Sono musulmano, sono arabo palestinese e sono israeliano

copertinadi Hamza Younis

Ricordo la prima volta che andai a vedere una partita di calcio, ero insieme ai miei cugini. Durante il viaggio da casa allo stadio, sul telefono di mio padre, che in quel momento avevo io, chiamò lo zio Kareem. In macchina c’era rumore e non riuscivo a sentirlo bene. Mi ricordo che mi chiese come stessi e cosa stessi facendo, poi concluse dicendo «saluta tuo padre, ci vediamo presto».

Era la prima volta che parlavo con lo zio Kareem, la prima volta che andavo a vedere la mia squadra preferita ad Haifa, insomma era una giornata speciale per me. Ma la cosa che mi aveva colpito di più quel giorno, l’evento che ricordo meglio, è un incontro con una donna ebrea di origine marocchina. Eravamo allo stadio, lei stava dividendo il pane con il sesamo tra i suoi figli, io li guardavo perché erano davanti a me e perché avevo fame.

Per sbaglio i nostri occhi si sono incrociati, lei automaticamente mi ha offerto una fetta e io automaticamente ho rifiutato, mi ha risposto «tranquillo, te lo offro molto volentieri», ho rifiutato di nuovo con «grazie ma non ho fame». La donna mi guardò e con un sorriso sincero mi disse «non ti preoccupare, prendi». Non ho potuto rifiutare tre volte, lei davvero voleva offrirmi qualcosa, e io davvero avevo fame.

Quella scena vive ancora in me, mi influenza e determina il mio essere, quella mamma ha cancellato tanta tristezza e ha spento tanta rabbia che c’era in me, avevo dodici anni allora e gli avvenimenti della Intifada erano ancora freschi, ma quella mamma aveva cambiato il mio sguardo di nuovo. Non era l’unico episodio nel quale mi sono sentito israeliano, non era neanche la prima volta in cui credevo che musulmani ed ebrei sono capaci di vivere in pace.

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Giovani israeliani contro la guerra

Ma ho scelto di riportare questa storia perché la continuazione è stata per me ancora più coinvolgente e determinante. Infatti, l’idea di un futuro di pace durò poco e non tardò il ritorno dell’odio e della rabbia ad oscurare la mia vista e a guidare le mie scelte. Qualche settimana dopo la partita di calcio mi giunse la notizia che lo zio Kareem dopo aver parlato con me quella volta pianse per tre giorni ininterrotti, lui stava in carcere da tanti anni ed era ormai abituato. Ma quando ha parlato con il figlio di Qasim è crollato, quando ha parlato al telefono con me, ha realizzato la grandezza della sua sofferenza.

Mio padre é stato arrestato una settimana dopo mio zio, è uscito dopo qualche anno e ha continuato la propria vita con tutti i limiti che ha provocato quell’esperienza. Lo zio Kareem invece è una profonda ferita, ancora irrisolta. Non volevano dirmelo ma ho scoperto anche che il giorno dell’arresto di mio zio era il 6 gennaio, lo stesso giorno in cui, sei anni dopo, sono nato io.

Infatti ora che ci penso, non ho un ricordo felice del mese di gennaio. Mio padre ad inizio anno stava male e rimaneva per qualche giorno nel letto, non so se siano stati i ricordi della sua tortura nelle prigioni israeliane o i ricordi di quel 6 gennaio in cui hanno arrestato il suo compagno e la minaccia che comportava alla sua persona quell’evento. Mio padre non mi ha mai parlato di quella storia, infatti non so esattamente perché stava male al mio compleanno ma nei miei ricordi soffriva.

