di Massimo Canevacci
La questione giovanile in Europa sta crescendo, un flusso che si diffonde in diversi Paesi ma essenzialmente nelle città. La crisi che causano questi movimenti a me è apparsa subito evidente: si basa su una radicale spontaneità. E la spontaneità è incompresa, spesso odiata, a volte si cerca di istituzionalizzarla, ma in questo caso si assiste a scelte decentralizzate che non hanno una linea politica tradizionale (es. i centri sociali sono inesistenti).
In passato era l’esproprio proletario o la teoria dell’operaio sociale, secondo cui tutti erano produttori di valore (Negri), la Pantera che occupava università e strade, i CSOA che gestivano spazi occupati e si proiettavano nelle strade: ma sempre era possibile risalire a una visione politica, per quanto distorta o diversa, a leader riconosciuti, a giornali, riviste, volantini o radio libere che comunicavano le scelte.
La politica al governo o all’opposizione comprendeva benissimo questo linguaggio e si schierava secondo convenienze elettorali. Viceversa ora assistiamo a dei movimenti nelle specifiche realtà di ogni paese o metropoli, spesso diverse, ma unite in questa scelta di non rientrare nei codici della politica così come si conoscono.
Da qui la paura, anzi, il terrore delle forze al governo che iniziano a usare forme di chiara matrice golpista non per arginare la violenza, bensì per acchiappare i voti delle persone che, come ho cercato di dimostrare nel precedente saggio qui pubblicato, sono sottomesse, accerchiate, dominate da una personalità digital-autoritaria.
Accanto a queste prime riflessioni, si deve sottolineare che il mondo adulto ha prodotto, diffuso e gestito i social network: sono i vari Zuck che si sono espansi in ogni Paese, alleandosi alle forme più retrive al governo o all’opposizione per diffondere il potere irresistibile della comunicazione digitale. Quella che è apparenza socialmente accettata, è che i social appaiono caratterizzati da una orizzontalità in cui ciascuno può manifestare il proprio credo o visione; ma di fatto questa apparente dimensione orizzontale è totalmente verticalizzata.
I giovani e giovanissimi sono le vittime di questo sistema. Mentre i vertici del potere digital-economico e comunicazionale, collocati in quella che era la libera California, hanno centralizzato il potere e favorito più o meno per scelta la carica degli odiatori. Questi giovani sono vittime di questo processo e, nello stesso tempo, tentano di usare nei loro fini i mezzi del digitale. Una sfida generale e complessa che andrebbe capita nel concreto e non nelle comodità elettoralistiche.
Infine le metropoli non sono più solo materiali, caratterizzate da un modello di lavoro, di famiglia, di genere, di territorio: bensì sono un miscuglio sincretico e ubiquo di materiale e immateriale, di analogico e digitale.
La vetrina ha una storia politica e simbolica. La vetrina mostra e nasconde, è pubblica nella visione e privata nell’acquisto; la merce esposta ha un potere di un feticismo acceso, incontenibile, almeno da quando un anonimo proprietario di un negozio ha messo il prezzo accanto alla merce, come ci racconta Walter Benjamin. Per questo le vetrine sono una manifestazione di un lusso del consumo da cui si escludono i giovani (e non solo). Sono splendore luminoso e violenza latente. La rottura delle vetrine appare a una certa opinione pubblica sedentaria come il massimo intollerabile della violenza.
Non sono i femminicidi o le morti sul lavoro o sul traffico, tanto meno il genocidio nella Palestina o il golpismo dei vari Bolsonaro’s a irritare il pubblico digital-autoritario. Sono le vetrine infrante, la spontaneità disorganizzata, l’assenza di linee politiche “classiche” a spiazzare le istituzioni che, senza voler capire cosa non funziona nelle scuole rivolte al passato e senza il presente, vogliono inviare militari con funzioni di polizia (anti-costituzionali) o fondare nuove carceri minorili (anti-cerebrale). E così tranquillizzare gli impotenti sedentari.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
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Massimo Canevacci, docente di Antropologia Culturale presso l’Università di Roma “La Sapienza”, come Visiting Professor è stato invitato in diverse università europee, a Tokyo (Giappone), Nanjing (China). Dal 2010 al 2017, è stato Professor Visitante in Brasile: lorianôpolis (UFSC), Rio de Janeiro (UERJ), São Paulo (ECA/USP – Instituto de Estudos Avançados IEA/USP). Tra i suoi libri: La Linea di Polvere. Meltemi, Milano, 2017; Meta-feticismo, Roma, Manifesto Libri, 2022; Stupore Indigeno, Napoli, Mar dei Sargassi, 2023; Cittadinanza Transitiva, Milano, Meltemi, 2024.
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