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Una Chiesa inquisita

copertinadi Marcello Vigli

Sembrano tornati i tempi dell’Inquisizione non più “Santa”, però, ma laica: sul banco degli imputati, inquisiti per pedofilia, ci sono uomini di chiesa, preti e frati ma anche vescovi, mentre in quello degli inquisitori ci sono magistrati in toga. Il coinvolgimento della stessa gerarchia con diverse responsabilità sembra aver raggiunto i più alti livelli, dall’Australia di Pell, alla Francia di Barbarin, al Cile di Errazuriz.

Il cardinale australiano George Pell è stato condannato in primo grado a sei anni di carcere per abusi sessuali avvenuti quando era arcivescovo cattolico di Melbourne negli anni novanta. I legali di Pell hanno presentato appello, basato su tre ragioni, fra cui quella di “irragionevolezza” del verdetto della giuria perché basato sulle dichiarazioni di solo una delle vittime. Gli altri due eminentissimi Barbarin e Errazuriz, arcivescovo di Lione e Primate di Francia, il primo, Presidente della Commissione episcopale cilena, il secondo, sono invece accusati di aver coperto preti pedofili nelle loro Chiese.

Philippe Barbarin condannato dal tribunale di Lione a sei mesi di reclusione con la condizionale per aver omesso di intervenire contro abusi sessuali di suoi preti su minori, ha presentato le sue dimissioni, che il Santo Padre non ha accettato. Francisco Javier Errazuriz, dal 1998 al 2010 arcivescovo di Santiago del Cile, dal 2003 al 2007 è presidente del Consiglio Episcopale Latino Americano e dal 2013 al 2018 partecipa al Consiglio dei cardinali, chiamati a consigliare papa Francesco nel governo della Chiesa universale e a studiare un progetto di revisione della Curia romana.

I loro casi sono emblematici di una Chiesa sotto attacco per vicende diverse in alcuni casi recenti, in altri Paesi ce ne sono in ballo da anni, e non ha senso sostenere che questo sia un attacco concertato. Non c’è un attacco alla Chiesa, ci sono accuse e condanne che coinvolgono persone per processi in corso, come nel caso dei due porporati, o per sentenze definitive per altri ecclesiastici meno significativi.

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Il cardinale Barbarin

Si aggiunge ad essi. Il boom di chiese bruciate, vandalizzate, rovinate, imbrattate e profanate in Francia, che sta conoscendo un’epoca di violenza contro gli edifici di culto cattolici. Nel 2017, su 978 atti vandalici, 878 sono stati commessi ai danni di chiese. La Conferenza Episcopale francese si dice preoccupata dall’intensificarsi di questi atti di violenza: statue e crocifissi sono stati distrutti, chiese incendiate, ostie rovesciate. Le autorità locali indagano, per scoprire se ci sia un collegamento fra i diversi episodi, anche se il loro crescere di numero lascia pensare che possa essere così. Anche Le Figaro ha lanciato l’allarme per i preoccupanti episodi che prendono di mira la fede cattolica.

La gravità del coinvolgimento nella crisi della stessa Istituzione Chiesa emerge in forma ancor più significativa dai lavori della riunione, voluta dal papa, dei presidenti e rappresentanti di tutte le Conferenze episcopali del mondo. Un Incontro inusuale, ma significativo. Convocata dal papa si è riunita, infatti, a febbraio un’assemblea con la presenza dei Presidenti delle 116 conferenze episcopali nazionali, dei superiori generali di tutto il mondo e dei membri del C6, il Comitato che assiste papa Francesco. Molto si è detto su questo insolito summit sia nel presentarne lo svolgimento, sia commentandone i contenuti, sia auspicandone gli sviluppi, affidati alla volontà di adottare le linee guida in 21 punti contro la pedofilia da esso elaborate, ma, soprattutto, per evidenziare che il problema della protezione dei minori impegna tutta la Chiesa. A conclusione del summit, lo stesso papa Francesco ha così definito la piaga di tali abusi, che inquina la vita della Chiesa: «Mostruosità da sradicare».