In questo scritto volevo raccontare un po’ della quotidianità di un palestinese che vive nello Stato ebraico. Ho scelto di raccontare questi due episodi per testimoniare il conflitto personale che c’è in me, volendo condividere la mia difficoltà e la mia confusione riguardante la mia situazione e la mia identità. Da una parte sono il frutto e l’eredità di un gruppo di persone che ha una lunga storia di guerra con un nemico, una lotta che continua tuttora. Dall’altra parte, in varie occasioni mi sono trovato bene e mi sono sentito vicino allo storico nemico. A differenza del resto dei palestinesi, noi abbiamo un contatto diretto con gli israeliani che non è fatto solo di scontri e, a differenza degli israeliani, quelli di Gaza sono la mia gente, i miei cugini, la mia famiglia.

Se il ruolo dei palestinesi israeliani è di fare da ponte, non stiamo riuscendo in questo. Noi non abbiamo voce in capitolo nell’autorità palestinese che ci considera una questione interna ad Israele. Per il governo israeliano noi siamo cittadini di serie B e il potere della nostra rappresentanza parlamentare è limitata alla rappresentanza di una minoranza.

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Manifestazione di donne in Israele

Io sono israeliano per diritto grazie ai miei documenti ma in più occasioni mi sono identificato con l’essere israeliano. Allo stesso tempo sono palestinese negli occhi di tanti israeliani oltre che per i vincoli della mia memoria storica.  Penso di avere una voce in capitolo e di essere una testimonianza diretta che le due identità possano convivere nella stessa persona. «Quando i missionari giunsero, gli africani avevano la terra e i missionari la Bibbia. Essi ci dissero di pregare a occhi chiusi. Quando li aprimmo, loro avevano la terra e noi la Bibbia» (Jomo Kenyatta).

L’idea che ogni etnia abbia il diritto al proprio Stato è molto recente, anche se sa di antico, di guerre trascorse e scie di sangue. Penso che sia inadeguata per noi, perché la nostra zona è caratterizzata da eterogeneità e mescolanza di popolazioni.

Ci vorrà un libro intero per criticare l’idea di uno Stato etnico, voglio solo dire che la difficoltà maggiore nella risoluzione di questo conflitto è che i palestinesi vogliono uno Stato arabo e gli israeliani vogliono mantenere una maggioranza ebraica nel loro Stato.

Io non penso che la terra appartenga ad una etnia o sia riservata ad una popolazione, infatti a me non piace affatto la bandiera palestinese perché porta i quattro colori dei califfati arabi che hanno guidato il mondo islamico. Non mi piace nemmeno la bandiera israeliana che rappresenta la volontà di supremazia ebraica sui cittadini musulmani e cristiani residenti nello stesso Stato.

Penso che per poter arrivare ad una situazione di equilibrio e giustizia ci sia bisogno di includere tutte le persone che stanno sotto il controllo territoriale effettivo del Knesset nella partecipazione alla presa di decisioni.

Non dico che il governo israeliano attuale accetterà di dare la cittadinanza a chi vive in Gaza e West Bank, e non so se a quest’ultimi l’orgoglio permetterà di diventare israeliani, ma penso che la cosa migliore sia promuovere il dialogo e avvicinare l’incontro tra queste identità perché vivano assieme, anche perché l’alternativa è che una parte stermini l’altra o uno status di guerra continuo.

La mia permanenza in Italia mi ha permesso di guardare casa mia dall’esterno, e da lontano ho messo in discussione le certezze che avevo e questa perplessità riguardante la mia identità mi ha portato a studiare antropologia. Mi ritengo fortunato per avere la possibilità di mobilità e di studio e con questa fortuna cresce la mia responsabilità. Non c’è dubbio che la mia posizione privilegiata mi fa vedere questo conflitto con occhio diverso, una mediazione che secondo me vale la pena di sviluppare perché siamo a metà strada e possiamo fungere da collante.

Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019
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Hamza Younis, giovane studente israeliano di origine araba, ha studiato ad Haifa e si è laureato in Economia e Management presso l’Università degli Studi di Parma e iscritto al corso magistrale in Antropologia culturale presso l’Università di Torino. Ha seguito i workshop focalizzati allo studio dell’area mediterranea e ha recentemente intrapreso un progetto di ricerca sull’Islam quotidiano e, in particolare, sulla comunità marocchina insediata a Torino.

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