Verso la Merica: il grande viaggio senza ritorno

 COPERTINA ORIETTAdi Orietta Sorgi

«Da ogni parte della Sicilia molti partivano verso gli Stati Uniti, a farsi americani. (…) I paesi dolorosamente si spopolavano: l’America, la Merica, smembrava parentele, recideva affetti, mutava sentimenti. Come ingoiate dall’America, che i rimasti immaginavano immensa, affannosa e smemorante, intere famiglie sparivano». Così Sciascia nella prefazione a Montallegro, una comunità siciliana in America, di Jerre Mangione. Forse perché i siciliani, più degli altri, vivono con dolore intenso il distacco. Lo aveva capito Luigi Pirandello nel 1920 quando a proposito di Verga diceva: «I siciliani, quasi tutti, hanno un’istintiva paura della vita, per cui si chiudono in sé, appartati, contenti del poco, purchè dia loro sicurezza. Avvertono con diffidenza il contrasto tra il loro animo chiuso e la natura intorno, aperta, chiara di sole, e più si chiudono in sé, perché di questo aperto, che da ogni parte è il mare che li isola, cioè che li taglia fuori e li fa soli, diffidano, e ognuno è e si fa isola da sé, e da sé si gode – ma appena, se l’ha – la sua poca gioia; da sé, taciturno, senza cercare conforti, si offre il suo dolore, spesso disperato. Ma ci sono quelli che evadono».

In effetti, fra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, la crisi delle campagne, il fallimento dell’impresa mineraria e una generale condizione di precarietà economica spinsero milioni di siciliani ad espatriare attraversando l’oceano verso il nuovo mondo, nella speranza di una vita migliore.

Merica, Merica è il titolo di una raccolta di saggi pubblicata da Salvatore Sciascia editore nel 2015 e curata da Salvatore Ferlita e Maurizio Piscopo. Da diverse prospettive, i contributi di studiosi, registi, giornalisti e scrittori affrontano il tema del grande viaggio in America, un viaggio spesso senza ritorno verso un luogo trasfigurato nel mito e nell’utopia, meta di successi forse mai realizzati o semplicemente sognati. La dura condizione degli emigranti è qui sviscerata in tutti i suoi aspetti, a partire dalle interminabili traversate oceaniche, stipati nelle stive delle grandi navi in precarissime condizioni igieniche e sanitarie.

«Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa (… ) e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire…ci stavamo in più di mille su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti e gente strana e noi (…) Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo la vedeva. Magari era lì che stava mangiando, o passeggiando semplicemente, sul ponte (…) magari era lì che si stava aggiustando i pantaloni (…) alzava la testa un attimo, buttava un occhio verso il mare e la vedeva. Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti e gridava (piano e lentamente) l’America» (Baricco, Novecento, Feltrinelli, 1994: 5).
Famiglia Porcaro, 1912

Famiglia Porcaro, 1912

Si descrivono gli arrivi e le partenze, il dolore di chi resta e l’inserimento a Ellis Island, stazione di smistamento dei neo arrivati, gli emigranti. Si esamina il ruolo preponderante della Chiesa e della fede come strumento di coesione, ma soprattutto delle tradizioni popolari come collante delle antiche radici, in particolare attraverso le feste e il culto per i santi patroni, Santa Rosalia a Palermo e Sant’Agata a Catania, San Bartolo nelle isole Eolie e San Calogero nell’Agrigentino, che attecchiscono e rinvigoriscono nelle nuove comunità della little Italy. Ma l’emigrazione dei siciliani in America fa prosperare anche il fenomeno mafioso e il fiorire di organizzazioni criminali strettamente collegate con le cosche del vecchio mondo, storie tristemente note attraverso l’epopea di Lucky Luciano e altri boss ricordati da Roberto Tripodi. In tale clima si inserisce la vicenda  e l’ascesa sociale di alcune celebrità italoamericane, primo fra tutti Franz Sinatra, secondo il resoconto di Francesco Meli. Il cantante, originario di Lercara Friddi, che meglio di tutti seppe coniugare la migliore tradizione musicale italiana del belcanto con le nuove tendenze americane, costituisce una perfetta sintesi fra vecchio e nuovo mondo, non rinunciando mai, in ragione di un suo inserimento, a relazionarsi con gli ambienti della malavita americana, che gli offrì un trampolino di lancio per raggiungere la ricchezza e superare barriere altrimenti invalicabili.

