di Elsa Guggino [*]
There is far too great a disproportion between what one is and what others think one is, or at least what they say they think one is. But one has to take it all with good humor (Albert Einstein, The human side)
Nell’ottobre del 2010 la casa editrice Sellerio pubblicò un mio piccolo libro con andamento diaristico. Erano appunti a margine del mio vivere che stavano in un cassetto. Elvira Giorgianni ne venne a conoscenza e imperiosamente li volle consegnati. Potrei dire che rispecchiano una modalità di volgere il mio sguardo sul mondo, sul mio piccolo mondo di accadimenti quotidiani. Come tali, frammenti di autobiografia. Come tali, sul bordo del pozzo del mio vivere e non il mio vivere.
Palermo. Facoltà di Lettere Filosofia e Lingue. Con sublime piacere svolsi il mio ruolo di professore di seconda fascia. Non percepivo alcun senso di inferiorità rispetto ai professori di prima fascia e inoltre, al contrario di loro, godevo di quella gran bella cosa che è la libertà.
Il tempo, ahi, mi raggiunse, il tempo di un concorso per professore ordinario. Fu dopo un convegno a Palermo: Alberto Cirese e io su un divano nella hall dell’Hotel Mediterraneo. Alberto mi espose lo stato delle cose, elencò i nomi dei docenti che avrebbero (o avevano già, non ricordo) presentato domanda. Alcuni non gli andavano a genio; neanche a me.
«Vuoi che uno di loro vinca il concorso? Presenta subito domanda, Elsa».
Come dire di no al Maestro? Lo dissi:
«Alberto, grazie per la stima che mi porti; so anche, tuttavia, che io rientro meglio nel tuo quadro delle alleanze accademiche. Ma sai, se fossimo ai tempi dei martiri cristiani, e mi chiedessero: “Vuoi essere divorata dal leone o abiuri?”, non ci penserei nemmeno un secondo: “Abiuro!”».
Telefonai ad Amalia Signorelli per ricevere comprensione e conforto al mio rifiuto, fra l’altro protestando: «e a parte le ragioni che ti ho esposto, io sono un docente anomalo!».
«Capisco, Elsa, ma fammi riflettere e domani ti chiamerò».
Puntualmente ricevetti la telefonata, Amalia affettuosa e comprensiva. Senonché alla fine:
«Abbiamo necessità di docenti anomali…e sappi anche che guadagneresti un milione in più».
Con che cuore sottrarre alla mia famiglia quel denaro? Elaborai la mia domanda e, in corner, la spedii.
Alberto e Amalia cari, spero di non avervi deluso.
Negli anni liceali, in ragione di bravissimi docenti, erano nella mia anima e nella mia mente la Filosofia, la Storia dell’arte, la Geometria; nel proseguire del tempo si insediarono la Biologia, la Genetica, la Fisica quantistica e la Matematica: la frequentazione assidua di alcuni docenti universitari fece scattare la molla. Dentro la musica e il canto c’ero nata: mio nonno materno era un appassionato di opera lirica e di operette, mia madre suonava il piano (tutt’altro che bene) e cantava con voce bellissima arie d’opera, di operette, romanze, canzoni napoletane. La mia voce di soprano era altissima, sebbene più aspra – così diceva mia madre; ma egualmente, forse per malinconia di un suo sogno mai realizzato, mi portò da una insegnante di canto. Tutto si fermò a quel primo incontro: secondo mio padre sarei divenuta una puttana. A diciassette anni fui spedita all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, sempre per la stessa ragione.
Mi sembrava un uomo strano Antonino Buttitta, contraddittorio il suo dire e fare, e questo mi attraeva. Camminavamo fianco a fianco lungo la via Libertà. Fu al semaforo di piazza Croci:
«Vuoi sposarmi? Vuoi mettere a rischio la tua vita accanto a me?»
«Disse Leonida ai suoi trecento spartani: “Compagni, questa sera si cena all’Inferno”»
E accussì ncucciavu (e così ci cascai). Avevo sempre pensato, sanamente, di non sposarmi.
