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Vietri e la Costiera Amalfitana

Fig. 1 Veduta della Cava di Salerno, Casera, Reggia

Veduta della Cava di Salerno, Caserta, Reggia

di Maria Sirago 

Vietri e i paesi della costiera di Amalfi e Vietri fin dal Medioevo hanno avuto un notevole sviluppo dell’economia marittima e commerciale grazie alla fiorente attività protoindustriale del loro territorio. La città di Cava dei Tirreni, in cui era compreso il casale di Vietri col suo porto, a metà Settecento contava circa 20.000 abitanti (Taglé. 1978), occupati nella produzione di numerosi manufatti anche di un certo rilievo, come la carta e i materiali per le imbarcazioni, una specie di “protoindustria”.

Una delle esportazioni più cospicue era quella del “legname sciolto”, tavole, botti, ecc., spedito sia in Terra d’Otranto, a Gallipoli, dove arrivavano numerose botti usate per l’olio prodotto in abbondanza. Molte botti erano spedite anche in Liguria, a Porto Maurizio e Oneglia (odierna Imperia), dove si produceva ugualmente olio; ed altro legname era trasportato a Marsiglia e a Barcellona. Si esportavano anche alici salate da Cetara e tonnina, parti lavorate del tonno, pescato nella tonnara calata ad Echia. Venivano esportate anche “canapa pettinata”, funi, tele per vele, e soprattutto le “faienze”, o ceramiche, sia di tipo rustico, come le stoviglie di uso quotidiano, che di pregio come i “corredi” per le farmacie (Sirago, 1988, 2004, 2021).

Anche nella Costa di Amalfi nel corso dei secoli si erano sviluppate numerose lavorazioni specializzate: la carta, le stoffe di lana chiamate saiette, la pasta (i “maccaroni”), il tonno salato, pescato nelle tonnare di Amalfi, Conca e Praiano, la produzione e lavorazione degli agrumi, Tutti questi prodotti erano esportati soprattutto a Napoli ma anche in Sicilia e lungo le coste calabre, specie quelle tirreniche.

Il commercio marittimo veniva effettuato con barche di modeste dimensioni, saettie e brigantini di capacità non superiore alle 100 botti (circa 50 tonnellate metriche). Ma alla marina di Vietri si costruivano anche imbarcazioni più grandi, le tartane (Sirago, 1988, 2004, 2021).

Ai primi dell’Ottocento queste lavorazioni artigianali entrarono in crisi per l’avvento dei nuovi macchinari che rendevano il lavoro più agevole e un aumento della produzione. Ma pian piano al posto delle antiche lavorazioni si inserì un nuovo “mercato”, quello del turismo. Sia il territorio di Cava col porto di Vietri che la Costiera amalfitana furono una scoperta nata dalle idee romantiche, che portarono ad un nuovo interesse paesaggistico per terre solitarie e spesso selvagge e per i paesaggi marini a picco sul mare su cui si infrangevano le onde. Tra il 1819 e il 1830 vennero molti pittori, poeti, musicisti, architetti, che poi diffusero le immagini di questa bellissima terra, punteggiata da alberi di agrumi e vigneti. I primi viaggiatori avventurosi erano soprattutto inglesi come la scrittrice Mariana Starke, autrice di una celebre “guida” turistica, che si avventurò in Costiera passando dai colli di Sorrento a dorso di mulo (Starke, 1828). Essi erano però colpiti dalla miseria in cui viveva la popolazione locale, che però in breve riuscì a risollevarsi grazie alla nuova “industria” del turismo (Richter, 2005).

Anonimo, Marina di Vietri, goauce, inizi 800

Anonimo, Marina di Vietri, goauce, inizi Ottocent0

Vietri sul mare

Il porto di Vietri, ben riparato, in epoca normanna (1086) era stato concesso all’Abbazia di Cava con i diritti di pesca, allestimento navi, approdo e tributi insieme agli approdi di Fonti e Cetara (acquistati nel 1117 e 1120), un possesso conservato fino al 1806, quando fu emanata la legge eversiva della feudalità. Il porto era molto importante poiché aveva un buon fondo. Qui in epoca moderna approdavano le navi dirette alla fiera di Salerno, una delle più importanti del Regno, frequentata anche dai sovrani, che si teneva alla fine di settembre in onore del Santo Patrono Matteo. Difatti il porto di Salerno, alla foce dell’Irno, non aveva un buon fondo ed era soggetto ad interrimento, malgrado i numerosi e costosi lavori fatti nella seconda metà del Settecento. Alla marina vi era anche una certa attività cantieristica, cessata a fine Ottocento con la scomparsa dei velieri. Qui si costruivano numerose tartane usate sia per la pesca che per il commercio. A metà Settecento, secondo i dati del Catasto onciario, si contavano a Cetara, un paese dedito alla pesca (attività praticata ancor’oggi), circa 200 pescatori e circa 50 barche da pesca (Taglé, 1978). Nel corso dell’Ottocento si ebbe un incremento delle imbarcazioni, soprattutto di piccolo tonnellaggio, per pesca e commercio. Solo nel vicino porto di Conca nell’Ottocento si costruivano brigantini usati per le nuove rotte oceaniche e del Mar Nero. Ma la popolazione, specie quella di Cetara, era dedita soprattutto alla pesca (Sirago, 1988, 2004).

Vietri (antica Marcina), con l’antico ancoraggio di Fuenti, fino al 1808 era uno dei casali di Cava dei Tirreni ed era composta da due borghi, Vietri, arroccata in alto, e Vietri Marina. Pian piano anche questa cittadina si aprì al turismo, interessato ai suoi prodotti tipici, in primis le “faienze”, o ceramiche, dai colori brillanti che richiamavano quelli della costiera. Altre importanti frazioni sono quelle di Raito, dove abitavano gli armatori che facevano costruire tartane alla marina e il casale di Dragonea, dove abitavano molti marinai. Il territorio comprendeva anche i casali della spiaggia di Albori, protetta dalla punta di Fonti, o Fuenti, antica rada di ricovero per le imbarcazioni prima della costruzione del porto commerciale di Salerno, e quello di Cetara, dove i pescatori praticavano la salagione delle alici (attività ancor’oggi presente insieme alla produzione della colatura di alici, simile al garum di epoca romana) (Sirago, 1988).

