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Tunisia, democrazia e FMI: un caso emblematico di cortocircuito

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Tunisi, 7 settembre 2015: l’allora direttrice del FMI, Christine Lagarde, incontra il direttore della Banca Centrale della Tunisia, Chedly Ayari

di Lisa Riccio

Lo scorso 3 gennaio 2018, in occasione dell’anniversario delle Rivolte del Pane del 1983-1984, la Tunisia è scesa ancora una volta in piazza. Oggi come allora, le ragioni dei moti di protesta vanno ricercate nel vertiginoso aumento dei prezzi dei beni di prima necessità in seguito all’ennesimo intervento delle Istituzioni Finanziarie Internazionali (IFI), in specie del FMI, nella vita economica del Paese. Ciò che emerge persino ad uno sguardo non molto attento, è che non solo ancora una volta abbiamo rifiutato di ascoltare ed imparare dalla storia, ma tentiamo anche di elaborarne un’immagine più attenuata tramite l’uso dell’arma politica più vecchia al mondo, la retorica. D’altronde, «It’s in the nature of the discourse to rework discrete truths and partial reflections into connected and coherent world views, forms of knowledge that are simultaneously expression of power» [1].

In Tunisia, trentacinque anni dopo le Rivolte del Pane, infatti, la lotta fra due opposte visioni del mondo, frutto di due riflessioni e punti di vista diametralmente differenti, non si è ancora risolta e vede tutt’oggi l’opposizione fra il discorso promosso da una società civile in collera e quello delle istituzioni finanziarie internazionali. Tale contrasto è spiegato chiaramente nelle parole di Warda Atig, attuale segretaria generale dell’Union générale des étudiants de Tunisie (Uget) che nel gennaio 2018 affermava: «As long as Tunisia continues these deals with the IMF, we will continue our struggle. We believe that the IMF and the interests of people are contradictory» [2]. Tale posizione, tuttavia, non risulta essere condivisa dall’analisi della realtà economica tunisina elaborata dall’ex-direttrice del FMI, che nel bel mezzo delle proteste che infiammavano il Paese, dichiarava : «il faut savoir qu’on est vraiment dans un moment de transition où ces réformes doivent s’accélérer (…) pour offrir un cadre d’une économie stabilisée où les investisseurs sont rassurés, où les entreprises réinvestissent, où les entreprises sont prêtes à nouveau à créer des emplois» [3].

Ciò che emerge da queste dichiarazioni è sicuramente la differenza di focus, un primo sul popolo, sulle persone, ed un secondo sull’impresa e gli investitori. Tale divario fra due letture di una stessa realtà rinvia certo ad una diversa concezione dei bisogni del popolo tunisino. Se da una parte il problema principale risulta essere una crescita esponenziale dei prezzi che mette in ginocchio le già stremate classi medie e povere, d’altra parte la difficoltà più grande è rappresentata dalla mancanza di dinamicità, efficienza e, soprattutto, stabilità finanziaria proprie di un Paese perfettamente integrato nel mercato internazionale. Il conflitto fra i due punti di vista è chiaro: le stesse misure alla base della precarizzazione e impoverimento del popolo tunisino sono la ricetta proposta per risolvere i problemi economici del Paese a livello macroeconomico e finanziario. La stessa Christine Lagarde riassumeva così il discorso, mai stato così lontano dalla realtà pratica, dell’istituzione finanziaria di cui era a capo «We [il FMI] try to help countries with better prosperity and we try to help with financial stability so the world is not going in too bad directions».

