EDITORIALE

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ph. Arias Messinis

Mentre questo numero di Dialoghi Mediterranei va puntualmente in rete nel giorno della festa dei lavoratori, non conosciamo ancora l’esito del ballottaggio per le elezioni presidenziali in Francia, non sappiamo se al trionfo degli autocrati Erdogan e Trump già saldamente al potere si aggiungerà il successo di Marine Le Pen. Per quanto fiduciosi nel buon senso dei francesi, non possiamo escluderlo se guardiamo alla parabola di questa Europa flagellata e impaurita dal terrorismo, stretta nell’assurda tenaglia di una scelta politica tra una soluzione conservatrice e una reazionaria. Se allarghiamo lo sguardo oltre il nostro debole e smarrito continente, non riusciamo a capire se i missili americani sganciati su una base russa in Siria e quelli nordcoreani minacciati e puntati sull’Occidente preparino lo scoppio di un nuovo devastante conflitto mondiale o la riproposizione di una nuova guerra fredda.

La politica, quella vera, quella che esercita l’arte del dialogo e della negoziazione per dare risposte all’altezza delle sfide del tempo collettivo, pare tramontata e travolta dall’irruzione del marketing e delle performance che fanno della democrazia una forma banale di spettacolo e della società un presidio atomizzato e fortificato che confina chi è dentro ed esclude chi è fuori. Il muro è in tutta evidenza la figura materiale e simbolica che più compiutamente interpreta il desolante vuoto di questa politica. E, nel disordine inintelligibile in cui oggi come insetti nelle ragnatele rimaniamo sospesi e impigliati, i migranti – clandestini tout court – sono le perturbanti presenze che generano e alimentano le nostre fobie securitarie. Nessun dibattito culturale sembra maturare intorno ad una qualche prospettiva politica che non sia semplicemente quella del respingimento o del contenimento dei flussi. Dall’Ungheria alla Danimarca, in Paesi lontani con storie, costumi e stili di vita diversissimi, è un senso e un umore comune che attraversa il vecchio continente e spinge ad allontanare gli stranieri la cui prossimità rischia di destabilizzare la maestà dell’ordine e dell’equilibrio sociale.

In Italia, a distanza di quindici anni dalla sua approvazione, non si riesce a cancellare la legge Bossi-Fini che ha reso impossibili i ricongiungimenti familiari e ha introdotto il reato di clandestinità, prevedendo perfino l’arresto per chi offre lavoro a un immigrato irregolare. Nuove recenti norme destinate ad amministrare il diritto d’asilo privano i profughi delle garanzie giuridiche costituzionali, mentre continua ad essere negata ai figli degli immigrati la cittadinanza del Paese in cui sono nati, studiano e crescono. È appena il caso di precisare che quando si costruisce un sistema parallelo di restrizioni delle libertà e di vessazioni burocratiche progettato ed applicato a delle specifiche minoranze, si rende meno sicura la nostra stessa civile convivenza e più fragile il nostro Stato di diritto.

Mentre scriviamo non si sono ancora spente le polemiche intorno ai sospetti di collusione di alcune Ong con i trafficanti che gestiscono il racket delle traversate. È l’ultimo paradossale rovesciamento logico ed etico nella lettura e interpretazione di quanto accade nel Mediterraneo. Per cinico calcolo politico si sovverte l’ordine dei problemi, si sposta l’attenzione dalla tragedia che si sta consumando in questo mare, la più grande dal dopoguerra ad oggi, al ruolo dei soggetti che si adoperano per salvare le vite, supplendo alle assenze e alle imperdonabili inerzie delle istituzioni internazionali. Prescindendo dalle singole responsabilità penali che saranno eventualmente accertate dalla magistratura, allo stato dei fatti la strategia delle critiche generalizzate prive di sostanziali prove documentali  produce soltanto un subdolo e rovinoso inganno, quello di trasformare i soccorritori in imprenditori dell’immigrazione, i volontari in affaristi, gli uomini che recuperano i naufraghi in “tassisti” che organizzano i “viaggi”. Una ignobile speculazione di propaganda elettorale che esprime disprezzo per ciò che realmente accade o quanto meno incomprensione delle ragioni di estrema disperazione che spinge verso la via di fuga nel mare l’inarrestabile popolo dei profughi. Nelle nebbie dei sospetti e delle più inquietanti ipotesi si finisce così col gettare discredito su tutte le organizzazioni umanitarie e col criminalizzare di fatto la solidarietà, l’azione incondizionata del dare una mano a chi ne ha bisogno, quel gesto gratuito di generosità che ci fa riconoscere ancora umani