Questione di riguardo. Nel corso delle mie ricerche su campo in prevalenza ho incontrato persone che genericamente direi di estrazione e cultura contadina. Non sono mai entrata, demartinianamente, nelle loro case “come fossi uno di loro”, sono entrata con tutto il carico della mia alterità sociale e culturale.
Avevo iniziato a interessarmi alle feste religiose nelle loro espressioni popolari tradizionali, e avrei voluto scriverne. Antonino Buttitta imperiosamente: «Un putemu fari tutti rui a stissa cosa» (non possiamo fare ambedue la stessa cosa). E fui spinta a svolgere le mie ricerche su canti e musiche. Insegnavo allora in scuole medie periferiche. I miei giovani allievi interrogarono i propri genitori, i nonni, gli zii, i vicini di casa; scrissero gli esiti delle ricerche in quaderni che avevo distribuito a ciascuno di loro. Li ho ancora custoditi in un cassetto come bene prezioso. Con i ragazzi o attraverso loro incontrai i miei informatori. È ancora un risuonare di voci, ancora gli antichi incontri.
Due cose mi terrorizzano: i terremoti e l’immortalità, l’immortalità post mortem. Ma pare che l’immortalità possa esistere anche su questa terra: “Enfin, la inmortalidad está en la memoria de los otros y en la obra que dejamos. ¿Qué puede importar que esa obra sea olvidada?” (J. L. Borges, Oral). Fosse per questo, sarei dunque tranquilla. Ma so che se qualcuno ripeterà inconsapevolmente un mio gesto, una cadenza della mia voce, lì io sarò: immortale. A un di presso lo scrive Borges, sempre in Oral: “Yo sé – mi madre me lo dijo – que cada vez que repito versos ingleses, los repito con la voz de mi padre”. Dico a un di presso, perché nel dire di Borges potrebbe sembrare esclusiva questione di sangue, e così non è.
A inizio dell’anno accademico, nel primo incontro con gli studenti mi presentavo, esponevo le modalità in cui si sarebbero svolte le lezioni. E sempre qualcosa come: «È mio compito spiegare cosa si debba intendere per folklore, illustrarne i suoi vari aspetti. Ma volgete lo sguardo alle finestre, lassù in alto: fuori c’è il mondo, la società tutta; se dovessi limitarmi a dire del folklore nel chiuso di questa stanza e voi a discutere con me dell’argomento tagliati entrambi dalle mille voci del mondo, avrei fallito il mio compito».
Nella allora Facoltà di Lettere e filosofia non ricordo in quale anno fu istituito il Corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici. Divenne materia obbligatoria per gli studenti che la avevano inserita nel loro piano di studi. Con programma ridotto potevano sceglierla altri studenti per sei o tre crediti. Il mio programma rimase sempre eguale per tutti: o la scegli a queste condizioni o te ne vai verso altri lidi.
Nei programmi inserii spesso, come libri di testo, alcuni romanzi compatibili con quelli obbligati dalla disciplina, ma anche altro; e fra quest’altro ricordo vividamente, di Salvatore Nicosia, grande grecista, Il segno e la memoria: una raccolta di iscrizioni tombali greche con traduzione a fronte e commenti che di tali non ho mai letto in vita mia. Ogni lunedì si svolsero seminarialmente le lezioni sui libri “a margine”. Erano gli studenti a parlare, moltissimi presentando relazioni scritte; io ero solo la moderatrice. Gli autori, almeno una volta, parteciparono ai seminari. Pulsava la vita in quella grande aula, ogni lunedì. A casa leggevo le relazioni annotando a margine qualche mio intervento correttivo e, alla fine, il mio parere. Pubblicamente o in privato, secondo il volere dello studente, avrei discusso il lavoro svolto. Custodisco a casa mia la voluminosa cartella che contiene le relazioni con tutte le mie note. Molti studenti ne hanno copia.
Basilari furono, nel mio insegnamento, le ricerche su campo, privilegiatamente volte a indagare aspetti della cultura popolare tradizionale, ma anche aspetti della cultura popolare tout court quale, ad esempio, una partita di calcio. Gli esiti furono stesi per iscritto e consegnati a me. Di volta in volta li controllavo a casa e, prima o dopo la lezione, oppure nelle ore di ricevimento, o ancora seduti nei sedili sparsi lungo i viali di un bel giardino che fronteggiava la Facoltà, ne discutevo con i singoli studenti; stante l’ora (la mia lezione occupava la fascia oraria 12-14), mangiucchiando e bevendo qualcosa.
