Un’ipotesi di psicologia quantistica della mente

 Democrito di Léon Alexandre Delhomme

Democrito di Léon Alexandre Delhomme

di Piero Di Giorgi

Sin da quando l’uomo ha avuto coscienza di sé si è posto delle domande fondamentali sulla realtà che lo circonda: Cos’è la vita, l’universo, chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Com’e noto, le prime congetture e ipotesi ragionate sull’origine e la composizione dell’universo e sulla natura dell’uomo si devono ai presocratici Talete, Anassimandro, Anassimene, Leucippo e soprattutto l’allievo di quest’ultimo, Democrito. Essi fondarono, nel VI secolo a.C.,  la prima scuola filosofica a Mileto, antica città dell’Asia minore, luogo del primo Parlamento della storia del mondo, il Panonion, dove s’incontravano i delegati della lega Ionia.

Alcune delle idee  odierne sulla struttura dello spazio e sulla natura delle cose si riferiscono a concetti  da loro introdotti. Straordinaria e d’indubbia attualità appare l’intuizione di Democrito che, già 25 secoli fa, era pervenuto alla concezione granulare dell’Universo, formato da innumerevoli atomi che si muovono nello spazio e  dal cui combinarsi si produce l’infinita varietà di tutte le forme che noi osserviamo. Noi stessi  siamo il risultato di questa danza infinita di atomi, il prodotto di una selezione causale e accidentale, avvenuta in un lunghissimo arco di tempo. Successivamente, Platone e Aristotele hanno combattuto le idee razionali di Democrito, contrapponendovi la loro visione finalistica e ciò ha creato per secoli ostacoli al crescere della conoscenza. Purtroppo, la quasi totalità degli scritti di Democrito sono andati perduti e quel che sappiamo ci deriva dal De rerum natura di Lucrezio (allievo di un allievo di Democrito), la cui opera fu messa al bando, nel 1551, dal Concilio di Trento (1545-1563). Invece, ci è rimasto tutto Aristotele, sul quale si è costruito il pensiero occidentale. Nel caso contrario, sarebbe stata tutta un’altra storia.

Con l’avvento del cristianesimo e fino al XV secolo, gli ecclesiastici hanno avuto il monopolio della filosofia e del sapere. Ciò ha comportato il passaggio dalle ipotesi alle certezze dogmatiche e alla visione di un Universo creato da Dio secondo il racconto biblico della Genesi. Ed è stata proprio questa concezione che ha portato alla condanna dell’eliocentrismo copernicano-galileiano. La fine del Medioevo e l’avvento dell’età moderna si sono caratterizzati per la diminuita autorità della Chiesa e la concomitante crescita dell’autorità della scienza.

Con l’affermarsi della scienza, si è venuta determinando una specializzazione dei saperi e ciò ha consentito, certo, di raggiungere risultati eccellenti, ma ha prodotto anche l’instaurarsi di barriere e una sorta d’incomunicabilità tra le diverse discipline, facendo perdere di vista la dimensione unitaria del sapere. In particolare, una frattura si è determinata, per secoli, tra le geistwissenschaften (scienze dello spirito) da una parte, e le naturalwissenschaften (scienze della natura) dall’altra, secondo la dizione di Wilhelm Dilthey. Questa distinzione non è stata accettata da un altro Wilhelm, di cognome Windelband, il quale preferì  alla distinzione diltheyana, basata sull’oggetto, una distinzione sul metodo, parlando di scienze idiografiche (che riguardano l’individuo) e scienze nomotetiche (che formulano leggi). La scarsa comunicazione tra le diverse discipline ha fatto sì che ciascuno diventasse sempre più ignorante circa il sapere esistente. E ciò anche in considerazione del fatto che la scuola ha tramandato il sapere sempre a compartimenti-stagno e non già in termini interdisciplinari, impedendo di fare cogliere agli alunni la complessità sociale e scientifica.

Ovviamente, questa condizione di separatezza tra le diverse discipline si è determinata anche per quanto riguarda lo studio della mente. La stessa psicologia, per un secolo, non soltanto non si è raccordata con altre discipline, ma è stata spezzettata essa stessa tra diverse scuole e teorie che, spesso, s’ignorano a vicenda e sembrano fare parte di campi disciplinari diversi. Come ha scritto John Horgan, in mancanza di sforzi congiunti tra neuroscienze, psicologia, psichiatria, biologia molecolare, filosofia e fisica, cioè di tutti coloro che si sono dedicati allo studio della mente, si rischia che le nostre menti restino “inviolate”.