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Gennaio 2018. In primo piano un’attivista del movimento leader di questi ultimi sollevamenti, Fech Nestanew

Ora, tenendo conto delle parole di Warda Atig, che racchiudono le ragioni alla base degli ultimi sollevamenti popolari, ci si chiede: Cosa si intende per prosperità? O meglio, qual è il significato della parola prosperità nel vocabolario del Fondo Monetario Internazionale? La risposta data nella pratica è riassunta nella stessa affermazione dell’ex-direttrice, la stabilità finanziaria. Tuttavia, come abbiamo visto, questa ricetta di prosperità non sembra convincere gran parte della società civile tunisina, stremata da anni di politiche di austerità. Per tentare di rispondere a tale domanda dunque e comprendere se il discorso che detta le politiche economiche è dissonante o meno con la pratica, questo articolo propone una breve analisi della politica economica del FMI in Tunisia, Paese in cui, oltre all’assenza di “prosperità”, anche lo scoppio delle proteste popolari del 2011 è stato spesso attribuito ad un intervento del FMI negli “affari di Stato” [4].

Secondo alcuni, infatti, se da una parte è innegabile che le ragioni della primavera tunisina risiedano nella violenza e nella corruzione del regime autoritario in vigore dal 1987, d’altra parte, le disastrose politiche economiche neoliberali promosse dalle istituzioni internazionali risultano essere il carburante che negli anni ha inesorabilmente alimentato il malcontento sociale eruttato nel 2011. In questo articolo cercheremo dunque di tracciare brevemente le linee direttrici delle politiche neoliberali adottate dal Paese fin dai primi anni ‘80 al fine di evidenziarne i costi sociali. In altre parole, cercheremo di capire gli effetti che queste politiche hanno avuto sull’economia tunisina e perché queste misure, seppur stabilizzando gli indicatori macroeconomici e finanziari, si sono dimostrate del tutto impotenti di fronte alla povertà, alla disoccupazione, alla disuguaglianza e alla corruzione.

La Tunisia entrò a far parte del FMI nel 1958, subito dopo la sua indipendenza (1956). Tuttavia, fu solo nel 1986-1987, con l’avvento al potere di Ben Ali, che il Paese si conformò perfettamente all’immagine di buon allievo delle IFI, tramite l’adozione di vasti programmi di riforme neoliberali promosse da queste ultime e in particolare dal Fondo Monetario Internazionale. Per comprendere come queste politiche abbiano rappresentato un elemento fondamentale del malcontento sociale scoppiato nel dicembre 2011, è necessario fare un passo indietro nel tempo e partire dalle cosiddette “Rivolte del Pane” del 1983-84.

La prima apertura liberale (in arabo infitah) risale, infatti, ai primi anni Ottanta, quando il Paese era ancora governato dal “Padre della Patria”, Habib Bourguiba. All’inizio degli anni ‘80, la crisi economica tunisina raggiunse proporzioni critiche e più di un quarto di tunisini viveva al di sotto della soglia di povertà [5]. Il crollo dei prezzi del petrolio, in seguito alla crisi petrolifera degli anni 80’, mise in ginocchio il pilastro centrale dell’economia tunisina. Il settore delle esportazioni petrolifere infatti, passò da 778 milioni di dinari nel 1984 a 322 milioni nel 1986. A tale congiuntura economica internazionale sfavorevole si sommarono poi fattori di crisi interna, in particolare il rimpatrio dei migranti tunisini impiegati nell’industria petrolifera libica e la siccità. Il ritorno dei migranti significò, da un lato, che lo Stato non avrebbe più potuto beneficiare delle rimesse e, dall’altro, che la disoccupazione era destinata ad aumentare ancora. A sua volta un lungo periodo di siccità dimezzò il raccolto cerealicolo, costringendo il Paese ad aumentare le sue importazioni [6].

billets-de-banque-tunisie-pk-n-91-50-dinarIn questa situazione di estrema crisi, lo Stato tunisino non fu più in grado di garantire gli elevati livelli di spesa pubblica degli anni precedenti. Così, alla fine del 1983, il governo fu costretto ad adottare le politiche di austerità imposte dall’FMI e dalla Banca Mondiale, che fecero dell’abolizione dei sussidi statali sui prodotti di prima necessità una condizione necessaria per la sostenibilità e continuità dell’aiuto economico. All’epoca, i sussidi sui beni di prima necessità ammontavano al 3.1% del Prodotto Interno Lordo e il 10% del bilancio dello Stato, non stupisce dunque che la loro soppressione innescò un drastico aumento dei prezzi. Ciò valse in particolare per il pane, il cui costo aumentò del 115%, e per la semola [7].

