Tzengaris, l’errore storico

copertina3di Davide Sirchia

I motivi che possono suggerire i temi di una ricerca possono essere vari e a volte articolati. Sin da quando ebbi modo di conoscere gli abitanti del campo Rom sito nei pressi della stazione ferroviaria di Milano Bovisa, nel periodo compreso tra il 2006 e il 2018, vari dubbi si sono insistemente introdotti nel mio modo di pensare e quindi di pormi nei confronti di questa etnia. Le conoscenze acquisite nella storia della mia vita hanno costituito il mio habitus, caratterizzando pertanto il mio modo di percepire, confrontarmi e quindi di “pensare all’Altro”.

L’esperienza con la popolazione Rom è stata davvero inaspettata; mi son reso conto di come le conoscenze ricevute su questa minoranza etnica fossero infondate e, soprattutto, ho acquisito la consapevolezza di come il mio modo di pormi nei loro confronti fosse dettato da dei pregiudizi congeniti. La ricerca sul campo, l’osservazione dei loro comportamenti, i loro modi di interagire e di porsi nei confronti di noi gagè, hanno dimostrato l’infondatezza dei concetti precostituiti evidenziando invece un sistema sociale parallelo che, dettato da logiche precise, risponde alle esigenze di un popolo in cerca di stabilità.

Scopo di questo contributo sul tema tzengaris è quello di poter restituire al lettore una conoscenza de-stereotipata del fenomeno romanì. Sulla popolazione Rom, così come su tutti i gruppi etnici ci sarebbe tanto da scrivere. Un filone contemporaneo delle ricerche antropologiche riflette sulla necessità di analizzare le popolazioni su più aspetti che ne compongono la cultura, osservando e interpretando tutti i “fili” costitutivi fino a cercar di comprenderne il disegno complessivo, soprattutto con l’aiuto di altri studiosi di altre discipline. Se è vero che ogni scienziato è specializzato in un settore disciplinare, tuttavia solo con la condivisione dei saperi, delle idee e delle interpretazioni è possibile comprendere a fondo il fatto osservato, restituendo alla comunità scientifica un’analisi interdisciplinare in grado di ricostruire e mettere insieme i tasselli del mosaico conoscitivo.

Questa prerogativa ha fatto sì che, per descrivere la società Rom, si proceda per temi e per settori, non come atto classificatorio ma solo per facilitare la restituzione delle conclusioni della ricerca. La proposta di lettura che segue desidera affrontare un tema centrale della nostra contemporaneità: Noi e i Rom, rispondendo ai dei quesiti iniziali, come ad esempio chi sono davvero i Rom?  Perché nessuno Stato Europeo è riuscito a integrare questo popolo alla propria cultura? Perché la popolazione Romanì è malvista in tutto il territorio europeo?

1Romanipè. La migrazione di un popolo divenuto schiavo

Negli ultimi anni il dibattito su come gestire la presenza dei Rom si è inasprito soprattutto nel contesto italiano, e in tutti gli Stati europei ove vige una politica sovranista; politica incentrata sul valore della patria e della identità nazionale, permeata da una ideologia incentrata sul concetto di “purezza nazionale” (Sirchia: 2017; 2019). Quando ci si interroga sul perché i Rom siano da allontanare dai nostri centri abitati e sul perché sia giusto avere il pugno duro con loro, le risposte sono pressoché simili: “perché non vogliono lavorare”; “perché rubano”; “perché non rispettano la nostra legge”; “perché vivono in baracche o nelle macchine”; “perché non educano i loro figli alla scuola” e tante altre affermazioni simili. Quando invece viene chiesto: “che differenza c’è tra un Rom e un Sinti”, generalmente, non si sa rispondere perché quasi nessuno conosce i Sinti. Inoltre, molti sostengono che tutti i Rom provengono dallo Stato della Romania, tanto è vero che ultimamente nel Parlamento Rumeno si sta discutendo di riutilizzare il termine țigan «nei confronti dei Rom, per distinguerli dai Rumeni, vista la gran confusione che si fa tra i due popoli a causa della poca informazione» (Spinelli, 2012: 114).

