Nell’imminenza della pubblicazione in italiano di uno dei libri più recenti di Leonardo Boff, Breve trattato sulla pace possibile (Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2026), mi è capitato di dare una mano per la correzione delle bozze. L’attenzione è stata attratta da alcune pagine che mi risultavano un po’ stridenti con il resto del volume e le ho segnalate sia all’editore che alla curatrice, Claudia Fanti.
Le mie osservazioni
Con l’assenso dell’editore e della curatrice ho deciso di inviare all’autore brasiliano questo testo:
«Pensatore autentico, di valore, non è il professore che va in biblioteca a scegliere un testo, un autore, un tema poco frequentati e decide di scrivere una monografia specialistica destinata a colleghi specializzatisi su quel libro, su quell’autore o su quel tema. Per carità, nulla di male nel tentativo di dire quasi-tutto sul quasi-niente! Anzi, le micro-indagini storiografiche, esegetiche, possono costituire un prezioso terreno di decollo per chi le realizza e per chi ne può far tesoro in seguito. Ma è proprio il volo in alto, da cui si amplia la prospettiva e i dettagli sono inquadrati nel contesto globale, che trasforma il filologo in filosofo.
Questo livello non è comunque il sommo. Sono arrivato alla convinzione, infatti, che l’intellettuale necessario è sì capace di elevarsi al punto da vedere ogni albero nella foresta, e ogni foresta incastonata nel globo terracqueo, ma a partire non tanto da ciò che sceglie a tavolino, bensì da ciò che il fluire della vita impone come questione all’ordine del giorno.
Leonardo Boff è uno di questi pensatori coraggiosi che si lasciano sfidare dalla storia personale e collettiva; che – rinunziando alla protezione dei recinti disciplinari settoriali – provano a riflettere e ad esporsi su interrogativi spinosi su cui l’umanità ha più urgenza di analisi, chiarimenti, interpretazioni, proposte. Dalla critica delle teologie dogmatiche all’ascolto delle masse oppresse e sfruttate; dagli squilibri ecologici al dialogo fra le grandi tradizioni sapienziali del pianeta; dalle scoperte vertiginose delle scienze naturali alle tecnologie più inquietanti: forse sarebbe più facile trovare ambiti dove Boff non ha osato dire la sua piuttosto che tentare un elenco completo degli argomenti generosamente affrontati.
Una postura intellettuale e morale di questo genere non poteva, ovviamente, sottrarsi ad offrire criteri di giudizio sulla questione della pace e della guerra: una questione che la mia generazione si era illusa, nei primi decenni di vita, di poter considerare archiviata dopo due tremende Guerre mondiali e che la stoltezza di troppi ha tragicamente riproposto prepotentemente all’agenda mondiale negli ultimi 80 anni (a dispetto dell’affermazione che avremmo avuto, invece, otto decenni di pace in Europa).
Anche di questo ennesimo servizio – di cui il libro che sfogliamo è documento prezioso e illuminante – non possiamo non essere grati a Leonardo Boff. Se molti altri e molte altre mostrassero il medesimo coraggio e la medesima cura per l’umanità in pericolo, forse ci sarebbe qualche possibilità in più di non precipitare in un baratro sempre più prossimo.
Ogni pregio – lo sappiamo – ha i suoi risvolti meno apprezzabili e, come si dice dalle mie parti, solo chi digiuna non disperde molliche. Nel caso di questi giganti del pensiero, che affrontano a mani nude le domande enormi a cui i burocrati della cultura evitano di rispondere per non essere “pizzicati” in questo o quel dettaglio, il rischio è di aprirsi un varco nella boscaglia con l’accetta e di concedersi delle approssimazioni concettuali che sarebbe preferibile evitare. A mio sommesso avviso l’autore di questo splendido testo non è stato immune da tale rischio ed è solo per ammirazione e gratitudine nei suoi confronti che mi permetto di avanzare delle considerazioni critiche su alcuni passaggi riguardanti violenza e nonviolenza (termine unico, senza né spazio né trattino, in omaggio ad Aldo Capitini): considerazioni che, se fondate, potrebbero precisare e arricchire il senso complessivo del ragionamento di Boff.
