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Il “reth” è morto, evviva il “reth”. La detronizzazione del sovrano Shilluk nella guerra civile sud-sudanese

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Kvongo Dak Padiet con il colonnello Jvar Hoff

di Nicola Martellozzo

The king must be killed to save the kingship and with it the whole Shilluk people [...] The unpopularity which national misfortune brings on a king enables a prince to raise rebellion.
 (Evans-Pritchard 1948: 20-34)

Occuparsi di sovrani e dinastie regali, oggi, può sembrare fuori luogo e fuori tempo, ma l’antropologia ha il pregio di sfruttare l’inattualità come strumento di dépaysement e primo momento di analisi. Per questa ragione, e con questa scusa, vogliamo proporre alcune riflessioni intorno alla detronizzazione di Kwongo Dak Padiet [1], sovrano degli Shilluk [2], avvenuta nel 2016 come conseguenza della guerra civile in Sud Sudan. Come molte discipline, anche l’antropologia possiede un lessico proprio, ma più che ad un linguaggio tecnico assomiglia ad un sabir ibrido, un precipitato storico ottenuto da generazioni di incontri e contatti con l’alterità. Termini come mana, tapu, mangu, jāti, þing, e perché no, etnonimi corretti o meno come Inuit, Azande, Lapponi e Shilluk. Quest’ultimo termine rimanda inevitabilmente alla figura del reth, il sovrano Shilluk, al centro di un importante dibattito sul problema della regalità sacra e sul regicidio rituale. Esiste tutta una letteratura dedicata all’argomento, che inizia con Frazer (1911-15) e continua fino ai giorni nostri con David Graeber (2011), più di un secolo di riflessioni che testimoniano un chiaro interesse verso questo fenomeno culturale.

Sarà necessario ripercorrere brevemente questo lungo percorso, ma non per aggiungere un nuovo tassello alle teorie della regalità (kingship) e della sovranità (sovereignty); piuttosto, per comprendere le implicazioni della deposizione del reth Kwongo Dak Padiet, contestualizzando il suo caso etnografico nel più ampio panorama storico e d’analisi. Fare altrimenti significherebbe ignorare a bella posta un’eredità importante, tuttora capace di fornire apporti significativi. Questo corpus, inoltre, serve anche a controbilanciare la pressoché totale assenza di informazioni e notizie sull’evento del 2016. Non solo non esiste una letteratura scientifica che descriva questo caso, ma tutta la vicenda è passata del tutto inosservata, ridotta a cronaca locale (ST 2016a).

Lo scopo di questo articolo, perciò, è di proporre una riflessione a posteriori sulla deposizione e sulle successive vicende dell’attuale reth Kwongo Dak, osservando come il dispositivo della regalità Shilluk abbia saputo rimodularsi e mostrarsi efficace nel contesto della guerra civile sud-sudanese; come, per esprimersi meglio, gli attori in gioco abbiamo agito nel macro-contesto geopolitico attraverso categorie e dinamiche sociali catalizzate da questo dispositivo politico.

1La regalità divina del reth

Proponiamo adesso una panoramica della letteratura sulla figura sovrana degli Shilluk, sintetica, dato che esistono già raccolte in questo senso (Feeley-Harnik 1985). Cominciamo dal familiare, con un lavoro di Riccardo (1997) che riesamina il regicidio rituale [3] in Africa a partire dalla prima interpretazione di Frazer. Per l’antropologo vittoriano, il reth costituisce una replica di Nyikang, l’eroe fondatore del regno Shilluk, ucciso ritualmente ad ogni successione. Non è esagerato affermare che il problema della regalità divina in Africa si lega alla validità storica del caso Shilluk. Frazer ottiene dal collega Seligman delle informazioni ad hoc, che confermavano le tesi del Ramo d’oro (1911-15). Tuttavia, nella prima monografia dedicata agli Shilluk (Westermann 1912) non c’era alcun riferimento al regicidio.