L’immigrazione, dunque, resta oggetto permanente e dirimente del dibattito politico ma solo come strumentale materia di rozze e ininterrotte campagne elettorali, in un Paese che è incline a dividersi su tutto, perfino sulla memoria del suo passato più recente, mai pienamente e unanimemente condivisa, come si è avuta purtroppo conferma nel giorno della celebrazione della Liberazione. C’è da chiedersi se l’integrazione, prima di essere una questione che riguarda gli immigrati stranieri che vivono nelle nostre città, non sia un problema aperto per noi, per noi italiani che abbiamo debole e incerta coscienza della nostra identità storico-culturale,  per noi cittadini che abbiamo perduto ogni civico sentire comune. Quanto più precario è il nostro orizzonte di appartenenza tanto più opaco appare il nostro sguardo sull’altro, tanto più ambigua e contraddittoria si rivela la nostra percezione dell’alterità.

Di denegazione dell’altro scrive in questo numero Stefano Montes, di strategie discorsive e narrative che «contribuiscono a modellare il modo in cui noi vediamo quotidianamente i migranti e il flusso migratorio», una serialità di immagini che, passando da un canale all’altro della televisione «come se la realtà fosse unica e indifferenziata, resa da un occhio in apparenza impersonale e neutralizzante», esita in rappresentazioni stereotipate e anestetizzate. Quanto poi sia determinante e influente, in politica come nella prassi quotidiana, la retorica dello storytelling nell’età digitale e nel regime delle post-verità, lo spiega Giuseppe Sorce nella sua articolata riflessione su locale e globale e sulla elaborazione delle teorie del complotto: «Il successo recente dei populismi ci suggerisce la rilevanza che ha assunto un “certo modo di raccontare” le cose, il quale propone spesso il complotto (delle banche o degli immigrati che sia) come strumento d’interpretazione della realtà politica e sociale». Se ne desume che l’alterità è sempre artificiosamente costruita e decostruita  nelle forme, negli accenti ovvero nei codici dei linguaggi che adoperiamo.

Anche sull’altra sponda, quella tunisina, come in un gioco di rispecchiamenti, l’altro che non è arabo né bianco inquieta e perciò stesso è discriminato nella sfera pubblica come in quella privata. Lo sguardo sull’africano subsahariano non è privo di distorsioni razziste. «Il razzismo che si manifesta nei confronti dei Neri – scrive Chiara Sebastiani nel suo illuminante e documentato contributo tra antropologia e psicoanalisi – è la proiezione del senso di inferiorità che si annida nell’inconscio culturale dei “decolonizzati”. Sulla negritudine dell’africano si fonda la bianchezza dell’arabo». Da qui l’importanza cruciale del “punto di vista”, fondamentale snodo teorico-metodologico della antropologia, e del dialogo quale «atto creativo e generativo ma anche performante dei sistemi culturali interagenti», su cui si intrattengono nelle loro attente letture semiotiche rispettivamente Marcello Carlotti e Concetta Garofalo.

Chi è interessato ad approfondire la conoscenza di aspetti inediti delle migrazioni troverà ancora una volta, in questo denso numero di Dialoghi Mediterranei, numerosi dati di ricerche e ampi ragionamenti: sui braccianti-migranti del Calatino, sui rimpatri forzati di cittadini nigeriani, sui Rohingya, una minoranza perseguitata costretta all’esodo dalla Birmania, sulla mobilità nell’area del’Unione Europea e infine sul velo, «ossessione dell’Occidente», in verità, «un falso problema», come chiarisce Lella Di Marco, dal momento che «non crea contraddizioni nei processi di convivenza nelle migrazioni. Come non l’hanno mai creato i kippah degli ebrei e i copricapo delle religiose non musulmane o lo stesso fez usato dagli uomini».