Al capitolo 3 (“Opportunità e ostacoli nella ricerca della pace”) l’autore distingue alcune forme tipiche di «pacifismo»: a) «Il pacifismo radicale» (in cui potrebbero rientrare San Francesco d’Assisi, il medico e umanista Albert Schweitzer, lo scrittore russo Lev Tolstoj e i quaccheri); b) «il pacifismo attivo» (qui identificato con la «nonviolenza attiva») praticato da Gandhi e Martin Luther King Jr; c) «il pacifismo rivoluzionario» (di cui esponente emblematico sarebbe stato Chico Mendes). A queste tre versioni del pacifismo viene, opportunamente, contrapposta la teoria della «pace armata» (Thomas Hobbes, Carl von Clausewitz, Carl Schmitt) che è servita, oggettivamente, come giustificazione ideologica dello sterminio dei popoli indo-americani nel XVI secolo; della guerra «totale», inaugurata da Hitler con la Seconda Guerra Mondiale, suggellata da due bombe atomiche degli USA sul Giappone; della attuale “terza guerra mondiale a pezzi” denunziata da papa Francesco.
Questa classificazione delle possibili interpretazioni della guerra porta Boff a proporre «una cultura della pace […] oltre tali letture radicali», basata su una «comprensione della realtà concreta, che è più sfumata della tradizionale distinzione tra bianco e nero, amico e nemico, guerra e pace»: una prospettiva che egli definisce «realismo responsabile».
Ma chi conosce un po’ attentamente, e di prima mano, la letteratura prodotta dalla tradizione teorico-pratica della nonviolenza non può riconoscersi in questa mappa concettuale: non può accettare che la nonviolenza venga ridotta a posizione «radicale» (sostanzialmente illusoria dal punto di vista teorico e inefficace sul piano storico) simmetrica all’altra posizione radicale, di segno contrario, che sarebbe la legittimazione della guerra come fisiologia della storia. No, caro Boff, non c’è un solo autore della tradizione nonviolenta che non si auto-interpreti come fautore di «realismo responsabile»: si può essere convinti dell’infondatezza di tale auto-interpretazione, ma allora bisogna dimostrare, almeno per sommi capi, perché se ne sia convinti.
Provo a esplicitare tre o quattro passaggi che, secondo il mio modesto parere, meriterebbero qualche colpo d’ascia in meno e qualche supplemento di cesello.
a) Sul «pacifismo radicale»: non ho le competenze per contestare l’affermazione che i quaccheri «praticano un pacifismo “quietista” radicale (passivo), in cui la pace è interpretata più come uno stato dell’anima e una coerenza di vita che come un obiettivo politico da raggiungere» (ho solo il sospetto che, se così fosse, personalità come Pier Cesare Bori non l’avrebbero abbracciato); ma propendo a ritenere che se il messaggio e soprattutto l’esempio di Francesco d’Assisi, di Albert Schweitzer, di Lev Tolstoj fossero stati accolti e praticati sine glossa avrebbero avuto un’incidenza ben maggiore nella storia occidentale. Affermare che il comportamento dei tre «rappresenta un ideale ammirevole ma poco realistico» mi pare davvero riduttivo. Boff rimprovera a questo versante del «pacifismo» di non «rispondere adeguatamente», di non «affrontare» quei «momenti nella vita in cui dobbiamo schierarci, prendendo le difese degli innocenti» perché «altrimenti potremmo renderci complici del crimine». Ma davvero Francesco d’Assisi, Albert Schweitzer, Lev Tolstoj si sono astenuti dal prendere posizione – e inequivocabilmente – a favore dei diseredati del Medioevo o dell’Africa o della Russia zarista?
b) Sul «pacifismo attivo» bisogna subito dire che, contrariamente a ciò che afferma Boff, non può identificarsi con la nonviolenza perché la nonviolenza, lungi dall’essere una specie interna al genere “pacifismo”, ne è un’alternativa: «la nonviolenza non è pacifismo: infatti la pace (se intesa come assenza di conflitti) è un valore non assoluto, ma subordinato alla giustizia (non c’è vera pace senza vera giustizia).
Il nonviolento non evita i conflitti manifesti e, anzi, mette in luce i conflitti latenti sia all’interno di uno Stato che fra gli Stati (e, naturalmente, tra i gruppi sociali o tra gli individui)»[1].
