivitalizzazione delle economie locali, e non ridotta a mera operazione di marketing (Fatichenti & Fiorillo, 2015).
5. Il caso del comune di Fiamignano
Sul piano metodologico, l’analisi del caso integra fonti documentarie e ricerca diretta sul campo. Accanto alla letteratura di settore, alla normativa e alle fonti istituzionali (in particolare la documentazione ARSIAL e gli atti regionali di riconoscimento dei PAT) e alla stampa locale, ci si avvale di interviste appositamente condotte, nel maggio 2026, con i quattro giovani imprenditori titolari dell’iniziativa “Rentorteria”, dalle quali provengono le informazioni sulla cronologia dell’attività, sull’occupazione generata e sui punti vendita; tali dati, in quanto comunicazione personale, sono citati nel testo ma non recuperabili da fonte pubblica indipendente.
5.1 Inquadramento territoriale
Si tratta di un piccolo comune della provincia di Rieti situato nel Cicolano, la subregione appenninica che corrisponde all’alta e media valle del Salto e che comprende, oltre a Fiamignano, i comuni di Borgorose, Pescorocchiano e Petrella Salto (in un’accezione più ampia anche Concerviano, Marcetelli e Varco Sabino, aggregati al Cicolano storico nell’istituzione della VII Comunità Montana). Posto a mille metri di altitudine, è il capoluogo più elevato dei comuni della valle; il territorio in cui è inserito è prevalentemente montuoso e coperto da boschi di querce, castagni, faggi e pino nero, mentre lo sbarramento idroelettrico del Salto ne ha modificato la morfologia creando l’omonimo lago. Sul suo radicamento storico nel mondo abruzzese si tornerà più avanti.
Il dato demografico è la chiave di lettura del caso. Il Cicolano, che nel 1927 contava circa 70.000 abitanti, ne conta oggi poco più di 10.000; il comune indagato è sceso attorno ai 1.150 residenti. La contrazione si accompagna a invecchiamento della popolazione e progressivo indebolimento dei servizi, in un circolo che alimenta ulteriormente l’emigrazione. Si tratta, in altri termini, di un’area interna marginale nel senso pieno indicato dalla letteratura: proprio il tipo di contesto in cui i prodotti tradizionali assumono un valore non solo identitario ma potenzialmente strategico per il mantenimento di popolazione e attività (Galvani, 2002; Varese et al., 2002; Renna et al., 2018). L’inquadramento è inoltre funzionale a leggere i PAT locali come espressione del rapporto fra fattori naturali e fattori umani che, secondo la letteratura, fonda la territorialità dei prodotti (Mininni et al., 2025).
A questa marginalità geografica e demografica si somma una marginalità storiografica e identitaria che è parte costitutiva del contesto. Il Cicolano è stato per secoli terra abruzzese, legata al circondario aquilano fino al 1927, quando il Regio decreto-legge 2 gennaio 1927, n. 1, nel riordinare le circoscrizioni provinciali, lo assegnò alla nuova provincia di Rieti, nel quadro della costruzione fascista della “montagna di Roma”; una decisione verticistica e non condivisa, che suscitò un dissenso popolare rimasto a lungo sommerso e di cui restano tracce soprattutto nella poesia di memoria orale (Adriani & Di Mattia, 2024). Questo radicamento si riflette nelle pratiche agro-silvo-pastorali che fanno da sfondo ai prodotti tradizionali locali: l’altopiano di Rascino, che sovrasta il settore comunale vallivo, è documentato fin dall’età romana come pascolo estivo per greggi transumanti, principalmente da e verso la porzione medio-settentrionale del litorale laziale, e la memoria collettiva ricorda i carbonai di questo comune che rifornivano il capoluogo abruzzese (Adriani & Di Mattia, 2024). È in questo intreccio di confine fra storia, ambiente e identità che affondano le radici dei PAT locali e il capitale simbolico su cui poggia la loro valorizzazione.
5.2 La pizza rentorta: dal lavoro della Pro Loco al riconoscimento
In questo contesto, la Pro Loco ha assunto il ruolo di soggetto promotore di un processo di valorizzazione del patrimonio agroalimentare locale. Dopo aver condotto autonomamente le indagini storiche, l’associazione ha avviato con la Regione Lazio, per il tramite di ARSIAL (Agenzia regionale per lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura del Lazio), le istruttorie poi approdate nel riconoscimento dei prodotti segnalati: al momento un paniere di circa venti prodotti riferibili, secondo le segnalazioni associative, a Fiamignano e al Cicolano, distribuiti fra prodotti da forno, preparati culinari e lavorazioni della carne suina; l’estensione territoriale esatta dei prodotti censiti nel 2026 deve essere riscontrata nelle schede ARSIAL. Il percorso ha seguito la sequenza ordinaria di questi casi, che muove dalla segnalazione all’iscrizione fra i PAT, coerentemente con la natura bottom-up del meccanismo di individuazione descritto nel § 2 (Strambi, 2010; Renna et al., 2018).