Fu su questa base che crebbe la rabbia ed il malessere sociale che, lo stesso anno, sarebbero sboccati nelle già menzionate Rivolte del Pane. La decisione che si pose all’allora governo Mzali fu dunque quella tra la stabilità economica e la stabilità politica e sociale del Paese. Stretto in questa morsa, Bourghiba optò per quest’ultima e ripristinò le sovvenzioni. Nonostante ciò, il debito estero, gli elevati tassi di disoccupazione e la bilancia commerciale costantemente in negativo ricordavano al Paese che le misure d’austerità promosse dalle istituzioni finanziarie erano semplicemente state rinviate. A soli tre anni dalle rivolte, infatti, al fine di ridurre un debito che ormai ammontava al 50% del PIL, il governo accettò ancora una volta le politiche di austerità dettate dal FMI e abolì definitivamente i sussidi.

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Avenue Bourghiba, Tunisi, movimenti di protesta

Le rivolte dei primi anni ‘80 rappresentano un ottimo esempio degli effetti delle politiche neoliberali imposte dalle istituzioni finanziarie internazionali sulla stabilità interna del Paese. Tali misure incrinarono le fondamenta stesse del contratto sociale su cui si erano stati fondati gli Stati del Medio Oriente (Tunisia, Marocco, Egitto, Giordania) [8]. La politica dei sussidi, infatti, può essere analizzata ed interpretata come una politica di compensazione dal duplice obiettivo. In primo luogo, proteggeva il potere d’acquisto delle classi sociali più povere dalle fluttuazioni dei prezzi dei prodotti alimentari sul mercato internazionale. D’altro canto, attraverso la Caisse Générale de Compensation, mirava a sostenere la produzione interna del Paese, e quindi l’occupazione, controllando ed eventualmente intervenendo sui prezzi della produzione agricola [9].

Le politiche neo-liberali non fecero altro che smantellare questo sistema di sicurezza sociale su cui fino a quel momento si era basata la stabilità politica e sociale del Paese. Il biennio 1986-1987 risulta particolarmente rilevante ai fini dell’analisi per almeno due ragioni. In primo luogo, da un punto di vista politico e istituzionale, fu il momento in cui, a seguito di un “colpo di stato medico”, Ben Ali arrivò al potere. In secondo luogo, da un punto di vista più strettamente economico, si diede avvio ad un vasto piano quinquennale di aggiustamento strutturale (PAS) promosso dal FMI, che mirava a trasformare definitivamente il modello di sviluppo economico tunisino, precedentemente basato sul ruolo centrale dello Stato, in un modello in cui erano le regole di mercato a giocare la parte del leone.

Il settimo piano di aggiustamento strutturale (1987-1991) aveva come principale obiettivo la realizzazione della stabilità macroeconomica e l’introduzione delle prime misure di liberalizzazione nel settore pubblico, del settore finanziario e di quello commerciale [10]. In linea con la politica di austerità promossa dall’FMI, il piano prevedeva innanzitutto una riduzione della spesa pubblica dal 5,3% del PIL nel 1986 all’1,5% del PIL nel 1991, con l’obiettivo ultimo di ridurre drasticamente il deficit di bilancio. Inoltre, vennero adottate misure miranti a limitare il ruolo dello Stato come principale investitore al fine di stimolare il settore privato. Il PAS prevedeva infatti una riduzione degli investimenti pubblici dal 25% al 21% del PIL. In aggiunta a ciò, queste misure furono accompagnate dalla liberalizzazione delle leggi sugli investimenti che deregolamentarono così il settore privato. Nel 1997, infatti, fu approvata una legge che, cercando di incentivare le imprese straniere ad investire in particolare nel settore degli idrocarburi, tentava di privatizzare un settore un tempo di competenza dello Stato.

