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Come funzionano le idee. Da Xenia a Hostis

coverdi Giuseppe Sorce 

L’estate appena passata è stata l’estate dello svelamento. La manifestazione del cambiamento climatico è giunta in tutte le case dell’Europa occidentale con gli abiti del caldo torrido a qualsiasi latitudine. In attesa delle altre, tragiche, manifestazioni che non se ne staranno più alla larga dal vecchio continente, ci concediamo ancora il lusso di poter interrogarci poeticamente su chi e cosa dovrebbe fare ammenda e tentare il disperato atto (di fede) di salvare il salvabile, almeno sul piano della coscienza. D’altronde si sa, l’unica alternativa tangibile per l’umanità risiede, come sempre, nella fiction e nel suo potere di contribuire a dare forma al reale oltre che a cercare di dargli un senso. 

L’estate appena passata è stata quindi anche l’estate dell’Odissea di Christopher Nolan, uno degli autori e registi cinematografici più importanti del nostro contemporaneo culturale, finalmente nelle sale dopo anni e anni di hype. Colossal molto discusso ancora prima di uscire, è stato al centro di un dibattito che continua ancora oggi a distanza di mesi. Seppur privo, a mio avviso, di un profondo e radicale discorso sul tempo che ha caratterizzato la maggior parte della filmografia del regista, il film mette in scena una, ovviamente, rilettura dell’Odissea che ha polarizzato la critica e il pubblico. Al di là di analisi, commenti e interpretazioni, uno degli elementi che attraversa tutto il film e ne sostiene lo sviluppo di trama e personaggi è la xenia della civiltà greca antica.

L’ospitalità, l’accoglienza dello straniero, diventa la sineddoche di tutto un mondo valoriale, etico e morale che è la civiltà in senso lato. Chi infrange la legge di Zeus è portatore di caos, morte e distruzione di una intera civiltà, di un intero senso del mondo e dello stare al mondo. Per farla breve, nel film ci si interroga sui cosiddetti popoli del mare, i portatori del collasso, coloro che dissacravano la legge di Zeus. I popoli del mare sono lo spettro antagonista di tutta la storia, che grava sulla sindrome post traumatica del protagonista e sui suoi sensi di colpa. Alla conclusione del film, un lungo monologo suggerisce l’idea che i portatori del collasso della civiltà, coloro i quali hanno infranto la legge di Zeus dissacrandone i valori sono proprio i protagonisti della storia, i vincitori della guerra di Troia.

locandinaL’Odissea di Nolan è un film enorme, i temi da discutere sono tanti così come questi siano stati raccontati e rappresentati dal regista, oltre che scritti. Mi interessava però accennare all’elemento dell’ospitalità poiché ne ritengo significativo il ruolo centrale che Nolan gli ha attribuito. Attorno il discorso dell’ospitalità si strutturano infatti temi delicatissimi nell’attualità politica, sociale e culturale dell’Occidente. E Nolan lo sa bene. Non è soltanto una questione di ciò che voglio sia lo spirito valoriale che anima la mia nazione o quello Stato lì. È una questione che attraversa concettualità le cui criticità determinano le sorti della convivenza fra i popoli e dell’abitare un pianeta sull’orlo del cambiamento climatico.

Di questo tema e delle sue implicazioni parla abilmente Hostis, il paradigma dell’ospitalità di Jacopo Anderlini (2026) edito da elèuthera. Il testo ci offre un viaggio attraverso la parola, il concetto, la storia e le rilevanze attuali dell’idea di ospitalità e di come essa oggi sia non solo una lente attraverso la quale rileggere ed indagare le dinamiche sociopolitiche europee ma anche come questa idea funzioni ancora come paradigma culturale che si adatta e orienta contemporaneamente gli spazi, le narrazioni e le visioni del mondo.

Senza spoilerare troppo il volume, Anderlini organizza in sette capitoli il nostro viaggio che segue origini, trasformazioni e funzionalità del concetto di ospitalità. Attraverso la lettura di Hostis, il paradigma dell’ospitalità, scopriamo sin dall’inizio del testo che l’etimologia della parola ci racconta già una storia che scava nel cuore identitario della civiltà europea e occidentale. Così come Nolan nell’Odissea, Anderlini individua nel paradigma dell’ospitalità il crocevia di tutta una serie di tematiche che si coagulano oggi nelle crisi politiche del mondo occidentale. Basti pensare per esempio a ciò che la storia della parola ci dice: l’ospitalità è qualcosa che riguarda la concezione e rappresentazione dello Spazio e del Tempo.