Il primo esito di questo lavoro è il riconoscimento, con decreto ministeriale del 29 febbraio 2024, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale, Serie generale, n. 61 del 13 marzo 2024 (24A01305), a seguito dell’istruttoria regionale svolta tramite ARSIAL, della pizza rentorta fiamignanese come PAT del Lazio, nella categoria delle paste fresche e dei prodotti della panetteria, della biscotteria, della pasticceria e della confetteria. Nello stesso provvedimento il Lazio raggiungeva quota 472 PAT, collocandosi al secondo posto fra le regioni italiane, e dei tre nuovi prodotti reatini uno proveniva dal Cicolano (la pizza rentorta), prima evidenza del peso dell’area in questo ambito. Il riconoscimento non è tuttavia un punto d’arrivo, ma l’avvio di un processo che negli anni successivi ha trovato pieno sviluppo: nell’aggiornamento nazionale 2025, adottato con D.M. 11 marzo 2025, n. 110765, nove dei venti nuovi PAT laziali interessano Fiamignano e/o il comprensorio del Cicolano, secondo gli ambiti produttivi indicati dalle singole schede ARSIAL – fra cui la salsiccia matta, i prodotti di forno bòrza e puccàtta, cargiuni, coèlle, pizza con le noci, pizza di ricotta, la coppia di dolci rico c’ha/ricocè e i preparati gastronomici pecora alla cottóra e recolatura di lenticchie di Rascino – mentre nell’aggiornamento 2026 altri dieci dei ventotto nuovi PAT regionali sono ancora di questo comune, dalle lavorazioni della carne suina (coppa Marmosedio, poérelli, salsiccia di fegato alla fiamignanese, panontèlla) ai preparati della tradizione (cici có’ li gnocchitti, crostini di regagli, marritti, pallocche a carne fujita, sfrittu e càciu) fino alla ricotta calda con siero (ARSIAL, 2025, 2026). In pochi anni, dunque, il territorio in esame, insieme al più ampio comprensorio del Cicolano, è passato da un singolo prodotto riconosciuto a un articolato “paniere” territoriale: un esito che riflette il carattere processuale dell’iter e la diversa intensità di impegno con cui i territori vi accedono (Renna et al., 2018).
La pizza rentorta è documentata come piatto della tradizione contadina e pastorale: cibo nutriente e conservabile, adatto alla transumanza e al lavoro nei campi, nato dalla logica del non spreco e dell’ospitalità “con quello che c’era in casa”. Si presenta come una sfoglia di farina e uova farcita e avvolta “rentorta” (ritorta) su sé stessa a spirale – donde l’espressione dialettale a cócchiu de ciammòtta, “a guscio di lumaca” – e cotta tradizionalmente nel camino sotto il coppo o nel forno a legna. Nelle versioni più povere il ripieno era di pepe, olio e (talvolta) pecorino, mentre la sfoglia era solitamente di farina di biancòla, un grano tenero antico coltivato sull’altopiano di Rascino; nelle varianti più ricche compaiono salsiccia, formaggio, guanciale, verdure o tonno conservato. La ricostruzione storica si deve al lavoro della Pro Loco, confluito in un apposito volume (Adriani & Morelli, 2018); poiché – come segnalano gli stessi autori – non risultano fonti d’archivio scritte, la documentazione poggia sulla tradizione orale e sugli usi familiari del territorio. Questo aspetto è metodologicamente significativo: la “prova” della tradizionalità, in assenza di fonti scritte, si costruisce socialmente attraverso la ricerca sul campo e la sua legittimazione istituzionale, esattamente nei termini in cui la letteratura descrive la costruzione del patrimonio (Fatichenti & Fiorillo, 2015). Un contributo fondamentale per la tenuta di questa memoria collettiva va ascritto alla Sagra della pizza rentorta, che da oltre trent’anni – ben prima che ne venisse avviata la richiesta di riconoscimento – l’Associazione Don Agostino Gismondi (d’ora in poi Associazione Gismondi) promuove per mantenerne viva la preparazione nella pratica pubblica, al di fuori della sola trasmissione familiare.
5.3 Significati e ruolo storico-culturale
Letto attraverso la cornice della patrimonializzazione, il caso analizzato mostra il passaggio del prodotto da bene d’uso a “merce-simbolo” del territorio (Fatichenti & Fiorillo, 2015). La pizza rentorta condensa il rapporto fra la comunità e il suo spazio: i cicli agro-silvo-pastorali del Cicolano, la pratica della transumanza, l’uso di un grano locale come la biancòla, le tecniche di cottura domestiche. Il riconoscimento come PAT opera una “messa in valore” di questo legame, conferendo legittimazione formale – dall’alto – a un apprezzamento collettivo maturato dal basso (Strambi, 2010; Renna et al., 2018). In questo senso il prodotto diventa “spia d’identità” del territorio, secondo la logica che la letteratura ha individuato per i grandi iconemi enogastronomici, ma qui declinata in un contesto marginale e con un prodotto ancora poco noto al di fuori dell’area (Fatichenti & Fiorillo, 2015).
Va osservato che la denominazione del prodotto travalica i confini comunali: la “pizza sfogliata” o “pizza rentorta” è documentata nell’intero Cicolano. Il riconoscimento PAT è tuttavia intestato alla variante “fiamignanese”, il che illustra bene una tensione segnalata in letteratura fra la dimensione areale (sovracomunale) di una tradizione e la sua perimetrazione amministrativa a fini di valorizzazione (Mininni et al., 2025; Fatichenti & Fiorillo, 2015). Lungi dall’essere un difetto, questa tensione è parte costitutiva dei processi di patrimonializzazione, che selezionano e delimitano porzioni di un patrimonio condiviso. Non a caso, la principale manifestazione pubblica dedicata al prodotto – la Sagra della pizza rentorta organizzata dall’Associazione Gismondi – richiama tradizionalmente un pubblico che non si limita al solo territorio comunale, ma proviene dall’intero Cicolano e ben oltre: un riscontro empirico, sul piano delle pratiche sociali, di quella dimensione areale della tradizione appena discussa.