Tale processo di trasformazione dell’economia tunisina in economia di mercato si sarebbe completata con la seconda fase di liberalizzazione, corrispondente all’ottavo piano quinquennale di aggiustamento strutturale (1992-1996). Quest’ultimo non fece altro che consolidare le misure già introdotte dal settimo PAS tramite un’ulteriore deregolamentazione legislativa del settore pubblico finalizzata ad incoraggiarne la privatizzazione, maggiori incentivi per attrarre investimenti esteri, la creazione di una borsa valori e, infine, una più accentuata integrazione dell’economia tunisina nel sistema economico internazionale [11]. Alla fine dell’ottavo PAS, gli indicatori macroeconomici raggiunsero una certa stabilità.

Tra il 1991 e il 1995, il tasso di crescita annuale del prodotto interno lordo toccò il 4,2%, il deficit di bilancio rimase al di sotto del 3% del PIL, l’inflazione scese dal 7% al 5,8%, il rapporto debito/PIL si ridusse di circa 6 punti percentuali e la bilancia dei pagamenti si equilibrò [12]. Fu sulla base di questi indicatori macroeconomici che il Fondo monetario internazionale, nel 1996, dichiarò che «despite adverse exogenous developments, including the Middle East crisis, weak economic growth in key European export markets and a severe drought, Tunisia achieved a strong economic performance during 1991-95» [13].

Tuttavia, le distorsioni e le contraddizioni dell’economia tunisina riscontrabili durante il corso degli anni 2000 erano già ben visibili alla fine degli anni ‘90. Infatti, nonostante i programmi di privatizzazione e l’accelerazione della cessione di partecipazioni di società pubbliche, alla fine dell’ottavo PAS, il settore pubblico continuava a rappresentare il 40% del valore aggiunto totale, il 54% degli investimenti fissi e il 60% delle attività delle società bancarie. Tutt’oggi il settore pubblico rappresenta il 22% del prodotto interno lordo [14]. Per questi motivi, la Tunisia e il Fondo monetario internazionale negoziarono altri tre programmi di aggiustamento strutturale tra il 1996 e il 2011, anno della Primavera Araba. Il nono (1997-2001), il decimo (2002-2006) e l’undicesimo (2007-2011) piano di sviluppo accelerarono ancor di più il processo di liberalizzazione, privatizzazione e deregolamentazione dell’economia tunisina. Questi programmi vennero accompagnati a partire dal 1999 anche dal cosiddetto “Programma di Ammodernamento”. Al fine di migliorare la competitività industriale, in particolare nel settore tessile, tale piano prevedeva un’assistenza finanziaria fornita in particolare dall’Unione Europea e finalizzata ad incoraggiare la modernizzazione tecnica e tecnologica dei processi produttivi, la riconversione delle attività e il loro adeguamento alle leggi di mercato [15]. Ancora una volta, l’obiettivo era quindi quello di integrare pienamente l’economia tunisina nel mercato mondiale migliorando la competitività del settore produttivo.

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Tunisi, Nourredine Tabousi, segretario generale del Sindacato Ugtt (ph. Alice Passamonti)

Questa prima analisi, lungi dall’essere esaustiva, vorrebbe fornire una breve panoramica delle politiche del Fondo Monetario Internazionale per mostrare il modo in cui quest’ultimo si sia concentrato principalmente sul raggiungimento della stabilità macroeconomica e dei suoi indicatori dimenticando gli effetti collaterali che tali misure avrebbero determinato nella realtà economica del Paese. Tenendo conto esclusivamente di questi ultimi indicatori, la Tunisia è apparsa nelle valutazioni delle istituzioni internazionali come un’eccezione in termini di successo economico in Medio Oriente. Tuttavia, ad un esame più attento che prende in considerazione altri fattori quali povertà, disoccupazione e disuguaglianza tra le regioni meridionali e settentrionali, risulta chiaro come queste politiche non hanno fatto altro che rendere ancora più precaria la già debole economia tunisina. La seconda parte di questa riflessione si concentra quindi sui costi sociali di queste politiche e sui fattori che alimentarono una tale miopia da parte del FMI.