Non erano previste lezioni per gli studenti che avrebbero biennato la materia. In alternativa al programma prescritto, per chi lo volesse proposi incontri seminariali su argomenti che mi stavano a cuore. Fissammo la data e il luogo: ogni martedì pomeriggio nella Biblioteca dell’allora Istituto di Scienze antropologiche e geografiche, in piazza Florio. Il primo si intitolò Celebrazioni della morte, parzialmente prendendo in prestito il titolo del libro di Richard Huntington, Peter Metcalf. L’anno successivo il titolo fu Itinerari dell’anima.
Venti giorni prima dell’inizio dei seminari radunavo gli studenti nella sala della biblioteca, disponendo sull’ampio tavolo centrale molti libri pertinenti al tema prescelto. Ciascuno avrebbe dato uno sguardo ai libri nello stesso giorno e nei successivi determinando quale o quali più interessanti da studiare, ma avrebbe letto anche, sebbene non in profondità, i libri scelti dai compagni. Quasi sempre le scelte risultarono di gruppo. Si crearono sodalizi. Furono incontri la cui durata raggiunse le quattro ore se non oltre. Si inframmezzavano bibite e dolciumi, made at home; alcuni portati da me, altri dai giovani partecipanti al seminario. Trionfavano i miei rosoli. Molti studiosi intervennero secondo loro competenze, dal grecista Salvatore Nicosia nel primo seminario all’astrofisico Luciano Burderi nel secondo: come si fa a parlare di anima se non facendo i conti con la nuova fisica?
Pettegolezzo in margine: Luciano Burderi, bellissimo, con fisico da atleta; e le studentesse se lo contesero per portarselo a letto. Una l’ebbe vinta. Così mi ha raccontato, ma…
Ci sono cose senza tempo, dentro il tempo. Due le mie: Il Folkstudio di Palermo, un antico mulino ad acqua, Il Mulino.
Il Folkstudio, associazione fondata nel dicembre 1970, fu espansione del mio vivere accademico oltre le mura della Facoltà, fu una marea di ricerche sul campo, di balli, di canti e musiche, di seminari, di presenze disparate socialmente e culturalmente; nell’ampia sede di Salita Artale, ex carrozzeria di un palazzo nobiliare, confortava una originaria mezza fontana con acqua corrente. Il Folkstudio provvide a panelle e cazzilli, altri cibi di strada e abbondante vino. Musica e cibo vanno a braccio, no? Il vastissimo archivio etnografico testimonia oggi più i morti che i vivi.
Il Mulino, il nostro mitico Mulino circondato dalle acque scroscianti, lo comprammo vendendo la casa che mio padre Emanuele mi aveva donato come regalo di nozze. Nessuna recinzione fra una proprietà e l’altra sicché mio marito, i miei due figli allora piccoli e io scorrazzavamo per l’immenso verde: dall’albero di azzeruole rosse oltre il torrente, al ciliegio che offriva i suoi frutti dopo lungo cammino dentro le acque del torrente, alla vecchia grandissima gebbia, proprietà dei signori Rappa, ai mandorleti in alto. Rubavamo i frutti. Menzogna! Godevamo liberamente di quello che la natura offriva.
Non apportammo modifiche all’edificio, solo pochi aggiustamenti e l’apertura di una stanza da bagno a piano terra. Mio marito comprò cassapanche antiche di alto pregio, antiche scrivanie, tappeti pregiati, e altri mobili. Ricevemmo in dono da un nostro assiduo ospite i mobili di una stanza da letto Liberty, disegno scuola Basile, fattura Ducrot. Niente di “rustico”.
Ospiti ad andirivieni, cene popolate da ogni genere di persone, da suoni e canti, da cibo e vino in abbondanza. Eros regnava sovrano.
Se un giorno mi cercherete in anima e corpo, lì io sarò: al Folkstudio e al Mulino.