Lo afferma in maniera incisiva Aldo Capitini:
«È un errore credere che la nonviolenza sia pace, ordine, lavoro e sonno tranquillo, matrimoni e figli in grande abbondanza, nulla di spezzato nelle case, nessuna ammaccatura nel proprio corpo. La nonviolenza non è l’antitesi letterale e simmetrica della guerra: qui tutto è infranto, lì tutto intatto. La nonviolenza è guerra anch’essa o, per meglio dire, lotta, una lotta continua contro le situazioni circostanti, le leggi esistenti, le abitudini altrui e proprie, contro il proprio animo e il subcosciente, contro i propri sogni, che sono pieni, insieme, di paura e di violenza disperata. La nonviolenza significa esser preparati a vedere il caos intorno, il disordine sociale, la prepotenza dei malvagi, significa prospettarsi una situazione tormentosa» [2].
Se la nonviolenza non è una delle possibili declinazioni del pacifismo va accettata o rifiutata per quello che dice di sé, non per la caricatura (involontaria, del tutto in buona fede) che in molti ambienti “progressisti” se ne continua a diffondere. È vero che combatte gli avversari solo con «mezzi pacifici come forme di pressione sulle autorità sociali e politiche». Ma non è vero che tali metodi – con cui «Gandhi è riuscito a liberare l’India dalla colonizzazione inglese e Luther King Jr ha garantito i diritti civili dei neri negli Stati Uniti» – siano stati solo «grandi mobilitazioni, preghiere collettive e prolungate, digiuni e scioperi della fame»: l’arsenale delle armi nonviolente è molto più articolato e comprende astensioni dal lavoro, scioperi generali, picchettaggi, boicottaggi economici e sociali, hizrat (emigrazione di massa), auto-riduzione delle tasse, noncollaborazione con gli eserciti invasori, disobbedienza civile sia difensiva che offensiva, sciopero alla rovescia (reso famoso da Danilo Dolci) [3], governo parallelo e così via [4].
c) Sul «pacifismo rivoluzionario». Boff lo considera una postura diversa e più efficace politicamente del «pacifismo attivo» o nonviolenza, ma francamente non mi è chiara la ragione di questa differenziazione. Egli porta come esempio di «pacifismo rivoluzionario» le lotte di Chico Mendes che mobilitava «i popoli della foresta, i seringueiros (raccoglitori di caucciù) e gli indigeni per combattere la deforestazione in Amazzonia, organizzando i famosi “empates” (raduni di bambini, donne, anziani e lavoratori con i loro attrezzi di lavoro, schierati davanti ai trattori impegnati ad abbattere gli alberi)». Ma cosa avrebbero da obiettare i nonviolenti alla metodologia di Mendes? Forse la nonviolenza è diffidente nei confronti delle rivoluzioni necessarie? No di certo. Aldo Capitini, ad esempio, ha scritto: «Più volte fino ad oggi sono state fatte “rivoluzioni”, e ci sono quelli che vogliono anche ora fare una rivoluzione. Noi non abbiamo paura di questa parola, anzi ci diciamo senz’altro rivoluzionari, proprio perché non possiamo accettare che la società e la realtà restino come sono, con il male, che è anche sociale, ed è l’oppressione, lo sfruttamento, la frode, la violenza, la cattiva amministrazione, le leggi ingiuste. Rivoluzione vuol dire cambiamento di tutte queste cose, liberazione, rinascita come persone liberate e unite» [5]. I nonviolenti non sono meno rivoluzionari dei rivoluzionari non-nonviolenti, se mai un po’ di più: prima e mentre praticano la rivoluzione fuori di sé, provano a praticarla dentro di sé.
Giustamente Boff apprezza il «pacifismo rivoluzionario» in quanto questo ritiene
«necessario individuare le cause nascoste dietro il militarismo e la decisione di scatenare una guerra: la volontà di dominazione di un popolo su un altro, il conflitto tra interessi geopolitici, etnici, religiosi ed economici e l’esistenza di profonde disuguaglianze all’interno delle società e tra i popoli. Il pacifismo rivoluzionario cerca di identificare e affrontare queste connessioni nascoste come condizione per una pace vera e duratura, autodefinendosi rivoluzionario non per l’intenzione di usare mezzi violenti, ma per la ricerca delle radici ultime della violenza e della guerra, attraverso l’utilizzo di mezzi politici, le articolazioni dei movimenti sociali, la mobilitazione delle religioni e delle chiese e l’adozione di pratiche alternative».