 Heisenberg

Heisenberg

Ogni scienza non può non considerare il proprio oggetto che come parte di una realtà totale, onde la necessità di rapporti e contatti tra le diverse discipline. Occorre, per usare l’efficace diade di Serge Moscovici, un “politeismo metodologico”. Non si può non essere d’accordo con Edgar Morin (1974: 205-206) quando sostiene che la conoscenza è un fenomeno multidimensionale e «c’è bisogno di una teoria transdisciplinare che si sforzi di abbracciare l’oggetto, l’unico oggetto, continuo e discontinuo a un tempo, della scienza: la phisis. La complessità dell’oggetto mente postula una sinergetica, cioè un campo di ricerca interdisciplinare adeguato alla complessità dell’oggetto di ricerca, partendo dalla premessa che esistono principi generali che regolano il comportamento dei sistemi complessi, nonostante, il fatto che i loro elementi possono essere di natura completamente diversa (elettroni, cellule, molecole)». «Il circuito fisica-biologia, antropo-sociologia, invade tutto il campo della conoscenza e richiede un sapere enciclopedica impossibile» (Morin 1983: 15). Questa necessità di una “nuova alleanza” uomo-natura è stata auspicata anche da Ilya Prigogine (1981).

Come accade spesso, a dimostrazione che la realtà è unitaria e dell’intima connessione tra i saperi specializzati, basti considerare quanto accaduto all’inizio del Novecento. Nel 1900, grazie all’intuizione di Max Planck, secondo cui l’energia non era un fenomeno continuo, come si credeva, ma era formata da piccolissime quantità di materia, invisibili, chiamati “quanti”, nasceva la fisica quantistica. Nel 1905, l’ipotesi di Planck veniva confermata da Albert Einstein con l’esperimento chiamato “effetto fotoelettrico” – per il quale ebbe il premio Nobel – secondo cui tutte le radiazioni elettromagnetiche, compresa la luce, che chiaramente sembra un fenomeno ondulatorio, sono quantizzate, cioè sono costituite da particelle, chiamate fotoni. De Broglie, nel 1923, avanzò l’ipotesi che il dualismo onda-particella si dovesse applicare anche al comportamento di particelle come gli elettroni e i protoni, chiaramente particelle materiali, in quanto dotate di massa. Successivamente, nel 1926, Scrödinger descriveva la funzione d’onda, secondo cui una particella passa da un’esistenza potenzialmente non localizzata (sovrapposizione di stati) a un’esistenza localizzata, attraverso la c. d. riduzione del pacchetto d’onda, che si compie con l’osservazione. Nello stesso tempo Heisenberg sviluppava il principio d’indeterminazione, che è un’integrazione del principio di complementarità di Bohr. Secondo Heisenberg, non è possibile determinare contemporaneamente la quantità di velocità e di moto e la posizione di una particella, in quanto l’osservazione o lo strumento di misura determina una perturbazione e fa perdere oggettività alla realtà osservata. Ne concludeva che l’epistemologia causale-lineare si fonda su un presupposto fallace: se conosco il presente, posso predire il futuro (Laplace). In verità, noi non possiamo conoscere il presente in ogni sua determinazione perché ogni osservazione è una selezione di una quantità di possibilità. Tutto ciò porta a ridimensionare il determinismo e a riformulare le leggi come stocastiche.

Altre bizzarrie della fisica quantistica affermano che due particelle in interazione reciproca rimangono entangled, cioè collegate non localmente. Se una delle due, per qualsiasi causa cambia direzione, anche l’altra cambia istantaneamente, nel senso che quello che accade ad una di esse si ripercuote istantaneamente anche sull’altra, indipendentemente dalla distanza che le separa. Esse sono in correlazione quantistica. Questo fenomeno si definisce “entanglement quantistico”. Le particelle si possono trovare in più luoghi contemporaneamente.

In modo simile, con l’esperimento della doppia fenditura, la funzione d’onda di un atomo che passa attraverso le due fenditure assegna la probabilità di trovarlo in ogni punto dell’apparato in ogni istante. In sostanza, le particelle si possono trovare in più stati diversi nello stesso tempo, passare attraverso i muri (effetto tunnel), avere collegamenti a distanza, ma solo finché nessuno le osserva. La meccanica quantistica introduce un elemento d’imprevedibilità e di casualità nella scienza, il cui caposaldo è costituito dal principio d’indeterminazione di Heisenberg. Ha messo in crisi il nostro modo di pensare, ci ha posto di fronte a una realtà subatomica in cui realtà visibile e invisibile, materiale e immateriale convivono, al fatto che il continuo è allo stesso tempo discontinuo, a una negazione del principio di non-contraddizione.