Nella Frazer Lecture del 1948, Evans-Pritchard sottolinea il carattere rituale dell’istituto regale. Il reth è il centro dei valori sociali, regna senza governare. Le occasionali ribellioni degli Shilluk contro il proprio sovrano: «were made to preserve the values embodied in the kingship which were being weakened, or it was believed so, by the individual who held office. They were not revolutions but rebellions against the king in the name of kingship» (Evans-Pritchard 1948: 34). Dunque, l’omicidio rituale è al massimo una maschera per celare gli interessi politici e le rivalità interne. Da questo momento le analisi sulla regalità Shilluk oscillano tra una prospettiva simbolica (Seligman, Frazer) ed una politica (Evans-Pritchard). Howell per esempio, vicino alle posizioni di Evans-Pritchard, insiste sulle funzioni sociali di negoziatore e pacificatore del reth (Howell 1952: 106-7), sul suo ruolo di mediatore dei conflitti comunitari. Wall cerca invece una genesi storica del fenomeno, legando al reth Tugo la realizzazione effettiva della carica (1976: 160-1). In questa ricostruzione, Shilluk e Anuak condividevano molti aspetti culturali, ma si differenziarono sia per ragioni ecologiche (fertilità del territorio), sia per la prodezza militare di sovrani come Tugo, sia per la minaccia costante di incursioni Dinka nell’area. Questi ultimi aspetti bellici avrebbero galvanizzato la vita politica degli Shilluk, conducendo ad un governo centralizzato.

In anni più recenti, Arens (1979) analizza caso di Nawelo, un principe pretendente che nel 1932 sfidò l’autorità del reth Patiti Yor, fallendo. Nel 1903 il governo coloniale britannico aveva rimosso il reth Kur Nyidhok, appoggiando un nuovo sovrano di fiducia. Nawelo Kur, figlio del deposto, capeggiò il malcontento degli Shilluk meridionali verso il reth successivo, una pratica di rivolta in linea con eventi simili dell’ultimo secolo. Tuttavia il governo coloniale vide minacciato l’ordine sul territorio, e imprigionò Nawelo come altri pretendenti ribelli. Comincia qui un importante compromesso tra governo britannico e tre rami dinastici, che raggiungono un accordo semi-ufficiale per regolare la successione regale. Aney Kur, fratello di Nawelo, diventa il 30° reth, continuando l’alternanza tra i discendenti di Kur Nyidhok, Padiet Kwathker e Patiti Yor, legati da un unico avo in comune, il 17° reth Nyakwagi.

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Genealogia dei reth Shilluk dall’800 a oggi (da Arens William 1979,  The Divine Kingship of the Shilluk

Torna molto utile a questo punto il lavoro di Schnepel (1990), che analizza nel dettaglio le caratteristiche dell’istituto politico e le modalità di successione. Sulla scorta del triplo modello di autorità di Weber (legale, tradizionale, carismatica), Schnepel descrive il reth come una carica competitiva, determinata dal carisma personale e dall’affiliazione a una famiglia regale [4]. Propone poi un’attenta ricostruzione delle successioni tra reth nell’Ottocento e nel Novecento, dando particolare enfasi alle vicende geopolitiche nell’area: «The power behind the throne was a power outside the indigenous political system and structurally antagonistic to the nation as a whole» (Schnepel 1990: 118). Il lavoro di Schnepel mostra come ribellioni, deposizioni e scontri siano tutt’altro che rari nella storia della regalità Shilluk.

Il contributo più recente è sicuramente quello di Graeber (2011), che distingue anzitutto tra una regalità divina e una sacra. La prima è caratterizzata dal potere violento e assoluto del re, mentre la seconda risponde a problematiche fondamentali delle società umane, alla realizzazione di progettualità utopiche. Per Graeber, sulla linea di Wall, è la classe guerriera la responsabile dell’istituto del reth e della formazione di una famiglia regale separata dal popolo. Le donne, come mogli o sorelle del reth risiedenti in altri distretti, sono collegamenti sociali tra la “capitale” Fashoda e gli altri distretti. Analizzando i rituali di installazione e consacrazione del re, Graeber rintraccia all’essenza delle sovranità la violenza predatoria (Graeber 2011: 50). L’elemento utopico della regalità sacra controlla la violenza devastante che caratterizza quella divina ma, qui la nota amara, l’utopia non può essere creata o mantenuta senza il “terrore” violento. Volendo arricchire la descrizione di Howell, il reth si configura come detentore di massima giustizia ed esecutore di violenza arbitraria.