I viaggiatori stranieri per raggiungere le rovine di Paestum o si recavano via mare o sceglievano di attraversare i “magnifici boschi e rocce” nella contrada di Cava, come fece Goethe (2016: 243). Il luogo era molto salubre ed era stato consigliato dal medico Domenico Cirillo al pittore Filippo Hakert come luogo di soggiorno durante una sua convalescenza. Il pittore lasciò una sua testimonianza pittorica della valle del Bonea del 1792 conservata nella Reggia di Caserta.

Tra Settecento e Ottocento molte famiglie aristocratiche salernitane in estate si recavano in villeggiatura. Anche i reali preferivano soggiornare in questo territorio quando assistevano alla fiera di Salerno o si recavano a Persano per la caccia. Con la diffusione del turismo, molte famiglie nel corso dell’Ottocento hanno destinato le loro “case palaziate” (a due piani) alla ricettività. Poi è stato aperto l’Albergo trattoria della Rosa per il quale i proprietari, i Giordano, nel 1891 chiesero al Comune la concessione di una striscia di suolo antistante l’esercizio per migliorare la fruibilità dell’albergo e della piazza (attuale piazza Matteotti) (Tesauro, 2012: 111; Annuario, Touring 1904: 488).

Da metà Ottocento la Marina di Vietri, considerata la “porta per la Costiera Amalfitana”, divenne una notevole stazione balneare. Durante la stagione balneare per il decoro urbano si provvedeva anche allo “spazzamento” delle strade di Molina, una frazione non direttamente interessata alla balneazione ma importante per il miglioramento della viabilità.

Vietri, la torre di Cetara

Vietri, la torre di Cetara

Ai primi del Novecento l’Intendente della Provincia, che risiedeva a Vietri, fece realizzare il viale panoramico sul mare. Pian piano vennero aperte locande e trattorie per ospiti in transito lungo la strada regia e nell’approdo di Marina, molti dei quali diretti nella costiera amalfitana. In quel periodo si cominciò a migliorare le strutture ricettive. Negli anni Venti fu aperto l’Hotel Cappuccini per il quale nel 1928 il proprietario chiese al Podestà di poter appendere un cartello pubblicitario in lingua inglese sul piazzale della stazione ferroviaria, necessario per favorire l’aumento dei turisti stranieri. Il Podestà dette il permesso ma chiese che il cartello pubblicitario fosse affisso anche in italiano. Vi erano anche numerosi affittacamere (96 nel 1936) (Tesauro, 2012).

L’afflusso turistico era facilitato dal miglioramento della viabilità, iniziato dal 1897, quando è stata costruita la tramvia Salerno-Cava, attivata nel 1909 e prolungata fino a Pompei due anni dopo. Tra le due guerre hanno soggiornato a Vietri molti artisti mitteleuropei dediti alla ceramica che qui imparavano le antiche tecniche. Un altro elemento di riorganizzazione paesaggistica era quello della vendita dei fari e torri inutilizzati da riconvertire in ambito turistico. Nel 1938 il faro di Fuente (o Fuenti), costruito nel 1862 in luogo della antica torre spagnola dismesso dall’amministrazione militare, fu venduto al conte Dino Grandi, avvocato, ambasciatore d’Italia a Londra (Morena, 2022). Negli anni Cinquanta molti manufatti dell’area circostante la costa furono acquisiti dalla Società Immobiliare Vietrese Amalfitana s.r.l. per essere riqualificati ed inseriti nel circuito turistico (Tesauro, 2012).

Fig. 4 Vietri, 1880, foto Sommer

Vietri, 1880 (ph. Sommer)

Poiché a Vietri vi era stato un notevole sviluppo turistico nel 1939 l’Ente Provinciale per il Turismo scrisse al Podestà di Vietri esortandolo ad attivarsi per la costituzione dell’associazione ‘pro loco’ per la «migliore valorizzazione delle … risorse termali, balneari, artistiche e naturali». Lo stesso Ente nel 1940 dava ordine al Podestà di elencare tutti gli affittacamere del Comune a cui era stata attribuita la categoria dallo stesso Ente: a Vietri vi erano 97 esercizi, quasi tutti nella frazione Marina. Lo stesso anno, secondo le leggi fasciste, l’Ente Provinciale per il Turismo dava ordine di rimuovere dagli alberghi e dai pubblici esercizi ogni insegna in lingua francese o inglese.

Il “movimento turistico” creò molti posti di lavoro per cui ci fu un incremento demografico: nel 1903 la ridente cittadina contava 8439 abitanti, molti dei quali impiegati nel settore del turismo e della balneazione. Nel 1907 si ordinava di installare nuove lampade elettriche nella frazione di Marina “durante la stagione balneare”. Cominciava anche qui una balneazione con costruzione di stabilimenti come quello progettato nel 1919 nella località Marina per Criscuolo. Nel 1922 il comune di Vietri esigeva l’imposta di soggiorno secondo la legge dell’11 dicembre 1910, n. 863, emanata per i soli comuni dotati di stazioni termali e climatico-balneari, poi estesa a tutti i comuni, anche per i soggiorni in ville private e camere ammobiliate. In seguito alla modifica del DL 24 novembre 1938, n. 1926, Vietri fu inserita nella località turistiche in cui era obbligatorio pagarla (Tesauro, 2012).  