Su questo punto merita soffermarsi ulteriormente, poiché nel territorio comunale è circolata talvolta un’interpretazione riduttiva – non priva di venature campanilistiche – secondo cui la qualificazione “fiamignanese” designerebbe il solo capoluogo, escludendo le altre frazioni del Comune. La distinzione rispetto al marchio commerciale è qui dirimente: un marchio registrato conferisce al titolare diritti esclusivi sul segno nei limiti stabiliti dalla legge; l’eventuale licenza d’uso e la sua cessazione sono disciplinate dal titolo giuridico e dalle norme applicabili (artt. 20 e 23 del Codice della proprietà industriale – D.Lgs. 10 febbraio 2005, n. 30); l’iscrizione come PAT, invece, è un riconoscimento amministrativo del prodotto tradizionale e non attribuisce di per sé diritti esclusivi sulla denominazione. Ciò non esclude che possano esistere marchi distinti e validamente tutelati, i cui diritti devono essere valutati separatamente. Non si tratta di un rischio soltanto teorico: secondo la ricostruzione degli autori, un marchio commerciale legato al prodotto sarebbe stato utilizzato in passato nei materiali della Sagra e successivamente non più impiegato. La natura e le ragioni della cessazione dell’uso richiedono tuttavia una verifica documentale prima di poter essere descritte come revoca di una licenza.
Ne discende una conseguenza pratica che merita di essere esplicitata: l’iscrizione nell’elenco PAT non attribuisce, di per sé, un diritto esclusivo sulla denominazione a un singolo produttore o associazione. L’impiego della denominazione e dell’eventuale riferimento al riconoscimento deve comunque essere veritiero, riferito a prodotti coerenti con la relativa scheda e rispettoso delle norme sull’informazione alimentare, in particolare del Regolamento (UE) n. 1169/2011, sulla concorrenza e sugli eventuali marchi validamente registrati.
5.4 Valorizzazione, ritorno dei giovani e nuova occupazione
L’aspetto più rilevante del caso è la saldatura fra riconoscimento del prodotto e progetto di sviluppo locale. L’obiettivo dichiarato della Pro Loco non si esaurisce nella tutela del prodotto, ma mira a creare opportunità perché i giovani restino o tornino, facendo leva sulla valorizzazione di prodotti tradizionali, stagionali e a chilometro zero. Secondo quanto riferito dai diretti interessati nelle interviste richiamate al § 5, si osserva, parallelamente al percorso di valorizzazione, un’esperienza imprenditoriale autonoma: un gruppo di quattro giovani ha avviato un’attività imprenditoriale incentrata proprio sulla pizza rentorta. L’iniziativa – nota come “Rentorteria” e germinata dall’esperienza del “Sierra” – ha aperto un punto vendita nel centro storico di Rieti e un secondo in quello dell’Aquila, dando lavoro stabile – nelle diverse attività avviate – ad almeno dieci persone, cui se ne aggiunge una ventina nella stagione estiva (S. Calabrese, G. Cianetti, V. Di Muro, P. Picconi, comunicazione personale, maggio 2026).
La cronologia dell’iniziativa aiuta a coglierne la logica incrementale. Il primo nucleo è il “Sierra”, punto di aggregazione estivo – wine bar e fast food – avviato attorno al 2021 in via Rascino nel capoluogo, che già nell’estate 2023 ospitava eventi capaci di mettere in rete i produttori del Cicolano – con un proprio laboratorio (“Sierra Lab”) per dolci da forno di vario genere – e di intrecciare musica, enogastronomia di qualità e promozione del territorio insieme alla Pro Loco (Corriere di Rieti, 2023). Questa capacità di fare rete non nasce dal nulla: essa prosegue, con strumenti diversi, un lavoro di promozione del prodotto avviato da tempo dall’Associazione Gismondi attraverso la propria Sagra (cfr. § 5.2). Su questa base, nell’estate 2024 e in coincidenza con il riconoscimento del PAT, nasce negli ambienti della Pro Loco in piazza la “Rentorteria”, primo locale interamente dedicato allo street food del Cicolano, che propone la pizza rentorta in numerose varianti e ne cura il confezionamento (monoporzione e formato da un chilo) con l’indicazione esplicita “Pizza rentorta fiamignanese – PAT”; nello stesso punto vendita trovano spazio i prodotti Sierra, già presenti in canali di vendita urbani extra-locali (Corriere di Rieti, 2024). Il modello rende tangibile il passaggio a “merce-simbolo” osservato al § 5.3: il packaging che richiama la denominazione, l’evento che aggrega, il presidio urbano che funge da vetrina sono tutti dispositivi di legittimazione e comunicazione del patrimonio, non semplici atti commerciali.