A questo punto, tocca a noi riflettere su come tutto questo prenda senso in relazione al caso etnografico, come la vicende del 34° reth Kwongo Dak Padiet rechino in loro i segni di questo retaggio. Con le poche informazioni di cui disponiamo possiamo proporre solo un inizio di analisi, che però già basta a mostrare la familiarità, e insieme l’eccezionalità, di questo avvenimento.

Reth-Ayang-Aney-Kur

Reth Ayang Aney Kur

Detronizzazione e mediazione

«The Shilluk ethnic group in South Sudan has overthrown their long serving king, Kwongo Dak Padiet, accusing him of supporting the creation of 28 states and over staying in the national capital, Juba, in negligent to the concerns of the Shilluk kingdom at home in the oil rich Upper Nile state. […] The new king, whose name is not made public, backed by the strongarmed opposition commander, General Johnson Olony, is now the new king of the Shilluk kingdom and his priority is to defend the Shilluk land against the 28 states. The statement further argued that the decision to overthrow the king was taken because the former King Kwongo decided to avoid going to live in Shilluk Kingdom and address their concerns over the annexation of their lands as he preferred to stay in Juba under protection of president Kiir’s government. [...] The reaction of the Shilluk people in general, according to the statement, seems to be in approval of dethroning of King Kwongo» (ST 2016a).

In questi brevi passaggi il Sudan Tribune annuncia la deposizione di Kwongo Dak Padiet dopo ventitré anni di regno. Insediato nel 1993 alla morte del predecessore Ayang Aney Kur, la sua caduta è opera del generale Johnson Olony (o John Uliny), veterano dell’SPLA (Sudan People’s Liberation Army) durante la seconda guerra civile sudanese (1983-2005) e leader del SSDM (South Sudan Democratic Movement) nella guerra civile in Sud Sudan.

Diamo alcune coordinate storiche relative agli eventi nella regione. Ottenuta l’indipendenza dal Sudan in seguito a un referendum del 2011, nel Sud Sudan scoppiò una guerra civile tra le forze governative, sostenitrici del presidente Salva Kiir, e l’esercito ribelle del vicepresidente Riek Machar. Entrambi erano leader dell’SPLA durante la guerra civile in Sudan, e come altri militari diventarono figure politiche di spicco nel nuovo Stato. Tuttavia, nel 2013 Kiir comincia una smobilitazione nell’SPLA dei singoli battaglioni, spesso fidelizzati attraverso la retorica dell’immaginario etnico.

Kiir, come il fondatore dell’SPLA John Garang, appartiene al gruppo Dinka, mentre Machar a quello Nuer. La decisione del presidente ha catalizzato le tensioni sociali e rotto gli equilibri nel partito, innescando infine una lunga guerra civile che deve tuttora concludersi del tutto. Machar ha raccolto attorno a sé una serie di battaglioni e comunità locali scontente della situazione post-referendum, che premevano specialmente per una maggior autonomia federale. Il risultato di scontri e compromessi è stata una riorganizzazione amministrativa dell’intero territorio, che da dieci Stati è passato, nel 2017, a trentadue. Questa frammentazione obbedisce spesso a logiche etniche, cristallizzando i gruppi attraverso dei confini territoriali, aggravando le tensioni tra comunità e inasprendo la rivalità per l’accesso a risorse primarie, come quelle idriche (Justin & de Vries 2019). Un esempio è proprio quello del gruppo Shilluk. Allo scoppio della guerra civile, Johnson Olony si unì all’esercito di Machar, combattendo con il proprio battaglione nella regione settentrionale al confine con il Kordofan.