Nel 1926 fu fatta un’ispezione agli stabilimenti balneari di Cosimo Di Mauro, Vincenzo Della Monica, Funel e Compagni, Fortuna Brucara in merito alla verifica della dotazione di medicinali e prodotti coloniali terapeutici. I proprietari dovevano eseguire i dettami delle ordinanze, sia quelle emanate per il Principato Citra, sia quella emanata dal Comune di Vietri quell’anno. Tre anni dopo secondo l’Ordinanza del Reggente della Questura di Salerno si dette ordine ai titolari degli stabilimenti balneari di ottemperare alle norme prescritte: rispetto al 1926 non si registra più l’esercizio Funel ma vi è quello di Salvatore Savastano, diretto dal Tortora. Comunque nella Guida del Touring Club del 1932 si citavano “cinque stabilimenti balneari con numerose cabine”.

Nel 1939 l’Ente Provinciale per il Turismo di Salerno diramò una Circolare ai podestà dei comuni turistici, compreso Vietri, per invitarli a promuovere la costituzione della associazione pro loco, istituita nel 1957, quando cominciarono a essere riorganizzate le strutture balneari (Tesauro, 2012).

Fig. 5 Vietri, manifesto pubblicitario

Vietri, manifesto pubblicitario

L’attività della balneazione riprese dopo la fine della Seconda Guerra mondiale: nel censimento del 1951, Marine d’Italia, compilato dal Touring, si citavano 4 stabilimenti balneari a Vietri e due spiagge modestamente attrezzate a Cetara, ricostruiti dopo l’alluvione del 1954. Negli anni Sessanta vi erano l’Hotel Baia, con spiaggia annessa, di prima categoria, il California Beach, di seconda categoria, Aurora e Risorgimento, di terza categoria e lo Smeraldo, di quarta categoria (Ferraiolo, 2015).

Anche Vietri a partire dagli anni Settanta, ha subìto gli effetti dell’inquinamento, acuiti dalla presenza del vicino porto di Salerno. Ma verso il 2023 sono cominciati lavori di bonifica per cui nel 2025 il mare di Vietri è tornato di nuovo balneabile. I migliori stabilimenti, citati da Tripadvisor, sono I Giardini del Fuenti, il Calypso, creato nel 1958, il Lido California Beach. Inoltre, lungo la Strada Statale Amalfitana vi è il Lido a’ cartera (che porta il toponimo di una delle pregevoli attività vietresi, la fabbricazione della carta nelle cartiere). Vi sono anche il Lido La Ciurma, e il lido La rosa dei venti, il Risorgimento e la Crestarella (Tesauro, 2009).

Fig. 6 Costa di Amalfi manifesto pubblicitario

Costa di Amalfi manifesto pubblicitario

La Costa di Amalfi

Maiori e Minori

Le due cittadine avevano una bella spiaggia su cui i pescatori tiravano a secco le barche.

Nelle due cittadine la maggior produzione era quella della lavorazione dei “maccaroni (pasta), fatta “asciugare” su “spanditoi” posti lungo la spiaggia e dei tipici “ndunderi”, fatti di farina e latte cagliato, una ricetta già presente in epoca romana (una lavorazione oggi mantenuta in vita da Marco Della Pietra nel suo laboratorio sito a Minori detto Il Pastaio, consigliato dal “Gambero Rosso”). Il torrente Regginolo forniva l’energia idraulica per i mulini, mortai e altri macchinari detti “ingegni” utilizzati dai numerosi “maccaronari” (i lavoranti) (De Bernardi, 2019). Molta pasta era esportata a Napoli, ma anche all’estero, a Genova, Malta, in Catalogna. Da qui si esportava anche molto legname tagliato nelle vicine montagne (Camera, 1836 Sirago, 1988).

Maiori, inizi 800

Maiori, inizi Ottocent0

La spiaggia di Maiori fino a fine Ottocento era poco frequentata dai “turisti”. Ma prima dell’Unità era iniziato il suo restiling: tra il 1842 ed il 1852 vi era stato un lungo contenzioso tra il Pubblico Demanio, in possesso delle spiagge, e il Comune relativamente ad una porzione di lido, in cui si potevano tirare le barche a secco; vi erano anche due “spanditoi” per mettere la pasta ad essiccare. Tale contenzioso era stato determinato dal fatto che il Demanio aveva posto sotto sequestro una parte del lido per crearvi una villa pubblica. Pian piano anche Maiori, antico paese di marinai e pescatori, entrò nel circuito turistico. La Guida del Baedeker del 1887 consigliava l’Hotel Torre e quella del 1899 l’Hotel Beau Site (ivi:168-174). Nel 1927, quando contava 2794 abitanti, erano menzionati l’Albergo Mercedes Miramar, tra Maiori e Minori, che aveva 40 camere, e l’Albergo Oriente, con solo sei camere (Natella, 2009: 105).  E vi era una modesta attività balneare, visto che nel censimento del Touring Marine d’Italia del 1932 si citavano dei “bagni” a Maiori e le spiagge di Erchie, frazione di Maiori.

Verso gli anni Venti del Novecento, in epoca fascista, nella spiaggia vennero organizzate colonie marine, strutture dedicate al soggiorno estivo di bambini e ragazzi, gestite dall’Opera Nazionale Dopolavoro (OND), create per dare loro l’opportunità di trascorrere vacanze estive in ambiente controllato e con attività organizzate, promuovendo i valori del regime. La zona di Maiori, con le sue spiagge e il clima mite, era adatta ad ospitare queste strutture dotate di alloggio, ristorazione, attrezzature sportive e ricreative. Simili strutture furono create anche ad Amalfi e Positano (Pivato, 2023).