 Einstein

Einstein

In pratica, con l’avvento della fisica quantistica, crolla la visione cartesiana-newtoniana di mondo della fisica classica, fondata sulla razionalità, le certezze e la prevedibilità  e irrompono la casualità, l’incertezza, l’indeterminazione e la impre- vedibilità. Da un’epistemologia causale-lineare si passa a un’epistemologia circolare, secondo cui a determinare un fenomeno o un evento non vi è una sola causa ma tante concause e ogni evento, a sua volta, agisce sulle cause che lo hanno prodotto. Ogni sistema è, inoltre, soggetto a un’ampia gamma di perturbazioni e di fluttuazioni. La realtà non è più come appare. La fisica contemporanea approda alla negazione dell’epistéme, che aveva caratterizzato la filosofia, almeno da Platone a Hegel.

Questa condizione d’indeterminatezza viene sottolineata da epistemologi come Karl Popper, il quale afferma che la scienza non poggia più su un terreno di roccia e mette in evidenza che le diverse discipline non pretendono di conseguire verità inconfutabili ma sanno che i risultati possono essere falsificati. Concetto, questo, ribadito anche da Thomas Kuhn, secondo cui la scienza si sviluppa per grandi catastrofi, che segnano il crollo di vecchi paradigmi e teorie e il sorgere di nuovi, senza garanzia che i nuovi paradigmi siano migliori dei precedenti. Caso, caos, complessità diventano i nuovi paradigmi. Dalla meteorologia all’indeterminatezza del mondo subatomico, all’imprevedibilità dei fenomeni umani, in ogni ambito del sapere non vi sono ancoraggi obiettivi. Come aveva annunciato Friedrich Nietzsche «le cose danzano sui piedi del caso».

Per una casuale coincidenza, nello stesso anno 1900, Sigmund Freud pubblicava L’interpretazione dei sogni, una sorta di manifesto della Psicoanalisi, che determinava un’altra rivoluzione nel campo della mente, mettendo in risalto il ruolo fondamentale dell’Inconscio per comprendere le funzioni mentali. Egli spodestava l’Io dalla centralità in cui lo aveva collocato Cartesio e capovolgeva l’equazione psiche=coscienza, sostenendo che la coscienza è solo una piccola parte che emerge dal grande oceano dell’inconscio.

Sempre agli inizi del Novecento, la stesso avveniva in tutti gli altri ambiti del sapere. In letteratura, Luigi Pirandello metteva in luce la relatività di ogni verità e l’arbitrarietà di ogni punto di vista e  quindi non ci può essere una verità oggettiva. Nell’arte si passava dall’espressionismo all’arte astratta (Kandisky, Picasso, Klee, Klimmt) per sottolineare la soggettività nell’interpretazione della realtà, l’invisibile e non già la rappresentazione oggettiva di essa; la stessa cosa accadeva con Schönberg e Webern, che hanno aperto la strada alla musica moderna.

Il cambiamento di paradigma introdotto dalla fisica quantistica ha influenzato anche le altre discipline, si può dire che una cooperazione-interazione tra le scienze ha cominciato a essere un’esigenza molto sentita, come dimostra il continuo moltiplicarsi delle scienze di confine (fisiochimica, biochimica, biofisica ecc.). Grazie alla ricerca interdisciplinare, ma anche all’apporto delle nuove tecnologie (magnetoencefalografia (MEG), alla tomografia a emissione di positroni (PET), alla risonanza magnetica funzionale (fMRI) e all’elettroencelografia (EEG), che hanno consentito di osservare il cervello in attività, si sono realizzati enormi progressi sulla conoscenza del cervello. Si è venuta sviluppando una scienza sistemica e olistica, una scienza della complessità, ovvero  “la sfida della complessità” (Bocchi, Ceruti, 1975), adeguata alla complessità dei fenomeni derivanti dall’interconnessione e dalle interazioni dei vari aspetti della realtà. Una nuova complessità che implica una sfida e uno sforzo maggiore e un nuovo metodo d’approccio interdisciplinare, in grado di ridurre così anche la frattura tra scienze fisiche e scienze umane e psicologiche.

