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Cara Elsa

Elsa Guggino

Elsa Guggino

di Pietro Clemente

ho saputo da poco della tua morte e sto frugando le mie carte per ricordarti in modo più nitido. Sto frugando nella mia memoria per ricostruire qualcosa, tu e la tua famiglia non siete stati solo colleghi e amici, ma un pezzo di vita. E così, come tocca ai sopravviventi, ora “sto ripassando la parte della vita” (Raboni), per ricordare di più, per riportare alla luce e condividere affetti nati a Palermo e condivisi con Antonio Pasqualino, con Janne, con Caterina. I tuoi libri, certo. Una sorpresa, etnografie del magico quotidiano scritte come un racconto e un diario, per me il massimo della qualità della scrittura antropologica. La tua severità, rigore, sincerità, le tue antipatie incrollabili, i racconti della tua famiglia, quando si aprivano silenzi nelle grandi narrazioni di Nino, tuo marito, che ascoltavo come un bambino. La tua passione per la didattica. La volontà di stare in seconda fila.

Ti avrò conosciuta forse nel 1976. Credo avessi appena smesso di cantare, ne sentivo sempre parlare da altri con nostalgia. Una volta sola ti sei fatta convincere anni più tardi a cantare brevemente. Una etnografa che era stata cantante del Folkstudio di Palermo. Ma anche ascoltare il non detto, la tua capacità di scoprire nuove cose, di perseguirle sempre alla ricerca di prospettive ulteriori. Poi ricordi di cucina, ricordi di casa nei duetti con Nino, “che ha quel vocione che non mi fa sentire nulla”. Ecco così mi vengono a galla dei ricordi.

Nel numero 73 de “La ricerca folklorica” dedicato alle autobiografie degli antropologi, da pagina 1 a pagina 9 Elsa ha scritto “Frammenti”. La ritrovate ora qui nelle pagine di Dialoghi Mediterranei. È una bellissima autopresentazione, scritta come se fosse una lettera personale indirizzata ad Alberto Cirese, vi riproduco qui l’ultimo messaggio:

«9 dicembre 2017
Alberto caro, da quanto tempo non ci scriviamo in posta elettronica…Ti do oggi, in questa domenica che già respira il Natale, qualche breve notizia sulla mia vita negli ultimi tempi.
La salute regge bene, la mente è salda, le voci dell’anima vacillano ma cerco di puntellarle con forti sostegni. I remi li ho tirati in barca definitivamente: i remi dell’antropologia, i remi del mio rumoroso mare delle relazioni sociali. Il “dopo” si approssima sempre più e desidero andargli incontro in silenzio, ascoltando musiche che amo, percorrendo pagine di qualche libro amato.
Dicono che tu e mio marito siete morti. Che grande sciocchezza!
tua Elsa». 

Fin qui il testo che ho scritto su Facebook il giorno in cui suo figlio Ignazio jr. mi ha comunicato la sua morte, inattesa ma anche pensata già dalle ultime righe dei “Frammenti”. Di getto. Era il 16 settembre. Ho poi ricordato Elsa al convegno SIMBDEA di Pescara aggiungendo due argomenti. Uno era un ricordo condiviso con Alessandra Broccolini, che di SIMBDEA è oggi presidente. 

Elsa Guggino, Sergio Bonanzinga, Pietro Clemente a Mussomeli, 2014

Elsa Guggino, Sergio Bonanzinga, Pietro Clemente a Mussomeli, 2014

I lamentatori di Mussomeli 

Andammo insieme a Mussomeli con Elsa, dove c’era una manifestazione delle Confraternite e una riflessione sul canto detto lamento; era il 2014. Quell’evento è stato ricordato su Facebook da tutte le confraternite, e in specie dall’Arciconfraternita della Madrice. A noi mostrò la profondità nel tempo della ricerca etnomusicologica di Elsa, la sua competenza, la capacità di cogliere e rappresentare i cambiamenti di ciò che spesso viene visto come eternamente uguale. E i lamentatori mostrarono il loro debito a questa studiosa che si era fatta anche esperta, guida e punto di riferimento per il canto. 

Così ne scrive l’Arciconfraternita ricordandola:

«Carissima Professoressa Elsa Guggino, dalla tua prima volta del 1969 che sei venuta a Mussomeli per le registrazioni dei lamenti, ne è passato di tempo. E come se ciò non fosse bastato, sei ritornata a Mussomeli nel 1990 per la presentazione del disco sui lamenti. Poi, sei ritornata ancora nel 2014, in occasione dell’incontro su “Il patrimonio culturale immateriale, una risorsa per le comunità”.
Professoressa, una cosa ci inorgoglisce: che le tue presenze a Mussomeli sono state un’autentica palestra di crescita anche per tutti i confrati, che ci hanno fatto amare le tradizioni e ci hanno fatto comprendere quanto sia importante custodirle gelosamente e trasmetterle a futura memoria per rispetto soprattutto dei nostri antenati. Professoressa, hai creduto in noi, facendoci conoscere ed apprezzare, nel nostro peregrinare, nei vari luoghi dove siamo stati con i nostri lamentatori e tutto questo tempo non è passato invano. […] Grazie tante, Consorella Elsa Guggino. È vero. Il tempo inesorabilmente passa ma non cancella i ricordi. E proprio questi ricordi profumano di sentimenti e di umanità; quelli appunto che l’Arciconfraternita del SS. Sacramento alla Madrice di Mussomeli si impegna a trasmettere alle nuove generazioni» (Alessio Barba). 