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Il Presidente della Commissione Episcopale cileno, Errázuriz

In questa prospettiva a poco più di un mese dalla conclusione del summit ha firmato un motu proprio sulla protezione dei minori e degli adulti vulnerabili, che si applica allo Stato della Città del Vaticano e alla Curia Romana, ma anche una nuova legge e le conseguenti linee guida, analoghe a quelle adottate da ogni Conferenza episcopale nazionale, ma dedicate anch’esse ai soli fedeli del Vicariato della Città del Vaticano. D’ora in avanti chiunque in Vaticano viene a conoscenza che un religioso ha commesso maltrattamenti o abusi sessuali su minori o su persone vulnerabili, ha l’obbligo di denunciarlo alla magistratura per l’avvio di un’indagine ed eventualmente di un processo penale. Chi non lo farà e sarà stato giudicato colpevole, oltre alla pena canonica e alla rimozione dagli incarichi, subirà sanzioni finanziarie e detentive. È prevista anche la costituzione di una task force per aiutare le conferenze episcopali, che si trovino in difficoltà per affrontare i problemi, e la pubblicazione da parte della Congregazione per la dottrina della fede di un ‘Vademecum’ che aiuterà i vescovi del mondo a comprendere chiaramente i loro doveri e i loro compiti.

Difficile orientarsi fra le diverse valutazioni e commenti anche se è pressoché impossibile prescindere dallo sdegno, che il fenomeno provoca, e non condividere quanto dice lo stesso papa Francesco, che ha paragonato gli abusi alla crudele pratica religiosa, diffusa nel passato presso alcune culture, di offrire esseri umani, spesso bambini, come sacrifici nei riti pagani, e ha chiamato strumento di Satana il prete che abusa di minori.

C’è da aggiungere che lo scandalo nella Chiesa presenta dati particolarmente allarmanti perché posto nel contesto della diffusione della piaga degli abusi sui minori a livello globale, che – come emerge dai dati delle organizzazioni internazionali – coinvolge soprattutto genitori, parenti, mariti di spose bambine, allenatori ed educatori. Secondo i dati Unicef del 2017 riguardanti 28 Paesi nel mondo, su 10 ragazze che hanno avuto rapporti sessuali forzati, 9 rivelano di essere state vittime di una persona conosciuta o vicina alla famiglia. Ogni anno negli Stati Uniti 700 mila minori sono vittime di violenze e maltrattamenti, e un bambino su 10 è vittima di violenze sessuali, in Italia il 68,9% degli abusi sui minori è dentro le mura domestiche, per non parlare poi del turismo sessuale. L’universalità di tale piaga, mentre conferma la sua gravità nella società civile, aumenta la sua mostruosità all’interno della Chiesa, tracciando una linea chiara contro chiunque, appartenente all’Istituzione religiosa ma non solo, si macchi del crimine di pedofilia.

La disumanità del fenomeno diffuso a livello mondiale diventa, infatti, ancora più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica, provocando le reazioni negative di quanti avrebbero voluto scelte più coraggiose, e, soprattutto, che l’applicazione del motu proprio e delle leggi conseguenti fosse estesa a tutte le sedi della comunità ecclesiale.

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Fernando Karadima

Fuori dal Vaticano, negli stessi giorni dello svolgimento dell’Assemblea dei vescovi, alcune persone, sopravvissute agli abusi, hanno marciato, tenuto conferenze informative, denunciato l’indifferenza e la complicità dei leader della Chiesa, manifestando spesso insoddisfazione per le conclusioni raggiunte dall’assemblea. Uguale insoddisfazione è emersa in diversi giornali internazionali, anche perché, forse, le aspettative per questo incontro erano molto alte: ci si attendeva una vera svolta politica da parte del Papa e l’immediata attuazione delle nuove regole.

In verità è ancora presto per una valutazione sulla possibilità che si vedano immediate novità significative, è, invece, di estremo interesse la testimonianza di collegialità che nell’incontro si è espressa: non un concilio, ma un’assemblea ugualmente rappresentativa dell’episcopato mondiale chiamato ad assistere il papa nell’esercizio delle sue funzioni. C’è, inoltre, da ricordare che nella Chiesa sussiste il fenomeno degli abusi omosessuali in seminario praticati su maschi, adolescenti non bambini, che s’intreccia con la piaga della pedofilia diffusa in un’organizzazione omosessualizzata, negata, però, dai suoi “gerarchi”, conservatori omofobi, impegnati a nascondere la propria omosessualità