“Maccaroni” messi ad asciugare sulla spiaggia di Minori, fine Ottocento

“Maccaroni” messi ad asciugare sulla spiaggia di Minori, fine Ottocento

Anche la spiaggia di Minori, utilizzata per asciugare la pasta, fu “scoperta” a fine Ottocento. Nelle ordinanze sulla balneazione degli anni Venti era menzionata anche questa località in cui A. Liambo aveva costruito uno stabilimento balneare citato nell’Annuario del Touring Club del 1925; e nella Guida del Touring del 1927 curata dal Bertarelli era segnalata la Trattoria dell’Allegria, che aveva 8 camere (ivi: 540). Dopo la Seconda Guerra Mondiale, nella Guida del Touring del 1951 era citato uno stabilimento balneare a Maiori ma non vi era nessuna attrezzatura nella vicina spiaggia di Erchie, e a Minori vi era una “discreta attrezzatura balneare”.

Oggi le spiagge di Maiori e Minori sono una delle perle della costiera: a Maiori vi è lo stabilimento Bonsai Beach e a Minori vi è l’elegante Chalet del mar, dotati di ogni comfort.

Amalfi, Duomo

Amalfi, Duomo

Amalfi e Atrani

La Repubblica marinara di Amalfi cominciò la sua “avventura” sul mare a partire dal IX secolo, divenendo presto molto potente. Aveva una notevole flotta militare già nell’800 che partecipò in quegli anni ad alcuni scontri navali contro i saraceni che assalivano le coste. In epoca ducale I mercanti e armatori avevano un naviglio di piccole dimensioni, che arrivava al massimo a 50 tonnellate di stazza, inferiore a quelle genovesi, che ugualmente solcavano il Mediterraneo, ma si spingevano lo stesso in porti lontani. Nella loro attività mercantile impiegavano pochi capitali, utilizzando il contratto “a colonna”, che equiparava marinai e mercanti nella gestione dell’utile ricavato dalla attività commerciale.

Amalfi, come gli altri centri meridionali, aveva una diretta relazione con il mercato musulmano, specie dopo la conquista della Sicilia da parte degli arabi, incrementata anche dalla peculiarità di essere una cittadina con una cultura urbana fondata sulla tradizione bizantina (Del Treppo, 1977; Feniello, 2017).  Una testimonianza della potenza amalfitana è data dalla costruzione del Duomo di Amalfi ad opera del duca Mansone I a partire dal 987 accanto alla chiesa del IX secolo: qui sono state poste le reliquie di Sant’Andrea traslate prima da Patrasso a Costantinopoli, poi nel 1208 ad Amalfi.   

Il portale di bronzo del Duomo, detto “porta del Paradiso” fa parte di questo primo periodo: Amalfi è stata la prima a commissionare un portale di bronzo a maestranze bizantine, attraverso la mediazione di un ricchissimo mercante, un vero e proprio magnate, il conte Pantaleone di Mauro, capo della colonia commerciale amalfitana a Costantinopoli, che vantava legami con la corte e con l’imperatore Costantino stesso. Verso il 1066, egli donò il prezioso portale di bronzo alla cattedrale della sua madrepatria; l’iscrizione sugli stessi battenti ci informa che Pantaleone li abbia fatti eseguire a Costantinopoli, a titolo di ex-voto, per la salvezza della sua anima e di quella dei suoi figli (Camera, 1936).

In quel periodo si ebbe un notevole sviluppo urbanistico sia in Amalfi che il tutto il territorio, grazie alle fortune accumulate dai mercanti (Gargano 2005). Il commercio amalfitano a partire dal IX secolo si era molto sviluppato nel Mediterraneo, sia nel Levante che nel mondo musulmano. Gli amalfitani per primi avevano creato una “colonia” a Costantinopoli, dove avevano costruito anche la chiesa dei Santi Apostoli in cui si conservavano le reliquie di Sant’Andrea, portate poi ad Amalfi dal cardinale Pietro Capuano ai primi del Duecento. Essi erano presenti anche a Gerusalemme dove fu edificato il complesso di Santa Maria Latina, divenuto culla dell’Ordine dei Cavalieri Gerosolimitani Ospitalari (dal 1530 Cavalieri di Malta). Ma la mancanza di documenti notarili mostra che gli amalfitani agivano da privati. Essi erano attivi e navigavano con regolarità anche dalla Capitale Bizantina ad Alessandria, stabilendo un triangolo commerciale tra Amalfi, Costantinopoli e Alessandria.

Questo commercio iniziato nell’XI secolo con la creazione di “fondaci” nei principali porti del Mediterraneo, Alessandria, Kairuan, Medhia, ecc., erano controllati dal protontino e gestiti dal Magister fondacarius. Il   commercio amalfitano si sviluppò anche in Africa, in Sicilia e nei porti italiani, in primis Venezia; ma entrò in crisi con l’avvento dei Normanni e degli Svevi, che limitarono i privilegi, preferendo concederli a genovesi e pisani. Gli amalfitani, pur reggendo a fatica la concorrenza di genovesi, pisani e veneziani, continuarono ad essere presenti nei “fondaci” e nei quartieri amalfitani del Mediterraneo che avevano costruito nel corso dei secoli. Vi erano infatti quartieri di amalfitani, ravellesi e scalesi nelle città marinare italiane, Genova, Pisa e Venezia. Ma vi erano fondaci amalfitani anche a Napoli, in Puglia e in Sicilia, a Palermo e Messina (Del Treppo, 1977; Gargano, 2005). Nella città partenopea fin dall’Alto Medioevo, in epoca ducale, si erano create delle “colonie” di amalfitani e scalesi nella “contrada portus”, fiorenti nel periodo normanno svevo.

La potenza della repubblica è testimoniata anche dalla sua zecca in cui si coniava una moneta, il tarì d’oro, una riproduzione di moneta araba, diffusa in tutto il Mediterraneo, che si cominciò a battere dalla metà dell’XI secolo.  Ma nel 1222 Federico II, per limitare l’autonomia dell’antica repubblica, fece chiudere la zecca e abolire i nuovi tarì amalfitani, favorendo la zecca di Brindisi (Gargano, 2005, Sirago, 2026).

