di Roberta Morosini
Nel fine settimana in cui il film di Christopher Nolan riporta Ulisse al centro dell’immaginario contemporaneo, domenica 2 agosto Il Sole 24 Ore dedica all’eroe dell’Odissea un ampio inserto speciale. Piero Boitani ricorda come ogni epoca torni a interrogare Ulisse [1], mentre Stefano Salis, prendendo spunto da Un’Odissea. Un padre, un figlio e un’epopea di Daniel Mendelsohn, riflette sul tema dell’identità e del viaggio. Per Mendelsohn, l’Odissea racconta ciò che siamo, come diventiamo noi stessi: un viaggio che continua a rinnovarsi ogni volta che qualcuno lo legge.
L’Ulisse di Nolan sembra avvicinarsi a quello raccontato da Jean-Pierre Vernant in C’era una volta Ulisse: non soltanto l’eroe dell’astuzia e del viaggio, ma un uomo che, all’inizio, non ha alcuna voglia di partire per la guerra. Pur di non lasciare Itaca si finge pazzo, camminando all’indietro davanti a un aratro e seminando sassolini come fossero semi. Prima ancora dell’eroe che vuole oltrepassare ogni limite, c’è dunque un Ulisse che vorrebbe restare, o… tornare [2].
Ma mentre torniamo a raccontare Ulisse attraverso le sue partenze e i suoi ritorni, nello stesso Mediterraneo altri viaggi hanno un esito radicalmente diverso. Quella stessa domenica, mentre si contano i morti di Ceuta inghiottiti dalle onde, è difficile non dare ragione a Domenico Quirico quando, dalle pagine de La Stampa, scrive dei sessantamila giovani che il 31 luglio hanno cercato di raggiungere a nuoto Ceuta, sulla costa africana, in un territorio rivendicato dal Marocco ma amministrato dalla Spagna come enclave europea, definendoli «moderni Ulisse».
«Odissea, Ulisse. Tutti noi nei flutti del destino», titola l’inserto del Sole 24 Ore, dedicato quasi interamente alla figura di Ulisse. Eppure quel «tutti noi» si incrina davanti alle immagini che arrivano da Ceuta, dove il mare non ha per tutti lo stesso significato. Per molti giovani marocchini, raggiungere l’enclave spagnola significa tentare di arrivare su una riva geograficamente vicinissima e tuttavia separata da un confine che fa del Mediterraneo non lo spazio metaforico di un destino condiviso, ma una barriera concreta.
Più di cento migranti hanno perso la vita tentando di raggiungere Ceuta, l’enclave spagnola sulla costa africana. Mentre il cinema celebra il ritorno dell’eroe più celebre dell’Occidente, il Mediterraneo continua a restituire i corpi di uomini e donne che attraversano lo stesso mare senza essere riconosciuti come eroi. È da questo scarto che l’Ulisse di Dante torna a interrogarci.
Le colonne d’Ercole
Melilla e Ceuta sono oggi due dei luoghi in cui l’Europa costruisce muri sempre più alti per fermare chi cerca di attraversare il confine. Le Colonne d’Ercole non segnano più il limite del mondo conosciuto. Segnano il limite dell’Europa.
Scrive Quirico:
«Con i migranti sono giunto, dopo anni, all’asciuttezza ideale. Non ho più bisogno di descriverli. Migranti. E basta. Li ho visti morire nel mare e nel deserto. Ho camminato e navigato con loro. Per questo, dal 2011, da quando è iniziata quella che abbiamo imparato a chiamare la Grande Migrazione, continuano a infrangersi attorno a me infinite onde di malinconia» (La Stampa, 2 agosto 2026).