Diverso e talora opposto il caso di un altro siculoamericano illustre, originario di Bisacquino: il regista Frank Capra. A differenza del caso precedente, Capra rinnegherà sempre le sue origini ed ogni possibile appartenenza col vecchio mondo: «avevo solo sei anni. Che tipo di radici potevo avere? E, sai, la cosa buffa è che non ricordo niente, di prima, perché quando partimmo da Palermo e arrivammo nell’oceano aperto, era una cosa così meravigliosa che tutta la memoria precedente era scomparsa. Quello è il momento originario. Da lì parte la mia memoria». A detta di Marcello Benfante, autore di questo saggio, Capra appare come «un uomo senza ombra, senza strascichi, la cui vita ha un secondo inizio, dopo un azzeramento non meno ideologico che traumatico, una ripartenza che intende rimuovere un passato gravoso». Anche il suo cinema infatti, tende a cancellare qualsiasi traccia di sicilianità, al contrario di Puzo, Coppola e Scorsese. Capra è un “bruccolino” anomalo, come sostiene Benfante, che non scende a compromessi con la mafia, impresa piuttosto difficile dal momento che, in quel tempo, Cosa Nostra controllava gran parte dello show-business americano. Lo ricorda Beniamino Placido in un suo articolo, soprattutto nell’orgoglio smisurato e nel senso di autonomia e libertà che lo portò sempre ad apprezzare negli americani il senso di egalitarismo e la giusta considerazione in cui era tenuta ogni persona indipendentemente dal suo rango, senza «doversi togliere la coppola davanti a nessuno».

Giuseppe Cinquemani,Milwaukee

Giuseppe Cinquemani, Milwaukee

Curiosa coincidenza è quella che lega il fenomeno dell’emigrazione alla nascita della radio, ma soprattutto del cinema. Se la radio, nata nel 1924, diviene un ponte virtuale fra vecchio e nuovo mondo, entrando in tutte le case e restituendone affetti e appartenenze, così come racconta Silvana Polizzi, attraverso le esperienze di Radio Ascolta, Radio Colonia  e altre emittenti che giocarono un ruolo fondamentale nei processi di coesione delle nuove comunità, il cinema resta lo strumento principale di intrattenimento per le masse: un luogo di aggregazione sociale che cancella le differenze.

Il regista Tony Trupia considera il cinema la rappresentazione stessa del viaggio, dello spostamento da una condizione ad un’altra, ricordando per certi versi l’immagine dell’emigrante. È proprio attraverso il film che lo spettatore ritorna idealmente ai luoghi di provenienza, ricompone l’identità perduta, come avviene ne Il cammino della speranza di Pietro Germi del 1950, che racconta il viaggio di un gruppo di emigranti da un piccolo centro dell’Agrigentino, Favara, verso la Francia. Al di là dell’esperienza vissuta e contingente, quel film è entrato a far parte della memoria collettiva delle comunità dei siculoamericani, trasponendo l’episodio nel mito. Lo stesso intento è quello di Peppuccio Tornatore ne La leggenda del pianista sull’oceano del 1998, dove il racconto si svolge interamente su una nave che conduce da una parte all’altra del mondo viaggiatori senza patria e dove il protagonista, suonatore di pianoforte, ha scelto il viaggio come la dimensione concreta della propria esistenza. Infine Nuovomondo di Emanuele Crialese è il racconto poetico di chi abbandona la propria vita per scoprirne un’altra nell’assoluta incertezza che la nuova possa essere migliore. Il linguaggio dei due registi siciliani è un registro essenzialmente  metastorico che al di là del concreto divenire, rievoca qualcosa, che pur non esperito direttamente, appartiene al proprio vissuto, al proprio retroterra e alla propria identità.