In epoca normanna Amalfi venne inserita nel giustizierato di Principato e per le attività marinare era controllata da un protontino, che applicava le norme della Tabula de Amalpha o Tabula Prothontina. Il governo era affidato a due stratigoti che risiedevano ad Amalfi e Ravello, sostituiti dai baiuli al tempo di Federico II. Anche se l’antica repubblica aveva perso l’indipendenza, i suoi mercanti continuarono a commerciare lungo le antiche rotte mediterranee, conservando i fondaci nei porti più importanti e creandone nuovi a Durazzo, San Giovanni d’Acri (Accon), Laodicea, Tripoli di Siria. Commerciavano soprattutto vino, stoffe, pepe e continuavano ad essere abili marinai poiché praticavano anche la navigazione invernale, forse perché usavano uno strumento nautico magnetico di orientamento, la pixidis vitrea (la futura bussola). Ruggero II aveva lasciato agli amalfitani le loro libertà civiche e le loro usanze nazionali ma dai primi anni del XII secolo la situazione era cominciata a cambiare: Amalfi fino ad allora era stata l’unico centro del Ducato ma alla fine della dinastia normanna non solo aveva perso l’indipendenza ma anche l’integrità territoriale, mentre le altre universitates, in primis Scala e Ravello, assunsero il controllo degli affari locali. Intanto il grande commercio internazionale si andava ridimensionando per cui gli amalfitani si diedero al piccolo cabotaggio con le sagene, agili navi con unica vela latina e armata di remi, veloci e manovrabili, che potevano entrare facilmente anche nei piccoli approdi.

Le attività mercantili venivano svolte da colonie di forestieri, che si erano trasformate in “nationi”, come quelle amalfitane, avendo ottenuto delle particolari “franchigie”. Si contavano quartieri o colonie amalfitani ad Aversa, Capua, Vietri e Salerno ma anche a Reggio Calabria, Messina, Palermo ed in Puglia. Dalla seconda metà del Duecento a Napoli esisteva un “portus de capite Surrentinorum … et Amalfitanorum”, cioè un luogo di imbarco specifico per i loro commerci ed essi erano attestati nella “ruga de Amalficis” vicino alla “Ruga di Scalisia”, nella zona degli “Orefici”. Molti operatori amalfitani risiedevano anche a Pisa, malgrado le relazioni tra le due città marinare non fossero idilliache, perché Pisa aveva cercato di occupare gli spazi marittimi utilizzati nei secoli precedenti dagli amalfitani. Ma le colonie amalfitane più numerose erano in Puglia. Dopo la morte di Manfredi e l’avvento degli angioini si ebbe però un brusco ridimensionamento delle attività mercantili, limitate solo al piccolo cabotaggio (Sirago, 2026).

Amalfi, Hotel Luna

Amalfi, Hotel Luna

In età moderna il commercio si è molto ridimensionato, assumendo un carattere prevalentemente di cabotaggio, anche se i cittadini hanno continuato ad occuparsi di varie lavorazioni, in primis carta e pasta, ma anche pesce salato, soprattutto tonno, pescato nelle tonnare di Amalfi, Conca e Praiano. Si creò così una vera e propria “protoindustria”, specie dopo il 1583, quando i cittadini ricomperarono dalla famiglia Piccolomini lo stato feudale che comprendeva la città di Amalfi e i piccoli borghi di Maiori, Minori, Atrani, Praiano e Agerola. Ma tutta la Costiera poteva essere raggiunta solo per mare, per cui pochi avventurosi viaggiatori, come il francese Jean Jaques Bouchard (1632), la visitarono, rimanendo meravigliati dal duomo ed estasiati dal gustoso sapore dei “maccheroni” (Bouchard, 1977).

Ma per lungo tempo non vi erano alloggi per i rari viaggiatori, come la Starke, che dové pernottare in una casa privata (Starke, 1828: 216). L’attività ricettiva è iniziata con la brava affittacamere Donna Lucia. Nel 1826 fu aperto un albergo nell’antico Convento dei Cappuccini, fondato nel 1212 e soppresso nel 1813 dai francesi; poi venne aperto l’Albergo Luna nell’antico convento di San Francesco, che ha ospitato molti illustri personaggi.

Per allietare i turisti si organizzavano gite in barca, tarantelle, escursioni in montagna con gli asinari e cominciarono a diffondersi, come nei Campi Flegrei, i ciceroni (guide turistiche). cominciò ad essere visitata anche Ravello, con le sue costruzioni in stile moresco (Richter, 2005: 324).

Per la difficoltà dei trasporti in quegli anni si accese un serrato dibattito in merito alla costruzione del porto: per reperire i fondi fu aperta una sottoscrizione volontaria da 98 padroni di barca amalfitani, 18 di Atrani e 1 di Maiori. Ma dopo l’Unità solo quello di Salerno era in costruzione. Il discorso fu riaperto nel 1867: si voleva adeguare il porto in modo da poterlo classificare di IV classe. Nel 1875, quando il porto era stato ribattezzato Vittorio Emanuele, era stato costruito già un pezzo di banchina, necessaria sia per i cittadini di Amalfi che per quelli di Atrani, Minori e Maiori. Un ulteriore progetto di ampliamento fu presentato nel 1887, per cui si lavorò ancora per dieci anni. Ed altri lavori furono effettuati fino al 1909 (Sirago, 2005).