Domenico Quirico li ha definiti «moderni Ulisse», «usati come arma e poi scaricati, alla mercé dei giochi dei potenti». A Ceuta, il richiamo a Ulisse ne incontra un altro: quello di Dante. Nella cultura medievale era conosciuta come Setta, ed è proprio Setta che Ulisse si lascia alle spalle, insieme a Sibilia, quando nel XXVI canto dell’Inferno oltrepassa le Colonne d’Ercole:
acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
(Inf. XXVI, 109-111)
È qui che il parallelo con i «moderni Ulisse» di Quirico si rovescia. L’Ulisse di Dante parte da Setta e la lascia alle proprie spalle per inoltrarsi nell’«alto mare aperto»; i moderni Ulisse cercano invece di arrivare a Setta. Per l’uno Ceuta è il margine oltre il quale comincia il viaggio; per gli altri è la riva che potrebbe porvi fine. Quella riva ha tuttavia una geografia particolare. Ceuta è una città spagnola sulla costa africana, all’ingresso dello Stretto di Gibilterra. Da secoli costituisce una soglia tra Europa e Africa, tra Mediterraneo e Atlantico. Conquistata dai portoghesi nel 1415 e passata nel Seicento sotto la sovranità spagnola, è rimasta una frontiera europea in terra africana, uno dei luoghi in cui la lunga storia dell’espansione coloniale continua a riflettersi nel presente. Di fronte alla costa iberica, si trova nel punto in cui il Mediterraneo si restringe prima di aprirsi nell’oceano. Quel restringimento, il varco tra Setta e Sibilia, si riconosce anche in un’altra rappresentazione del Mediterraneo. Una carta persiana, realizzata in Iran intorno al 1820 sulla base della tradizione cartografica di al-Iṣṭakhrī, mostra il grande bacino mediterraneo assottigliarsi proprio in corrispondenza dello stretto, prima di comunicare con l’oceano.
È oltre questo limite che si spinge l’Ulisse di Dante, quando, con la sua «orazion picciola», trascina il vecchio equipaggio, «quella compagna picciola da la qual non fui diserto», verso una morte che egli stesso ha reso possibile:
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
(Inf. XXVI, 100-102)
Oggi la storia sembra ripetersi, ma con una differenza decisiva. I moderni Ulisse evocati da Quirico non sono coloro che pronunciano il discorso seducente: sono coloro che salgono sulle imbarcazioni, affidando la propria vita alle decisioni di altri, lasciando alle spalle tutto, non per ardore di «divenir del mondo esperto», ma perché costretti ad abbandonare la propria terra:
né dolcezza di figlio, né la pietà
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta.
(Inf. XXVI, 94-96)
L’Ulisse di Dante è colui che convince e guida; i migranti sono piuttosto la «compagna picciola» che lo segue. Gli Ulisse danteschi, oggi, sono forse i potenti che spingono uomini e donne verso un nuovo «folle volo» senza condividerne il destino. I migranti hanno poco dell’Ulisse di Dante: sono naufraghi esposti al mare, senza che alcun dio intervenga a salvarli.
Ed è proprio questo rovesciamento a riportarci a Ceuta. Qui hanno provato a raggiungerla a nuoto. La Setta di Dante non è soltanto un nome antico: è la soglia sulla quale il presente torna a sovrapporsi alla geografia del folle volo.
Oggi quella stessa soglia è diventata uno dei confini più drammatici d’Europa. Ma Ceuta non è Lampedusa. È una città spagnola sulla costa africana, un’enclave che sopravvive come retaggio del colonialismo europeo. Cambiano le carte, cambiano gli imperi, cambiano i muri. Il mare non conosce frontiere: sono gli Stati a tracciarle. Ceuta continua a essere il luogo in cui quella frontiera coloniale decide, ancora una volta, chi può passare e chi deve restare. Perché il confine di Ceuta non è un dato «naturale»: è il prodotto di una storia coloniale che continua a organizzare lo spazio e a distinguere chi appartiene pienamente all’umanità politica europea e chi ne resta fuori.