Perfetto! Ma non è esattamente la visione nonviolenta più condivisa e autorevole, ad esempio di Johan Galtung, che distingue «tre livelli a cui opera la violenza e in cui, dunque, è necessario l’antidoto della postura nonviolenta: l’ambito della relazione diretta, quello strutturale-istituzionale e quello simbolico-culturale»? [6]
d) Dopo la tripartizione del pacifismo, Boff auspica «la ricerca della giusta misura» tra «pacifismo radicale» (che, come ho ipotizzato sopra, non è mai esistito nei termini in cui egli lo ha sintetizzato) e «conflittualità estrema»: questo punto di equilibrio esiste già. Tra essere uccisi e uccidere, fra arrendersi e rispondere con le armi, tertium datur: sarebbe la nonviolenza che è attiva (come il «pacifismo attivo») e rivoluzionaria (come il «pacifismo rivoluzionario»), ma non è pacifismo. È un’altra cosa.
e) Concludo con una notazione di dettaglio che però, forse, è spia di concezioni più profonde meritevoli d’essere sottoposte ad esame. Molto giustamente il profondo pensatore latino-americano chiede di partire dalla conoscenza e dalla correzione della «violenza personale dentro ciascuno di noi». Ma, quando esemplifica questa nostra tara, intreccia come equivalenti sentimenti di irritazione, di rabbia, di indignazione e impulsi violenti (come «desiderare di afferrare per il collo la persona che sta discutendo con me e che sta chiaramente distorcendo la realtà e mentendo» o di «uccidere quella persona, strapparle gli occhi e farla a pezzi»). Significativamente Boff sintetizza: «questi sentimenti di violenza e aggressività sono dentro di noi».
La nonviolenza non è d’accordo con questa equiparazione: «dentro di noi» c’è l’aggressività che è una cosa (un fascio di emozioni spontanee), non la violenza che è un’altra cosa (una postura intenzionale). Senza violenza si può e si deve vivere (essa non è innata, ma culturale), senza aggressività non si potrebbe e dunque non si deve. Le neuroscienze confermano quanto la psicologia aveva da tempo intravisto: ci sono dei meccanismi di allarme, di difesa, senza i quali noi animali non sopravviveremmo né come individui né come specie. La persona nonviolenta sperimenta come ogni altra l’aggressività e, per quanto riesce, evita di canalizzarla in aggressione, in ostilità, in violenza, ma prova a gestirla come carburante per attivarsi in direzione dialogica, costruttiva, creativa. Come tutti gli animali noi esseri umani siamo aggressivi (ciò è fisiologico), ma solo noi possiamo diventare violenti esercitando «l’odio, la vendetta e l’esclusione» o costruendo il «capro espiatorio» (e ciò è patologico). Per l’aggressività bastano i cervelli rettiliano e limbico, per la violenza – e a maggior ragione per la nonviolenza – occorre la neocorteccia (grazie alla quale possiamo progettare la sofferenza del “nemico”).
f) Alla luce di queste precisazioni terminologiche resto perplesso nel leggere che all’origine dell’universo che (molto limitatamente) conosciamo c’è stata una «inimmaginabile violenza»: «il caos primordiale». Capisco la suggestione delle metafore, ma un’Energia fisica può manifestare forza, dinamismo, mix di creatività e distruttività… ma non violenza. Sarei molto cauto nell’ontologizzare la violenza perché, se così fosse, non ce ne potremmo liberare neppure eutopicamente, asintoticamente. Le galassie che «divorano altre galassie in un inferno di esplosioni e distruzioni» o i meteoriti che «continuano a cadere sui pianeti destabilizzandone l’equilibrio» o le placche tettoniche che «continuano a muoversi, scontrandosi e producendo terremoti e maremoti devastanti» sono fenomeni tremendi e impressionanti, ma innocenti: solo cedendo all’antropomorfismo (di cui, giustamente, accusiamo la Bibbia) potremmo qualificarli come “violenti”.
