Introduzione alla favola tuareg. Racconti e contesto

copertina di Ada Boffa

L’antropologa G. Calame-Griaule nel suo primo lavoro di ricerca etnolinguistica rivolto alla cultura Dogon, giustifica con queste parole la scelta di studiare e analizzare la favola:

«In effetti ho imparato molte cose nel corso di tutti questi anni. So quale ruolo giocano i generi letterari nella pedagogia e come questi contribuiscono a trasmettere i modelli culturali sia per ciò che concerne la morale sociale sia per quanto riguarda la conoscenza del proprio habitat naturale [...]. Non disprezzo più le favole perché mi hanno insegnato che proprio come i lunghi e complessi racconti, ma in maniera semplificata appositamente per i bambini, traducono sotto forma d’immaginazione una visone del mondo, facile da capire, che prepara i giovani spiriti al futuro» [1].

I racconti di animali, ( “contes des animaux” ) così chiamati dai primi etnografi, riproducono la tematica mitologica dell’ordine e del caos universale, attraverso la messa in scena di personaggi antitetici. La finalità della favola in una società orale è quella d’introdurre il pubblico infantile alla visione del mondo di cui essi fanno parte. La favola è un’iniziazione in chiave letteraria da cui dedurre gli ammonimenti necessari per affacciarsi alla vita.

Sebbene le favole siano una trasposizione della realtà ad un livello immaginario e fittizio le immagini relative al contesto nomade, sociale e naturale, sono molteplici. Le abitudini di vita dei personaggi, l’ambiente circostante, tutto riporta alla realtà di un contesto desertico, dove il tempo è scandito in base all’attività pastorale. I racconti mettono in scena le mansioni quotidiane che un Tuareg svolge nel corso della propria giornata: il pascolo degli animali, la raccolta dell’acqua al pozzo, la mungitura, la lavorazione del latte e dei suoi derivati, la cottura dei pasti. Questi sono tutti elementi da valutare nell’analisi di un corpus favolistico, laddove la trama appare semplicistica alla superficie. La conoscenza del popolo tuareg attraverso delle impercettibili descrizioni contestuali risulta necessaria prima di cimentarsi nella lettura simbolica dei personaggi e delle tematiche.

I racconti non sono ricchi di excursus descrittivi. Le informazioni date dal narratore sono essenziali poiché rivolte ad un pubblico già introdotto nell’habitat e nella società nomade. I luoghi in cui si svolge la trama sono familiari agli ascoltatori: si tratta dell’accampamento, del pozzo, del mare, di piccoli corsi d’acqua, dell’ombra di un albero, della dimensione domestica di un’artigiana. Il pubblico si riconosce dapprima nel contesto in cui vive ed in secondo luogo nei personaggi presentati.

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Genevieve Calame Griaule

I racconti si aprono con la descrizione del contesto spazio-temporale in cui si svolge l’azione. Dopo aver introdotto il pubblico nella dimensione narrativa della performance orale, il narratore procede con la contestualizzazione spaziale del personaggio. Si tratta di luoghi-simbolo della società tuareg, come ad esempio il pozzo, che rappresenta un vero e proprio punto di riferimento territoriale, e non solo, per un Tuareg. L’immagine del pozzo compare nei racconti in maniera rapida: «Al crepuscolo era solito recarsi al pozzo…» , ma la figura del pozzo nella realtà è fondamentale per la migrazione pastorale [2].«Un Tuareg per descrivere il proprio territorio disegna sulla sabbia le valli ed i pozzi inscritti nell’area della propria tribù» [3]. Sin da bambini i Tuareg imparano a memoria i nomi delle valli della propria regione ma anche dei pozzi. Il pozzo, nel quadro di una società nomade in costante movimento, è simbolo di stabilità. Tézezgret é «il cammino che porta al pozzo», ed è il percorso obbligatorio che collega gli esseri alla vita. Animali, vegetali o esseri umani tutti s’incontrano nel cammino che porta all’acqua.

Il tragitto quotidiano che l’uomo percorre per recarsi dalla tenda al pozzo rappresenta uno degli spostamenti infiniti che fanno parte della vita nomade. Il «cammino dell’acqua» regola la vita e lo spazio nomade e stabilisce le tappe della transumanza stagionale.

Altro luogo-simbolo dello spazio nomade è l’accampamento (ǝghiwan), nelle favole compare l’immagine dell’accampamento e la condizione di nomadismo. «Lo sciacallo camminò finché non ebbe trovato i Tuareg […] si recò verso il loro accampamento […] lo lasciarono così e si spostarono con tutto l’accampamento». «La iena lasciò la vecchina tranquilla finché non fu certa che i tutti i Tuareg, sino all’ultimo, si fossero spostati [4] e che la nonna fosse rimasta da sola». «L’indomani questi si spostarono, e le genti che avevano catturato la iena andarono via».