Non sorprende che proprio su questi versi si soffermino gli antichi esegeti della Commedia. Iacopo della Lana, che scrive tra il 1324 e il 1328, racconta che Ercole, giunto allo stretto «che è appellato Safai», fece porre «suso per la riva e da lato di Sibilia e da quella di Setta molte colonne di marmore», sulle quali era scritto: «nullo si metta a navigare più innanzi, imperquello che oltre queste mete non troverà porto di salute». Qualche decennio dopo Francesco da Buti, commentando l’apparizione della montagna del Purgatorio, osserva che l’allegrezza dei naviganti «tosto ci tornò in pianto». Letti oggi, quei commenti sembrano risuonare davanti ai morti di Ceuta. Per molti dei moderni Ulisse quel «porto di salute» continua a essere negato.
Ma chi è, allora, il moderno Ulisse? La domanda ricordata da Piero Boitani, ripresa da Borges in Odissea. Libro Vigesimoterzo, torna con forza:
Dov’è quell’uomo
che nelle notti e nei giorni dell’esilio
errava per il mondo come un cane,
dicendo: Il mio nome è Nessuno?
Di molti morti di Ceuta continuiamo a non conoscere il nome. Restano corpi restituiti dal mare. Di una giovane donna ricordiamo soltanto che giocava a calcio. Anche loro, come l’Ulisse evocato da Borges, rischiano di diventare Nessuno.
«Corpi gettati in mare, lasciati a morire. Questa volta non per colpa dei capitani delle navi schiaviste, ma della legislazione europea», scrive Iain Chambers in Lampedusa / Gaza. L’orologio coloniale e i linguaggi interrotti [3]. Le sue parole collocano il Mediterraneo di oggi dentro una storia più lunga. Non per sovrapporre esperienze diverse, ma per riconoscere come il mare continui a essere governato da confini politici che decidono chi può attraversarlo e chi può esserne respinto. La violenza non appartiene soltanto al passato coloniale: continua a riemergere nelle forme contemporanee del controllo della mobilità.
Più che discutere la fedeltà del film di Nolan a Omero, dovremmo allora interrogarci, con Domenico Quirico, sui moderni Ulisse: «usati come arma e poi scaricati, alla mercé dei giochi dei potenti». È forse questo che il mito continua a chiedere ai suoi lettori: non la celebrazione dell’eroe, ma la capacità di riconoscere chi, oggi, continua ad attraversare il mare.
Piero Boitani ricorda che ogni epoca torna a interrogare Ulisse, ma forse oggi quella domanda può essere formulata anche nella direzione opposta, perché i moderni Ulisse interrogano noi e il modo in cui continuiamo a guardare il Mediterraneo. E guardare il Mediterraneo significa anche domandarsi da quale punto lo guardiamo. Ceuta, infatti, non è soltanto una soglia da attraversare: è stata anche un luogo dal quale il Mediterraneo e il mondo sono stati pensati e rappresentati. Proprio a Ceuta, la Setta dantesca che segna uno dei limiti del viaggio di Ulisse, nasce intorno al 1100 quando al-Idrisi, geografo e cartografo maghrebino, alla corte normanna di Ruggero II a Palermo, compone la Tabula Rogeriana, una delle più straordinarie rappresentazioni del mondo medievale, nella quale il Sud occupa il posto che noi siamo abituati ad assegnare al Nord.
Quella carta ci costringe a cambiare il punto dal quale siamo abituati a guardare il Mediterraneo. Ed è proprio un cambiamento del punto di vista che Dante mette in scena nel XXVII del Paradiso. Invitato da Beatrice a volgere gli occhi verso il basso, contempla la terra dalle altezze del cielo e comprende in un unico sguardo «di là da Gade il varco», segnato dal folle viaggio di Ulisse, e «di qua presso il lito», la riva dalla quale Europa aveva iniziato il proprio viaggio forzato, rapita da Giove sotto le sembianze di un toro:
Da l’ora ch’io avea guardato prima
i’ vidi mosso me per tutto l’arco
che fa dal mezzo al fine il primo clima;
sì ch’io vedea di là da Gade il varco
folle d’Ulisse, e di qua presso il lito
nel qual si fece Europa dolce carco.
E più mi fora discoverto il sito
di questa aiuola; ma ’l sol procedea
sotto i mie’ piedi un segno e più partito.