Differenti fra loro sono le risposte che le diverse Chiese stanno dando al problema. Un primo esempio potrebbe venire dalla scelta della Chiesa cattolica cilena di non presentare appello contro la sentenza di un tribunale che l’ha condannata, a Santiago del Cile, a pagare 150 mila dollari a ciascuno delle tre vittime di abusi sessuali compiuti dall’ex parroco di El Bosque, Fernando Karadima. La gerarchia italiana sembra che non abbia ancora individuato le linee d’intervento per far fronte in modo concreto al problema, e che per di più non sia ancora in grado di avere informazioni esatte sulla dimensione del fenomeno. Ha scelto di intervenire solo in materia di prevenzione, informazione e formazione e si limita a costituire un “Servizio nazionale per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili nella Chiesa”. Tantomeno è stata accolta la richiesta del Movimento di cattolici critici “Noi siamo Chiesa” di rinunciare alla consueta prassi di proteggere il prete pedofilo imponendo l’obbligo di denunciarlo alla magistratura. C’è da augurarsi che contro l’abuso di potere nella Chiesa, sinonimo di “clericalismo”, stia maturando una “tolleranza zero”.

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Pellegrini cinesi in Vaticano (Lapresse)

La recente visita a Roma del Presidente della Repubblica Popolare Cinese ha offerto l’occasione per interrogarsi sullo stato attuale dei rapporti di questa con il Vaticano: non c’è stato né poteva esserci l’incontro con il papa, ma un segnale di distensione è stato dato con la visita del Segretario generale del partito comunista cinese alla Cappella Palatina di Palermo. Un incontro del Presidente con Francesco avrebbe creato gravi problemi con chi, nella Repubblica Popolare, continua ad avere una pregiudiziale nei confronti delle confessioni religiose, in particolare del cattolicesimo. Questo orientamento rende molto faticoso il cammino per consolidare e sviluppare il patto diplomatico, di portata storica, siglato dal cardinale Parolin: il cosiddetto “accordo provvisorio” sulla nomina dei vescovi.

L’intesa non significa affatto che la situazione dei cattolici in Cina possa migliorare, ma è un primo passo di un negoziato difficilissimo, sulla nomina dei vescovi per la quale Santa Sede e il governo di Pechino sono impegnati a procedere di comune accordo. È una linea di realismo politico volta ad avviare un processo: concedere tutto quanto è lecito per ricavare spazi di manovra più ampi possibile. Il Segretario di Stato ricorda che le finalità proprie della Santa Sede rimangono quelle di sempre: la salus animarum e la libertas ecclesiae. Per la Chiesa in Cina, ciò significa la possibilità di annunciare con maggiore libertà il Vangelo di Cristo e di farlo in una cornice sociale, culturale e politica di maggiore fiducia.

Lo rivelano le parole del cardinale Parolin a margine del Convegno su “Gli accordi della Santa Sede con gli Stati (XIX-XXI secolo). Modelli e mutazioni: dallo Stato confessionale alla libertà religiosa”, quando ha sottolineato che l’Accordo con la Cina è un caso sui generis, perché realizzato tra due parti che non hanno ancora un riconoscimento reciproco, ma consente di definire i loro rapporti in forme adeguate. Come lui stesso ha ulteriormente precisato, in questi accordi bilaterali, la Chiesa cattolica non chiede allo Stato di agire come Defensor fidei, ma di tutelare la libertà religiosa dei credenti di tutte le fedi permettendo alla Chiesa stessa di adempiere alla sua missione e, al tempo stesso, di contribuire efficacemente allo sviluppo spirituale e materiale del Paese e a rafforzare la pace, come chiede la Costituzione conciliare Gaudium et spes.

Questo cosiddetto “accordo provvisorio” non è condiviso, invece dal cardinale Joseph Zen Ze-kiun, arcivescovo emerito di Hong Kong, che denuncia: «Il Vaticano sta svendendo la Chiesa cattolica in Cina». Questo pesante e drastico giudizio del cardinale Zen non è condiviso dai vescovi e dalla Chiesa cinese fin qui clandestina e si scontra con quelli di apprezzamento verso il negoziato Vaticano-Cina espressi da quella parte della comunità sotterranea cinese che sta emergendo È invece sfruttato dai blog antipapisti e rilanciato in decine di interviste in tutto il mondo, tra cui il New York Times, ed è frequentemente citato dal portale italiano più autorevole sulla Cina: AsiaNews,