All’interno di questo discorso transdisciplinare, trovo un’affinità particolare tra alcuni aspetti affascinanti e perfino inquietanti della microfisica delle particelle e i suggestivi e misteriosi apporti della psicoanalisi, in particolare tra i processi quantistici e quelli inconsci. Ed è su quest’idea che si basa la mia ipotesi di teoria della mente, pur consapevole delle difficoltà che ha espresso il biologo e genetista Edoardo Boncinelli (1999), secondo cui «la mente che esplora se stessa è certamente la follia delle follie». E ciò per il fatto che essa è simultaneamente soggetto e oggetto d’indagine, è osservatore e osservato. Questa idea non mi sembra affatto bizzarra e, nonostante abbia già scritto due saggi sull’argomento (il primo su Prometeo e il secondo su La critica sociologica), tuttavia, continuo a indagare e ad approfondire le mie riflessioni sull’argomento.

Mark Plant

Mark Plant

Già i Greci ci hanno fornito i termini physis e psyche come componenti fondamentali della vita umana, studiate per l’appunto dalla fisica e dalla psicologia. Con l’avvento della fisica quantistica, che ha introdotto il ruolo dell’osservatore sulla realtà osservata, il concetto di coscienza salta in primo piano. Tra l’altro, questa mia idea, sebbene in termini diversi e più generici è stata sostenuta già negli anni ’20 da alcuni dei padri fondatori della fisica quantistica. Werner Heisenberg (1961: 182-183) ha affermato che la teoria dei quanti svolge una parte importante nei fenomeni biologici e psicologici; Erwin Scrödinger (1995) ha evidenziato che tutti i processi della biologia molecolare sono di natura quantistica. Niels Bohr (1966: 32-33) ha sostenuto che i processi fisici che danno luogo all’attività mentale sono sicuramente processi quantistici e che la sede dei fenomeni psichici al di sotto della coscienza sono paragonabili a una sovrapposizione di autostati, che, uno alla volta, possono emergere a livello della coscienza. Più recentemente Roger Penrose che, insieme a Stephen Hawking, è stato autore di una teoria sui buchi neri, prima con La mente nuova dell’imperatore e poi con Le ombre della mente, ha teorizzato che la non-localizzazione quantistica e cioè la capacità di collegamento istantaneo e la plasticità cerebrale potevano derivare dalle connessioni sinaptiche che, secondo l’autore, sono determinate non dai neuroni, bensì dai microtubuli, strutture interne dei neuroni, responsabili della continua ristrutturazione delle connessioni neuronali e del verificarsi della coerenza quantistica, da cui si genera la coscienza.

È ormai diffusa l’idea che la meccanica quantistica giochi un ruolo essenziale nei meccanismi biologici ed evolutivi, compresa la nascita della vita e il funzionamento della mente. Tutto ciò che noi vediamo, esploriamo, tutta la storia dell’umanità è possibile perché esiste un osservatore. Già questo fatto ci pone di fronte al rapporto inestricabile tra fisica quantistica e coscienza. Ciò non significa che se io perdo la coscienza, la realtà non esiste più. Ma, se tutti perdiamo la coscienza, il mondo esterno senza osservatori è un non-senso.

Detto questo, l’ipotesi su cui si fonda la mia teoria è che l’inconscio abbia il comportamento di un campo quantistico. Esso, come quest’ultimo, è caratterizzato da assenza di causalità e di successione temporale, da globalità e da  non-località perché ogni particella interagisce con tutte le altre. L’inconscio, come il campo quantistico, è contraddistinto da continue fluttuazioni e da sovrapposizioni di stati, che corrispondono a tante configurazioni classiche, una per ogni fluttuazione. L’inconscio tratta oggetti parziali come equivalenti a quelli totali, eliminando la differenza tra parti e tutto. L’inconscio è anche un sistema caotico. Basta una minima perturbazione iniziale perché si ripercuota su tutto il sistema. Nell’inconscio, che funziona come campo quantistico, la funzione d’onda, soggetta a fluttuazioni continue, non è prevedibile, è un’onda di probabilità, è una potenzialità, una simultanea sovrapposizione di possibilità, di cui, attraverso il filtro dell’osservazione, una sola si attualizza.