(Par. XXVII, 76-87)
In quella veduta dall’alto Ulisse ed Europa appartengono alla stessa geografia mediterranea, ma vi entrano attraverso due movimenti profondamente diversi: Ulisse sceglie di oltrepassare il limite, mentre Europa viene trasportata al di là del mare contro la propria volontà. Il varco e il rapimento, il viaggio scelto e quello imposto, vengono così compresi nella stessa mappa d’acqua. E proprio da questa opposizione emerge un’altra figura decisiva: quella dell’approdo. Il varco riporta infatti alle Colonne d’Ercole e alle parole di Iacopo della Lana, che aveva ammonito il navigante a non procedere «più innanzi», perché oltre quelle mete non avrebbe trovato «porto di salute».
Il porto entra così nella geografia di Ulisse come ciò che viene meno oltre il limite, ma appartiene anche alla geografia dell’esilio di Dante, che nel Convivio (I, iii, 5), raccontando la propria condizione, si rappresenta come un’imbarcazione priva di vela e di governo, trascinata di approdo in approdo:
«Veramente io sono stato legno sanza vela e sanza governo, portato a diversi porti e foci e liti dal vento secco che vapora la dolorosa povertade» (Dante, Convivio (I, iii, 5).

Alberto Savinio, Il protettore dei porti, tempera su tela, 1950, Udine, Civici Musei, Galleria d’Arte Moderna.
Quei «porti e foci e liti» riportano lo sguardo al punto in cui il mare incontra la terra e il viaggio può diventare approdo, a quel confine che cambia significato secondo la direzione dalla quale lo si attraversa: apertura verso il mare per chi parte, ingresso alla città per chi arriva. È la stessa ambivalenza che prende forma nel Protettore dei porti di Alberto Savinio, dipinto nel 1950.
Una gigantesca divinità marina emerge dalle acque come personificazione del genius loci, presenza benevola e protettiva che veglia sul punto di contatto tra mare e terra. Il porto è insieme ingresso alla città e apertura verso il mare, luogo di arrivo e di partenza, confine e passaggio. Ma alle Colonne d’Ercole questa promessa dell’approdo viene meno: oltre quelle mete, ammoniva Iacopo della Lana, il navigante «non troverà porto di salute». Ulisse attraversa quel limite e ne fa un varco; Dante, ormai dalle altezze del Paradiso, tornerà a riconoscerlo dentro la grande mappa d’acqua del Mediterraneo.
È forse proprio qui che l’antico ammonimento di Iacopo della Lana torna a incontrare Ceuta. Perché per i moderni Ulisse il problema non è soltanto attraversare il mare, ma trovare, dall’altra parte, un porto.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] P. Boitani, L’ombra di Ulisse, Il Mulino Bologna, 2012.
[2] J.-P. Vernant, C’era una volta Ulisse, Torino, Einaudi, 2006, trad. it. di Irene Babboni di Ulysse suivi de Persée, Paris, Bayard, 2004.
[3] Iain Chambers, Lampedusa/Gaza. L’orologio coloniale e i linguaggi interrotti, Napoli, Orthotes Editrice, 2025.
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Roberta Morosini è docente di Letteratura italiana medievale e studi mediterranei presso la UCLA. Le sue ricerche rileggono il Trecento italiano in una prospettiva pan-mediterranea, interrogando, attraverso isolari e cartografie letterarie, le categorie di centro e periferia, i confini mobili delle isole e le geografie culturali del Mediterraneo. Tra i suoi libri: Il mare salato. Il Mediterraneo di Dante, Petrarca e Boccaccio (Viella, 2020), Dante, il Profeta e il Libro (L’Erma di Bretschneider, 2018) e Boccaccio’s Orient (De Gruyter, 2027). Alcune delle riflessioni qui proposte prendono avvio da precedenti contributi apparsi su Dialoghi Mediterranei e da Fuor di quel mar, e proseguono in un volume in preparazione per Viella Editrice, dedicato a Dante, al mare dell’esilio e ai viaggi di Europa.
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