Durante il mio lavoro nella stazione di Milano Bovisa, ho avuto modo di approfondire con alcuni “abitanti” del campo Rom adiacente alcuni spunti di riflessione. Dalle chiacchierate informali intraprese con loro, ho preso consapevolezza di quanto la nostra visione (italiana) sia storpiata da pregiudizi e da percezioni distorte trasmesse culturalmente nella nostra storia sociale. Come ha affermato il ministro della propaganda nazista Joseph Paul Goebbels, «una bugia detta tante volte diventa verità». Mi son chiesto se delle bugie, raccontate e più volte trasmesse, abbiano creato delle verità su un popolo che in fin dei conti non conosciamo, e che probabilmente in pochi conoscono. Questo breve contributo sul popolo Romanì desidera affrontare la storia di questa etnia con lo scopo di decostruire alcuni pregiudizi che la società continua a perpetuare.

Cerchiamo anzitutto di comprendere il perché noi li chiamiamo Zingari, mentre loro si identificano con il termine Romanès. Questa popolazione viene comunemente identificata con il termine Rom o Zingara, ma dagli studi linguistici e umanistici apprendiamo che Rom e Zingaro non sono sinonimi tra loro. I termini Rom, così come Sinti, Calè, Manouches e Romanichals, letteralmente “uomo”, vengono definiti etnonimi e possono essere considerati tra di loro sinonimi, identificando comunità diverse della stessa popolazione: come “siciliano” e “piemontese” sono termini che si riferiscono a due comunità della stessa popolazione, quella italiana. Differentemente, come afferma Santino Spinelli (2002: 158), docente di cultura romanì presso l’Università di Chieti, i termini Zingaro, Gitano, Saraceno, utilizzati per identificare questa popolazione, sono eteronomi, cioè termini che racchiudono una accezione negativa. L’autore per spiegare la differenza tra etnonimo o autonimo ed eteronomi afferma che:

«L’etnonimo o autonimo è il modo in cui un popolo denomina sé stesso, l’eteronimo è la maniera in cui un popolo denomina un altro popolo con un’accezione quasi sempre dispregiativa» (Spinelli, 2012: 158).

Inoltre, per spiegare meglio il concetto, l’autore utilizza come esempio l’espressione “italiano mafioso”, immagine assolutamente non veritiera ma sfortunatamente diffusa soprattutto all’estero, comparandola a quella di “Rom zingaro”. Spinelli afferma che Rom equivale a italiano, mentre zingaro al termine mafioso. Per comprendere completamente questa differenza, è necessario affrontare l’origine del termine zingaro.

Rotte-migratorie-degli-zingari

Rotte migratorie degli zingari

L’etnonimo Rom, erroneamente ritenuto abbreviazione di romeno, ha origine nel nome sanscrito Dom, utilizzato per identificare quel popolo che dall’India migrò prima verso la Persia e poi verso l’Impero Bizantino per salvarsi dalla schiavitù imposta dalle tribù arabe che nel 650 d.C invasero le regioni del sub continente indiano. Nel 712 cadde la regione del Sindh, dal sanscrito Sindhu che significa “mare”, termine dal quale discende, verosimilmente, la comunità Sinti che oggi popola l’Europa Settentrionale. Quando il popolo Dom, gruppo eterogeneo di origine indiana presente in Persia, si è insediato all’interno dell’Impero Bizantino cambiò la pronuncia del nome in Lom (D < L) all’interno dei territori armeni, mentre nei territori nei quali era in uso la lingua greca divenne Rom (D < R) [1].