Fig. 11 Manifesto pubblicitario, Amalfi, inizi del Novecento

Manifesto pubblicitario, Amalfi, inizi Novecento

La situazione cominciò a mutare solo dopo la costruzione della strada tra Salerno e Amalfi (Pistolesi, 1845), completata nel 1852, che permise un aumento del flusso turistico (Cassese, 1959: 20). Ma nel 1867, secondo la Guida del Baedeker vi erano ancora i due soli alberghi creati negli anni Trenta. La scrittrice Julia Kavanagh nel 1858, di ritorno da Paestum, fece una sosta ad Amalfi. Ella descriveva il territorio come un paradiso che però non salvava gli stranieri, attorniati da una popolazione selvaggia, ben diversa da quella sorrentina, atterrita al suono della lingua inglese. Però poi apparvero dei coraggiosi ciceroni che la accompagnarono con i suoi amici a Ravello; il gruppo tornò ad Amalfi dove alloggiò all’Hotel Cappuccini.  Ma ancora pochi stranieri si avventuravano, perché il cammino era difficile e si effettuava a dorso di mulo (Kavanagh, 1858, I: 201-217).

Lo sviluppo delle infrastrutture e delle vie di comunicazione favorì l’incremento del flusso turistico. Nel “Libro degli ospiti” dell’Hotel Cappuccini si nota un certo incremento, anche se si trattava spesso di artisti e pittori che venivano a visitare un luogo divenuto mitico nell’immaginario collettivo. Alcuni scrittori vollero ambientare le loro storie e poesie in questi luoghi mitici (Richter, 2005).

Nel 1878 Giuseppe Gambardella notificava all’autorità locale di aver costruito una casa da usare come appartamenti mobiliati da dare in fitto ai turisti, soprattutto inglesi e tedeschi; nel 1904 la casa venne ristrutturata dal figlio Crescenzio ma aveva appena sei camere per il fitto; tuttavia, era l’alloggio preferito di importanti scrittori come Sibilla Aleramo. In seguito, è stato ampliato ed ha preso il nome di Hotel Santa Caterina, ancora esistente, uno degli hotel più prestigiosi della “dolce vita amalfitana” (Monnier e Kayser, 2013: 106-109). L’esempio è stato seguito da altri imprenditori che pensarono di costruire delle strutture ricettive, secondo la normativa della legge del 1889 sull’“industria di affittacamere”: l’alloggio poteva essere offerto a pagamento previa l’autorizzazione dell’autorità locale. In seguito, a partire dal 1899, furono costruiti alberghi per cui ad Amalfi ve n’erano sei e a Ravello tre, con 230 posti letto (De Falco, 1827: 203).

Nella Guida del 1899 il Baedeker menzionava l’Hotel Cappuccini-Convento, il Cappuccini alla Marina, l’Albergo Luna, l’Hotel Santa Caterina e l’Hotel Suisse; in quella del 1907 l’Hotel Cappuccini-convento, frequentato da inglesi e americani, l’Albergo della Luna, l’Hotel pensione Torre, dove si praticavano bagni di mare, l’Hotel Marina Riviere, l’Hotel pensione della Sirena, l’Hotel d’Italia, l’Hotel pensione Santa Caterina, l’Hotel pensione Flavio Gioia. Invece il Cappuccini alla marina era stato demolito per creare la piazza Flavio Gioia.

Per i turisti venivano organizzate escursioni in barca: ormai la costiera era ben conosciuta. Nella Guida Touring del 1927 il Bertarelli consigliava di prenotare l’alloggio nella stagione estiva, visto l’alto afflusso di turisti. Egli riportava 3970 abitanti e menzionava l’Hotel Capuccini-Convento, il Santa Caterina, l’Albergo della Luna, il Marina Riviera e l’albergo Italie et Suisse (ivi: 544).

Dai primi dell’Ottocento ad Amalfi cominciò a diffondersi la pratica della balneazione grazie ai primi stranieri che vi giungevano. Le ordinanze emanate fin dal 1827 per il Principato Citra, trovate nell’Archivio Storico Comunale di Amalfi, indicano che a partire da quel periodo, come nella capitale partenopea e nel suo golfo, si è sviluppata una “industria balneare”. Nelle ordinanze emanate un secolo dopo, dagli anni Venti del Novecento, tra le stazioni dotate di stabilimenti balneari oltre Amalfi erano citate Positano, Praiano, Conca dei Marini, Maiori, Minori, Cetara, Vietri e, quindi, tutti i “gioielli” della Amalfi Coast pubblicizzati dai vari poster.

In base alla legge del 20 marzo 1865 ad Amalfi l’area per i “camerini destinati ai bagni” era stata individuata nella Marina Grande e in parte nella Marina Piccola; l’area per le donne era separata da quella degli uomini ed ambedue non dovevano occupare l’area riservata ai lavori del porto. Per le cabine allestite i concessionari riscuotevano una tariffa stabilita segnata su una apposita tabella. Tra il 1873 ed il 1877 Francesco Coppola aveva presentato delle richieste per occupare il suolo dell’arenile in cui voleva costruire uno stabilimento con otto camerini secondo il relativo tipo planimetrico.