«L’ospitalità riguarda inoltre una particolare gestione dello spazio: si fa spazio per l’ospite all’interno della propria dimora e contemporaneamente si riafferma la propria autorità e dominio su quest’ultima. Nel limitare parzialmente il proprio spazio, e nel concederne parte all’altro facendolo entrare nel proprio “possesso”, si definisce e si sostanzia l’asimmetria che caratterizza la relazione tra ospitante e ospitato. Un’asimmetria che può riaffermare lo squilibrio iniziale tra i soggetti – che si origina a partire dallo stato di bisogno dell’ospitato e dalla disponibilità di mezzi dell’ospitante – o può fare maturare nuove distinzioni. […] Un’altra caratteristica peculiare dell’ospitalità emerge nella sua dimensione temporale: l’ospite è sempre una presenza temporanea. […] L’atto del nominare contraddistingue l’ospitalità a livelli differenti: sia che si tratti del rapporto tra due soggetti, sia di uno Stato con un gruppo di persone. Etichettare, assegnare un ruolo, significa definire e imporre restrizioni e condizioni, confinare l’ospitalità. L’ospitato deve attenersi a precise regole se non vuole essere chiamato “parassita” (colui che oltrepassa i limiti temporali e spaziali dell’ospitalità) o “traditore” (colui che infrange i vincoli dell’ospitalità utilizzando quanto offerto dall’ospitante contro di lui) (ivi: 43-44).

Anderlini, pur dovendo far riferimento a Derrida, Arendt, Foucault, Agamben riesce a mantenere una prosa attrattiva e mai ardua rendendo il testo fruibile per tutti i lettori sin dai primi capitoli ove vengono affrontate questioni ben complesse come, per esempio, il ruolo che il concetto di ospitalità ha nella costruzione e rappresentazioni di valori morali ed etici fondativi della civiltà occidentale e di come essi influenzano statuti giuridici, leggi e trattati.

«È questa ambivalenza – duplice nel momento in cui hostis può essere sia amico che nemico, da includere o escludere, in una relazione che è sia legame di reciprocità privato sia patto pubblico – che tiene assieme le dimensioni di cura e controllo, umanitaria e securitaria, dove nel diventare soggetto della mia ospitalità, lo straniero, che è altro da “me/noi”, diviene anche assoggettato alle mie norme. Questa logica sembra pervadere le leggi degli Stati sull’accesso ai loro territori e sull’asilo, che costituiscono il cardine del governo delle migrazioni contemporanee in Europa» (ivi: 49).
Hospitality scene, from the Collection of Greek Vases by Mr. Le Comte de Lamburg (Paris, 1813-1824). © DE AGOSTINI, HULTON ARCHIVE / GETTY IMAGES / IDEAL

Hospitality scene, from the Collection of Greek Vases by Mr. Le Comte de Lamburg (Paris, 1813-1824). © DE AGOSTINI, HULTON ARCHIVE / GETTY IMAGES

Ambivalenza semantica che Anderlini indaga non solo per puro spirito di ricerca etimologica ma proprio perché tale ambivalenza si riverbera fino ai giorni nostri, rivelandosi per esempio negli accordi bilaterali che il nostro Paese ha stipulato con la Tunisia e Libia nel tentativo di “contenere” i flussi migratori [1]. Le narrazioni attorno all’Altro infatti seguono i mutamenti della percezione dei fenomeni migratori impattando sulla costruzione e rappresentazione stessa dello spazio inteso nella sua forma giuridico-identitaria e politica di territorio. Soprattutto oggi, narrazioni, distorsioni e retoriche politiche si aggrovigliano sul rapporto fra spazio-territorio, sovranità e accoglienza per quanto riguarda il tema immigrazione che rappresenta il terreno ideale per affrontare “di pancia” le complessità del presente climatico e socio-politico dell’area mediterranea e non solo.

Il paradigma dell’ospitalità serve perciò ad Anderlini come ponte per indagare l’articolazione fra città e confine, fra asilo e accoglienza, fra tecnologie di governo e narrazione identitaria.

