Amore e potere, sogni e delusioni nella Tunisia di Bourghiba e Ben Ali

copertinadi Rosario Atria

Esistono opere che sfuggono a precise catalogazioni e che sarebbe fuorviante confinare entro steccati prestabiliti, indicandone l’appartenenza a questo o quel genere, opere capaci di risvegliare il pensiero critico e toccare in modo profondo e originale la sensibilità dei lettori, sollecitandoli ad interrogarsi sulle umane passioni e le disillusioni che vi si accompagnano, sui meccanismi del potere e le loro degenerazioni, sulla forza d’urto di idee e sogni rivoluzionari, anche quando siano destinati a sfociare in dolorosi insuccessi.

Così accade a chi si lasci sedurre dall’abilità narrativa di Shukri al-Mabkhout (Tunisi, 1962), che con L’Italiano si è imposto all’attenzione della critica internazionale, raccontando traiettorie individuali e collettive dense di significato, interpretando rivolgimenti storici e politici epocali e tracciando linee di continuità con la situazione attuale, senza per questo scivolare nella facile tentazione di offrire letture affrettate su eventi pericolosamente contigui al presente della scrittura. Il romanzo, che dal febbraio scorso è disponibile sul mercato librario italiano (Roma, Edizioni e/o, 2017, traduzione di Barbara Teresi), si è aggiudicato nel 2015 l’International Prize for Arabic Fiction, il più prestigioso premio letterario riservato alle opere di narrativa araba.

Shukri al-Mabkhout – editorialista, traduttore e critico letterario, nonché rettore dell’Università di Manouba – ricostruisce e rilegge, facendo diffuso ricorso a digressioni e analessi, snodi cruciali della storia repubblicana della Tunisia, dall’ascesa di Bourghiba alla crisi politica culminata nell’assunzione del potere da parte di Ben Ali, intrecciandoli alle vicende romanzesche di una coralità di personaggi, al cui interno è forte e significativa la presenza femminile. Tratteggiando il passaggio da una stagione apertasi all’insegna della modernizzazione, ma poi sfociata in un pernicioso autoritarismo, ad un’altra contraddistinta dall’influenza esercitata sulle politiche nazionali da diverse istituzioni economico-finanziarie a carattere internazionale, l’autore sembra voler richiamare l’attenzione del lettore sul sostrato da cui sono germinati i disordini avvenuti in Tunisia tra il 2010 ed il 2011 nel contesto della Rivoluzione dei Gelsomini, momento inaugurale della primavera araba.

Ad ergersi a protagonista assoluto della finzione è l’affascinante e colto Abdel Nasser, nelle cui vene scorre sangue andaluso e turco, ma i cui tratti del viso ricordano i lineamenti degli attori italiani: l’autore, sin dalle prime pagine, lo presenta come «un uomo libero con la sua personale visione del mondo» e uno stile di vita «non adatto a una società conservatrice come quella tunisina». Appartenente ad una famiglia della solida e agiata borghesia della capitale, Abdel Nasser è, per istinto e vocazione, un contestatore: da bambino e da adolescente reagisce alle regole dettate dalla madre Zeinab, donna forte e intransigente, saggia amministratrice delle finanze familiari, guida attenta delle vite dei figli e del marito Mahmud e, in ultimo, rappresentante di un certo modello femminile rafforzatosi in Tunisia a seguito dell’approvazione, nel 1956, anno dell’indipendenza, del Codice dello statuto della persona, che istituiva la parità tra i sessi. Da giovane universitario, attivista a capo di un’organizzazione studentesca di sinistra all’interno della facoltà di Giurisprudenza, avversa invece la linea imposta dalle organizzazioni economiche internazionali, contestando «le politiche di aggiustamento strutturale dell’economia tunisina, prossima al tracollo» e ravvisando in esse «un’ingerenza imperialista nella sovranità dello Stato, che impediva la costruzione di un’economia nazionale e gettava le fondamenta per la subordinazione, il neocolonialismo e il liberismo selvaggio».

Abdel Nasser, gran divoratore di libri rossi, su tutti Il Capitale di Marx, discetta di economia, su posizioni opposte e inconciliabili, con l’amato fratello maggiore Salah ed-Din, sostenitore della necessità per la Tunisia di attuare politiche capaci di rafforzarne la posizione nel mercato globale: e, se da un lato non vuole darla vinta all’accademico trapiantato in Svizzera, accalorandosi e facendo sfoggio di tutta la sua ars oratoria, dall’altro non può non ammirare la calma e la lucidità di argomentazioni con cui il suo dotto interlocutore affronta la discussione.

