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Ceuta. Il potere di raccontare, la responsabilità di esitare

Ceuta (ph. Raffaello Rossini)

Ceuta (ph. Raffaello Rossini)

di Susanna Coppolecchia

Riflessioni ai margini di un dialogo sulla frontiera e sull’etica della rappresentazione 

Ceuta, exclave costiera spagnola in Africa, si affaccia sullo stretto di Gibilterra ed è nota come la “seconda” colonna d’Ercole. Il Marocco, che la circonda interamente, la rivendica a sé sin dalla propria indipendenza, insieme a Melilla e alle isole contigue dette Plazas de soberanìa.

Il 30 luglio 2026 la città è tornata al centro delle cronache internazionali quando decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine dal Marocco, lungo la costa, a nuoto, o attraverso le barriere di frontiera. Il bilancio delle vittime, oggetto di divergenze fra le fonti, supera il centinaio. Le immagini degli attraversamenti e le notizie delle morti hanno subito allargato l’aspro contenzioso fra Spagna e Marocco a un duro confronto politico europeo. Il 31 luglio l’Italia ha disposto per un mese il ripristino temporaneo di controlli mirati su cittadini di Paesi terzi in arrivo dalla Spagna, motivandolo con preoccupazioni per possibili movimenti successivi dei profughi verso il territorio italiano.

L’intensità della crisi ha mostrato quanto questo territorio si configuri paradigmatico a livello mediterraneo sotto due opposti profili: da un lato il suo porsi come frontiera esterna dell’Unione europea in territorio africano, dall’altro la sua natura di relitto coloniale, percepito come anacronistico dagli interlocutori della sponda sud del Mediterraneo. Questa duplice tensione latente fa sì che un evento localizzato a Ceuta possa rapidamente diventare una questione euro-araba, in cui il timore dei movimenti migratori si intreccia alla particolare esposizione della popolazione spagnola residente e alla gestione politica delle frontiere.
Un precedente importante risale al maggio 2021; come nella scorsa estate, durante una crisi diplomatica fra Spagna e Marocco, circa ottomila persone raggiunsero Ceuta in pochi giorni. Le autorità spagnole organizzarono respingimenti e rimpatri, mentre le immagini degli arrivi alimentarono un racconto pubblico dominato dall’idea di emergenza. La crisi si intrecciava alla decisione spagnola di accogliere per cure mediche Brahim Ghali, leader del Fronte Polisario, movimento che rivendica l’autodeterminazione del Sahara Occidentale: una ulteriore questione, particolarmente sensibile, nei rapporti con Rabat. Gli attraversamenti del 2021 non furono quindi un episodio isolato né soltanto una questione di sorveglianza delle frontiere, ma il punto d’incontro fra storie personali, politiche migratorie e tensioni diplomatiche.

Per comprendere la frontiera attuale occorre risalire alla storia di Ceuta, conquistata dal Portogallo nel 1415 e passata successivamente alla Corona spagnola. Oggi è città autonoma della Spagna, e porto franco sul Mediterraneo, mentre come detto sopra il Marocco ne rivendica la sovranità. Questi fatti si spiegano perché la presenza europea sulla costa africana e le differenze nella libertà di movimento costituiscono dunque il risultato di processi storici e decisioni politiche. Pino Arlacchi, sociologo italiano, studioso della criminalità organizzata e delle disuguaglianze globali, già impegnato nelle istituzioni internazionali e alle Nazioni Unite, ci offre strumenti per leggere la persistenza dei rapporti di potere. Perché la presenza europea in Africa viene spesso considerata un dato acquisito, mentre il movimento delle persone verso l’Europa suscita allarme? (cfr. Arlacchi, 2026). Questa asimmetria trova un’efficace espressione nella riflessione di Luca Misculin, autore di Mare aperto, secondo cui la possibilità di attraversare il Mediterraneo dipende spesso dal possedere «il passaporto giusto». Una stessa distesa d’acqua è uno spazio di libertà per alcuni e una frontiera quasi invalicabile per altri. Nell’«eterno presente» in cui viviamo «soltanto una conoscenza profonda di ciò che è successo ci dà degli anticorpi».