Se mi permetto di avanzare queste osservazioni a uno scritto che ammiro molto di un autore che ammiro moltissimo è solo – nonviolentemente! – per amore di arricchimento attraverso e oltre la dialettica. Penso che nelle idee ci sia spesso più convergenza di quanto lascino trasparire le parole con cui le esprimiamo. Quando Boff scrive che, «se la violenza è costitutiva, la sfida riguarda allora il modo in cui gestirla, quali strategie seguire per limitarne la distruttività, come trasformare il dinamismo intrinseco del caos in una forza positiva in tutti gli ambiti della natura e della convivenza umana», intuisco cosa intenda, ma ritengo che sarebbe meno equivoco in contesti come questo sostituire il vocabolo «violenza» con vocaboli che egli stesso adopera poche righe dopo: «il caos» o, meglio ancora, «la conflittualità». Se la pace è pensata come stagnazione inerte, permanenza statica, ordine immutabile, è una nozione né realistica né auspicabile, da affidare senza esitazioni ai «pacifismi» più o meno «quietisti». Almeno in questo cosmo, il dato di fatto è la danza degli opposti, l’alternarsi di costruzione e distruzione, l’imbracatura di nascita e morte. Possiamo investire intelligenza e impegno nel gestire questa «conflittualità» costitutiva, «inerente a tutta la realtà, cosmica, sociale e personale», per ferirci e addirittura eliminarci a vicenda; oppure, in alternativa, per superare le nostre parzialità e integrarle verso livelli evolutivi più alti. La prima è la via della violenza, l’altra della nonviolenza».
Scambio di messaggi elettronici
Invio dunque a Boff queste mie note con qualche riga di accompagnamento:
«Egregio professore,
ho avuto il piacere di accoglierla presso il Centro sociale S. Francesco Saverio di Palermo una quarantina di anni fa (quando con don Cosimo Scordato tentavamo di tradurre la Teologia della Liberazione in Teologia del risanamento).
Oggi ho il piacere di collaborare con la carissima Claudia Fanti per far conoscere al pubblico italiano alcuni suoi inediti.
Come sa, abbiamo pubblicato con l’editore Crispino Di Girolamo (per una delle sue sigle: “Il pozzo di Giacobbe”) Terra matura e ci accingiamo a pubblicare Il piccolo trattato per una pace possibile. Rileggendo le bozze ho notato delle disparità terminologiche, almeno nella lingua italiana, fra il Suo vocabolario su violenza e nonviolenza e le accezioni semantiche condivise dal mondo nonviolento italiano. Poiché mi dispiacerebbe che queste divergenze non di idee, ma di formule, ostacolassero la lettura del suo prezioso libretto proprio nell’ambiente a cui è prioritariamente destinato, mi sono permesso di scrivere una nota con alcune osservazioni critiche.
Gliele trasmetto affinché Lei possa, del tutto liberamente, decidere se:
a) cestinare le mie note (che utilizzerei eventualmente per una recensione);
b) autorizzarci a pubblicarle con una sua “risposta”;
c) autorizzarci a pubblicarle senza una sua ulteriore “risposta”.
Grati per tutto, approfitto dell’occasione per inviarle i più cordiali auguri.
Augusto Cavadi».
Dopo poche ore mi arriva dal Brasile la e-mail con la risposta di Boff (che trascrivo correggendo solo qualche errore ortografico dell’autore che usa il portoghese come lingua-madre):
«Caro Augusto
Pax et Bonum!
Ho ricevuto le tue osservazioni sul il mio testo. Io penso che tu devi cambiare i termini perché siano accettati dal pubblico italiano. Tu hai tutta la libertà per armonizzare le espressioni.
Penso che il testo è piccolo in confronto con un tema così vasto. Ma oggi pochi leggono trattati. Per questa ragione ho pensato qualcosa essenziale e corta.
Ti mando i migliori auguri.
Dimmi una parola se sei d’accordo con quello che ti ho chiesto.
Leonardo Boff».
La risposta – superfluo notarlo – mi colpì per l’umiltà e la disponibilità del mittente. Autori molto meno noti e prestigiosi avrebbero reagito probabilmente con qualche riga di sprezzante risentimento nei confronti di un illustre signor Nessuno che si permetteva di “correggere” un’autorità intellettuale apprezzata in tutto il pianeta e tradotta in tante lingue.
Perciò mi affrettai a rispondere:
«Caro Leonardo,
ti sono immensamente grato per l’autorizzazione che mi hai generosamente concesso di provare ad armonizzare qualche tua pagina alle categorie concettuali e ai codici espressivi del lettore italiano (educato alla nonviolenza da giganti che ben conosci come Danilo Dolci, Aldo Capitini ed altri).