L’esperienza della Rentorteria assume particolare rilievo anche sotto il profilo della valorizzazione territoriale, rappresentando un esempio di imprenditorialità giovanile capace di coniugare tradizione e innovazione. Attraverso la commercializzazione della pizza rentorta e la sua diffusione oltre i confini del Cicolano, l’iniziativa contribuisce ad ampliare la conoscenza di una specialità legata alla storia e all’identità di Fiamignano. Il valore di questa esperienza non risiede soltanto nelle opportunità economiche e occupazionali riferite dagli intervistati, ma anche nella capacità di conferire continuità commerciale al prodotto tradizionale, raggiungendo nuovi consumatori e rafforzandone la riconoscibilità. Si tratta di un percorso imprenditoriale autonomo, che si affianca alle attività di conservazione e riconoscimento della tradizione svolte dalle altre realtà locali, contribuendo, con strumenti e finalità propri, al più ampio processo di valorizzazione del patrimonio gastronomico del territorio.
Sul piano analitico, il caso conferma e insieme specifica la tesi della patrimonializzazione come processo collettivo e reticolare (Fatichenti & Fiorillo, 2015). La rete di attori territoriali – Pro Loco come detentrice dei materiali storici e dei contatti consolidati con gli enti di riferimento, l’Associazione Gismondi come custode storica della promozione popolare del prodotto attraverso la propria Sagra, ARSIAL come ente di impulso e validazione regionale, Comune, popolazione depositaria della memoria orale, giovani imprenditori – corrisponde alla configurazione “dal basso” in cui memoria collettiva, istituzioni e iniziativa privata convergono nella costruzione del patrimonio. Rispetto a Montepulciano, contesto di chiara fama qui preso come termine di paragone, le differenze sono istruttive: là un prodotto d’eccellenza già inserito nei circuiti internazionali, governato da attori forti come il Consorzio, con il rischio di un’identità “cristallizzata” a uso turistico; qui un paniere in formazione, ancorato a una scala produttiva minima e a un mercato di prossimità, in cui la posta in gioco non è la rendita di un’immagine consolidata ma la stessa sopravvivenza demografica ed economica della comunità. Il valore strategico dei PAT di questo territorio non sta perciò nella protezione commerciale della denominazione – debole, come si dirà – bensì nella loro capacità di fare da catalizzatore: contribuire a creare condizioni favorevoli all’iniziativa giovanile, trasformando il capitale simbolico della tradizione in capitale umano – condizione, secondo la letteratura, del legame fra individui e spazio – e in occupazione (Fatichenti & Fiorillo, 2015; Renna et al., 2018). Il caso illustra così, in modo quasi paradigmatico, la tesi richiamata al § 4: vi si ritrovano infatti diverse delle direttrici lì indicate, dalla filiera corta e dalla vendita diretta alla creazione di occupazione anche per soggetti esterni al settore agricolo, fino all’apertura di presìdi commerciali in centri urbani (Rieti, L’Aquila).
5.5 Criticità e prospettive
Il caso in esame presenta in forma acuta i limiti strutturali richiamati al § 4, aggravati da una scala aziendale minima, dalla dipendenza da un tessuto demografico in contrazione e dalla fragilità del ricambio generazionale (Galvani, 2002; Renna et al., 2018). Quanto alla debole protezione commerciale, va precisato che la qualificazione PAT – a differenza di DOP e IGP – non costituisce un diritto in capo ai produttori né tutela il nome contro usi impropri (Strambi, 2010; Renna et al., 2018). La denominazione, in sé, non garantisce dunque un vantaggio competitivo: è semmai un “biglietto da visita” la cui efficacia dipende dalle azioni di valorizzazione che vi si innestano (Renna et al., 2018).
La valorizzazione della pizza rentorta si è sviluppata attraverso contributi distinti per natura, finalità e collocazione temporale, che non possono essere ricondotti a un unico percorso né considerati tra loro intercambiabili. Un ruolo primario è riconducibile all’Associazione Gismondi, che attraverso l’organizzazione pluridecennale della Sagra della pizza rentorta ha contribuito a mantenere viva la tradizione, favorendone la conoscenza, la trasmissione tra generazioni e il radicamento nella memoria collettiva della comunità (Adriani & Morelli, 2018). Tale attività, svolta con finalità promozionali e senza scopo di lucro, precede il riconoscimento PAT e conserva un proprio valore culturale e sociale.
Su un piano differente si colloca l’attività della Pro Loco di Fiamignano, il cui lavoro di ricerca storica, raccolta documentaria e interlocuzione con ARSIAL ha promosso il riconoscimento della pizza rentorta quale PAT. Il contributo della Pro Loco si inserisce inoltre in un più ampio percorso di individuazione e valorizzazione delle produzioni agroalimentari locali, sostenuto in larga parte dall’impegno volontario.
Una terza dimensione è rappresentata dall’esperienza imprenditoriale della Rentorteria, già esaminata al § 5.4, che ha contribuito a sviluppare una produzione destinata alla commercializzazione continuativa. Attraverso i punti vendita a Rieti e all’Aquila, l’iniziativa ha ampliato la diffusione della pizza rentorta oltre il Cicolano, mostrando come una preparazione tradizionale possa trovare nuove opportunità economiche e occupazionali nel mercato contemporaneo.