Ceuta (ph. Raffaello Rossini)

Ceuta (ph. Raffaello Rossini)

È a partire da questo bisogno di comprensione che acquistano significato le conversazioni con Raffaello Rossini e Ikram Jarmouni, incontrati in occasione di «Maree. Geografie di confine e antropologia dello spazio tra Ceuta e il Príncipe», alla Biblioteca Cabral di Bologna dove hanno restituito una loro ricostruzione dei fatti a partire da punti di vista differenti. Il Príncipe è un quartiere popolare della parte meridionale di Ceuta, vicino al valico del Tarajal e alla frontiera con il Marocco. Si estende su un terreno collinare, con un tessuto di abitazioni fitte, vicoli e ripidi dislivelli. La sua popolazione è in larga parte musulmana, con legami familiari, linguistici e culturali con il vicino Marocco; nella vita quotidiana convivono lo spagnolo e il darija, l’arabo marocchino; la presenza di moschee, attività di vicinato e luoghi di incontro contribuiscono alla fisionomia del quartiere.
La storia sociale del Príncipe è attraversata da disoccupazione, precarietà, difficoltà abitative e carenze di infrastrutture e servizi, documentate anche dalle denunce degli abitanti, le cronache hanno spesso associato il suo nome al narcotraffico e all’insicurezza, producendo uno stigma che condiziona il modo in cui la città guarda al quartiere. Accanto a questa immagine pubblica si sviluppano reti familiari, associazioni di residenti, pratiche di mutuo aiuto e richieste di maggiori opportunità. Durante gli arrivi del luglio 2026, il quartiere è diventato uno dei principali luoghi di accoglienza informale: diversi abitanti hanno offerto cibo, riparo e assistenza, anche a donne e minori. Questo avveniva mentre la pressione sulle risorse locali alimentava stanchezza e richieste di intervento pubblico, e la vicinanza alla frontiera si traduceva così in un’esperienza concreta di disuguaglianza, solidarietà e responsabilità condivise.
Le due interviste nascono da posizioni differenti e aprono un confronto sul potere di osservare, scegliere e raccontare la vita di un territorio.

Fotografo, documentarista ed educatore, Raffaello Rossini è arrivato a Ceuta attraverso il viaggio e una trama di incontri che lo ha condotto anche a documentare la vita quotidiana del Príncipe, mostrando che non può essere ridotta agli stereotipi che spesso lo accompagnano. Nel suo percorso, l’immagine non precede la relazione: prende forma entro circostanze concrete, attraverso inviti, disponibilità e negoziazioni.

Ikram Jarmouni, studiosa e attivista, propone una lettura della frontiera che parte dalle vite sulle quali essa agisce, dalle disuguaglianze del territorio e dalle parole usate per descriverlo. Il suo intervento porta in primo piano una domanda politica: chi stabilisce le categorie con cui vengono raccontati gli attraversamenti e chi può contestarle? Le due prospettive non sono intercambiabili: metterle in dialogo permette di osservare sia ciò che appare nelle fotografie sia le condizioni che ne restano fuori.

Jarmouni richiama l’attenzione sul lessico della frontiera. Parole come «ondate», «flussi» e «invasioni» descrivono il movimento delle persone come una forza impersonale, spesso minacciosa. Il problema riguarda il potere di definire gli eventi: parlare di emergenza, presentare un quartiere attraverso la sua pericolosità o identificare qualcuno soltanto attraverso uno status amministrativo orienta già il giudizio pubblico. Si finisce per discutere di chi attraversa il confine più che delle decisioni che lo hanno costruito e delle differenze di libertà di movimento. La riflessione di Chomsky e Herman sui meccanismi di costruzione dell’informazione aiuta a collocare questa osservazione in un quadro più ampio. È però la domanda posta da Jarmouni a guidare qui la lettura: quali persone e quali responsabilità diventano invisibili quando scegliamo una certa parola?