Il territorio Shilluk si estende lungo il corso del Nilo bianco e il suo affluente Sobat, molto vicino all’attuale confine tra Sudan e Sud Sudan. Il referendum del 2011 lo faceva rientrare nello Stato di Upper Nile, un’area più vasta che comprendeva regioni abitate da altri gruppi, come i Padang Dinka (Yuar 2016), con i quali nel primo biennio ci furono numerose tensioni (HSBA 2011). Uno dei motivi che portarono larga parte della popolazione Shilluk ad appoggiare la rivolta contro Kiir fu la richiesta di maggior autonomia, ottenendo però la creazione del nuovo Stato di Western Nile nel 2015, non propriamente in linea con le loro aspettative, come vedremo.

La nuova divisione amministrativa ricalca da vicino il territorio Shilluk, un risultato tutt’altro che casuale, frutto di pratiche anche violente di ricollocamenti forzati. Ne è testimonianza il Malakal Protection Site, un campo di accoglienza poco fuori dallo Stato di Western Nile, che accoglie comunità di sfollati vittime degli scontri nell’area. Il distretto di Malakal era parte del territorio Shilluk meridionale (Howell 1952: 99), tanto più che lo stesso Kwongo ha vissuto e studiato lì per alcuni anni. Più recentemente, il reth ha rivolto un appello al governo centrale e ai funzionari ONU per segnalare le condizioni di disagio della sua gente e i rischi di “pulizia etnica” tra Western e Upper Nile (ST 2016d). Questo appello è stato possibile perché non solo Kwongo Dak è sopravvissuto al colpo di stato di Olony, ma si è reinsediato a Fashoda come legittimo reth, recuperando tutta la sua autorità. Ad oggi, nel 2019, il reth Shilluk è uno dei mediatori del processo di pace in Sud Sudan, specie in seno alle forze ribelli. Torniamo perciò al 2016 per capire che cosa è accaduto, e come la detronizzazione de jure non abbia delegittimato de facto la sovranità di Kwongo Dak Padiet.

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Il reth Kwongo Dak Padiet durante una visita a Malakal (ph. Michael Freeman)

Questo sovrano non ha solo vissuto nel pieno le trasformazioni politiche e sociali del Sud Sudan, ma ne è stato per larga parte un fautore. Membro dell’SPLA durante la guerra con il Sudan, Kwongo ha sostenuto fortemente l’indipendenza del nuovo Stato, diventando un attore politico di primo piano nella situazione post-referendum. A differenza degli altri reth, e proprio per il suo coinvolgimento nella politica nazionale, Kwongo ha risieduto per molto tempo fuori dal territorio Shilluk, nella capitale sud-sudanese di Juba.

Nel 2015, le trattative tra Kiir e Machar prevedevano un prima soluzione amministrativa in ventotto Stati, compresa la creazione di Western Nile. Vissuta come un’imposizione da parte del governo centrale, la nuova divisione fu osteggiata da larga parte della popolazione Shilluk, che temeva di vedersi privata di territori e risorse vitali. Olony capeggiò questo malcontento, ottenendo consensi e sfiduciando sempre di più il reth, che dal canto suo era percepito come alleato di Kiir. Ciò permise a Olony di deporre Kwongo Dak, ma le modalità con cui avvenne sono tutt’altro che scontate. Come avevano segnalato diversi autori (Evans-Pritchard 1948; Howell 1952; Arens 1979) le ribellioni contro il sovrano non sono eventi straordinari. Quando un reth sembra agire contro il bene del suo popolo, provoca malcontento o si comporta in maniera immorale, viene meno la carica carismatica che lo rendeva adatto. Viene messo in dubbio non tanto l’istituto regale in sé, ma la persona che lo occupa. Per questo l’azione di Olony non è per nulla rivoluzionaria, ma si inserisce più di quanto appaia in una tradizione di pratiche di protesta.