Il termine Zingaro, invece, ha una storia diversa, anche se sin dalla sua coniazione ha assunto un valore negativo. Il termine, in origine, indicava gli appartenenti ad una setta manichea: quella degli Athingani, detti anche Atsingani o Atsinkani [2]. La sua evoluzione linguistica ha generato successivamente i termini Tzingani, Zingani, Sigani e Zingari. I primi testi storici nei quali ritroviamo l’uso di questi termini risalgono all’800 d. C. ma i primi scritti che con certezza storica si riferiscono alle comunità romanès sono invece del XIII secolo d.C.

«In una lettera del Patriarca di Costantinopoli II Kyprios (1283-89) fa riferimento alla tassazione di “cosiddetti Egiziani e Tsigani”. Questo documento sottolinea l’integrazione ormai acquisita da parte di quelle comunità “diverse” definite Atsigani, Cingani ed Egiziani» (Spinelli, 2012: 53).

Altra interessante ricostruzione è quella del termine gypsy in uso in diverse lingue europee. Infatti, in diverse cronache, per fare riferimento alla popolazione romanés si usava il termine “egiziano”, non perché provenissero da quella regione, ma perché una comunità romanés, prima del 1320, si stanziò nel territorio di Modon, nel Pelopponeso, ai piedi del monte Gype. Questo territorio era soprannominato “il piccolo Egitto”, in quanto zona particolarmente prosperosa. Questo è il motivo principale per cui molte comunità romanés erano definite “egiziane”.

«Gypsy (aegyptiam>aegyptius>gyptsius) in inglese, Gitano (aegyptianum>egiptano> gitano) in spagnolo, gifti, gyptoi o égyptien in greco, yevgi, evgité o magjup in albanese, egyptien in francese (da cui gitan), agupti in bulgaro, egyuptsi in macedone, gipten in olandese o di faraone (faraonépek “gente del faraone”) in ungherese» (Spinelli 2012: 53).

Nel ricostruirne i flussi migratori in Europa cercheremo anche di comprendere il perché, in questo lungo lasso di tempo, questa popolazione non è mai riuscita ad integrarsi, essendo giudicata, spesso, come Altra, strana e diversa.

3Sin dal Rinascimento in Europa si sono attivate misure repressive contro la popolazione romanés. Dopo il periodo feudale che aveva frazionato l’antico Impero Romano, si andavano fissando le prime forme di unità sostenute da sentimenti di identificazione nazionale. Questi primi Stati per poter accrescere l’unità del popolo e quindi il controllo tendevano ad escludere i “diversi”.

«Nel XV secolo, quello che permise ai membri delle comunità romanès di circondarsi di un’aurea di santità, essendo considerati “pellegrini penitenti”, divenne presto motivo di condanna. Il girovagare rappresentava una minaccia per l’ordine pubblico e per il controllo sociale, in quanto si riteneva intimamente connesso al crimine e al brigantaggio. Lo stile di vita da “pellegrini” […] cominciava a essere considerato un atteggiamento parassitario» (Spinelli, 2012: 87).

Oltre che queste misure repressive, le cui logiche sono ad oggi ancora in uso e vincolano qualsiasi atteggiamento che assumiamo nei loro confronti, è necessario aggiungere che nella memoria della popolazione romanés esiste un capitolo di storia molto buio. Dal 1300 circa sino alla fine del 1830, i Rom vivevano in schiavitù nei Principati rumeni [3], facendo diventare, qui, il termine zingaro sinonimo di “schiavo”. Verosimilmente, è questo il motivo del perché la popolazione romanì ancora oggi si infastidisce quando vengono chiamati con questo eteronimo [4].

Per comprendere le ragioni per cui queste popolazioni vivono tutt’oggi ai bordi delle nostre comunità, risulta fondamentale analizzare il loro retaggio storico. Come detto, questo popolo mai incline alla violenza, è stato sempre vittima di persecuzioni e sottomissioni. Non hanno mai dato vita a movimenti di protesta, come ad esempio la Sollevazione della German Coast svolta nel 1811 nel territorio di Orleans quando parteciparono migliaia di schiavi. Il popolo romanès per cultura non si ribella.