Nel racconto del proprio lavoro, Rossini non attribuisce alla macchina fotografica la capacità di restituire una realtà incontaminata. L’accesso al Príncipe, reso possibile anche da incontri inattesi, non equivale all’ingresso in uno spazio liberamente disponibile allo sguardo di chi viene da fuori, è  piuttosto l’inizio di una relazione in cui occorre comprendere le condizioni della propria presenza: una fotografia può generare diffidenza o curiosità, ma anche rispondere al desiderio di essere riconosciuti: alcune persone chiedono di comparire nelle immagini affinché le loro condizioni di vita diventino riconoscibili. In questi termini sarebbe quindi riduttivo identificare il rispetto con l’invisibilità, come se sottrarre qualcuno allo sguardo pubblico fosse sempre una forma di tutela; al tempo stesso, il desiderio di essere fotografati non implica la conoscenza di tutti gli usi futuri dello scatto. Fra l’incontro e la pubblicazione intervengono l’inquadratura, la selezione, la didascalia, il montaggio e la scelta del pubblico ed è soprattutto in questo passaggio che una fiducia iniziale può essere custodita oppure tradita.

Ceuta (ph. Raffaello Rossini)

Ceuta (ph. Raffaello Rossini)

Il quartiere del Príncipe rende particolarmente evidente l’insidia di trasformare la sofferenza in un’immagine esteticamente potente, capace di suscitare emozione senza aprire una comprensione delle condizioni che l’hanno prodotta. La bellezza formale di una fotografia può diventare un problema etico quando l’esperienza di chi osserva prende il posto della vita di chi viene ritratto, fissato nel ruolo di vittima o di emblema della marginalità. Sul piano delle parole, la critica di Jarmouni alla retorica della resilienza e sul romanticizzare i fatti, segnala un rischio affine: un gruppo di persone che condivide un unico piatto di cibo può raccontare solidarietà, reciprocità e legami comunitari; ma fermarsi all’ammirazione per questa capacità di sostenersi a vicenda significa forse eludere una domanda più scomoda: quali risorse mancano, quali responsabilità pubbliche sono state disattese e perché quella condivisione è divenuta necessaria? La domanda di Jarmouni costringe a guardare oltre la scena: chi ha reso necessaria quella condivisione?

Il racconto della solidarietà del Príncipe acquista un altro significato quando si considera la storia del quartiere. Jarmouni richiama l’attenzione sulla segregazione urbana, sulla precarietà e sulla carenza di servizi. Le reti di vicinato sono una risorsa reale, ma non tutte le persone possono contare sulle stesse possibilità di scelta: per ragazze e giovani donne, in particolare, appartenenza, sicurezza e autonomia possono entrare in tensione. La domanda riguarda quindi anche le istituzioni: quali responsabilità vengono lasciate agli abitanti, e con quali risorse?

Il campo da calcio trasformato in spazio di accoglienza rende concreta questa domanda. Rossini ha raccontato dei materassi e dei teli acquistati dagli abitanti, del cibo distribuito e del tentativo di proteggere ragazze e giovani donne, molte minorenni. Ha ricordato anche l’assenza di bagni, di un presidio medico e di strutture adeguate. Jarmouni ha riportato questa iniziativa alla storia sociale e urbanistica del Príncipe e all’abbandono dei servizi pubblici. Il suo intervento sposta il centro della discussione: come si è arrivati a chiedere a un quartiere già segnato dalle disuguaglianze di assumersi un compito così gravoso? Il valore dei gesti di aiuto resta; la loro necessità rivela anche un problema politico.