Fig. 12 Amalfi Marina Grande anni Cinquanta del Novecento

Amalfi Marina Grande anni Cinquanta del Novecento

Negli anni Venti del Novecento ad Amalfi vi erano due stabilimenti balneari. Nel 1918 Nicola Esposito aveva creato uno stabilimento balneare nella zona del porto trasferito nel 1922 alla spiaggia della Marina Grande, dove ancora oggi offre i suoi servigi nell’elegante complesso. Qui dalla fine degli anni Cinquanta iniziò anche una fiorente attività di ristorazione, gestita dalla famiglia Esposito, segnalata oggi dalla Guida Michelin, come si evince dal sito, in cui vi è anche la storia dello stabilimento. Secondo i documenti reperiti nell’Archivio Storico Comunale di Amalfi Nicola Esposito, nel 1926, aveva ottenuto la concessione per uno stabilimento balneare (probabilmente edificato qualche anno prima) in un tratto della spiaggia antistante al Corso Flavio Gioia, da realizzare ogni estate “alla distanza non inferiore di metri 100 dallo scarico del fiume Canneto” – il luogo che un tempo era definito “lo spanditoio” perché vi si stendevano i maccheroni ad asciugare, nominato poi Stabilimento Flavio Gioia – per il quale pagava ogni anno una tassa di circa 200 lire. Dal 1939 la gestione era passata alla figlia Mafalda, anche se l’anziano Nicola continuava a sovrintendere. I documenti di concessione reperiti arrivano fino al 1953 anche se nel 1943, a causa della guerra, lo stabilimento non era stato aperto e a Nicola erano state restituite le 200 lire pagate anticipatamente. Negli anni Cinquanta Nicola aveva presentato “un progetto di piattaforma bar” per lo stabilimento Flavio Gioia, dove ora è sito il ristorante con uso spiaggia Marina Grande. Nel 1934 lo stesso Nicola aveva ottenuto una concessione per un secondo stabilimento balneare “tra il Pennello (del porto) e lo scoglio grande, detto dai locali la Montagnella”.

A partire dal 1928 anche Nicola Scoppetta aveva avuto la concessione per aprire uno stabilimento balneare, “come negli anni precedenti”, tra lo “scoglio Grande e lo stabilimento Mulino e pastificio” (oggi Hotel La Bussola), detto Bagni della Sirena o Grotte della Sirena, ancora esistente. Lo Scoppetta nel 1938 aveva presentato anche un progetto, accettato, per uno stabilimento balneare da allestire nella “Spiaggetta del Vallone Cieco” (dopo l’Hotel La Bussola), dal costo di 3.500 lire. Lo sviluppo della balneazione è testimoniato anche dalle pubblicazioni del Touring Club. Nella Guida del 1932 si citavano “due stabilimenti balneari con numerose cabine” e nel censimento del 1951, Marine d’Italia, si citavano 4 stabilimenti balneari per “una clientela di lusso”.

Un simile sviluppo si è avuto nella piccola città di Atrani, i cui cittadini un tempo si occupavano soprattutto della lavorazione della lana e della pesca (Sirago, 1988) ma poi si sono inseriti nel circuito turistico amalfitano. Ma solo nel censimento pubblicato nel 1951 dal Touring, Marine d’Italia, si cita una “modesta attrezzatura balneare”.

Ravello

Ravello

Ravello

Dalla fine dell’Ottocento anche Ravello, che contava circa 1500 abitanti, si era sviluppata nell’ambito turistico. Ma Pasquale Palumbo e Pantaleone Caruso, proprietari degli alberghi, ebbero la loro notorietà soprattutto dalla commercializzazione internazionale dei vini, che in primis venivano serviti ai clienti dei loro alberghi; questi poi li commissionavano per cui in breve vennero conosciuti sia in Francia che in America (Richter, 2005: 325). Nella Guida Baedeker del 1899 a Ravello erano segnalati l’Hotel pensione Palumbo, l’Hotel pensione Belvedere e l’Albergo del Toro, citati anche nell’Annuario del Touring del 1904, nelle Guide Baedeker del 1907 e del 1931 ed in quella del Touring del Bertarelli del 1927. La cittadina, ricca di giardini e agrumeti, era preferita d’estate perché era in collina per cui vi era una piacevole frescura, ma dalle sue terrazze si poteva scorgere tutto il golfo di Salerno, una caratteristica che l’ha resa un celebre luogo di loisir.

Positano, manifesto pubblicitario

Positano, manifesto pubblicitario

Positano Praiano, Conca

Positano a fine Ottocento era quasi disabitata poiché gli abitanti erano emigrati, non potendo più esercitare gli antichi mestieri di mare in quanto le imbarcazioni a vela venivano pian piano sostituite con quelle a motore. Gli abitanti prima di partire scardinavano porte e finestre per non pagare le tasse,

Nel 1843 era stata visitata dai pittori Luis Gurlitt e Friedrich Töming, che dovettero alloggiare in un antico palazzo. Poi cominciarono ad arrivare altri artisti, attratti dalle bellezze paesaggistiche, per le terrazze coltivate con folti agrumeti e limoneti. Così la piccola cittadina fu salvata dal turismo perché era diventata una località di cura invernale che raccoglieva un gran numero di stranieri, soprattutto tedeschi, secondo la testimonianza del pastore della comunità evangelica tedesca di Napoli nel 1899 (Richter, 2005: 325). Due anni dopo veniva menzionato l’Albergo Roma, preferito dal giovane pittore Paul Klee per la sua tranquillità rispetto ad Amalfi. Invece nella Guida Treves del 1903 e nell’Annuario Touring del 1904 erano segnalati tre alberghi, il Roma, il Margherita e il Germania, anche se modesti e con poche camere; comunque, negli anni Venti, si contavano circa 200 “forestieri” (Natella, 2009: 91).

Nella Guida Treves si parlava della nuova strada Meta Positano-Amalfi che permetteva di raggiungere con facilità la pittoresca cittadina dove vi erano circa 2000 abitanti. Ma ancora dieci anni dopo la situazione era immutata; nella edizione Treves in inglese per i turisti stranieri del 1926 ed in quella del Bertarelli per il Touring non solo si registrava una diminuzione degli abitanti, 1145, ma erano citati solo l’Albergo Roma, “modesto”, con 7 camere e l’Hotel Margherita, con 10 camere. Nel 1936 si costituì l’associazione ‘pro loco’ che anticipò la costituzione dell’Azienda di Soggiorno istituita nel 1953 (Tesauro, 2023:71-72). La Guida del Touring del 1932 registrava alcune “cabine private da affittare” per la balneazione.

