di Gianluca Palma
L’Italia è, nella sua essenza più profonda, un Paese fatto essenzialmente di paesi. Una geografia minuta e ostinata, una spina dorsale di piazze, pietre e vicoli che custodisce l’anima più autentica, eppure più trascurata, del nostro territorio. Guardare a questa rete infinita di luoghi significa capovolgere la prospettiva con cui abitualmente leggiamo la modernità e, in particolare, il nostro Mezzogiorno. Le aree “interne” e i cosiddetti “margini” non sono affatto spazi vuoti in attesa di essere riempiti o residui anacronistici del passato: sono il cuore pulsante di una r-esistenza umana e civile.
Ecco perché il Sud non è una periferia da redimere, né un ritardo da colmare rincorrendo modelli che non ci appartengono. Come ci ha insegnato il sociologo Franco Cassano con il suo Pensiero Meridiano, il Sud ha una sua misura, una vocazione antica alla lentezza, alla relazione e al radicamento che il mondo iper-veloce sembra aver dimenticato. E prima ancora, l’eco civile di Rocco Scotellaro ci aveva già ricordato che l’alba di un giorno nuovo spetta sempre a chi abita i margini e decide di riprendere in mano il proprio destino.
Tutto il nostro cammino del progetto civico culturale della Scatola di Latta è nato proprio da qui, da un’urgenza che univa la teoria alla carne viva della realtà. Dopo la laurea in Scienze dello sviluppo e i lunghi studi legati alle ferite e alle complessità del Mezzogiorno d’Italia, sentivo che l’accademia e le fredde analisi statistiche, da sole, non bastavano più. I numeri non sanno raccontare il respiro, la fatica e la poesia di queste terre. Nutrivo un bisogno viscerale, un desiderio insopprimibile di scendere in strada, di stare a contatto reale con le persone e i luoghi, di toccarli con mano e ascoltarne le contraddizioni fuori dalle aule universitarie.
Mi guardavo intorno e avevo la sensazione che stessimo diventando tutti consumatori seriali di esperienze, perennemente in transito, trasformandoci in distratti turisti della nostra stessa vita. È per ribellarmi a questo senso di vertigine e di smarrimento che, nel lontano 2010, nel piccolo paese di Botrugno in Salento, ho ideato e pensato a questo progetto civico, culturale e poetico. Eppure, fin dal primo istante, ho avuto una certezza incrollabile: non poteva essere un cammino solitario. Doveva fondarsi sul coinvolgimento profondo di tante persone. Non volevo costruire un piedistallo da cui parlare, ma una piazza in cui ascoltare. Così, quell’iniziale intuizione personale si è trasformata immediatamente in un grande, immenso noi.
Così è nata La Scatola di Latta. L’idea alla base era tanto semplice quanto, a suo modo, sovversiva: raccogliere e custodire storie, rammendare le relazioni tra gli esseri umani e i luoghi, e farlo attraverso la pratica del cammino corale. Insieme a tanti compagni di strada, abbiamo iniziato a proporre quelle che chiamavamo “passeggiate lunatiche”, camminate senza un vero e proprio obiettivo turistico, per il puro gusto di perderci. Era una pratica intenzionale di spaesamento. Volevamo “scrostarci” dagli occhi la patina dell’abitudine, quella cecità quotidiana che ti fa credere che nella tua città o nel tuo paese “non ci sia niente”, per tornare a meravigliarci insieme.
Abbiamo camminato di giorno, di notte, persino nei cimiteri – luoghi di memoria e identità collettiva – o a spasso con i sindaci e gli anziani dei piccoli paesi. Il nostro intento era far dialogare la conoscenza “codificata” dei libri con la conoscenza “tacita”: i saperi artigiani, le mani segnate dalla fatica, le inflessioni dei dialetti. All’interno di questo progetto collettivo, amiamo definirci “sarti di comunità” o “artigiani dell’immaginario”. E nel farlo, il nostro pensiero e il nostro richiamo vanno alle tantissime persone che, da nord a sud dell’Italia fino a ogni angolo del mondo, si impegnano ogni giorno in questa stessa missione silenziosa. Pensiamo a quella moltitudine di donne e uomini che, lontani dai riflettori, con pazienza e dedizione cuciono insieme i fili di un tessuto sociale che la velocità della modernità continua a sfilacciare, dando forma a visioni e speranze lì dove altri vedono solo vuoto o rassegnazione.
Camminando in lungo e in largo per il Sud, raccogliendo queste esperienze nel nostro Spaesario Salentino, ci siamo però resi conto di una cosa fondamentale: esplorare e camminare non bastavano più. Il prezioso concetto di “restanza”, coniato dall’antropologo Vito Teti, aveva bisogno di una naturale fioritura: l’azione radicata. Avevamo bisogno di passare dalla transizione alla stanzialità consapevole.