La frontiera, del resto, agisce sulle vite ben prima e ben oltre il momento dell’attraversamento; un documento può condizionare la possibilità di studiare, lavorare, raggiungere un familiare o accedere a un servizio; così anche la cittadinanza e la posizione amministrativa non sono dettagli biografici neutri: distribuiscono opportunità e ostacoli, anche quando non compaiono in alcuna fotografia. La lezione di Frantz Fanon, attenta al modo in cui il dominio coloniale incide anche sulla definizione di chi possa parlare e di come la sua parola venga riconosciuta, offre una chiave per interrogare queste asimmetrie. Ogni racconto nasce da una posizione precisa, fatta di esperienze, relazioni e possibilità differenti, lo sguardo di chi arriva dall’esterno e la conoscenza di chi vive quotidianamente il territorio possono illuminarsi a vicenda, purché siano riconosciute le condizioni dalle quali ciascuno prende parola: chi attraversa temporaneamente un luogo per documentarlo può generalmente andarsene; chi vi abita continua a confrontarsi con gli effetti delle rappresentazioni che circolano su di esso ed è questa distanza che attribuisce al reportage una responsabilità particolare e richiede attenzione alle conseguenze delle immagini e delle parole.

Acquista rilievo la riflessione di Anne Carson, poetessa, saggista, traduttrice e studiosa canadese della cultura classica. Nella conferenza «HIK: Hesitation», dedicata al significato del termine esitazione, Carson invita a soffermarsi sul dipinto di Francisco Goya noto come «El perro» («Il cane»), appartenente al ciclo delle Pitture nere. Il muso di un cane affiora da una superficie obliqua indefinita: le interpretazioni che vi leggono disperazione o pericolo mostrano quanto rapidamente si possa costruire una storia intorno a un’immagine. Carson propone un’attenzione più intensa, capace di sostare davanti all’immagine e di interrogare ciò che rimane fuori campo. L’esitazione assume così un significato fecondo: fermarsi, osservare ancora, lasciare aperte diverse possibilità di interpretazione, in analogia con l’epoché della filosofia antica, riproposta da Edmund Husserl nella fenomenologia. Applicata ai fatti accaduti a Ceuta, questa disposizione d’animo invita a ricostruire le circostanze di uno scatto, la relazione che ha permesso di raccogliere una testimonianza e le possibilità concrete delle persone di cui raccontiamo le scelte.

Ceuta (ph. Raffaello Rossini)

Ceuta (ph. Raffaello Rossini)

Nelle considerazioni di Jarmouni torna così una questione decisiva: a chi viene riconosciuta l’autorità di definire un’esperienza? Una persona può essere ascoltata molte volte da giornalisti, ricercatori e operatori e continuare a non incidere sulle decisioni che la riguardano. La sua parola può essere accolta come testimonianza e, nello stesso gesto, esclusa dal campo della conoscenza, riservando ad altri il compito di interpretarla. Anche la pratica fotografica incontra questo squilibrio. Restituire le immagini, discutere la scelta degli scatti e mantenere un rapporto oltre il tempo della documentazione sono gesti importanti, ma non cancellano automaticamente la differenza tra chi dispone degli strumenti di pubblicazione e chi appare nel risultato finale. Rimane quindi una domanda concreta: le persone ritratte possono discutere o correggere il modo in cui saranno rappresentate?

L’esperienza riferita da Rossini introduce anche il problema dell’aiuto. Incontrare persone che vivono condizioni difficili può rendere insufficiente, agli occhi di chi documenta, il semplice osservare; eppure il desiderio di essere utili rischia a sua volta di trasformarsi in un intervento definito unilateralmente, nel quale l’altro torna a occupare una posizione subordinata. È una tensione familiare anche al lavoro educativo di cui è protagonista: ascoltare non significa conoscere il bisogno di una persona meglio di quanto lo conosca lei stessa, e la partecipazione non coincide con l’adesione a procedure predisposte altrove. Quando gli spazi di coinvolgimento sono rigidamente stabiliti, chi non vi si riconosce può essere considerato disinteressato, senza che ci si chieda quali ostacoli gli impediscano di prendervi parte.

Da questo confronto emerge una responsabilità diversa per ciascuna pratica. Le fotografie di Rossini fanno incontrare persone e luoghi che rischiano di restare fuori dal racconto pubblico. Le domande di Jarmouni obbligano a considerare la storia del quartiere, il linguaggio e le decisioni politiche che organizzano quelle vite. Il consenso a una fotografia o a un’intervista è un punto di partenza: restano le scelte successive, dalla didascalia alla pubblicazione, e la possibilità per le persone coinvolte di discutere il racconto.