Se l’inconscio funziona come un campo quantistico, esso fa parte di un’interazione più generale. Se l’energia cosmica originaria pervade l’Universo e se il mondo intorno a noi, comprese le nostre singole esistenze, sono il suo fenomenizzarsi nel tempo e nello spazio; se il mondo è un frammento dell’energia cosmica originaria trasformatasi in materia e noi siamo piccoli frammenti del mondo e quindi anche noi parti di quell’energia materializzata dentro un organismo fisico, è possibile ipotizzare l’esistenza in ciascuno di noi di un nucleo biologico, dotato di energia cosmica primordiale e universalmente presente. Sappiamo che la forza elettromagnetica, tiene insieme atomi e molecole e ha permesso la formazione della doppia elica del DNA; è ipotizzabile che abbia potuto engrammare in questa macromolecola, capace di riprodursi, nel momento di passaggio dalla materia inorganica a quella organica, particelle dell’energia cosmica originaria. Inoltre, poiché l’intero universo ha interagito al momento del big-bang, tutto ciò che ha interagito nel passato continua a rimanere connesso. La memoria del passato è incorporata nelle nostre cellule, prima ancora che nella nostra mente. Da ciò deriverebbe che ciascun individuo contiene l’informazione/memoria non solo della storia della vita ma anche dell’evoluzione dell’universo. In tale ipotesi, l’inconscio, oltre a essere il serbatoio dell’energia dell’individuo, potrebbe contenere anche tracce mnestiche di quell’energia cosmica originaria. La materia, compresa quella organica, conterrebbe in sé l’energia originaria di cui resta impregnata. Tanto lo “spirito” umano che è in noi quanto l’oggetto fuori di noi rientrano nello stesso ordine cosmico.

Niels Bohr

Niels Bohr

Oltre ad avere questa memoria cosmica, l’inconscio è alla base dell’apprendimento e della memoria. La coscienza appare come la parte macroscopica risultante dal collasso delle fluttuazioni del mondo microscopico dell’inconscio. Il punto di domanda è: come avviene questo processo che, dal mondo microscopico dell’incon- scio, che funziona come un campo quantistico,  approda alla coscienza? Prima di rispondere a questa domanda, è d’uopo dire subito che le sole leggi fisiche, chimiche e biologiche non sono sufficienti a dare conto della coscienza. Con la comparsa dell’uomo, un ruolo fondamentale hanno le leggi storico-sociali. Natura e cultura, per un periodo sono state ricorsive. Da un certo punto in poi, l’anatomia e la fisiologia del cervello sono cambiate in modo irrilevante, mentre la mente, forgiata dall’ambiente e dalla cultura, ha fatto passi da gigante. Ciò dimostra come le leggi storico-culturali, attraverso il lavoro e il linguaggio, abbiano avuto un ruolo importante rispetto alle leggi biologiche e abbiano contribuito a modificare la stessa struttura neuronale. Gli oggetti del lavoro dell’uomo e le sue invenzioni sono una sorta di psichismo oggettivato. Il bambino, venendo al mondo, in pochi anni ricapitola, attraverso il linguaggio e la relazione coi genitori, con gli insegnanti e con l’altro generalizzato, il patrimonio di conoscenze accumulato dall’umanità.

Ciò premesso, possiamo passare a rispondere alla domanda che abbiamo prima formulato. Gli esseri viventi sono caratterizzati dall’apprendimento che, in parte, è inconscio e in parte lo diviene successivamente attraverso processi di rimozione o di oblio. L’inconscio, come il campo quantistico fluttua continuamente, la sua energia si attualizza nelle pulsioni, nei desideri, nei bisogni, nelle emozioni ancora indifferenziate che assumono poi forma nelle rappresentazioni o proto-pensieri. I processi elementari della nostra psiche sono espressioni di bisogni fondamentali del nostro corpo, bisogni di sopravvivenza, che richiedono soddisfacimento: fame e amore, auto-conservazione dell’individuo e perpetuazione della specie, tendenza a ottenere piacere e a evitare il dispiacere. Sono queste pulsioni le forze motrici del nostro cervello, che mettono in azione l’apparato psichico. La tensione del bisogno insoddisfatto viene avvertita come dispiacere, mentre l’abbassamento della tensione viene avvertito come piacere. Il corpo comunica le sue pulsioni al tronco cerebrale e all’ipotalamo, che sono anche le sedi delle emozioni. Le emozioni sono piacevoli o spiacevoli, a secondo che le pulsioni che premono per il soddisfacimento siano soddisfatte o frustrate. La maggior parte di ciò che apprendiamo inizialmente viene immagazzinato a livello inconscio e dopo passa alla coscienza. L’inconscio è il laboratorio in cui si formano il pensiero e la coscienza.