Si tratta dunque di contributi complementari ma non sovrapponibili: la conservazione e la trasmissione della tradizione, il riconoscimento del suo valore storico-culturale e la sua valorizzazione imprenditoriale. Pur mantenendo autonomia e finalità differenti, le tre realtà potrebbero rafforzare ulteriormente i risultati raggiunti attraverso forme di coordinamento e promozione reciproca.
Le prospettive appaiono nondimeno concrete. La strada del PAT può fungere da primo passo verso forme di tutela più solide, dal momento che le schede descrittive dei prodotti tradizionali possono costituire la base documentale per eventuali percorsi DOP/IGP/STG (Renna et al., 2018). Sul piano della valorizzazione, l’esperienza in corso suggerisce alcune linee coerenti con la letteratura: l’integrazione con il turismo enogastronomico e rurale e con eventi e sagre del territorio (Galvani, 2002; Fatichenti & Fiorillo, 2015; Adriani & Morelli, 2018); il ricorso a canali di vendita diretta e digitali per superare la marginalità geografica, nel rispetto della trasparenza verso il consumatore (Varese et al., 2002); l’aggancio agli strumenti di tutela della biodiversità agraria e alle “comunità del cibo” previste dalla Legge n. 194/2015, particolarmente pertinenti laddove entrino in gioco grani antichi locali (Renna et al., 2018; ARSIAL, 2023) come la biancòla di Rascino (Adriani, 2014). In questa direzione opera già la Regione Lazio attraverso ARSIAL, che, in attuazione della L.R. 1 marzo 2000, n. 15, gestisce gli strumenti regionali di conservazione delle risorse genetiche autoctone, fra cui il Registro Volontario Regionale e la Rete di Conservazione e Sicurezza, in raccordo con la disciplina nazionale della biodiversità agraria. La lenticchia di Rascino rientra in tale ambito di tutela; (Polidori et al., 2008; Elia & Santamaria, 2013; ARSIAL, 2023). Il rapido ampliamento del paniere descritto al § 5.2, destinato a proseguire (§ 5.6), va in questa direzione: accresce la massa critica e la riconoscibilità dell’offerta locale, ponendo però anche la sfida di una governance capace di sostenere nel tempo un numero crescente di prodotti con una base produttiva ancora fragile.
5.6 Un paniere ancora in crescita
Nel 2026, anno di redazione di questo contributo, secondo la documentazione interna della Pro Loco, sarebbero stati segnalati ad ARSIAL altri undici prodotti agroalimentari candidati all’iscrizione nell’elenco dei PAT; il numero e l’avvenuta trasmissione delle istanze non risultano qui verificabili mediante un atto pubblico. Secondo la documentazione raccolta dalla Pro Loco, i prodotti segnalati presentano elementi a sostegno della tradizionalità; l’esito delle istruttorie resta tuttavia subordinato alle verifiche degli enti competenti. Qualora le candidature fossero accolte e fosse confermata l’attribuzione territoriale dei prodotti già censiti, il paniere potrebbe superare quota trenta PAT riferibili, in tutto o in parte, a Fiamignano e al Cicolano: un risultato significativo per un comune di dimensioni demografiche contenute, pur in assenza di una graduatoria nazionale comparabile per comune.
Questo risultato solleva anche una riflessione sul rapporto fra iniziativa associativa e sostegno istituzionale. Il tema si inscrive, del resto, in una cornice più ampia: l’iscrizione, il 10 dicembre 2025, «[del]La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale» nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO ha portato alla ribalta un patrimonio gastronomico che non si esaurisce nei piatti più noti e blasonati, ma poggia anche su uno zoccolo di produzioni come i PAT, dei quali si parla poco e sui quali lo Stato investe ancora meno (MASAF, 2025) – salvo quando si tratta di entrare nei grandi circuiti promozionali del Made in Italy, quali il G7 Agricoltura, le principali fiere agroalimentari internazionali o le vetrine sportive di risonanza globale con il Giro d’Italia e la Ryder Cup (MASAF, 2025), dai quali le realtà più piccole restano per lo più escluse.
La comunicazione istituzionale attribuisce ai PAT un importante valore identitario, ma la ricerca bibliografica (fondamentale, impegnativa e quasi sempre infruttuosa), le interviste agli anziani, la predisposizione dei materiali a corredo delle schede – un lavoro essenziale per sostenere le istruttorie di riconoscimento – restano, nel caso di Fiamignano, appannaggio quasi esclusivo del volontariato di un’associazione di Terzo settore, priva di risorse stabili e di un sostegno pubblico commisurato ai risultati ottenuti. Se il Cicolano riuscirà davvero a “fare sistema” attorno al proprio patrimonio gastronomico, lo dovrà anzitutto a chi ha continuato a lavorarvi attraverso un impegno continuativo, auspicabilmente accompagnato in futuro da strumenti più stabili di sostegno pubblico.
Il riconoscimento, tuttavia, non esaurisce il processo di patrimonializzazione. Nel tempo la Pro Loco ha raccolto e ordinato il materiale documentario poi fornito ad ARSIAL a corredo delle segnalazioni; l’Agenzia lo ha rielaborato nelle proprie schede descrittive, pubblicate e liberamente consultabili in rete. Sul piano formale, dunque, il patrimonio così individuato è accessibile a chiunque; sul piano sostanziale, però, la disponibilità dell’informazione non si traduce da sé in conoscenza. Pochissimi giovani del posto, e non molti fra gli adulti di oggi, sanno dell’esistenza dei prodotti riconosciuti, e chi li ignora non ha ragione di andarne a cercare le schede. Ne deriva un paradosso non secondario: prodotti la cui iscrizione presuppone una trasmissione consolidata nel tempo rischiano di essere meglio documentati negli archivi istituzionali che presenti nella consapevolezza della comunità che li ha espressi.