Nel Príncipe, parlare di partecipazione implica il prendere in considerazione le condizioni materiali che rendono effettiva la possibilità di scegliere: il tempo disponibile, il lavoro, la sicurezza, i servizi e la libertà di movimento. È qui che riconosco una questione importante anche per il lavoro educativo: la partecipazione dipende da risorse e margini reali di scelta. Modificare il lessico dell’inclusione è necessario ma insufficiente se non mutano anche i rapporti di potere che stabiliscono chi decide. Paulo Freire ha legato il dialogo al riconoscimento degli interlocutori come soggetti della propria storia: una prospettiva che, in un territorio attraversato da confini giuridici e simbolici, invita a distinguere il semplice diritto di raccontarsi dalla possibilità di incidere sulle scelte collettive. Essere ammessi alla parola non equivale ancora a essere riconosciuti come interlocutori.

Resta una questione aperta: dopo la pubblicazione, chi vive nel Príncipe può intervenire sulle immagini e sulle parole che continuano a circolare sul quartiere? È su questa possibilità concreta di replica che si misura anche la responsabilità di chi racconta.

Ceuta (ph. Raffaello Rossini)

Ceuta (ph. Raffaello Rossini)

Un punto del confronto merita di restare aperto: che cosa significa dire che una frontiera ha fallito? La continuità della vita nel Príncipe, le reti di aiuto e la capacità di sottrarsi almeno in parte al controllo possono essere lette come forme di resistenza. Ma la resistenza di chi attraversa o abita il confine non prova, di per sé, che il dispositivo di frontiera abbia smesso di produrre separazioni, precarietà e limitazioni dei diritti. È questa differenza fra la capacità delle persone di agire e l’efficacia delle strutture di controllo che vorrei lasciare in evidenza, senza risolverla in una formula conciliatrice.

La lezione di Fernand Braudel offre un’ultima chiave per comprendere Ceuta, sottraendo la frontiera all’immediatezza della cronaca e restituendola alla profondità della storia. Nella sua interpretazione, il Mediterraneo non è semplicemente uno spazio geografico delimitato dalle coste, ma un mondo di relazioni, attraversamenti, conflitti e scambi, plasmato nel corso dei secoli da vicende politiche, economiche e culturali che continuano a incidere sul presente. La sua nozione di lunga durata invita a riconoscere, dietro l’apparente eccezionalità degli eventi, la persistenza di strutture e disuguaglianze che nessuna emergenza può spiegare da sola.

Ceuta racchiude questa complessità. La sua posizione sulla costa africana, la sovranità spagnola, la prossimità con il Marocco e le differenti possibilità di movimento dei suoi residenti non costituiscono elementi isolati, ma esprimono una stratificazione storica nella quale la geografia si intreccia continuamente con le decisioni politiche. Gli attraversamenti della frontiera rendono visibili, in un tempo brevissimo, contraddizioni maturate nel corso di secoli. La cronaca ne registra l’urgenza, mentre la storia permette di comprenderne le radici.

Ceuta (ph. Raffaello Rossini)

Ceuta (ph. Raffaello Rossini)

Raccontare Ceuta richiede precisione nei fatti e attenzione a chi ne vive le conseguenze. Del confronto fra Rossini e Jarmouni conservo soprattutto le domande che non si sono lasciate risolvere: chi può decidere come mostrare un quartiere? Quando un gesto di solidarietà diventa il segno di un’assenza istituzionale? E possiamo parlare di fallimento della frontiera mentre essa continua a separare famiglie e a limitare diritti?

Queste domande toccano anche il lavoro educativo, che mi interessa particolarmente. Ascoltare una persona non garantisce che possa incidere sulle decisioni che la riguardano. La partecipazione dipende anche dal tempo, dai servizi, dalla sicurezza e da chi stabilisce le regole dell’incontro. Il dialogo alla Biblioteca Cabral mi ha riportato a questa differenza fra offrire uno spazio per parlare e riconoscere a qualcuno un potere effettivo di parola.