Il bambino, alla nascita, non ha consapevolezza del mondo esterno e non distingue se stesso da ciò che lo circonda. Le sensazioni di piacere-dispiacere che egli avverte è come se venissero soltanto dal proprio corpo (sensazioni cinestetiche). Egli è determinato da queste forze pulsionali inconsce che tendono al soddisfacimento immediato ed è a partire da questa natura pulsionale che si viene costruendo la sua storia sociale. Sono le pulsioni che forniscono energia alla mente e la spingono all’attività. ueste due forze coesistono sempre. Ogni comportamento trae origine dal gioco reciproco di forzIl neonato, gradualmente, da puro mondo pulsionale disorganizzato, privo di coscienza di sé, giunge all’Io e all’autocoscienza. All’inizio, non possiede alcuna memoria se non quella ereditata dai suoi geni, compresa, probabilmente, quella cosmica, non dispone ancora dell’esperienza, attraverso la quale, gradualmente, acquisisce mappe emotive, cognitive e comportamentali. Affinché egli abbia un’effettiva percezione, occorre che le afferenze sensoriali siano organizzate in totalità significative e ciò è possibile man mano che le varie sensazioni si consolidano in ricordi.

Quindi, la precondizione perché si possa parlare di percezione, è che ci sia l’accumulazione di tracce mnestiche sulla base di afferenze di sensazioni di piacere o di dispiacere e di emozioni a esse associate e che si consolidino in ricordi. Il percepire presuppone un riconoscimento di una precedente esperienza e memorizzazione. È l’esperienza consolidatasi in ricordo, sulla base delle emozioni che il neonato vive, associate al senso di soddisfacimento o di frustrazione, che apre al bambino la possibilità della simbolizzazione e del pensiero. Occorre precisare che le sensazioni di piacere-dispiacere e le emozioni concomitanti che vive il bambino non si verificherebbero senza la relazione con la madre o di una figura sostitutiva, che soddisfa i suoi bisogni. L’autoconsapevolezza implica il passaggio dall’indistinzione alla relazione con l’altro, che è l’aspetto che caratterizza i viventi.

Boncinelli

Boncinelli

Da osservazioni fatte sul neonato, sembra ormai certo che tra le competenze innate, come ad esempio la suzione, vi sia anche l’attaccamento alla madre; che, il neonato, oltre a essere soggetto desiderante, sia anche essere sociale, che abbia una competenza a imitare gli adulti, a percepire le forme e a preferirne alcune ad altre, in particolare il volto umano. È come se le pulsioni dell’inconscio contenessero in nuce una tendenza a interagire con l’ambiente. La madre, inizialmente, costituisce tutto l’ambiente del bambino. Lo sviluppo delle capacità di pensare è legato alla vicenda della relazione madre-bambino. La madre, che sa accogliere ed elaborare i contenuti inconsci e i bisogni del bambino, è la precondizione dell’inizio del processo di mentalizzazione.

Le emozioni sono importantissime per la nostra vita e per la nostra sopravvivenza, anche quelle come la paura e l’aggressività. Le emozioni e i sentimenti sono collegati al corpo e rilevabili in termini di temperatura corporea, di frequenza del battito cardiaco, pressione arteriosa mentre i sentimenti sono già percezioni e pensieri relativi a quelle modificazioni del corpo e sono fenomeni mentali, che seguono le emozioni. Queste ultime sono realtà non-lineari, caotiche, globali e rappresentano quello che Freud chiama il pensiero primario. Il pensiero secondario o razionale affonda lì le sue radici e ne è sempre contaminato. Senza emozioni, non avremmo sensazioni di piacere-dispiacere, non sentiremmo l’apoteosi dei sensi, non proveremmo empatia per le persone, saremmo simili a dei robot, a dei freddi calcolatori. Anche il linguaggio sarebbe senza enfasi e modulazioni espressive, come appunto quello metallico di un robot. I nostri progenitori davano il nome alle cose in base alle emozioni che ricevevano. Di tutta l’esperienza infantile restano tracce indelebili. Anche nell’età adulta e da vecchi riusciamo a ricordare momenti della nostra infanzia a cui sono associate determinate emozioni. Una conversazione, un’osservazione, un’immagine, un oggetto ci richiamano un volto, un luogo, un paesaggio, momenti del nostro passato, come le madeleines di Marcel Proust.