Per colmare questa distanza la Pro Loco sta lavorando a un volume che raccolga non soltanto la documentazione fornita ad ARSIAL, ma anche quella acquisita successivamente, estendendo all’intero paniere – e, più in generale, al patrimonio agroalimentare locale – l’impostazione già adottata per la pizza rentorta (Adriani & Morelli, 2018). Il volume sarà distribuito anzitutto sul territorio, pur restando disponibile anche al di fuori di esso, con l’obiettivo di raggiungere direttamente chi non conosce il lavoro svolto, rovesciando la logica della consultazione: non più un’informazione che attende di essere cercata, ma una che va incontro ai propri destinatari. La scelta si colloca consapevolmente in un processo di patrimonializzazione inteso in senso concreto e operativo: se il riconoscimento istituzionale legittima ciò che la comunità ha custodito, la restituzione ne chiude il circuito, riportando quei saperi presso i loro depositari e, soprattutto, presso le generazioni chiamate a ereditarli. È in questo ritorno, più che nella sola iscrizione in un elenco, che il patrimonio può alimentare quel sentimento di appartenenza al territorio che la letteratura considera suo tratto costitutivo (Fatichenti & Fiorillo, 2015).
6. Conclusioni
I PAT si collocano all’incrocio fra tutela del patrimonio culturale e strategie di sviluppo territoriale. Da un lato, il loro stato giuridico – fondato sul requisito della tradizionalità venticinquennale e distinto dai regimi europei DOP, IGP e STG – e il riconoscimento normativo come “espressione del patrimonio culturale italiano” ne fanno depositari di memoria, identità e saperi locali (Altili, 2010; Strambi, 2010; Renna et al., 2018). Dall’altro, i PAT costituiscono una leva potenziale per la promozione delle aree interne, purché inseriti in processi di valorizzazione condivisi e non ridotti a operazioni di marketing identitario (Fatichenti & Fiorillo, 2015; Mininni et al., 2025).
Il caso in esame offre l’occasione per verificare empiricamente, in un’area interna appenninica del Lazio, le tensioni e le potenzialità messe in luce dalla letteratura. Il riconoscimento della pizza rentorta mostra che il valore di un PAT non risiede nella qualificazione in sé – debole sul piano della protezione commerciale – ma nel processo collettivo che lo accompagna: la ricerca storica condotta nella comunità, la regia della Pro Loco, la legittimazione istituzionale di ARSIAL, l’azione promozionale infaticabile – non sempre adeguatamente riconosciuta – di associazioni del Terzo settore (emblematico è il caso della già citata e ormai consolidata Sagra della pizza rentorta, promossa dall’Associazione Gismondi, capace di riunire i cinque paesi che formano i cosiddetti Stati Uniti del Cicolano) e l’iniziativa autonoma della Rentorteria, che ha sviluppato opportunità commerciali e occupazionali. Il rapporto causale tra riconoscimento PAT e scelte di rientro dei giovani richiederebbe ulteriori elementi di verifica. È in questa saldatura fra patrimonio e progetto di sviluppo che il caso qui esaminato conferma la condizione appena richiamata: la patrimonializzazione è efficace solo quando è parte di un percorso condiviso di rivitalizzazione territoriale (Fatichenti & Fiorillo, 2015; Renna et al., 2018). In questo percorso rientra a pieno titolo anche la restituzione alla comunità di quanto documentato: obiettivo ultimo della patrimonializzazione è che le conoscenze acquisite non restino patrimonio di pochi, ma diventino patrimonio conosciuto – e dunque effettivamente condiviso – di tutti.
Le prospettive di collaborazione qui delineate a proposito della pizza rentorta non dovrebbero peraltro esaurirsi in questo singolo prodotto: l’esperienza sin qui maturata suggerisce che sinergie analoghe fra ricerca, produzione e promozione potrebbero essere estese agli altri PAT del territorio, non ancora adeguatamente valorizzati, moltiplicando così opportunità concrete e non soltanto teoriche. Permangono le fragilità tipiche delle aree marginali – scala ridotta, spopolamento, difficoltà di coordinamento e dipendenza da un numero limitato di soggetti – che rendono l’esito non scontato e bisognoso di consolidamento. Resta sullo sfondo l’esigenza, segnalata a livello sia nazionale sia europeo, di un aggiornamento della disciplina dei PAT capace di superare l’ambiguità fra prodotto locale, varietà locale e prodotto tradizionale, e di dotare questi prodotti di strumenti di promozione semplici, verificabili e credibili per produttori e consumatori (Strambi, 2010; Renna et al., 2018).
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Riferimenti bibliografici
Adriani, S. (2014). La Biancòla: Sulle tracce di un grano autoctono. La Tipografica Artigiana.