5Analoga disparità di “opinione” emerge nell’Incontro “Il Congresso mondiale sulla Famiglia” che si è svolto a Verona dal 29 al 31 marzo nei confronti del quale il segretario di Stato Pietro Parolin, a chi chiedeva cosa ne pensasse il Vaticano, aveva già risposto indirettamente che c’era accordo sulla sostanza dell’evento, ma non sulle modalità. I temi trattati al Congresso ribadiscono, pur in assenza di un richiamo diretto, l’importanza dei principi non negoziabili. L’evento veronese ha sfatato, così, l’illusione di certo cattolicesimo “dialogante” che pretende che si possa essere solo “per” e non “contro”: impossibile, perché chi è “per” la famiglia deve dire inevitabilmente no a tutto ciò che va “contro” di essa. Tale congresso, diventa con ciò lo spartiacque tra le due anime cattoliche che segnano il pontificato di Francesco, non definibili come “conservatori” e “progressisti”, ma come pro o contro lo stesso Bergoglio, e proietta in Italia una tensione politico-culturale-religiosa nata e amplificata negli Stati Uniti.

Molto esplicita la dissociazione di papa Francesco espressa parlando con i giornalisti nel corso del volo, che lo ha portato a Rabat: «Verona? Non mi sono occupato di Verona. Ho letto…» Poi, però, ha aggiunto: «La risposta del Segretario di Stato mi è sembrata giusta, equilibrata e giusta». Accordo sulla sostanza, cioè chiaramente sul valore della famiglia; non sono piaciuti, invece, i modi e lo stile del Congresso.

A meglio intendere il senso di questa dissociazione può aiutare l’evento che ha visto il Papa, nello stesso suo viaggio in Marocco, raccomandare: «Continui il dialogo con i musulmani». La sua esortazione a proseguire il dialogo tra cristiani e musulmani, non è retorica perché accompagnata da una esplicita giustificazione: le vie della missione non passano attraverso il proselitismo, e dal significativo incontro con padre Schumacher, ultimo sopravvissuto alla strage dei monaci di Tibhirine.

Significativa anche la prudente dissociazione del Presidente della CEI cardinale Bassetti che, invitando governo e politici a riconoscere la necessità di sostenere la famiglia, che non è un fatto privato, dichiara: «Chi fosse sinceramente disponibile a questo passo – che è condizione per una società migliore – ci troverà sempre al suo fianco, forti come siamo di una ricca tradizione di cultura della famiglia». Del resto nella stessa Dichiarazione di Verona, approvata dal Congresso, si riconosce come ingiusta la discriminazione fondata sull’orientamento sessuale insieme a quelle dovute all’etnia, alle opinioni politiche, all’età, allo stato di salute.

6Su questa vicenda di Verona si è inserita la controversia, tutta italiana, tra Salvini e Di Maio. Il primo, intervenuto all’incontro insieme ai ministri Fontana e Bussetti e a Giorgia Meloni, pur negando di riconoscersi nella linea antidivorzista e antiabortista dei cattolici reazionari promotori dell’iniziativa, ha sposato la difesa della famiglia tradizionale. Interrogato se si è così verificata una rottura definitiva con il M5s e Di Maio in particolare, ha risposto: «No assolutamente, è un’occasione per discutere di alcuni temi e lo faremo con grande serenità e tranquillità». Di altro avviso è Di Maio che si è proposto come promotore della modernità, contro il ritorno al Medioevo rappresentato, a suo avviso, dal Congresso, dopo avere imposto a Giuseppe Conte la revoca del patrocinio concesso dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Rimane, invece, il patrocinio del Ministero della Famiglia garantito dal ministro Lorenzo Fontana. “Rumorosa” è stata, invece, l’assenza del Forum nazionale delle associazioni familiari, formato da 582 enti cattolici, i cui responsabili hanno dichiarato a La Stampa: «La nostra posizione ufficiale? Il Forum a Verona non c’è. Punto». Il resto è un silenzio eloquente.

In opposizione al Congresso c’è stata, invece, una forte e articolata contestazione delle femministe, che sono anche scese in piazza con un affollato e colorito corteo partecipato anche dalla Cgil.  Significativo è anche il documento delle le donne presenti all’incontro nazionale sul tema “I nostri corpi di donne, da luogo del dominio patriarcale a luogo di spiritualità incarnata” (Roma, 22-24 marzo 2019 – Casa Internazionale delle donne), promosso dalle Comunità cristiane di base. In esso hanno manifestato il profondo sconcerto per il sostegno, che alcune Istituzioni politiche e religiose hanno dato al Congresso mondiale delle famiglie, che vuole riportarci su posizioni retrograde e omofobe. Condividendo la tesi della ormai affermata cultura delle donne in un loro Appello sostengono: «La famiglia “naturale” non esiste, esiste una struttura familiare che ha dato molto alla società, ma che ora è in crisi e in cambiamento. C’è ben poco di naturale in questa istituzione sociale fondata sul matrimonio nata come forma di contratto sociale e religioso, in un determinato contesto storico …. Non serve uno sguardo nostalgico al passato, serve il coraggio di dire che possono esistere vari modelli di famiglia che sperimentano forme anche nuove di solidarietà, genitorialità basate sull’amore e il rispetto reciproci».