Se le emozioni sono determinanti per la fissazione dei ricordi ma anche per la rimozione, se esse sono anche alla base di scoperte improvvise, dei famosi “eureka”, è perché rispondono alla logica dell’inconscio e quindi della globalità, della non-località. L’inconscio è la fonte del pensiero, poiché da esso dipende la nostra tendenza a generalizzare, a produrre associazioni e unità più ampie, a costruire totalità, in quanto l’inconscio, come il campo quantistico, è energia elettromagnetica, ha un comportamento ondulatorio e non-localizzato, di sovrapposizione di stati e tutti gli stimoli provenienti dall’ambiente esterno restano entangled, collegati non-localmente.

Le emozioni svolgono una funzione essenziale anche per la memoria, in quanto sono in grado di dare pregnanza ai ricordi, facendo sì che alcune esperienze vengano codificate in maniera più duratura (Oliverio, 1995: 75). Grazie alla plasticità sinaptica, a meccanismi molecolari e genetici, la memoria assolve una funzione fondante della coscienza (Kandel, 2007). Senza memoria non ci sarebbe coscienza, non avremmo alcuna identità; se perdiamo la memoria, non sappiamo più chi siamo. La memoria è coscienza del tempo. È opinione abbastanza diffusa che si possa parlare di memoria olografica. Tutte le informazioni depositate nella memoria sono entangled, cioè costituiscono un’unica onda quantistica, proprio perché hanno origine nell’inconscio, privo di spazio-tempo, che ha il comportamento del campo quantistico. Anche per il biologo e genetista Edoardo Boncinelli (1999:207) la corteccia è la sede di onde sincronizzate, coerenti. La memoria, cioè, deriverebbe da un processo di entanglement quantistico, cioè la correlazione tra particelle a qualsiasi distanza. Ogni frammento d’informazione è collegato a tutti gli altri simultaneamente.

Ritengo che qualsiasi teoria della mente dovrà tenere conto del fatto che l’attività cerebrale prende la forma di onda elettromagnetica, energia cosmica originaria, che è il linguaggio universale della materia, considerata anche la forza della vita. Tutti i fenomeni che osserviamo in natura sono governati da una sola forza, quella elettromagnetica. È essa la forza che tiene insieme la materia, che tiene uniti gli elettroni negli atomi e gli atomi nelle molecole, che fa funzionare la chimica e quindi la materia vivente. Ed è questa stessa forza che agisce nei neuroni del nostro cervello, facendone correre l’informazione sul mondo che percepiamo (Rovelli, 2014:50).

Noi vediamo e riconosciamo i diversi colori tramite la luce, essa stessa energia elettromagnetica, composta da quanti d’energia, che chiamiamo fotoni, e sentiamo tramite onde sonore. L’energia dell’inconscio, che si esprime attraverso le pulsioni, interagisce con le onde elettromagnetiche che trasportano le informazioni esterne (immagini, suoni, parole), costruendo la nostra esperienza, le nostre emozioni e la nostra memoria olografica. Tutti i dati sensoriali recepiti dai nostri organi di senso, nell’interazione tra pulsioni inconsce e informazioni che captiamo dall’ambiente, vengono aggregati secondo campi elettromagnetici e costituiscono poi le rappresentazioni psichiche o percezioni con un’organizzazione mnestica coerente. Ogni qualvolta c’è un nuovo stimolo, ad esempio uno stimolo visivo, considerato da Platone e Dante il re dei sensi, la funzione d’onda della nuova informazione interagisce con le funzioni d’onda dell’inconscio, compresi tutti i ricordi che abbiamo registrato inconsciamente sin dal grembo materno e quelli consolidatisi in memoria, distribuiti olograficamente e che hanno interagito tra loro,  e si determina una sintesi tra la memoria cosmica e antropologica, tra l’energia dell’inconscio e quella delle nuove informazioni. È come se i fotoni comunicassero e cooperassero tra di loro e, per ragioni d’interferenza quantistica, andassero verso un unico obiettivo, producendo quella risposta. Tutte le particelle che hanno interagito appartengono a una funzione d’onda con un gran numero di correlazioni. È il fenomeno della coerenza quantistica, per cui un gran numero di particelle si comportano come un tutt’uno. Diversi flussi d’onda separati si sincronizzano nello stesso istante.