Adriani, S., & Di Mattia, A. (2024). «Tutto il popolo è scontento per le origini e l’accento». L’avversione popolare al distacco del Cicolano dall’Abruzzo nella poesia di memoria orale. Palaver, n.s., 13(1): 199–228. https://doi.org/10.1285/i22804250v13i1p199
Adriani, S., & Morelli, E. (2018). A Cócchiu de Ciammòtta. Documenti e ipotesi sulla storia e la tradizione di un’eccellenza gastronomica del comune di Fiamignano. La Tipografica Artigiana.
Altili, P. (2010). I prodotti agroalimentari tradizionali come beni culturali. Economia della Cultura, 20(1), 35–46. https://doi.org/10.1446/32183
ARSIAL – Regione Lazio. (2023). Varietà locali di specie erbacee del Lazio. Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario (L.R. 1 marzo 2000, n. 15) (rist. marzo 2024). Agenzia Regionale per lo Sviluppo e l’Innovazione dell’Agricoltura del Lazio. https://www.arsial.it
ARSIAL – Regione Lazio. (2025, 14 aprile). Venti nuove specialità nel paniere PAT Lazio, c’è anche la pinsa [comunicato]. https://www.arsial.it/2025/04/14/venti-nuove-specialita-nel-paniere-pat-lazio-ce-anche-la-pinsa/
ARSIAL – Regione Lazio. (2026, 12 febbraio). Prodotti tradizionali: nuovi PAT [comunicato]. https://www.arsial.it/2026/02/12/prodotti-tradizionali-nuovi-pat/
Corriere di Rieti. (2023, 28 luglio). “Sierra chiama Collerosso”, da oggi musica ed enogastronomia di qualità. https://www.corrieredirieti.it
Corriere di Rieti. (2024, 23 luglio). Nasce la ‘rentorteria’: il primo locale dedicato allo street food del Cicolano. https://www.corrieredirieti.it
Elia, A., & Santamaria, P. (2013). Biodiversity in vegetable crops, a heritage to save: the case of Puglia region. Italian Journal of Agronomy, 8(1): 21–34. https://doi.org/10.4081/ija.2013.e4
European Commission. (2018). Special Eurobarometer 473: Europeans, agriculture and the CAP. Publications Office of the European Union. https://doi.org/10.2762/68892
Fatichenti, F., & Fiorillo, A. (2015). Il patrimonio agroalimentare fra tradizione e istituzionalizzazione. Il caso di Montepulciano. Rivista Geografica Italiana, 122: 217–234.
Galvani, A. (2002). I prodotti tipici agroalimentari italiani nel quadro della valorizzazione ambientale. Observatorio Medioambiental, 5: 127–148.
MASAF – Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste. (2025, 10 dicembre). Lollobrigida: la Cucina Italiana è Patrimonio UNESCO [comunicato stampa]. https://www.masaf.gov.it/cucina-italiana-patrimonio-unesco
Masini, S. (2011). Sulla qualità (alimentare) come regola conformativa della destinazione d’uso del suolo. Aestimum, 59: 105–122. https://doi.org/10.13128/Aestimum-10463
Mininni, M., Boniburini, I., & Costanza, G. (2025). Cibo d’eccellenza ed ecologie territoriali. I marchi territoriali tra difesa della tradizione e nuove patrimonializzazioni. In M. Mininni & A. Terracciano (a cura di), GAIA, territori della biodiversità. Atti della XXVI Conferenza Nazionale SIU “Nuove ecologie territoriali. Coabitare mondi che cambiano”, Napoli, 12-14 giugno 2024 (Vol. 5: 78–98). Planum Publisher e Società Italiana degli Urbanisti. https://iris.unibas.it/retrieve/e84b1245-f998-436c-ab3f-ae44673e35be/full%20paper%201.pdf
Paoloni, L. (2009). Prodotti tradizionali e filiere produttive. Rivista di Diritto Alimentare, 3(1): 1–5. https://www.rivistadirittoalimentare.it/rivista/2009-01/PAOLONI.pdf
Polidori, R., Marangon, F., & Romano, S. (2008). Sistemi locali e produzioni agro-alimentari di qualità: risorse, vincoli, strategie. Italian Journal of Agronomy, 3: 45–55.
Renna, M., Signore, A., & Santamaria, P. (2018). I prodotti agroalimentari tradizionali (PAT), espressione del territorio e del patrimonio culturale italiano. Italus Hortus, 25(2): 1–13. https://doi.org/10.26353/j.itahort/2018.1.113
Sabbatini, M. (2005). Tradizione e regole alimentari. Agricoltura, Istituzioni, Mercati (3): 443–458. https://doi.org/10.1400/58845
Strambi, G. (2010). I prodotti tradizionali e la politica di qualità dell’Unione europea. Rivista di Diritto Alimentare, 4(1): 1–18. https://www.rivistadirittoalimentare.it/rivista/2010-01/STRAMBI.pdf
Varese, E., Peira, G., & Percivale, F. (2002). I prodotti agroalimentari tipici e tradizionali ed il commercio elettronico. In Strumenti e strategie per la valorizzazione di prodotti agroalimentari tipici e tradizionali. Atti del Convegno (Torino, 30 maggio 2002): 49–58. Dipartimento di Scienze Merceologiche, Università degli Studi di Torino.
Fonti normative
Regolamento (CE) n. 852/2004 del Parlamento europeo e del Consiglio, sull’igiene dei prodotti alimentari.
Regolamento (UE) n. 1169/2011 del Parlamento europeo e del Consiglio, relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori.