 Giuseppe Russo, barbiere, Brooklyn, 1963

Giuseppe Russo, barbiere, Brooklyn, 1963

Salvatore Ferlita passa in rassegna le pagine narrative più belle degli scrittori siciliani che si sono occupati di emigrazione. A partire dal già ricordato Luigi Pirandello in Nell’albergo è morto un tale e l’altro figlio, tralasciando il silenzio di Verga su questo tema, già denunciato da Leonardo Sciascia, arriva a Luigi Capuana per il quale l’emigrazione diviene soluzione inevitabile, prospettiva sanguinante, ma, al tempo stesso, occasione di avanzamento e di crescita. C’è un elemento che accomuna gli scrittori isolani ed è quello di considerare l’emigrazione soprattutto dalla parte di chi resta: così è nelle pagine di Nino Savarese nei suoi Viaggiatori solitari o di Maria Messina in La Merica e Nonna Lidda. Storie di espatri dolorosi dagli esiti spesso drammatici, dove il Nuovo Mondo è spesso rappresentato come «un tarlo che rode, una malattia che s’attacca: come viene il tempo che uno si deve comprare la valigia, non c’è niente che lo tenga» e a chi resta come Nonna Lidda, lo struggimento per la separazione dal figlio, in una concezione quasi sacrale della famiglia. Anche nei racconti di Camilleri, come ad esempio, Maruzza Musumeci (Sellerio 2007), si percepisce l’ansia del ritorno in Sicilia, il desiderio di ritornare, di non sposarsi a “Novaiorca”.

Leonardo Sciascia dedica alcuni racconti all’emigrazione del secondo Novecento, fra cui  il lungo viaggio, in cui si narra della beffa subìta da un gruppo di isolani, i quali, pronti a partire per l’America, vendono tutti i propri averi e dopo undici giorni di viaggio in piroscafo, vengono catapultati dal caronte truffatore su una spiaggia, che ritengono essere la destinazione finale di quella lunga traversata. Scesi a terra si accorgono di essere stati raggirati e di trovarsi sulle coste della Sicilia meridionale, fra Gela e Licata. In altri casi l’America è vista realmente come un mondo nuovo, culla del progresso, della libertà e della democrazia: così in Borgese, partito in esilio volontario ad insegnare all’Università della California, e in Vittorini, che al contrario, non riuscì mai ad assecondare il suo sogno e ad approdare in America.

Nozze del macellaio Mariano Cinquemani, Brooklyn ,1910

Nozze di Mariano Cinquemani, macellaio, Brooklyn ,1910

Al volume è allegato un disco che ripropone all’ascolto dei lettori i canti degli emigranti, eseguiti dalla Compagnia di canto popolare favarese con la collaborazione di alcuni cantastorie come Nonò Salomone, erede della più antica tradizione musicale di Ciccio Busacca, Ciccio Renzino, Orazio Strano, Rosa Balistreri, Vito Santangelo, Otello Profazio, Franco Trincale. A parte i canti che testimoniano l’esperienza dolorosa delle partenze, il più delle volte senza ritorno e la separazione dai propri affetti, vi sono alcune interviste di chi ha vissuto direttamente o indirettamente l’emigrazione e altri racconti – struggente è quello della bambina morta durante la traversata e affidata al mare per la sepoltura, seguita a breve dalla madre che, rimasta a bordo, si lascia morire per il dolore.

In appendice, infine, una serie di immagini storiche dei primi del Novecento fino agli anni 60, provenienti dagli archivi privati di alcuni ricercatori di Calamonaci. Gruppi familiari in posa durante quei riti di passaggio, matrimoni, nascite e battesimi, che scandiscono il proprio orizzonte esistenziale. Ma vi sono anche i luoghi di lavoro come le ferrovie, le  macellerie, le botteghe di liquori, il salone del barbiere dove ognuno dei protagonisti è rappresentato con gli abiti della festa, rivelando, a chi resta, la nuova condizione e l’acquisito benessere. Anche le fotografie ricolmano così vuoti esistenziali, risanando le ferite della separazione. Viaggiano verso i propri cari lasciati nelle lontane terre d’origine, assolvendo, sul retro, anche una funzione epistolare: sintetica, in poche righe, si aggiunge, con la scrittura, un’espressione affettuosa, un saluto, qualcosa in più che l’immagine da sola non può dare. Una sorta di riscatto simbolico da un passato di sofferenze, un esempio da seguire per chi resta.

Dialoghi Mediterranei, n.21, settembre 2016

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Orietta Sorgi, etnoantropologa, lavora presso il Centro Regionale per il catalogo e la documentazione dei beni culturali, dove è responsabile degli archivi sonori, audiovisivi, cartografici e fotogrammetrici. Dal 2003 al 2011 ha insegnato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Palermo nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici. Tra le sue recenti pubblicazioni la cura dei volumi: Mercati storici siciliani (2006) e Sul filo del racconto. Gaspare Canino e Natale Meli nelle collezioni del Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino (2011); Gibellina e il Museo delle trame mediterranee (2015).
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