Così, da quella scatola di latta piena di sogni, appunti e relazioni umane, è germogliata Daìmon – A scuola per abitare. Abbiamo scelto la parola “Daìmon” richiamando il demone socratico prima degli antichi Greci e poi ripreso dalla psicologa e psicoterapeuta James Hillman, quella vocazione interiore che ci spinge a trovare il nostro posto nel mondo, applicandola però al senso civico. Daìmon è diventata una scuola atipica: diffusa, nomade, senza muri e senza cattedre, dove il paese stesso si fa maestro e la comunità diventa classe. Abbiamo voluto ribadire che abitare non è semplicemente stare in un luogo, è accorgersi che il luogo sta dentro di noi. In un’epoca in cui i paesi vengono spesso trasformati in vuote scenografie, abbiamo costruito una scuola per chi desidera trasformarsi da cittadino distratto in un “abitante temporaneo” e responsabile della propria terra.
Tutto questo lungo percorso, nutrito dall’energia, dalla poesia e dal sudore di centinaia di persone, ha trovato oggi la sua sintesi naturale e la sua massima espressione in Fare Sud: Atlante civico del meridione possibile.
Questo atlante non è nato a tavolino, ma dal nostro ascolto lento e necessario. Attraverso una chiamata civica, oltre trecento associazioni, agricoltori, artisti, artigiani e cittadini hanno risposto all’appello. Ne abbiamo selezionate più di duecento. Non cercavamo la perfezione, ma l’ostinazione. Volevamo mappare l’invisibile. In un’epoca in cui l’80% del turismo globale si concentra in modo bulimico su appena il 20% delle destinazioni, riducendo i territori a sfondi per i propri selfie, noi abbiamo voluto illuminare e dare voce a quel restante 80% del mondo che resiste, crea e genera bellezza nell’ombra.
Tra queste pagine non troverete strade o monumenti, ma la cartografia di un’utopia concreta di (p)artigiani della cultura. Scoprirete chi recupera antichi mulini ad acqua a Lamezia Terme, chi tutela la memoria fotografica a Lacedonia, chi rigenera quartieri a Catania o combatte l’isolamento nell’entroterra sardo. Fare Sud è una vera e propria “dis-guida”, un’opera corale cucita magistralmente dagli interventi poetici di sette straordinari artigiani delle parole: Claudia Fabris per la Basilicata, Angela Marinaro per la Calabria, Andrea Cassese per la Campania, Stefano De Maria per il Molise, Silvana Kühtz per la Puglia, Azzurra Lochi per la Sardegna e Nicola Grato per la Sicilia. Il tutto è stato poi impreziosito dallo sguardo fotografico di Rocco Casaluci e dalle riflessioni istituzionali del prof. Salvatore Rizzello e dell’eurodeputata Georgia Tramacere. Ogni scheda contiene i contatti diretti di queste realtà, di questi agricultori, sarti di comunità, artigiani dell’immaginario, agitatori culturali. Perché l’atlante è uno strumento di “sartoria sociale”: serve a cercarsi, scriversi, fare rete. Serve a restituire al Sud il diritto alla propria narrazione.
Vi invitiamo a leggere Fare Sud (edito da una piccola casa editrice di un piccolo paese: Scriverepoesia). Ma non limitatevi a sfogliarlo sul divano. Prendetelo, mettetelo nello zaino, e usatelo per “dis-orientarvi”. Vi invitiamo a spegnere i telefoni, a scendere in strada e a unirvi a noi. Perché abbiamo pensato questo progetto affinché nessuno si senta solo: i territori non si salvano da soli, si salvano insieme a una comunità corale che impara nuovamente ad abitare il mondo. Se credete anche voi che abitare sia un atto poetico e rivoluzionario, allora questo libro è il nostro punto di partenza.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
_____________________________________________________________
Gianluca Palma, custode della Scatola di latta e promotore di Daìmon A scuola per abitare, laureato in Scienze dello sviluppo e Master in Management e Governance del Territorio. Gestalt counselor in cammino. Appassionato alle tematiche dello sviluppo, in particolar modo del Mezzogiorno d’Italia. Da quindici anni si occupa di formazione e politiche attive per il lavoro. Si diletta a scrivere poesie, articoli e saggi di natura sociale, culturale ed economica. Dal 2010 collabora con diversi giornali e webzine. È blog editor ed autore per i blog di riflessione economia e sociale “Sviluppo felice”. Ideatore del progetto “Le tesi del Salento” rivolto ai laureati salentini nel mondo. Ha conseguito diversi premi e riconoscimenti in concorsi internazionali e nazionali di poesia e di saggistica economica. Le sue opere sono state pubblicate in riviste, antologie e libri. Ha ideato dei concorsi di poesia e organizzato delle presentazioni letterarie.
_____________________________________________________________