«[…] Avevano capito che i militari non uccidevano chi si prostrava e tendeva la mano, poiché la loro etica lo impediva. Per gli europei tendere la mano era un atto di umiliazione e di sottomissione, per le comunità romanés un mezzo di resistenza passiva e di ribellione pacifica per non essere annientate» (Spinelli 2012:88).

Queste forme silenziose di resistenza alle politiche repressive in uso dal Rinascimento fino ad oggi, hanno permesso il mantenimento inalterato della romanipé (identità e cultura romanì). Queste popolazioni per sfuggire alla bellicosità degli europei si son rifugiate ai margini delle comunità abitate, creando come un velo di separazione da tutto ciò che non è romanipé. La necessità di rimanere uniti e inclusi nella propria endoetnicità ha permesso la perpetuazione, quasi invariata, della propria identità. La percezione che la storia ha trasmesso sino ad oggi a noi gagè [5] è quella di un popolo restìo all’integrazione perché nomade e quindi fuori da ogni controllo, idea fossilizzata dal periodo rinascimentale.  In realtà il loro stare ai bordi è probabilmente una tutela; il non mostrarsi, o mostrarsi poco, è una difesa dagli attacchi dei gagè, così che ne possiamo dedurre che il vivere ai bordi dei centri urbani crea una distanza di sicurezza che preserva l’intera popolazione.

Le popolazioni romanés che dal 650 d. C. sono state vittime di persecuzioni vivendo 500 anni di schiavitù, sopportando le deportazioni e morendo nello sterminio all’interno dei campi di concentramento, conosciuto dalla storia come Porrajmos, tutt’oggi subiscono politiche repressive di esclusione e mai di vera accettazione e inclusione.

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Torre Maura, Roma, 3 aprile 2019

A supporto di questa ipotesi, proviamo a riflettere sul recente fatto di cronaca accaduto nel quartiere romano di Torre Maura il 3 aprile scorso. L’amministrazione comunale decise, a fronte degli sgomberi dei campi Rom, di ricoverare le famiglie sgomberate all’interno di una struttura comunale, ex ospedale, destinato a centro di accoglienza, CDA. Prima di loro, in questa struttura erano stati ospitati dei migranti trasferiti da Lampedusa.

La disposizione del comune, come noto, non è stata accettata dalla popolazione che si è subito riversata in strada, davanti alla sede del CDA per protestare contro la presenza dei Rom. La manifestazione, che ha assunto toni di crescente esasperazione, ha necessitato dell’intervento delle forze dell’ordine, trasformando la struttura dell’accoglienza in una sorta di bunker. Ad alimentare e fomentare l’agitazione e lo stato di tensione è stato l’intervento del gruppo di Casa Pound che, schieratosi dalla parte della popolazione, ha dato sfogo ad atti vandalici e sommosse, tant’è che la giunta della città di Roma Capitale ha deciso di spostare gli ospiti in un’altra struttura.

Com’è noto, questo movimento politico si ispira a logiche razziste e squadriste che si richiamano esplicitamente all’ideologia del fascismo. Le loro manifestazioni, prima vietate con l’accusa di apologia al regime (L 645/1956), oggi con la copertura dei movimenti sovranisti e populisti, riescono a svolgersi impunemente lungo le vie e le piazze delle nostre città. Il caso di Torre Maura avvenuto in questo particolare momento storico ha dato voce e forza alle loro idee, pubblicamente ostentate e violentemente rivendicate, contribuendo ad influenzare la pubblica opinione e a mobilitare rabbia sociale e strategie politiche.