7A questo tema si possono collegare, da un lato, la significativa accusa dell’Osservatore romano, che in un suo articolo denuncia il fatto che spesso le suore al servizio di uomini di Chiesa sono trattate come domestiche da alti cardinali e prelati: per di più pagate poco e senza regolarità, non avrebbero orari, lavorano dalla mattina fino alla sera e, a volte, nonostante siano loro a preparare i pasti, vengono lasciate a mangiare da sole in cucina. Dall’altro, la realtà degli abusi sessuali commessi da presbiteri ai danni di tante suore che è stata finora insabbiata, nonostante le segnalazioni e i dossier disponibili da molto tempo. Proprio in questi giorni esce in Francia un documentario che denuncia le violenze subite dalle suore da parte di preti intitolato “Religieuses abusées, l’autre scandale de l’Église”, girato da Elizabeth Drévillon, Marie-Pierre Raimbault e Eric Quintin. Ancora non ci sono numeri certi sugli abusi subiti dalle religiose, ma già papa Francesco aveva denunciato la presenza di maltrattamenti nei confronti delle donne all’interno della Chiesa. «È vero, dentro la Chiesa ci sono stati dei chierici che hanno fatto questo. In alcune civilizzazioni in modo più forte che in altre. Ci sono stati sacerdoti e anche vescovi che hanno fatto quello. E io credo che si faccia ancora: non è che dal momento in cui tu te ne accorgi, finisce. La cosa va avanti così. E da tempo stiamo lavorando in questo».

C’è da augurarsi che ci sia una risposta adeguata, dopo che le religiose hanno approfittato del recente incontro sulla protezione dei minori per denunciare, ancora una volta, questa estrema manifestazione di ineguaglianza di genere nella Chiesa. Papa Francesco, convocando gli “Stati generali” sulla protezione dei minori nella Chiesa, ha, infatti, aperto l’armadio degli scheletri clericali che l’ipocrisia di molti cattolici preferirebbe tenere chiuso. Le superiore degli Ordini femminili hanno profittato di questo clima per ripresentare il crimen della violenza di genere in ambito clericale. Hanno evocato vecchi dossier che, più volte spediti alla Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, non avevano mai avuto risposta. L’argomento scottante, che il papa ha accettato venisse denunciato, è tuttavia rimasto ancora una volta in secondo piano, sia all’interno degli “Stati generali”, sia sui media, e si corre il rischio che una questione così inquietante possa venire, ancora una volta, accantonata. Sembra, però, che le suore ormai siano determinate a volere che il “Satana maschio”, frequentatore di conventi e parrocchie, abbia nomi e cognomi, e non siano più disposte a chinare la testa.

8In questo contesto va anche letta la lettera al Papa con cui Lucetta Scaraffia si congeda dalla direzione di quell’inserto mensile de L’Osservatore Romano titolato “Donne Chiesa Mondo”: «Caro papa Francesco, con grande dispiacere Le comunichiamo che sospendiamo la nostra collaborazione al mensile dell’Osservatore Romano da noi fondato, del quale Benedetto XVI ha permesso la nascita proprio sette anni fa e che Lei ha sempre incoraggiato e sostenuto. Gettiamo la spugna perché ci sentiamo circondate da un clima di sfiducia e di delegittimazione progressiva».  Con lei si sono dimesse le dieci collaboratrici che da sette anni realizzano l’inserto, che perde, così, l’intero staff redazionale “femminile” e rischia l’interruzione della sua pubblicazione.

Il rifermento della Scaraffia è al cambio della direzione della testata che da dicembre è guidata Andrea Monda, ed è lo stesso nuovo direttore che risponde alla giornalista. «In questi pochi mesi da quando sono stato nominato direttore ho garantito alla professoressa Scaraffia, e al gruppo di donne della redazione, la stessa totale autonomia e la stessa totale libertà che hanno caratterizzato l’inserto mensile da quando è nato». Assicura, al tempo stesso, che il futuro del supplemento mensile de L’Osservatore Romano non è in discussione.

