di Monica Modica
Giugno 1997, Favignana, c’era mattanza. Elsa sapeva bene che non erano più i tempi in cui aveva condotto le sue ricerche sul campo; poche le tracce di quel mondo che aveva fatto emergere attraverso i suoi studi.
I tonnaroti e i Rais la conoscevano e con lei tutti erano pronti a mettersi a disposizione. In lei riconoscevano garbo e sacro rispetto verso il patrimonio immateriale di cui erano custodi inconsapevoli. Sapevano che consegnare a lei le loro memorie era il modo migliore perché fossero salvaguardate e divenissero patrimonio della comunità.
Elsa sapeva leggere l’anima di ciascuno: forse le sue innumerevoli ricerche sulla magia in Sicilia e le frequentazioni di maghe e ciarmavermi, lo studio dei riti legati a quella tradizione avevano affinato la sua innata sensibilità.
Un giorno le chiesi: “Elsa tu ci credi?”; lei mi rispose: “ne ho rispetto”.
Le sue risposte erano sibilline, non a caso; le domande dovevano trovare risposta nella sensibilità del suo interlocutore.
Favignana, ore 4.00 del mattino, caffè e poi al porto al bar; lì era fissato l’appuntamento con la ciurma.
Il Rais Jachino Ernandes ci fa da guida verso la Camparia. Con la mia videocamera comincio a riprendere Gioacchino Cataldo, il nuovo Rais, designato a guidare la mattanza di quell’anno.
Si attendeva l’arrivo del ghiaccio da Marsala; senza questo non si sarebbe potuto fare mattanza. La conferma dell’arrivo del ghiaccio dà inizio alle operazioni.
Elsa mi consegna al vecchio Rais Ernandes, salgo sulla muciara: “Elsa e tu? Non vieni?”; “No bimba mia, vai con Rais Jachino”. Il mio battesimo del mare ebbe inizio così.
Preghiere, il vetro sulla pancia della muciara, tonni non tanti e piccoli, canti.
Il Rais Cataldo dirige ogni azione come un direttore d’orchestra. Sapeva ogni cosa imparata da bambino e il vecchio Rais Jachino era stato a lui vicino.
Dalla camera della morte i tonni cominciano ad affiorare. Uno dei figli di Clemente si tuffa e prende un piccolo tonno agonizzante in braccio: “matrimia su picciriddi”, esclama. Capisco che una volta mai avrebbero pescato tonni così piccoli, capisco perché Elsa non era lì con me.
Rientriamo al porto, Elsa era orgogliosa: “andiamo a festeggiare a cala Fumeri”. Prosecco freddo e un bagno nelle acque verde smeraldo. Lei aveva comprato, di quella mattanza, un piccolo tonno.
Rientrate a casa, in campagna, ne tagliò due pezzetti e lo mangiammo crudo. Io lo portai alla bocca come se per me fosse stato un gesto usuale, lei sapeva che per me era la prima volta; il suo era un rito di passaggio che superai in scioltezza.
Quel piccolo tonno lo cucinammo poi nella casa di Palermo. La maggior parte venne usato per festeggiare al Mulino il mio trentunesimo compleanno. Scelse lei le parti più adatte per fare il tonno ammuttunato. Io: “Elsa l’occhio lo mettiamo?”; “sei selvaggia eviterei, ma forse non se ne accorgono. Mettilo in pentola!” disse ridendo.
Elsa, come ha detto Sergio Bonanzinga in occasione del suo funerale, divideva il mondo in “‘persone che mi piacciono’ e ‘persone che non mi piacciono’”; vero!
Ma aggiungerei che anche se le piacevi poteva bastare un attimo per cadere in disgrazia; molto di più per recuperare la sua stima nella consapevolezza che un inciampo era sempre in agguato.
Credo che nella sua vita abbia cercato in ogni modo d’essere amata per quello che era con tutti i suoi pregi e difetti; per questo non amava comportamenti e gesti di circostanza. Le telefonate fatte solo per “dovere” erano per lei le più intollerabili. La chiamavo di rado, per lo più per raccontarle dei suoi nipoti o per dirle “domani passo”. “Piccolina io sono qui e vederti per me è la gioia più grande”.
Affascinante, gelosa, intelligente, colta, mutevole, amava la musica e scriveva in modo raffinato e scorrevole. Le sue parole scivolano nell’anima, e parlano di lei, di ciò che i suoi occhi hanno visto con il cuore.
Di recente una domenica di primavera, mattina presto, ero con lei. Il sole era caldo e le rondini impazzite volavano davanti la sua finestra.
Al Mulino, luogo di memorie a lei care, c’era la stanza delle rondini: lei lasciava le finestre aperte perché potessero entrarvi liberamente.
“Madre, guarda, le rondini!”. Le rondini entrarono nella sua stanza. Lei entusiasta: “riprendile presto!”.
Ripresi le rondini entrare e volare sopra di lei, poi uscirono dalla finestra fluttuando nel cielo azzurro.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
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Monica Modica, architetto, si è occupata di rilievo diretto e fotogrammetrico in ambito archeologico partecipando a diverse attività di scavo in Italia e all’estero dell’Università di Palermo. Ha insegnato Disegno presso l’Università di Sassari e la sede universitaria di Oristano nell’a.a. 2001-2002 e Architettura e storia del paesaggio presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo dal 2002 al 2006. È stata Assessore alle Egadi con deleghe ai beni culturali, istruzione e turismo e lavori pubblici e urbanistica nel 2010-2112 e con deleghe alla cultura, patrimonio e politiche sociali nel 2022-2024. Si è occupata e si occupa di documentazione audiovisuale in ambito demoetnoantropologico collaborando con il Folkstudio di Palermo e la Fondazione Ignazio Buttitta.
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