«La narrazione dominante, in un dato contesto spazio-temporale, è quella che legittima delle particolari tecnologie di governo producendo un passato condiviso della città. Si vede allora come per analizzare la dimensione urbana dell’asilo si debbano prendere in considerazione specifiche configurazioni di razionalità, narrazioni e tecnologie di governo: la narrazione che dà forma a particolari configurazioni che riguardano il rapporto tra chi è incluso ed escluso dal territorio urbano – l’appartenenza o meno alla città – è quella dell’ospitalità. È proprio questo elemento che mette in contatto una certa rappresentazione della città con l’ambito dell’asilo dando luogo a particolari modalità di gestione e governo. Il tema dell’ospitalità non ci consegna semplicemente l’immagine fissa di una città «accogliente» o meno: piuttosto rappresenta uno spettro, un continuum, in cui si posizionano narrazioni anche differenti ma che condividono una prospettiva normativa – che implica, cioè, giudizi di valore – su come deve essere la presenza di chi è estraneo all’interno della città. Sullo stesso piano, allora, troviamo categorizzazioni, e dicotomie morali che riguardano l’incluso e l’escluso, seppur con contenuto diverso: dal discorso di estrema chiusura verso chi è estraneo a quello di apertura selettiva. Il primo sottende che nessuno è degno di ospitalità, dando forma all’identità di chi è incluso sulla base dell’esclusione dell’Altro, il secondo sottende che in base alla definizione di criteri e determinate classificazioni si possa stabilire chi può essere incluso e chi no. Anche in questo secondo caso l’identità di chi è interno si produce sulla inclusione/esclusione dell’Altro, se da un lato abbiamo il «buon ospitante/cittadino» che deve adoperarsi per “accogliere”, dall’altro il “buon ospite/richiedente” è colui che, perseguitato, si fa accogliere e si mostra riconoscente, docile, nei confronti di chi lo ospita» (ivi: 86-87).
Enea in fuga con Anchise e Ascani, Sanzio Raffaello, incisione XV sec.

Enea in fuga con Anchise e Ascanio, Sanzio Raffaello, incisione XV sec.

Se è vero perciò che assistiamo quotidianamente alla strumentalizzazione di qualsivoglia presunto valore morale o principio etico fondativo dello spirito “umanitario” occidentale, è vero anche che è proprio indagando sulla sua traiettoria storica che il paradigma della solidarietà può rivelarsi utile per superare gli stessi limiti della sua stessa manipolazione e strumentalizzazione. Non si tratta quindi della sola possibilità di ripensare la questione immigrazione.

Hostis, il paradigma dell’ospitalità di Jacopo Anderlini getta una luce chiara su come certe narrazioni politiche incorporano i loro stessi malfunzionamenti che non devono produrre di contro reazioni ancora più dicotomiche e polarizzanti. L’idea, o meglio, la speranza è che sia possibile trovare un’alternativa davvero umanitaria, sulla base del nostro stesso pensare l’ospitalità, sia all’idea di integrazione che a quella di assimilazione. Un’alternativa che rispetti una certa tradizione nobile dell’accoglienza, del confronto e della convivenza con l’Altro che sappia essere una risorsa per l’ecosistema, sempre più fragile, sia dell’ospitato che dell’ospitante, e che tenga presente che siamo già oggi chiamati ad affrontare sfide ambientali ineludibili che necessitano della cooperazione di tutti gli attori sociali. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026 
Note
[1] A tale proposito, si veda il capitolo IV, Regime confinario e governo umanitario, discernere tra circolazioni meritevoli e indecenti (sempre in riferimento al suddetto Hostis, il paradigma dell’ospitalità di Jacopo Anderlini J. 2026, elèuthera) dove l’autore approfondisce la peculiare evoluzione del paradigma dell’ospitalità nel dibattito pubblico degli ultimi vent’anni in Europa a tema migrazione. Tale evoluzione, come detto, riflette e orienta il contesto politico e socioculturale che, nella fattispecie, affrontava e affronta l’emigrazione come “emergenza”, nel senso: qualcosa più simile a un’invasione che un fatto umano che ha mille cause, molte delle quali, fra le più recenti, imputabili a una storia coloniale e di sfruttamento.
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Giuseppe Sorce, laureato in lettere moderne all’Università di Palermo, ha discusso una tesi in antropologia culturale (dir. M. Meschiari) dal titolo A new kind of “we”, un tentativo di analisi antropologica del rapporto uomo-tecnologia e le sue implicazioni nella percezione, nella comunicazione, nella narrazione del sé e nella costruzione dell’identità. Ha conseguito la laurea magistrale in Italianistica e scienze linguistiche presso l’Università di Bologna con una tesi su “Pensare il luogo e immaginare lo spazio. Terra, cibernetica e geografia”, relatore prof.  Franco Farinelli.

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