Maestro, consigliere, amico, rileggo qualche mail fra le tante che ci siamo scambiate; e l’anima si riempie di te.
22 dicembre 2004
Alberto caro,
entri in questa sospensione del tempo fra un secolo e un altro, segnata dal Natale, riallacciando più stretto il mio vivere con vivi e morti: con figli, marito, nipoti, mio padre che respirò per l’ultima volta sotto un albero verde, dopo uno schianto; Italo che mi sorride qui accanto dalla fotografia; la mia piccola gatta Eva, la mia amata Angelina che mi fu madre più di mia madre, Antonio e il suo dire lento, e tanti altri che dicono andati via. In questo bisbigliare di tutti quanti insieme, anche tuo padre, e tuo padre bambino, si avanza con il suo mozzicone di candela. Vieni anche tu che vivi e dai vita. Stiamo un po’ tutti insieme questa sera, a tenerci compagnia.
Grazie. Buon Natale
Elsa
22 dicembre 2004
Che bella pagina hai scritto, anche più di quella dello scorso anno che mi ha commosso e conservo. Teniamoci in silenzio stretti ai nostri morti e vivi, ognuno ai propri, ed a sentire anche gli altrui nei suoi.
Mi viene in mente che non so se hai ricevuto il fascicoletto che preparai per il decennale di Italo Signorini: non potetti esserci di persona e perciò inviai quella scrittura, che però ebbe veste grafica povera, e perciò la ristampai chiedendo ad Alessandro Lupo di distribuirla. Se non l’hai, fammelo sapere: credo di averne ancora un paio di copie e mandartene una sarà anche un modo per stare insieme
un abbraccio
Alberto
23 dicembre 2009
Natale 2009 …pe repurtà speranza a lu suffrì. E.C. Come ad ogni Natale, ormai da nove, da Piazza Capri giunga un caldo augurio. E quest’anno lo reca, nuovamente, un Presepie in molisano che Eugenio Cirese scrisse nel 1952. Alberto e Liliana Cirese
20 dicembre 2010
“Tant’anne, nu minute”.
Tanti anni, un minuto, Alberto. Che assomiglia all’eternità.
tua Elsa
22 giugno 2010
Alberto caro,
Decisamente bella l’immagine per la copertina scelta da Sellerio. Deve essere a colori, in ogni caso. Secondariamente ma non troppo: diamo un po’ di ragione a Leroi-Gourhan? Mi pare sia lui ad avere scritto che l’estetica esalta e non mortifica la scienza. Quanto a me: la mia intelligenza delle cose si fa più sottile attraverso la percezione della bellezza.
Grazie per l’onore che mi fai chiedendo il mio parere.
Tua Elsa
27 gennaio 2011
Carissima Elsa,
grazie per le notizie sulla presentazione. Io intanto sto lavorando alla elaborazione di un file intitolato “Pagine pasoliniane”, che contiene copia elettronica di molti scritti su P.P. Ce ne sono anche due dalla Sicilia: uno tuo e uno di Nino, te ne dò appresso l’indicazione di cui dispongo:
29a nota 71 L’unica eco sulle riviste specialistiche di cui sono a conoscenza è la segnalazione fattane da Elsa Guggino in «Annali del Museo Pitrè», a. XI-XIII, 1960-62 p. 277.
10d nota 24 Una lettera critica di Nino Buttitta, Pasolini e la poesia popolare, in Nuovi Argomenti n.3
Potresti farmi avere la fotocopia elettronica o cartacea dei due testi?
Grazie, un abbraccio
amc
1 febbraio 2011
Carissima Elsa,
Vittorio Santoli mi parlava di quando giunge l’ora di “tirare i remi in barca”. Tu mi racconti di averlo fatto per un anno ed ora torni a rimetterli in acqua: ti accompagno con tutti i miei pensieri e parliamone ancora se vuoi.
Quanto a me, non riesco a smettere di lavorare, ma sento il bisogno di dedicare pensieri al “dopo”. Fisso mi sta in mente un settenario che mi salta fuori dagli endecasillabi dell’Infinito di Leopardi.
Una volta o l’altra te lo racconterò.
Un abbraccio caro
Alberto.