 Kurt Godel

Kurt Godel

Dalle osservazioni è stato visto che quando arriva al cervello uno stimolo, della nuvola quantistica di probabilità dei tanti possibili itinerari, entra nella nostra coscienza una sola risposta tra le varie possibilità che possono sovrapporsi; è come se avvenisse un processo istantaneo di sincronizzazione cerebrale, che coinvolge ogni zona del cervello, si ristruttura tutto il campo di dati presenti e non presenti, pervenendo a un risultato, a una risposta. Gli stati sovrapposti si riducono e collassano in stati definiti. La sovrapposizione di stati, corrispondenti a tante configurazioni classiche, una per ogni fluttuazione, si riduce a quell’unico atto di coscienza. Ciò ci permette di esprimerlo in parole, di collocarlo nel tempo e nello spazio. Le forme che percepiamo (volti, oggetti, immagini), la coscienza e il linguaggio sono il risultato macroscopico di una rete di interazioni e combinazioni soggiacenti, sono la manifestazione di campi quantistici sottostanti. La funzione d’onda collassa. Avviene la de-coerenza. Dal caos a un’auto-organizzazione olistica. È la potenzialità che diviene atto. È la probabilità che diviene quell’unica realtà. Adesso, noi riconosciamo quel volto, quell’oggetto, quell’immagine, produciamo quel pensiero.

Da ciò si evince che il cervello non è soltanto un insieme di neuroni interagenti, come lo vedono la maggior parte dei biologi, ma bisogna tenere conto di ciò che avviene nel mondo sotterraneo dei neuroni, nel mondo profondo delle particelle, dove gli effetti quantistici determinano sovrapposizioni di stati diversi e la coscienza compare nel momento in cui dalla sovrapposizione di stati si passa alla consapevolezza di un solo stato tra i tanti stati possibili. Si può dire che la nostra mente, in prima istanza, coglie la realtà in modo globale, olistico, e soltanto dopo in modo analitico, il mondo cellulare è il fenomeno manifesto e risponde alle leggi della fisica classica, il livello subatomico è il non-manifesto e risponde alle leggi della fisica moderna. L’interazione tra l’uno e l’altro sono coessenziali per il fenomeno mente. Come la musica che promana da uno strumento musicale, la cui melodia è una totalità che è qualcosa di più e di diverso della somma delle singole note, così il cervello è qualcosa di più e di diverso della somma di neuroni, la cui combinazione in totalità è spiegabile in base alla quantizzazione cui sono sottoposti i campi e quindi l’inconscio.

Ovviamente, ciò che propongo sono delle ipotesi, delle supposizioni e non vi sono equazioni e neppure algoritmi per potere verificare la complessità della materia vivente e della mente in particolare. D’altronde, né la teoria dell’evoluzione, largamente accettata e condivisa, né le teorie cosmologiche e la maggior parte delle teorie scientifiche sono verificabili in laboratorio. Il teorema dell’incompletezza di Kurt Gödel, dal titolo Sulle proposizioni formalmente indecidibili dei Principia Mathematica, negli anni trenta del secolo scorso, aveva dimostrato che qualsiasi sistema di assiomi, abbastanza potente da esprimere l’aritmetica era incompleto. All’interno di un  sistema logico-deduttivo ci possono essere proposizioni indecidibili, la cui verità o falsità non poteva essere stabilita solamente con quegli assiomi, la matematica è una costruzione che non può avere fine. Il significato del teorema di Gödel è che la matematica non poteva essere ridotta a un algoritmo o a un insieme di regole che producessero teoremi e dimostrazioni a getto continuo.

Dialoghi Mediterranei, n.24, marzo 2017
Riferimenti bibliografici
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Piero Di Giorgi, già docente presso la Facoltà di Psicologia di Roma “La Sapienza” e di Palermo, psicologo e avvocato, già redattore del Manifesto, fondatore dell’Agenzia di stampa Adista, ha diretto diverse riviste e scritto molti saggi. Tra i più recenti: Persona, globalizzazione e democrazia partecipativa (F. Angeli, Milano 2004); Dalle oligarchie alla democrazia partecipata (Sellerio, Palermo 2009); Il ’68 dei cristiani: Il Vaticano II e le due Chiese (Luiss University, Roma 2008), Il codice del cosmo e la sfinge della mente (2014).

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