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Tunisi, giovani nei giorni della primavera araba

L’ardore politico sospinge il giovane dissidente nell’orbita di Zeina, studentessa di Filosofia di origine berbere, con cui intreccia una relazione amorosa tormentata e distruttiva. Nata poverissima in uno sperduto paesino del nord-ovest, vittima di violenza carnale domestica, Zeina coltiva e insegue pervicacemente il sogno di diventare docente universitaria, immolando sull’altare dell’ambizione persino il suo matrimonio con Abdel Nasser, nulla più di «un’atto notarile», come si ostina a ribadire, malgrado tra le braccia dell’Italiano si senta amata, rispettata e protetta.

Attivista a sua volta su posizioni anarchiche che la rendono invisa ai militanti delle diverse correnti, Zeina è una donna determinata e indipendente, che deve i suoi successi al talento, alla dedizione incondizionata allo studio, ma anche agli aiuti economici stanziati dal Neo-Dustur: la sua ascesa sociale è infatti resa possibile dalle misure varate, sin dal dicembre 1958, dal governo Bourghiba a favore di un’istruzione unificata, gratuita e universale, tesa a combattere l’analfabetismo, dilagante soprattutto nelle aree periferiche, e modernizzare il Paese attraverso la diffusione della cultura.

Appassionata interprete degli scritti di Hannah Arendt, individua nelle «basi paternalistiche del concetto di governo» l’ostacolo principale al «cammino degli arabi e dei musulmani verso la libertà». Nella sua visione, l’intellettuale è «chi critica in maniera disinteressata», appiccando «il fuoco a tutto ciò che si muove» e facendo «vacillare chi è al potere». Zeina agisce con l’ostinazione di chi non ha nulla da perdere, senza badare alle conseguenze, pronta a smascherare le menzogne della destra e della sinistra: questa linea di pensiero la espone a intimidazioni e minacce, ma la rende anche irresistibile agli occhi dell’Italiano, ammaliato dalla vastità della sua cultura, oltre che da una femminilità conturbante, che pure lei fa di tutto per nascondere.

A legare i due giovani – oltre alla passione fisica – è, almeno inizialmente, una forte attrazione intellettuale; il diverso sistema di valori che indirizza le loro azioni, imputabile anche alla differente estrazione socio-economica, unitamente all’incapacità di condividere una visione del futuro, finisce tuttavia per allontanarli. L’incantesimo si spezza prematuramente, lasciando il posto ad un muro difficilmente valicabile, fatto di rancori, tensioni, incomprensioni, segreti, tradimenti.

Il dolce ricordo del giorno in cui si erano ritrovati avvinghiati l’uno all’altra nel bel mezzo di un’irruzione della squadra antisommossa all’interno del campus universitario si fa sempre più sfocato. Abdel Nasser inizia a considerare la moglie «come intelletto puro adatto soltanto ai giochi concettuali, ai voli pindarici, alla scomposizione delle parole, a controbattere le opinioni e insinuare il dubbio nelle certezze»; e lei, a sua volta, a vedere nel marito «una persona rigida», portata a pianificare ogni cosa, un «fine stratega in grado di utilizzare tattiche che non concedevano agli altri nessuna via di fuga»: così da amanti focosi e solidali, si ritrovano ad essere praticamente degli estranei.

L’Italiano ha frattanto completato il suo percorso di formazione, con un’inaspettata evoluzione: da eterno laureando, che poteva permettersi di procrastinare l’esame finale per non lasciare il movimento studentesco grazie alle generose, laute donazioni di Salah ed-Din, è diventato un giornalista affermato e molto in vista. Assunto inizialmente come correttore di bozze per la sua dimestichezza con la lingua francese presso un giornale tunisino filogovernativo, ha saputo conquistarsi l’apprezzamento e la fiducia del direttore, al punto da esser individuato come responsabile dell’inserto culturale del giovedì: per far carriera ha però dovuto accettare le regole del gioco, accantonando le velleità rivoluzionarie che avevano contrassegnato la stagione universitaria e piegandosi, seppur controvoglia, alla ragion di Stato, che in quegli ambienti si esprime attraverso la censura.

«La verità» – lo avverte si Abdel Hamid, direttore del giornale per cui lavora con grande abnegazione e crescente competenza – «in Tunisia, ha un’unica fonte, ovvero lo Stato…». E aggiunge, convincendo l’Italiano a rinunciare alla pubblicazione di un reportage scottante, che ne avrebbe fatto un martire del libero giornalismo: «Quanto ai fatti, può darsi benissimo che, con una dichiarazione del ministero dell’Interno, diventino menzogne». Le esperienze maturate da Abdel Nasser all’interno del giornale, i suoi scambi di vedute con il direttore, le soffiate della polizia costituiscono – nel disegno narrativo di Shukri al-Mabkhout – occasioni propizie per ragionare sui rapporti tra politica e mondo dell’informazione, «un mondo marcio, pieno di tradimenti, volgarità, avidità, abiezioni e bassezze». Il potere necessita di accurate rappresentazioni e il giornalismo per sopravvivere se ne fa braccio operativo.