1 febbraio 2011
Alberto caro,
ho trovato in uno dei miei cassetti alcuni estratti dagli “Annali del Museo Pitrè”. Ho fotocopiato quanto mi hai chiesto nella precedente lettera e domani te lo invierò.
Quanto al mio rimettermi in acqua, è ancora cosa molto problematica: dovrei consentire alla riedizione di La magia in Sicilia del 1978, libro scomparso rapidamente dal mercato. Dal Novantatré, dunque da quindici anni circa, Elvira ha pressato perché la autorizzassi a ristamparlo, ma con tutte le parti in siciliano tradotte. Ho sempre rifiutato. Sei mesi prima che morisse avevo consentito. Antonio Sellerio mi ha rifatto presente la richiesta della madre.
Tutto questo mi turba molto, tanto più che non mi sento di lasciare andare un libro che ha fatto il suo tempo, senza aggiungere un nuovo capitolo. Ma la vita che conduco adesso è un po’ troppo carica di pensieri rivolti al “dopo” di cui oggi mi scrivi, o forse è già imbevuta di un “dopo” in malinconia e buio.
Vorrei mi inviassi il settenario che ti sta in mente. Accompagnami sempre, Alberto, te ne prego.
Tua Elsa
17 marzo 2011
Alberto caro,
sono giorni terribili per il Giappone, per i poveracci che muoiono a causa dello tzunami, e che ancora moriranno a causa di interventi non radicali da parte di chi tiene il potere politico ed economico. E poi la Libia e il resto del Nord Africa da cui vengono qui poveri disperati. Lampedusa li accoglie. Oggi non ha celebrato l’unità d’Italia: il sindaco ha levato la bandiera a mezz’asta, il parroco in piazza ha detto: «Qui l’Italia non c’è». E quando mai c’è stata? Quando mai in Sicilia o Sardegna, a vantaggio di Sicilia o Sardegna? Scusami per questa lettera. Sono confusa e amareggiata.
18 giugno 2011
Lunghi sereni giorni davanti a te, Alberto. Di svolazzare come fringuelli non è più il tempo, né per te né per me. C’è “Un moment pour tout, un temps pour tout désir sous les ciels” , sta scritto in Qohèlet, 3, 1 (cito da La bible Chouraqui, che apprezzo molto). Desidera ancora fortemente, Alberto; e grande sia il tuo desiderio.
tua Elsa
27 luglio 2011
Alberto caro,
non so se qualcuno ti leggerà questa mail. Ti penso costantemente. Mi manca la tua voce. Talvolta me la sento nelle registrazioni che posseggo, ma mi piacerebbe tanto risentirti con nuove, vitali, salutari arrabbiature!
tua Elsa
9 dicembre 2017
Alberto caro, da quanto tempo non ci scriviamo in posta elettronica…
Ti do oggi, in questa domenica che già respira il Natale, qualche breve notizia sulla mia vita negli ultimi tempi.
La salute regge bene, la mente è salda, le voci dell’anima vacillano ma cerco di puntellarle con forti sostegni. I remi li ho tirati in barca definitivamente: i remi dell’antropologia, i remi del mio rumoroso mare delle relazioni sociali. Il “dopo” si approssima sempre più e desidero andargli incontro in silenzio, ascoltando musiche che amo, percorrendo pagine di qualche libro amato.
Dicono che tu e mio marito siete morti. Che grande sciocchezza!
tua Elsa
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
[*] Questo testo è stato edito nel n. 73 di RF (La Ricerca Folklorica), Autobiografia dell’antropologia italiana, n. 2, 2018. Si ringrazia l’Editore e il Direttore Glauco Sanga per aver concesso l’autorizzazione alla pubblicazione.
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Elsa Guggino, già docente di Storia delle tradizioni popolari nell’Università di Palermo, ha svolto ricerche sui canti e sulle credenze magiche popolari. Ha fondato il Folkstudio di Palermo. Ha pubblicato presso la Casa editrice Sellerio: La magia in Sicilia (1978), Un pezzo di terra di cielo (1986), Il corpo è fatto di sillabe (1993), I canti e la magia (2004), Fate, sibille e altre strane donne (2006), La campana e il deltaplano (2010).
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