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Un ponte tra arte e inclusione per le vie di Catania

copertinadi Deborah Lo Re

Ho iniziato a leggere questo racconto con trepidazione: ero impaziente di perdermi in mezzo alle vie di Catania, che hanno rappresentato lo sfondo luminoso di parte della mia infanzia e adolescenza. L’idea, poi, di rivivere alcuni scenari preziosi attraverso gli occhi dei due protagonisti bambini, ha aperto la possibilità di coinvolgere anche i miei figli – nati e cresciuti all’interno di una realtà geografica diversa – nel percorso avventuroso di scoperta che Gloria e Amir, i protagonisti de La città dell’elefante (Splēn edizioni, Catania 2019) si trovano a imboccare. Una notte – mi sono addormentata poco dopo averlo letto – ho sognato di trovarmi ancora una volta al cospetto del Castello Ursino: mi voltavo a cercare l’Etna, come tante volte ho fatto anche quando ero lontana dalla Sicilia, e la trovavo maestosa, rassicurante, mentre il magma sotterraneo mi riempiva le vene. A popolare i miei sogni era la nostalgia per una città scura che però non smette di brillare attraverso le sfaccettature della lava che ha plasmato le sue pietre.

Le autrici hanno pensato un libro rivolto principalmente alle scuole con l’intento preciso e facilmente identificabile di sensibilizzare il giovanissimo pubblico rispetto a una serie di tematiche di grande attualità quali l’accoglienza e l’inclusione. «Gloria e Amir – così nella nota editoriale – sono compagni di classe, ma non hanno mai scambiato una parola. Quasi per caso, però, si ritrovano a fare coppia per svolgere un compito molto speciale assegnato dalla loro insegnante, quello di scrivere un diario di viaggio della città in cui vivono: Catania. Nessuno dei due immagina la fantastica avventura che li attende tra enigmi da risolvere, libri magici, insoliti mezzi di trasporto e nuove illustri amicizie».

Una guida, quindi, un romanzo e anche un libro gioco alla scoperta della città. Attraverso l’espediente di un programma didattico, infatti, viene affidato a un bambino tunisino – approdato a Catania insieme alla famiglia – l’incarico principale di svelare i tesori architettonici e culturali, nonché le tradizioni appartenenti a un paese diverso eppure così incredibilmente affine al suo. Non riesco a immaginare metafora di apertura più pertinente che si accompagni alla conoscenza, intesa come sforzo e ardimento di oltrepassare i confini – percepiti in senso topografico, ma anche simbolico – che solo per nascita ci sono in qualche modo capitati. Confido che, adeguatamente spronati, i nostri figli siano in grado di raccogliere la sfida, proprio come Gloria, che sceglie di fidarsi di colui che le tende la mano offrendole al contempo la possibilità di cavalcare un sogno.

Castello-Ursino

Castello Ursino

Se potessi tornare fra i banchi di scuola, sarei entusiasta di un compito a casa capace di trascinarmi oltre la soglia del tempo e dello spazio in groppa al Liotru – simbolo di Catania – che prende vita e si tramuta in un impavido destriero per i due amici alla ricerca di un messaggio nascosto.

Amir e Gloria si muovono attraverso la pianta delineata dai principali monumenti della loro città, riscoprendo la magia capace di tramutare una costruzione d’uomo in opera d’arte imperitura. A tal proposito è molto interessante che ai piccoli lettori venga proposta una mappa semplificata del centro storico, in modo da potere uscire e percorrere fisicamente gli itinerari di cui abbiano avuto esperienza scritta.

Così, insieme a loro, sono tornata bambina e mi sono ricordata delle innumerevoli ore trascorse a osservare le rovine dell’anfiteatro romano di piazza Stesicoro, con la speranza di vedere gli spalti nuovamente gremiti di gente antica. Oppure ho ripensato alle escursioni turistiche per le strade del centro, quando mi improvvisavo guida per amici e parenti che venivano a trovarci da Palermo. Ho rivisto la pescheria, ne ho avvertito gli odori pungenti e il brusio; le anguille vive che si contorcevano dentro le vasche prima di essere costrette nelle buste di plastica che gli acquirenti si portavano a casa.

Poi stringevo di nuovo la mano della mia migliore amica ed entravamo nella cattedrale, camminavamo lungo la navata sino alla cappella di Sant’Agata a destra dell’altare maggiore. Sbirciavamo il cancello che segna l’ingresso al sacello e bisbigliando rievocavamo i momenti salienti della vita della Santa, inebriate dal senso di un sacro timore.