La libertà interiore che mostri rispetto ai tuoi scritti ti fa davvero onore: un’ulteriore conferma di ciò che pensiamo i tuoi ammiratori, che in te la ricerca della “verità” prevale sull’attaccamento alla “lettera” di ciò che scrivi.
Ovviamente ti sottoporrò le modifiche che saranno pubblicate solo con il tuo esplicito consenso.
Con un abbraccio amichevole,
Augusto».
Alcune ore dopo gli ho spedito un altro messaggio con il relativo allegato.
Caro Leonardo,
ti allego il file con IN ROSSO le modifiche che ti propongo per la versione italiana del tuo libro.
Claudia (che ha visionato il mio file) ed io speriamo tanto nel tuo imprimatur finale così da poter finalmente uscire nelle librerie fisiche e on line.
Come vedrai, le modifiche che ti propongo sono l’1 % del volume, ma per l’editore con cui collaboriamo sono davvero essenziali dal punto di vista qualitativo. Ti assicuro, in tutta onestà intellettuale, che se ci darai l’autorizzazione ad apportare queste modifiche il tuo libro potrà trovare nel pubblico italiano un’accoglienza senza riserve critiche perché anche nel linguaggio emergerà la convergenza fra le tue belle idee e la tradizione della “nonviolenza attiva e rivoluzionaria” di Danilo Dolci, Aldo Capitini ed altri.
In attesa fiduciosa, rinnovo stima e gratitudine.
Augusto
L’allegato conteneva le sue pagine con le mie proposte di modifica. Boff esprimeva l’accettazione delle modifiche in un cordiale messaggio di poche ore successivo: «Caro Augusto, le tue contribuzioni [sic!] in rosso sono veramente buone. Accetto tutto. Grazie. Vedrai che ho aggiunto un piccolo commentario alla IA Palantir perché ha una concezione perversa dell’essere umano. Dopo aver permesso all’Amministrazione di Trump di controllare tutta la popolazione americana è stato utilizzato a scopi militari nella guerra contro Iran e nel Sud del Libano con grande letalità».
Il prodotto finale di questi scambi è leggibile alle pp. 49-97 dell’edizione definitiva in commercio di un libro che mi era caro già alle prime bozze, ma che mi è diventato ancora più caro dopo l’esperienza personale della statura morale dell’autore, ben al di sopra dei meschini irrigidimenti di cui hanno dato prova in situazioni analoghe molti “intellettuali” assai sicuri di sé. O, forse, assai insicuri.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] A. Cozzo, La nonviolenza oltre i pregiudizi. Cose da sapere prima di condividerla o rifiutarla, Di Girolamo, Trapani 2022: 11.
[2] Ib.: 13.
[3] Solitamente lo sciopero consiste nell’astenersi dal lavoro. Dolci organizzava dei gruppi di disoccupati che realizzavano opere di utilità pubblica senza ricevere salario da nessuno, solo come forma di protesta e di denunzia delle inadempienze da parte degli amministratori.
[4] Ib.: 18 – 21.
[5] Ib.: 13 – 14.
[6] Ib.: 23.
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Augusto Cavadi, già docente presso vari Licei siciliani, co-dirige insieme alla moglie Adriana Saieva la “Casa dell’equità e della bellezza” di Palermo. Collabora stabilmente con il sito http://www.zerozeronews.it/. I suoi scritti riguardano la filosofia, la pedagogia, la politica (con particolare attenzione al fenomeno mafioso), nonché la religione. Tra le ultime sue pubblicazioni: La mafia desnuda – L’esperienza della Scuola di formazione etico-politica “Giovanni Falcone” (Di Girolamo, 2017); Peppino Impastato martire civile. Contro la mafia e contro i mafiosi (Di Girolamo, 2018), Dio visto da Sud. La Sicilia crocevia di religioni e agnosticismi (Spazio Cultura Edizioni, 2020); La filosofia come terapia dell’anima. Lineamenti essenziali di spiritualità filosofica (Diogene Multimedia, 2019); Voglio una vita spregiudicata. La spiritualità di chi crede di non averne alcuna (Diogene Multimedia 2020); Tremila anni di saggezza. La spiritualità nella storia della filosofia (Diogene Multimedia 2020); O religione o ateismo? La spiritualità “laica” come fondamento comune (Algra 2021).
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