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Manifestazione a Tunisi del 14 gennaio 2011

Sono gli anni della crisi politica in Tunisia: mentre l’era Bourghiba si avvia al tramonto, lasciando incompiuto il progetto di modernizzazione del Paese, la lotta per la successione si fa sempre più infuocata. Si respira aria di guerra civile: gli islamisti acquistano un peso crescente, le rivolte del pane mietono un numero spropositato di vittime, divampa la crisi finanziaria. Nella notte tra il 6 e il 7 novembre 1987, Ben Ali – già Ministro dell’Interno e Primo Ministro – depone Bourghiba che, nel 1975, per effetto della revisione dell’art. 39 della Costituzione tunisina, era stato proclamato Presidente a vita: la transizione avviene pacificamente, attraverso un colpo di Stato “medico” (Bourghiba, ormai ultraottantenne, affetto dal morbo di Alzheimer, non è più ritenuto in grado di governare il Paese) e Ben Ali si propone come prosecutore di una politica filo-occidentale e garante di «una democrazia responsabile basata sulla sovranità popolare». Quindici anni dopo, contrariamente a quanto annunciato nel discorso rivolto ai tunisini in occasione della deposizione di Bourghiba, avrebbe imposto una riforma costituzionale per svincolare la carica presidenziale da qualunque limite temporale.

La stessa notte del golpe Abdel Nasser avverte una profonda inquietudine: vive fisicamente il travaglio di quei momenti così delicati per la vita del suo Paese. La mattina seguente, a colloquio con il direttore, pur manifestando la sua avversione per i militari al potere, si trova a suggerire al superiore di pubblicare un’edizione straordinaria, consigliandogli di schierarsi da subito con Ben Ali. Da uomo esperto e navigato, Abdel Hamid conviene subito sull’importanza di «una presa di posizione politica» e commissiona al prediletto Abdel Nasser «un pezzo con cui dare il benvenuto a quel cambio di scena», nel quale «evidenziare la natura costituzionale del passaggio di potere, una lezione per il mondo arabo», ed acclamare Ben Ali come «salvatore della nazione», per averla tratta «dal vortice dell’incertezza e della paura», avviandola ad «una nuova era piena di speranza».

Nell’atteggiamento disilluso e ormai quasi del tutto allineato alle logiche imperanti dell’Italiano è possibile ravvisare il punto di massima lontananza rispetto agli entusiastici slanci della gioventù. Pur restando vivo l’ardore del suo intelletto, la passione e la tensione di quegli anni sono ormai sopite – come ha avuto modo di notare Salah ed-Din subito dopo il fattaccio con cui s’apre la narrazione – il pestaggio dell’imam da parte di un Abdel Nasser fuori di sé durante le esequie del padre.

In maniera analoga, è andato incontro a naufragio il sogno di Zeina: un concorso falsato da beghe personali con un membro della commissione giudicatrice, al quale si è rifiutata di concedersi carnalmente, ha infranto ogni sua speranza di insegnare filosofia politica all’università, mortificando anni di studi, sacrifici e rinunce. Quell’episodio inaccettabile l’ha convinta a lasciare la Tunisia per la Francia e Abdel Nasser per un’illustre accademico studioso di Bourdieu, sociologo che – nei primi anni Settanta – elaborò il concetto di violenza simbolica per definire quella molteplicità di condizionamenti esercitati non con un’azione fisica, ma attraverso l’imposizione di una visione del mondo e dei ruoli sociali.

Alla fine del romanzo, del sogno rivoluzionario – così come dell’amore che era germogliato per effetto della condivisione di quel sogno – non resta nulla: il malcostume, la corruzione, il degrado morale generalizzato, il maschilismo imperante hanno vinto sulle attese di chi aveva creduto, vanamente, nella possibilità di un cambiamento e di un riscatto.

Dialoghi Mediterranei, n.25, maggio 2017
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Rosario Atria, dopo la laurea magistrale in Letteratura all’Università “La Sapienza” di Roma, ha conseguito il dottorato di ricerca in Italianistica presso l’Università di Palermo: dal 2014 è, presso lo stesso ateneo, cultore di Letteratura italiana. Autore di studi sulla poesia del Due-Trecento, sulla narrativa storico-popolare dell’Ottocento, sulla lirica leopardiana (con particolare riferimento al nucleo dei pisano-recanatesi), sulla narrativa del secondo Novecento, si interessa anche di storia e letteratura archeologica della Sicilia.

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