I due protagonisti mi hanno condotta anche in quello che considero il cuore nascosto della città, la villa Bellini, ai miei occhi sonnacchiosa, decadente eppure magnifica. Se fossi stata davvero lì con loro, in mezzo alle pagine del libro, forse avrei potuto convincerli a rubare una delle macchinine che ai tempi della mia infanzia potevi noleggiare per poche lire all’interno di un circuito segnato da un recinto. Coltivavo la fantasia ricorrente di imboccare l’uscita ed esplorare la città a mio piacimento, per cui la struttura stessa del romanzo ha catturato la mia attenzione sin da subito.Mentre leggevo, dunque, ho viaggiato a ritroso, ma anche nel futuro, perché mi sono ricordata di cosa vuol dire essere inermi di fronte alla conoscenza.

Villa-Bellini

Villa Bellini

Ci sono molti punti di forza in questo romanzo, dove testo e narrazione per immagini sono un tutt’uno, e alcuni risultano immediati senza per questo perdere importanza. Primo fra tutti l’incoraggiamento all’integrazione: Gloria e Amir provengono da dissimili ambienti geografici e culturali, eppure si trovano ad affrontare un cammino comune, uniti da un forte sentimento di amicizia che cresce insieme alla storia.

A riguardo vorrei sottolineare che le differenze fisiche fra i due – lei bionda con gli occhi chiari, lui dalla carnagione ambrata e gli occhi scuri – lungi dall’alimentare un prevedibile cliché, rispecchiano la complessa identità della Sicilia, i cui abitanti sono il frutto della mescolanza genetica degli innumerevoli popoli che nel suo dominio si sono avvicendati. E proprio l’aspetto legato al sostrato condiviso delle tradizioni più antiche viene enfatizzato tramutandosi in ponte che collega sponde apparentemente lontane.

C’è un particolare che mi piacerebbe approfondire e che potrebbe passare inosservato: la storia si focalizza principalmente sui bambini e sul loro punto di vista, eppure Gloria fa un’osservazione precisa che riguarda sua madre e che qui riporto: «Le madri di Gloria e Amir si fermarono a discutere per mettersi d’accordo sulla realizzazione del compito. Gloria, che le osservava un poco distante, fu molto colpita dal fatto che sua madre aveva un atteggiamento confidenziale con quella donna appena conosciuta». Da mamma, mi sono sentita particolarmente coinvolta e ho apprezzato la delicatezza con la quale le autrici hanno sottolineato in poche righe la responsabilità che ciascun genitore ha nei confronti dei propri figli di trasmettere la naturalezza nel confronto interetnico, ma non solo.

Amir è un bambino taciturno, «sembrava triste, come chi è costretto fisicamente a stare in un posto ma con la mente è altrove», eppure alla fine del racconto acquista sicurezza: «non era più il bambino muto e introverso di prima». Questo mi ha fatto pensare alla condizione tristemente diffusa di chi parli un’altra lingua o capiti scaraventato in un paese che non è il suo, per cui si trovi in un’autopercezione di vera e propria inferiorità. Eppure Amir nasconde una profonda cultura e condivide con Gloria una fortissima sensibilità rispetto all’arte e alla storia in cui i due bambini si imbattono girovagando per Catania.

Teatro-Greco

Teatro Greco

Approcciando un linguaggio universale e “anatomico”, in sede di composizione è stato scelto il carattere EasyReading, considerato un valevole strumento per la lettura facilitata, ideale per i dislessici; ciò a ulteriore riprova di un messaggio amorevole oltre che pedagogico. Non stupisce, dunque, che il romanzo sia stato ideato da un team di mamme che hanno unito le proprie conoscenze in tema di arte, didattica, turismo e promozione di attività sociali. L’entusiasmo di Mercedes Auteri, Bianca Caccamese, Giamina Croazzo, Valeria Di Loreto e dell’illustratrice Alice Caldarella si rivela di grande ispirazione per chiunque tenti di impiegare le proprie competenze a servizio delle inclinazioni più profonde.

Il ritmo narrativo è scandito da avvenimenti favolistici che catturano l’attenzione dei più piccoli e li spingono a focalizzare idee, valori e nozioni con lo slancio di chi si appresti a iniziare una caccia al tesoro. Numerose e accattivanti, le illustrazioni risultano in questo caso un ottimo strumento per affinare l’immaginazione dei lettori, calamitata dalla narrazione del patrimonio artistico e della bellezza del territorio.

I bambini che leggeranno questo libro potranno interagire con i personaggi attraverso quiz e indovinelli posti alla fine di ogni capitolo. Avranno inoltre la possibilità di consultare un dizionario per approfondire il significato delle parole più difficili.

Ci auguriamo che La città dell’elefante possa trovare adeguata collocazione nelle librerie dei bambini, ma anche, e soprattutto, nelle scuole che rimangono l’ultimo baluardo di sicurezza per le nuove generazioni: sinceriamoci di seguire un obiettivo di eccellenza che sia condiviso a tutti i livelli.

Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019
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Deborah Lo Re, nata a Palermo, ha conseguito la laurea in Scienze giuridiche presso l’Università degli Studi di Palermo. Sposata, con due figli, vive in provincia di Varese, ama la letteratura e pratica la scrittura creativa. È autrice di diversi racconti.
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