Ceuta resta, per me, un luogo in cui la vicinanza geografica rende visibile la distanza fra diritti e possibilità di movimento. L’esitazione evocata da Anne Carson aiuta a interrogarsi sull’immagine, soprattutto quando una fotografia o una formula sembrano aver già spiegato tutto.

Vorrei conservare soprattutto questa domanda: chi compare nel racconto ha anche la possibilità di intervenire sul modo in cui viene raccontato?

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 026
 Riferimenti bibliografici
Agencia EFE, in https://efe.com/?s=ceuta
Arlacchi, Pino, «Ceuta, vecchi vizi europei e colonialismo affarista», Il Fatto Quotidiano, 2 agosto 2026, https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/08/02/ceuta-vecchi-vizi-europei-e-colonialismo-affarista/8467206/ (consultato il 18 ottobre 2026).
Arlacchi, Pino, Schiavi. Il nuovo traffico di esseri umani, Rizzoli, Milano, 1999.
Blaakman S., Mentzelopoulou M. M., Ceuta migrant crisis: What it means for Spain and the rest of the EU, “Eurasia review” in https://www.eurasiareview.com/24092026-ceuta-migrant-crisis-what-it-means-for-spain-and-the-rest-of-the-eu-analysis/
Braudel, Fernand, La Méditerranée et le monde méditerranéen à l’époque de Philippe II, Armand Colin, Parigi, 1949; trad. it. Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi, Torino.
Carson, Anne, HIK: Hesitation, testo di conferenza, Vigdís International Centre, Università d’Islanda, s.d., disponibile online: https://vigdiscentre.hi.is/sites/vigdiscentre.hi.is/files/2024-06/Anne%20Carson%20Hesitation%20%28Hik%29%20GJG%20lecture%20series.pdf (consultato il 18 ottobre 2026).
Chomsky, Noam, e Herman, Edward S., Manufacturing Consent: The Political Economy of the Mass Media, Pantheon Books, New York, 1988; trad. it. La fabbrica del consenso. La politica e i mass media, Il Saggiatore, Milano.
Fanon, Frantz, Peau noire, masques blancs, Éditions du Seuil, Parigi, 1952; trad. it. Pelle nera, maschere bianche.
Freire, Paulo, Pedagogia do oprimido, manoscritto del 1968; prima edizione pubblicata in inglese, Pedagogy of the Oppressed, Herder and Herder, New York, 1970; trad. it. La pedagogia degli oppressi, EGA, Torino.
Husserl, Edmund, Ideen zu einer reinen Phänomenologie und phänomenologischen Philosophie. Erstes Buch, Max Niemeyer, Halle, 1913; trad. it. Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, Einaudi, Torino.
Jarmouni Ikram, Rossini Raffaello, interviste realizzate in occasione dell’incontro «Maree. Geografie di confine e antropologia dello spazio tra Ceuta e il Príncipe», Biblioteca Cabral, Bologna, 16/09/2026.
Melero R. G., El Príncipe, el estigmatizado barrio ceutí que navega entre la solidaridad y el cansancio: “Nos han quitado un mes de vida” RTVE, 6 settembre 2026, in https://www.rtve.es/noticias/20260906/principe-estigmatizado-barrio-ceuti-navega-entre-solidaridad-cansancio-han-quitado-mes-vida/17213755.shtml
Misculin, Luca, Mare aperto. Storia umana del Mediterraneo centrale, Einaudi, Torino, 2025.

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Susanna Coppolecchia, PhD, è pedagogista e ricercatrice indipendente nell’ambito delle Scienze dell’Educazione. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Bologna con una tesi sui fondamenti pedagogici degli ecosistemi dell’Economia Sociale e Solidale e di modelli di welfare di comunità. La sua ricerca esplora il rapporto tra innovazione sociale, partecipazione democratica, economia cooperativa e sviluppo comunitario. Si occupa in particolare delle dimensioni educative dell’economia sociale e dei processi di apprendimento collettivo nei contesti territoriali.

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