Regolamento (CE) n. 2074/2005 della Commissione, in particolare art. 7 sulle deroghe per i prodotti alimentari con caratteristiche tradizionali, nei limiti delle disposizioni vigenti.
Regolamento (CE) n. 509/2006 del Consiglio, relativo alle specialità tradizionali garantite (abrogato).
Regolamento (CE) n. 510/2006 del Consiglio, relativo alle DOP e IGP (abrogato).
Regolamento (UE) 2024/1143 del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 aprile 2024, relativo alle indicazioni geografiche per vini, bevande spiritose e prodotti agricoli, nonché alle specialità tradizionali garantite e alle indicazioni facoltative di qualità per i prodotti agricoli.
Regolamento (UE) n. 1151/2012 del Parlamento europeo e del Consiglio, sui regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari (abrogato dal Regolamento (UE) 2024/1143).
Decreto Legislativo 30 aprile 1998, n. 173. Disposizioni in materia di contenimento dei costi di produzione e per il rafforzamento strutturale delle imprese agricole.
Regio decreto-legge 2 gennaio 1927, n. 1. Riordinamento delle circoscrizioni provinciali (convertito, con modificazioni, dalla Legge 29 dicembre 1927, n. 2584).
Decreto Ministeriale 8 settembre 1999, n. 350. Regolamento recante norme per l’individuazione dei prodotti tradizionali di cui all’articolo 8, comma 1, del Decreto Legislativo 30 aprile 1998, n. 173.
Decreto Ministeriale 18 luglio 2000. Elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali.
Decreto Legislativo 10 febbraio 2005, n. 30. Codice della proprietà industriale, a norma dell’articolo 15 della legge 12 dicembre 2002, n. 273 (in particolare artt. 20 e 23, sui diritti conferiti dalla registrazione del marchio e sul relativo trasferimento e licenza).
Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42. Codice dei beni culturali e del paesaggio.
Decreto Ministeriale 9 aprile 2008. Individuazione dei prodotti agroalimentari italiani come espressione del patrimonio culturale italiano (G.U., Serie generale, n. 93 del 19 aprile 2008).
Legge 27 settembre 2007, n. 167. Ratifica ed esecuzione della Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale, adottata a Parigi il 17 ottobre 2003.
Legge 1 dicembre 2015, n. 194. Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare.
Legge 27 luglio 1999, n. 268. Disciplina delle «strade del vino».
Legge regionale Lazio 1 marzo 2000, n. 15. Tutela delle risorse genetiche autoctone di interesse agrario.
Decreto Ministeriale 16 febbraio 2018. Aggiornamento dell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali (diciottesima revisione).
Decreto MASAF 6 febbraio 2026, n. 59360. Aggiornamento dell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali; avviso di pubblicazione in G.U., Serie generale, n. 40 del 18 febbraio 2026 (comunicato 26A00719).
Decreto MASAF 11 marzo 2025, n. 110765. Aggiornamento dell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali; avviso di pubblicazione in G.U., Serie generale, n. 72 del 27 marzo 2025 (comunicato 25A01855).
Fonti istituzionali e documentarie sul caso di Fiamignano
ARSIAL – Regione Lazio. Schede PAT del Lazio (aggiornamento 2026) e sezione enogastronomia. https://www.arsial.it/wp-content/uploads/2025/03/Schede-PAT-Lazio_agg_2024_file-unico.pdf (scheda «Pizza rentorta fiamignanese»); https://www.arsial.it/wp-content/u101 aggiornamento WordPress, 3 aggiornamenti plugin, 6 aggiornamenti temaploads/2025/06/Allegato_N_1-PAT-Lazio-2025.pdf (schede PAT 2025); https://www.arsial.it (archivio schede 2026)
Ministero dell’agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste. Decreto 29 febbraio 2024, «Aggiornamento dell’Elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali ai sensi dell’articolo 12, comma 1, della Legge 12 dicembre 2016, n. 238», Gazzetta Ufficiale, Serie generale, n. 61 del 13 marzo 2024, codice 24A01305. https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2024/03/13/24A01305/sg
Pro Loco di Fiamignano. Materiali sull’attività di valorizzazione (De.Co. e segnalazione PAT). https://www.prolocofiamignano.it
_____________________________________________________________
Settimio Adriani, laureato in Scienze Naturali e Scienze Forestali, si è specializzato in Ecologia e ha completato la formazione con un Dottorato di ricerca sulla Gestione delle risorse faunistiche, disciplina che ha insegnato a contratto presso le Università degli Studi della Tuscia di Viterbo (facoltà di Scienze della Montagna, sede di Rieti), di Roma “La Sapienza” (facoltà di Architettura Valle Giulia) e dell’Aquila (Dipartimento MESVA). Per passione studia la cultura del Cicolano, sulla quale ha pubblicato numerosi saggi.
Marina Cianetti, laureanda in Giurisprudenza, coltiva un particolare interesse per la storia e le tradizioni del Cicolano. Ha già collaborato con Settimio Adriani alla stesura di articoli dedicati al lupo, pubblicati sulla rivista Aequa, approfondendone gli aspetti naturalistici e il rapporto con il territorio. Attualmente consigliera della Pro Loco di Fiamignano, partecipa a iniziative volte alla valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale locale.
_____________________________________________________________