A differenza dei “colpi di stato”, di cui la politica africana dell’ultimo secolo fornisce moltissimi esempi, qui l’élite militare non si è sostituita nel sistema di potere. Olony non è diventato reth, nonostante tutto il suo carisma e la forza bellica a disposizione. Invece, ha supportato un nyireth rivale per occupare la carica vacante. Appoggiando un pretendente, Olony ha deposto “legittimamente” e in maniera indiretta il sovrano Shilluk, senza stravolgere l’ordine sociale. L’anonimato circonda l’identità di questo principe, di cui però sappiamo una cosa importante, o meglio, l’unica cosa davvero importante che è filtrata su di lui: il suo lignaggio. Il protégé di Olony è infatti un discendente del 32° reth Kur Patiti, probabilmente un figlio. Ai fini della mossa politica, non è nemmeno importante che tale persona esista veramente, dato che si incastra a perfezione nello schema di successione regale creato durante il periodo coloniale. Nel suo articolo Arens (1979) mostrava come tre rami dinastici fossero alternativamente al potere nella reggenza Shilluk. Ora, Kwongo appartiene al secondo di questi lignaggi (Padiet), mentre il suo predecessore discendeva dal ramo Kur.

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Schema della sequenza dinastica tra i tre rami Kur Padiet e Patiti

Se adesso includiamo il pretendente di Olony, vediamo come vada a completare la tripletta di lignaggi e sia perciò il “legittimo” successore nello schema, così come suo padre e suo nonno lo furono prima di lui. Forte di questa eredità, il nyireth appoggiato da Olony possiede tutte le caratteristiche formali per subentrare a Kwongo, mentre le azioni e le decisioni politiche del reth hanno motivato la ribellione del suo popolo. Perfino il controllo indiretto di Olony non è così criticabile, visto che per decenni i reth sono stati sostenuti e combattuti da poteri politici esterni, diventandone in parte espressione.

La detronizzazione segnala nel modo più evidente un momento di rottura con la politica governativa, privando Kwongo Dak Padiet del suo riconoscimento ufficiale. Questo, tuttavia, non è bastato a privarlo della sua influenza e del suo prestigio, frutto di decenni di esperienza come mediatore. Schnepel aveva colto nel segno quando sottolineava l’elemento carismatico del reth, che nel caso di Kwongo non si declina come leadership militare o seguito politico, ma nella sua azione costante di negoziatore nelle tensioni sociali su scala nazionale.

Già nel 1997, pochi anni dopo la sua nomina, fu promotore e garante del Fashoda Peace Agreement, in cui rappresentanti del governo sudanese e dell’SPLA gettarono le basi per la risoluzione pacifica del conflitto civile. Dopo la deposizione, l’ex-monarca passò un periodo d’esilio in Sudan (Cazenove 2017), ma continuò a occuparsi della politica interna e degli scontri tra Shilluk e Dinka (HSBA 2016). In diversi appelli alle Nazioni Unite, Kwongo Dak sottolineò la minaccia della pulizia etnica in atto sulle due rive del Nilo bianco, specie nella zona di Malakal (ST 2016d), operando in favore dei suoi sudditi.

Dopo che le truppe di Olony lasciarono definitivamente l’esercito ribelle di Machar (ST 2016b), i leader delle fazioni Shilluk cercarono un’intesa per concentrare i propri sforzi contro gli attacchi delle milizie Padang Dinka (Spittaels & Weyns, 2014). A mediare l’accordo fu proprio il sovrano deposto, una figura attorno a cui tutti i gruppi Shilluk potevano ricompattarsi. Lo stesso generale che alcuni mesi prima aveva scalzato il reth, ora ne riconosceva simbolicamente – e con molta realpolitik, funzionalmente – l’autorità (ST 2016c). Non c’è stato alcun reinsediamento ufficiale: tutti riconoscono di fatto l’autorità e la rinnovata carica di Kwongo Dak Padiet, mentre l’evanescente 35° reth è tornato nell’ombra.

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Sudan Human Security Baseline Assesment HSBA, 2016

È interessante, e meriterebbe una riflessione a sé, come diversi aspetti della regalità Shilluk prima descritti (mediatore, carisma, successione dinastica, centro di valori morali) continuino a persistere; come l’istituto culturale degli Shilluk sia stato riplasmato durante la guerra civile. Di fronte alla forte marginalizzazione sociale e politica del gruppo Shilluk, alle violente tensioni veicolate lungo gli immaginari etnici, alla frammentazione amministrativa che essenzializza gruppi umani all’interno di griglie etnico-territoriali (Justin & de Vries 2019), Kwongo Dak Padiet si presenta come figura pubblica di prestigio, negoziatore internazionale e mediatore di violenze.