Nel secondo dopoguerra, quando ormai la costiera amalfitana era ben conosciuta, furono creati numerosi manifesti pubblicitari, come quelli usati per sponsorizzare i luoghi turistici e balneari sia italiani che esteri. In quegli anni una significativa svolta si ebbe quando la piccola terra fu scoperta da John Steinbeck che nel 1953 scrisse un lungo articolo sull’Harper’s Bazar intitolato Positano Bites Deep (Positano colpisce profondamente) (Steinbeck, 2023; Tesauro, 2023: 211-223).

Lo scrittore americano raccontava che nel gran caldo estivo romano Alberto Moravia gli aveva consigliato di recarsi a Positano dove avrebbe certamente trovato refrigerio. Spaventato dal caotico traffico italiano aveva chiesto ad un autista esperto, Bassano Bassani, di accompagnarlo con la moglie. Qui era rimasto folgorato dalla bellezza del luogo. Aveva preso alloggio alle Sirenuse, un’antica casa di famiglia convertita due anni prima in un hotel di lusso (ancora esistente) dal marchese Paolo Sersale, i cui antenati avevano combattuto nella battaglia di Lepanto nel 1571 e che era sindaco di Positano. Aveva anche tracciato la storia della “cittadina verticale”, detta così perché inerpicata sulla montagna. La cittadina era stata una ricca comunità di marinai e pescatori, secondi solo agli abitanti della vicina Praiano, dediti tutti alla pesca, anche con la tonnara. Ma a fine Ottocento con l’avvento della navigazione vapore, i velieri non erano stati più in grado di reggere la concorrenza per cui gli abitanti si erano trasferiti in America creando una little Positano a NewYork in Columbus Avenue, mantenendo le tradizioni della terra natia. Quando John Steinbeck aveva visitato Positano vi erano appena 2000 abitanti, dediti alla pesca o alla calzoleria, poco avvezzi alla cultura del turismo. Ma il suo articolo fu il volano per un inatteso e rilevante sviluppo turistico.

Nel 1961 Vittorio Caprioli ha girato e interpretato il film Leoni al Sole – ispirato in parte al romanzo di Raffaele La Capria Ferito a morte – nel quale veniva descritta la vita dei giovani positanesi che ciondolavano nella spiaggia della Marina Grande in attesa di una avventura con le giovani straniere.

Poi la fama di Positano si è diffusa ed oggi è quasi impossibile camminare per le stradine piene dei “calzolari” che fabbricano sandali all’istante e dei venditori di “pezze”, vestiti che richiamano l’antica attività dei positanesi, e soprattutto delle donne, che lavoravano la canapa prodotta in Terra di Lavoro per fare cordami e sartie per le navi e “canovacci”.

Praiano

Praiano

Anche la vicina terra di Praiano, antica terra di pescatori (Sirago, 1988), con un lussureggiante paesaggio, inerpicata tra mare e monti, venne pian piano scoperta. In un primo tempo non erano citate strutture ricettive. Ma poi iniziò un turismo d’élite, affascinato dalle bellezze paesaggistiche, per cui si cominciarono a creare alloggi per i turisti: nel 1904, quando contava 1178 abitanti, era menzionato l’Albergo Stella d’oro, con appena 2 camere. Ma nella Guida inglese Treves del 1926 era citato l’Hotel Continentale. Negli anni ’60 tale località fu nota in tutto il mondo anche per il locale da ballo L’Africana, fondato da Enzo Milano, in quanto venne costruito in grotte naturali vicino al mare; per la sua atmosfera esotica e per i suoi fantasmagorici spettacoli, allestiti da noti coreografi come Don Lurio, era frequentato da personalità famose come Jacqueline Kennedy, Frank Sinatra e Gianni Agnelli. Nel 2011 – dopo un’accurata ristrutturazione – ha mutato il nome in Africana famous Club official che per breve tempo è diventata punto di riferimento della movida praianese ed oggi è stato trasformato in un ristorante con discesa a mare. Come la vicina Positano, oggi Praiano accoglie numerosi turisti negli hotel e resort che offrono un soggiorno d’élite.

Furore Trasita

Furore Trasita

Il territorio di Conca, con il suo fiordo di Furore, era una spiaggia dove si costruivano brigantini dediti al commercio (Sirago, 2004); quando fu dismessa la navigazione a vela si intrapresero attività turistiche come nella vicina Praiano. Il territorio tra Furore e Praiano fu eletto come buen retiro da Roberto Rossellini e Anna Magnani, che scelsero come residenza la “Torre Trasita”, un residence ancora in funzione in una antica torre angioina. Roberto Rossellini nel 1948 con la Magnani girò a Furore il secondo episodio del film L’amore. Poi conobbe Ingrid Bergman e la Magnani, lasciata sola, tornò nel buen retiro amalfitano. Oggi la villa è il lussuoso resort Torre Trasita. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026 
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Maria Sirago, dal 1988 è stata insegnante di italiano e latino presso il Liceo Classico Jacopo Sannazaro di Napoli. Dal primo settembre 2017 è in pensione. Affiliazione: Nav Lab (Laboratorio di Storia Marittima e Navale), Genova. Membro della Società Italiana degli Storici dell’Economia, della Società Italiana degli Storici, della Società Napoletana di Storia Patria, Napoli, della Società Italiana di Storia Militare. Ha scritto alcuni saggi e numerosi lavori sulla storia marittima del regno meridionale in età moderna. Tra gli ultimi suoi studi si segnalano: La scoperta del mare. La nascita e lo sviluppo della balneazione a Napoli e nel suo golfo tra ‘800 e ‘900, edizioni Intra Moenia, Napoli, 2013; Gente di mare Storia della pesca sulle coste campane, edizioni Intra Moenia, Napoli, 2014; Il mare in festa Musica balli e cibi nella Napoli viceregnale (1503-1734), Kinetés edizioni, Benevento, 2022.

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