In verità le dimissionarie, pur dichiarando di non aver mai avuto divieti denunciano: «Abbiamo avuto un logoramento. Abbiamo scritto quello che volevamo, poi L’Osservatore Romano ci ha smentito sulle sue pagine». «Determinante – dichiara una delle dimissionarie – è stata la questione degli stupri: ci è sembrata così forte che abbiamo ritenuto che il ruolo di un giornale fosse quella di affrontarla frontalmente. Credo che possiamo sentirci contente di aver tirato fuori problema. Mi auguro che Papa Francesco risponda alla lettera, perché credo che stia facendo cose straordinarie per la Chiesa».

Sulla stessa linea di papa Francesco a Trento all’inizio di aprile nasce il Servizio diocesano per la tutela dei minori. In linea con l’orientamento della Cei (Conferenza Episcopale Italiana) e avvalendosi dell’esperienza della diocesi di Bolzano Bressanone, apripista a livello nazionale, si propone un duplice obiettivo: promuovere misure adeguate di prevenzione in relazione ad abusi sessuali e violenze; accogliere segnalazioni di casi verificatisi nell’ambito della Chiesa trentina e all’interno di associazioni e gruppi ecclesiali, impegnati con i minori, con un’attenzione particolare anche agli adulti vulnerabili.

9Anche la teologa e biblista, Marinella Perroni, fondatrice del Coordinamento teologhe italiane, s’ispira alla linea di papa Francesco muovendo dal suo invito a non considerare il sesso un «tabù», perché è “un dono di Dio”, vedendo in lui un papa che parla la lingua della laicità e invita tutta la Chiesa ad impararla. Nella stessa prospettiva di rinnovamento si muove il card. Bassetti, che, nell’introdurre i lavori della recente riunione del Consiglio permanente della Cei, ha lanciato come parola-chiave: la Sinodalità. «Ne abbiamo bisogno per essere davvero popolo di Dio e per restare un punto di riferimento morale e sociale per il nostro Paese». Il cardinale la propone come metodo di vita e di governo della comunità ecclesiale in una società slabbrata come la nostra bisognosa di una «sinodalità diffusa», per sviluppare una «coscienza ecclesiale» e rispondere alle sfide poste da questioni come la famiglia, i giovani, il lavoro, la pedofilia, la pace nel Mediterraneo. Si oppone alla modalità con cui la comunicazione viene spesso usata per accendere gli animi, screditare e far prevalere le paure, arrivando a identificare nell’altro non un fratello ma un nemico, così che riusciamo a dividerci su tutto, a contrapporre le piazze, persino su un tema prioritario come quello della famiglia, – sul quale «paghiamo un ritardo tanto incredibile quanto ingiusto.

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Il papa Emerito Ratzinger

Il riferimento è di stretta attualità come emerge in un breve scritto sulla pedofilia nella Chiesa del Papa emerito Benedetto, pubblicato su una rivista tedesca e rilanciato in Italia dal Corriere della Sera. Negli anni ‘80 del Novecento, sulla pedofilia dovevano essere garantiti soprattutto i diritti degli accusati. E questo fino al punto di escludere di fatto una condanna. Il loro diritto alla difesa venne talmente esteso che le condanne divennero quasi impossibili. Fu nello stesso periodo, a suo avviso, che cominciò «un collasso della teologia morale cattolica che ha reso inerme la Chiesa di fronte a questi processi della società», una crisi da far risalire alla «fisionomia della Rivoluzione del 1968» e proseguita negli anni ‘70 e ‘80, quando la pedofilia è diventata una questione scottante. Di essa è indubbio si parlerà a lungo interrogandosi sull’efficacia dei mezzi usati per arginare questa deriva pericolosa, che in realtà s’innesta nella riunione, ben più determinante del Consiglio dei cardinali impegnato, oltre che nell’avvio della consultazione sulla bozza di riforma della Curia, ad affrontare il tema della presenza delle donne in ruoli di leadership nella Chiesa.

Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019

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Marcello Vigli, partigiano nella guerra di Resistenza, già dirigente dell’Azione Cattolica, fondatore e animatore delle Comunità cristiane di base, è autore di diversi saggi sulla laicità delle istituzioni e i rapporti tra Stato e Chiesa nonché sulla scuola pubblica e l’insegnamento della religione. La sua ultima opera s’intitola: Coltivare speranza. Una Chiesa altra per un altro mondo possibile (2009).

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