Nonostante l’apparente inattualità di un istituto regale vecchio di secoli, con il proprio carisma il 34° reth ha saputo rapportare il suo retaggio alle vicende geopolitiche e sociali del Sud Sudan, mettendo l’accento sulla capacità di contenimento della violenza. Per riprendere l’analisi di Graeber, Kwongo Dak Padiet si è fatto promotore di una progettualità utopica per gli Shilluk, sostenendo una nuova prassi amministrativa; ma questa sensibilità lo rende capace al contempo di cogliere gli aspetti dis-topici delle politiche sociali sud-sudanesi, di cui il caso di Upper Nile è uno degli esempi più drammatici.

Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019
Note

[1] L’etnonimo corretto è Chollo (o Collo, secondo la grafia), di cui “Shilluk” rappresenta la deformazione dei parlanti arabi, entrata ormai da più di un secolo nella letteratura antropologica.
[2] Significativamente, sia Riccardo che Graeber si rifanno al lavoro di Simon Simonse, alla sua originale interpretazione del “capro espiatorio” mediata da Girard.
[3] Mentre i Chollo sono discendenti del “primo popolo” di Nyikang, legati alla sua migrazione nell’attuale territorio Shilluk, la dinastia reale dei kwareth discende direttamente dall’eroe mitico. In questo gruppo viene scelto il reth, fra una rosa di “principi pretendenti”, nyireth.
Riferimenti bibliografici
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Cazenove (de), Baptiste, 2017, “Avec les réfugiés du Soudan du Sud”, Le Monde Afrique 5 maggio 2017,https://www.lemonde.fr/afrique/article/2017/05/05/soudan-du-sud-les-derniers-assieges-du-royaume-shilluk_5122830_3212.html [controllato 22/03/2019].
Evans-Pritchard, Edward E. 1948, The Divine Kingship of  the Shilluk of the Nilotic Sudan – The Frazer Lecture 1948, Cambridge: Cambridge University Press.
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Justin, Peter H., de Vries, Lotje, 2019, “Governing Unclear Lines: Local Boundaries as a (Re)source of Conflict in South Sudan”, Journal of Borderlands Studies 34: 31-46.
Riccardo, Gaetano, 1997, L’immortalità provvisoria. Antropologia del regicidio rituale in Africa, Torino: L’Harmattan Italia.
Schnepel, Burkhard, 1990, “Shilluk Kingship. Power Struggles and the Question of Succession”, Anthropos 85: 105-124.
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Sudan Tribune (ST), 2016c, “S. Sudan’s ethnic Shilluk rebel factions sign unity deal”, Sudan Tribune 22 aprile 2016, http://sudantribune.com/spip.php?article58748 [controllato 22/03/2019].
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Wall, Lewis L., 1976, “Anuak Politics, Ecology, and the Origins of Shilluk Kingship”, Ethnology 15(2): 151-162.
Westermann, Dietrich, 1970, The Shilluk People. Their Language and Folklore (1912), Westport: Negro Universities Press.
Yuar, Francis A., 2016, “Dinka Padang and the Shilluk boarders [2]”, Sudan Tribune 27 maggio
 http://www.sudantribune.com/spip.php?article59106 [controllato 22/03/2019].

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Nicola Martellozzo, laureato in Antropologia culturale ed etnologia presso l’Università di Bologna, nel 2018 ha partecipato come relatore ai principali convegni nazionali di settore (SIAM; SIAC; SIAA-ANPIA), e di recente alla conferenza internazionale “Peoples and Cultures” dell’Università di Palermo. Ha condotto ricerche etnografiche nel Sud e Centro Italia. Con l’associazione Officina Mentis conduce un ciclo di seminari sulla figura e l’opera di Ernesto de Martino.
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