É doveroso fare una distinzione tra “viaggiare” e “nomadizzare”, due concetti ben diversi nell’ottica nomade tuareg. Bisogna comprendere cosa significhi “viaggiare nomade” [5]. La nozione di viaggio non si applica a tutti gli spostamenti nello spazio e non per forza s’ intende un movimento fisico, poiché il viaggio può essere anche “immobile”, come nel caso dei viaggi spirituali degli iniziati. Gli spostamenti regolari, che scandiscono la vita nomade, non sono considerati viaggi né allo stesso modo i tragitti di breve lunghezza che fanno parte del normale svolgimento della vita quotidiana: il cammino verso il pozzo ecc… . “Viaggiare” per i Tuareg vuol dire uscire fuori dal territorio sconosciuto, allontanarsi dallo spazio sociale e familiare, con la conseguente rottura con la vita quotidiana e domestica. Il dualismo cosmico esteriore/interiore si riposiziona sull’ambivalenza essuf / ehan, ovvero vuoto del deserto/ tenda. Il viaggio è l’uscita dell’uomo dalla propria casa alla scoperta di un mondo esterno, pericoloso, da conoscere e da dominare. Il viaggio ha sempre bisogno di uno scopo, di una finalità: economica o religiosa, altrimenti si corre il rischio di cadere nell’erranza, uno status asociale molto rischioso in quanto non segue punti di riferimento.

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Albero di giuggiolo ziziphus in Mauritania

Il nomadismo taġle (pl. tiġliwȋn) implica l’idea di viaggio, attraverso un percorso infinito e a spirale che riproduce sul territorio il movimento dell’universo, dove la tenda rappresenta il rifugio dell’uomo. La differenza sostanziale tra il viaggiare ed il nomadizzare consiste nella presenza o meno del propria casa. Nel caso di spostamenti stagionali dell’accampamen- to, dove si spostano contemporaneamente famiglie ed allevamenti, si tratta dunque di nomadismo e non di viaggio.

Dal punto di vista territoriale e dell’ambiente le immagini naturali sono quelle relative al mondo vegetale le cui descrizioni sono particolareggiate e rappresentano una chiave di lettura molto preziosa, soprattutto per la conoscenza delle abitudini alimentari della società tuareg. «Salite sulla cima di un albero, a quel punto egli non potrà più mangiarvi …». Compaiono anche termini più specifici relativi ad una determinata tipologia di pianta, come nel caso dell’Acacia seyal, da cui si ricava un tipo di resina, cibo preferito dell’otarda, uno dei personaggi più comuni delle favole tuareg.

Un’altra tipologia d’arbusto molto comune alla regione sahelo-sahariana è il giuggiolo, (Ziziphus Mauritania), di cui gli animali come lo sciacallo e lo struzzo ne apprezzano i frutti. Secondo la leggenda quest’albero è sacro poiché i suoi rami hanno protetto il Profeta Moḥammed nascondendolo dai nemici. Il paradiso dona agli eletti un giuggiolo senza spine [6]. Quanto ai vegetali utilizzati nell’alimentazione tipica dei Tuareg compare il miglio.

Le favole tuareg suggeriscono un’analisi approfondita del nesso cibo/fecondità anche se nell’ambito favolistico questi elementi perdono il loro valore simbolico e mitologico limitandosi a fornire una descrizione delle abitudini alimentari della società. Nella dieta alimentare dei Tuareg gli alimenti più comuni sono: il miglio, il sorgho, il latte ed i derivati, oltre alla carne ovviamente. Molteplici nei racconti sono le descrizioni relative all’alimentazione: spesso lo sciacallo per ingannare la iena le fa credere di essere ghiotto di formaggi e burro dategli in dono dai Tuareg (4.1.)

In alcuni casi si fa esplicito riferimento alle pratiche di cottura e di lavorazione del latte: si è soliti far bollire il latte appena munto ponendo all’interno della pentola delle grosse pietre, in modo da farlo diventare una specie di formaggio. «Per cinque giorni egli venne colpito con dei sassi, quelli con i quali i Tuareg avevano fatto cuocere il latte dei primi giorni, e gli venivano lanciati i resti delle ossa che i Tuareg non volevano più mangiare».

Tra le attività quotidiane compaiono anche quelle legate alla vita commerciale come la compra-vendita o il mestiere dell’artigiana.

Dialoghi Mediterranei, n.25, maggio 2017
Note
[1] G. Calame-Griaule, « Un itinéraire ethnolinguistique », in Entrelacs et traverses, approche plurielle en littérature orale, Cahiers de littérature orale, n°50, Paris, INALCO, 2001: 16.
[2] Claudot-Hawad, H., « La conquête du « vide » ou la nécessité d’être nomade chez les Touaregs », in Revue de l’Occident musulman et de la Méditerranée, n°41-42, 1986: 397-412.
[3] Claudot-Hawad, H., op., cit.: 406.
[4] Il termine usato per indicare coloro che nomadizzano è tiggǝlawen.
[5] H. Claudot-Hawad, Voyager d’un point de vue nomade, Paris, Paris-Méditerranée, 2002.
[6] G. Calame-Griaule, Contes tendres, contes cruels du Sahel nigérien, Paris, Gallimard, 2002: 33.

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Ada Boffa, attualmente insegnante d’italiano L2 ed esperta di Studi Berberi, ha conseguito il titolo di Laurea Magistrale in Scienze delle Lingue, Storie e Culture del Mediterraneo e dei Paesi islamici, presso l’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”, discutendo una tesi in Lingua e Letteratura Berbera: “Temi e motivi della letteratura orale berbera: racconti tuareg dell’Aïr”, svolta in collaborazione con tutor esterno presso l’Università di Parigi, INALCO. Ha partecipato al convegno ASAI, Africa in movimento (Macerata 2014), presentando un paper sulla favolistica tuareg.

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