Particolare attenzione è rivolta alla Tunisia, non solo relativamente al diffuso fenomeno del razzismo contro gli “africani”, ma anche riguardo al ruolo esercitato dai social network nella mobilitazione insurrezionale del 2011 e alle vicende esistenziali che si intrecciano al sogno rivoluzionario, narrate nel romanzo fresco di stampa di Shukri al-Mabkhout, L’Italiano.  A sfogliare il sommario dei diversi contributi la letteratura occupa, in verità, uno spazio significativo: da Sciascia a Tabucchi, da Pizzuto al poeta De Vita; ma anche le favole tuareg, gli scritti musicali di Serafino Amabile Guastella, la rilettura e la riscrittura degli Idilli di Teocrito, la riscoperta della lingua occitana, la rivisitazione dell’Eneide, la singolare produzione di testi di fantastoria e le provocazioni intellettuali del critico Gaetano Savatteri intervistato da Giaramidaro. Dialoghi Mediterranei offre poi ai lettori, anche in questo numero, recensioni di libri e di mostre, meditati studi su feste e riti, su musei, archivi e biblioteche, sui beni culturali e urbanistici. La sezione Immagini ospita le fotografie di Francesca Martines che del Mediterraneo coglie sapientemente, come in un inventario figurativo, i segni della presenza araba a Palermo, non solo quella storico-monumentale ma anche quella che permane ancora viva e palpitante nelle strade e nelle piazze della città. Di un altro Mediterraneo scrive infine Maria Immacolata Macioti che, attraverso un viaggio lungo i Balcani, tra Albania, Macedonia e Grecia, riscopre le antiche civiltà umane e urbane sepolte dai regimi di governo della modernità.

Chiude il fascicolo il contributo di attualità sul bilancio del pontificato di Bergoglio che è stato eletto il 13 marzo del 2013, poche settimane prima dell’esordio in rete della nostra rivista. Una coincidenza fortuita a cui tuttavia ci  piace attribuire un significato augurale. Non c’è chi non riconosca che Dialoghi Mediterranei, nel segno del dialogo interculturale e nella declinazione antropologica della sua linea di ricerca, ha guadagnato in questi quattro anni di vita uno spazio di visibilità e di autorevolezza davvero straordinario. Sta superando il traguardo delle 400 mila visualizzazioni con una media quotidiana di più di cinquecento contatti e può contare su un crescente numero di prestigiosi collaboratori che vi scrivono senza ricevere alcun compenso avendo aderito con spirito di amicizia al progetto culturale da cui muove la nostra esperienza editoriale. I giovani studiosi, che tra gli autori costituiscono lo zoccolo duro e fondativo del periodico dell’Istituto euroarabo, sono incoraggiati dagli apprezzamenti e dall’attenzione costante non solo dell’ambiente accademico ma più ampiamente di larga parte dell’opinione pubblica sensibile alle questioni che interessano la complessità delle dinamiche del nostro tempo. Con più di 700 articoli pubblicati in rete fin qui, la rivista è stata condotta con l’impegno ad una rigorosa cura scientifica, pur non essendo classificata in nessuna fascia di abilitazione, e con il rispetto per una sistematica e puntuale periodicità bimestrale, elemento non comune nel panorama delle pubblicazioni online. Stiamo lavorando perché il suo profilo formale si renda più correttamente riconoscibile attraverso una rinnovata veste grafica.

Ringraziando i lettori del generoso sostegno che ci assicurano, auguriamo a tutti un buon Primo Maggio mentre salutiamo con soddisfazione il ritorno in Italia di Gabriele Del Grande, giovane intellettuale, regista e attivista vicino al mondo dei migranti, di cui conosce le amare e sofferte vicissitudini ma anche le eccezionali e creative risorse di resistenza e di vitalità.

  Dialoghi Mediterranei, n.25 maggio 2017
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