Quanti di noi avrebbero voluto un riconoscimento così da coloro che hanno incontrato nelle ricerche. Era una ricercatrice outsider, allora, ancora trentenne, ma il suo metodo e il rapporto con la gente era già definito.

Elsa Guggino e Antonino Buttiitta, al centro Angela isaya, la mamma di Antonino, 1980 (ph. Carlo Puleo)

Elsa Guggino e Antonino Buttitta, al centro Angela isaya, la mamma di Antonino, 1980 (ph. Carlo Puleo)

Palermo

Era il 1969 e questo mi fa pensare che in quel periodo Palermo visse una drammatica contraddizione: da un lato fu devastata dal “Sacco edilizio” e da amministrazioni democristiane subordinate a Cosa Nostra; dall’altro si affermò come uno dei più grandi laboratori intellettuali e civili d’Italia. In questo contesto fiorirono l’impegno artistico e letterario di Renato Guttuso e Leonardo Sciascia, la denuncia grafica di Bruno Caruso e del quotidiano L’Ora, e le rivoluzionarie inchieste fotografiche di Enzo Sellerio e Letizia Battaglia. Accanto all’avanguardia letteraria del Gruppo 63, studiosi e antropologi come Antonino Buttitta, Elsa Guggino e Antonio Pasqualino — insieme al Folkstudio e alla poesia di Ignazio Buttitta — salvarono dall’estinzione la cultura orale, la musica popolare e l’Opera dei Pupi. Questo formidabile fermento di emancipazione e ricerca culturale trovò la sua consacrazione definitiva nel 1969 con la fondazione della Sellerio Editore, diventando un presidio di resistenza e identità civile.

Ecco in che contesto si è formata la ricerca di Elsa; occorre ricordare quel mondo intorno a lei, la mafia da un lato, e la cultura popolare dall’altro, come parte di un grande laboratorio di lotta contro Cosa Nostra, e per l’affermazione di una nuova cultura. L’antropologia palermitana ebbe un ruolo forte in questo scenario. E per me è un motivo di nostalgia simbolica. C’è bisogno ancora di una antropologia che lotti insieme a scrittori, artisti e ricercatori per affermare una nuova cultura. Questo era l’altro spunto che comunicavo alla generazione di giovani antropologi che Simbdea aveva convocato a Pescara sui temi del patrimonio culturale (17-19 settembre).

Il marranzano donato da Elsa

Il marranzano donato da Elsa

Marranzano 

Infine: sono stato a Siena a un incontro dell’Auser, l’associazione che si dedica ai servizi per gli anziani e fa attività culturale; mi avevano chiesto una lezione sulle storie di vita. Io, anziano tra gli anziani, ho raccontato la mia ricerca, e raccolto anche un po’ delle storie di vita dei presenti, e poi ho presentato tra i possibili laboratori per accogliere storie quello degli oggetti d’affezione.

Cercando a casa, qualche mio oggetto d’affezione da mostrare e raccontare ho trovato, dimenticato ma rimemorato con coscienza di causa, il ‘marranzano’ che mi ha regalato Elsa in uno dei frequenti incontri palermitani in cui ero diventato parte di una famiglia antropologica allargata, tra Casa Buttitta e Casa Pasqualino, genitori e figli.

61aniegcfl-_uxnan_fmjpg_ql85_Il marranzano mi ha ricordato questa densità di amicizie, di solidarietà e di scambi. C’era un indizio, un remoto presagio di ciò nella mia giovinezza, perché, iscritto al PSI a Milano, trovai nella mia sezione Volta-Garibaldi uno stampato pubblicato dal partito. Era il marzo del 1962, non avevo ancora vent’anni, e lo stampato era il Lamentu ppi la morti di Turiddu Carnivali, scritto e cantato da Ignazio Buttitta, cantore popolare noto nel mondo, e padre dell’antropologo di cui divenni amico e suocero di Elsa.

Amavo la poesia ma non avevo mai trovato una poesia popolare così bella e toccante. I primi versi li ricordo ancora a memoria quasi settanta anni dopo. Lo immagino ora come un presagio della Palermo che avrei poi conosciuto tanti anni dopo. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026

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Pietro Clemente, già professore ordinario di discipline demoetnoantropologiche in pensione. Ha insegnato Antropologia Culturale presso l’Università di Firenze e in quella di Roma, e prima ancora Storia delle tradizioni popolari a Siena. È presidente onorario della Società Italiana per la Museografia e i Beni DemoEtnoAntropologici (SIMBDEA); membro della redazione di LARES, e della redazione di Antropologia Museale. Tra le pubblicazioni recenti si segnalano: Antropologi tra museo e patrimonio in I. Maffi, a cura di, Il patrimonio culturale, numero unico di “Antropologia” (2006); L’antropologia del patrimonio culturale in L. Faldini, E. Pili, a cura di, Saperi antropologici, media e società civile nell’Italia contemporanea (2011); Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita (2013); Le culture popolari e l’impatto con le regioni, in M. Salvati, L. Sciolla, a cura di, “L’Italia e le sue regioni”, Istituto della Enciclopedia italiana (2014); Raccontami una storia. Fiabe, fiabisti, narratori (con A. M. Cirese, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); Tra musei e patrimonio. Prospettive demoetnoantropologiche del nuovo millennio (a cura di Emanuela Rossi, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2021); I Musei della Dea, Patron edizioni Bologna 2023). Nel 2018 ha ricevuto il Premio Cocchiara e nel 2022 il Premio Nigra alla carriera.

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