Ma al di là dell’intervento del gruppo neofascista, quel che interessa al nostro studio qui proposto è ragionare e capire il perché la popolazione sia scesa in piazza a protestare contro il soggiorno dei Rom. Una frase chiave è quella rilasciata da un manifestante: «ci hanno etichettato come razzisti, ma abbiamo protestato solo per difendere la tranquillità del nostro quartiere»[6]. Affermazione che sottintende l’idea radicata che la popolazione romanì sia sinonimo di furto, di irregolarità, di anarchia e quindi di pericolo, e per questo dev’essere allontanata. Gli intervistati sottolineano che loro non sono razzisti perché, «il cibo che hanno tolto ai Rom li hanno dati ai migranti ospitati nella stessa struttura e con quest’ultimi i loro figli ci giocano a pallone». Quindi a differenza del migrante, straniero, che è accettato se non disturba l’ordine sociale, il Rom, emarginato e considerato senza patria, diventa figura perturbante, simbolo di irregolarità, disordine e minaccia. Percezioni che rappresentano l’immagine costruita della cultura romanì e si traducono in precise norme di comportamento: dal disprezzo alla discriminazione, alla repressione, all’espulsione fino al progrom.

Se la popolazione gagè, cioè noi, non abbattiamo i muri della paura e del pregiudizio non possiamo agevolare la fiducia e quindi la conoscenza di questa etnia che convive con noi da secoli. Dall’altra parte se le popolazioni romanì riuscissero a superare le paure indotte dalla loro storia, permettendo a noi gagè di poter conoscere e capire la loro cultura, probabilmente anche da parte loro si potrebbe “spianare la strada” dell’inclusione. Spesso, dalle ricerche sul campo si evince il sentimento della paura alla base delle dicotomie che registriamo nelle nostre società. Le paure si cristallizzano creando dei muri che sembrano insormontabili. La figura dell’antropologo è qui fondamentale per poter decostruire questi ostacoli, favorendo lo scambio delle conoscenze, trasformando la non conoscenza in curiosità, in empatia, in osservazione partecipante.

Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019
Note
[1] L’autore riporta che il passaggio dal suono d al suono r, è oggi identificabile in diversi esempi. In sanscrito il termine “cucchiaio” è doi, oggi, in tutti i dialetti romanès europei lo troviamo come roi (Spinelli, 2002: 47).
[2] Atsinganoi, In greco medioevale significa “colui che non vuole toccare ed essere toccato” (Spinelli, 2002: 49).
[3] Argomento che verrà affrontato in un prossimo studio su Dialoghi Mediterranei.
[4] In una occasione durante lo studio svolto a Milano Bovisa mi son permesso di chiamarli Zingari e una ragazza mi disse «Davide, così mi offendi». Convinto che il termine Zingaro non fosse un’offesa ma un nome simile a Italiano o Europeo le chiesi il perché si sentisse offesa. Lei mi rispose semplicemente che questo termine è brutto. Mi chiedo se si riferisse alla storia rumena.
[5] Termine utilizzato per indicare chi non appartiene alla cultura romanés.
[6]https://roma.repubblica.it/cronaca/2019/04/05/news/la_rivolta_di_torre_maura_a_roma_i_rom_sono_stati_portati-223361640/
 Riferimenti bibliografici
Piasere Leonardo, L’antiziganismo, Quodlibet Studio Macerata 2015
Sirchia Davide, Identità e cittadinanza nelle seconde generazioni, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 26, luglio 2017.
Sirchia Davide,. Europa delle patrie, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 36, marzo 2019.
Spinelli Santino, Rom, genti libere. Storia, arte e cultura di un popolo misconosciuto, Dalai Editore, Milano 2012.
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Davide Sirchia, laureato in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo e specializzato in Scienze Antropologiche ed Etnologiche presso l’Università Milano-Bicocca. Dal 2015 è titolare di cattedra di Antropologia e Etnografia presso l’Uni3 di Milano e collabora con diverse realtà di supporto didattico agli studenti. Ha pubblicato i saggi antropologici, La Zucca, la Morte e il Cavaliere. Un Halloween del 1200 in terra di Puglia e recentemente il libro Janare Irpine, Donne che curarono una comunità, KDP Milano, 2018.

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