Come accennato in precedenza, i risultati economici della Tunisia sono stati spesso presentati come esemplari rispetto ad altri Paesi della regione. Nel 2007, al termine della revisione annuale dei risultati di politica economica del Paese, il FMI parlò di «gestion efficace de l’économie qui lui a permis d’assurer une croissance relativement forte tout en préservant la stabilité macroéconomique, plaçant la Tunisie parmi les pays ayant la meilleure performance dans la région»[16]. Nel settembre 2010, quattro mesi prima dell’inizio delle rivolte che porteranno alla fine del regime di Ben Ali, il FMI si è congratulato con la Tunisia affermando: «Tunisia entered the crisis with strong fundamentals due in large part to past prudent policies. The authorities’ timely and adequate policy response contributed to mitigate the impact of lower external demand in 2009»[17].

Questa retorica del successo, con cui il FMI ha espresso il suo sostegno incondizionato al regime, si sarebbe rivelata molto lontana dalla realtà economica del Paese. Il fatto che le IFI si siano basate interamente su indicatori puramente tecnici per valutare la salute economica della Tunisia non solo ha messo in ombra i costi sociali delle politiche neoliberali ma ha inoltre accentuato le distorsioni proprie dell’economia tunisina. A nostro avviso, vi sono almeno tre aspetti di cui le istituzioni finanziarie internazionali avrebbero dovuto tener conto nelle loro valutazioni: il tasso di povertà, l’alto indice di disoccupazione e la presenza di un sistema economico che, basato sul clientelismo e sulla corruzione, non è riuscito a creare un ambiente economico sano basato su efficienza e competitività.

L’idea secondo la quale l’obiettivo principale delle politiche economiche avrebbe dovuto essere quello di ridurre al minimo la spesa pubblica, sia in forma di sussidi che di investimenti pubblici, mise in secondo piano altri indicatori pertinenti nella valutazione dell’indice di sviluppo di un Paese. La questione della povertà è fra questi ultimi. La politica di liberalizzazione dei prezzi delle derrate alimentari e l’abolizione dei sussidi [18], infatti, resero gli strati sociali più svantaggiati molto più vulnerabili alle fluttuazioni dei prezzi alimentari sul mercato mondiale. Poiché la Tunisia dipendeva dalle importazioni per oltre la metà del suo fabbisogno cerealicolo, quando tra il 2000 e il 2001 i prezzi dei cereali triplicarono, l’impatto sulle classi meno abbienti fu disastroso [19]. Tale vulnerabilità si acutizzò ancor di più a partire dal 2008 in ragione dell’aumento del prezzo del petrolio e di un tasso di inflazione che raggiunse il 4,2% nel 2010. Non sorprende dunque che il 45% della popolazione tunisina rappresenti quella che E. Murphy chiama «una classe media fluttuante» [20], cioè una classe media che vive con un budget di 2-4 dollari al giorno e che, essendo vulnerabile alle fluttuazioni dei prezzi del mercato mondiale, può facilmente scendere al di sotto della soglia di povertà.

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Mercato a Tunisi, crollo del potere d’acquisto, quando il boicottaggio non è più una scelta

Come già accennato, le politiche promosse dal FMI prevedevano innanzitutto una riduzione del ruolo dello Stato quale principale fornitore di posti di lavoro e servizi come l’istruzione e la sanità. Questa razionalizzazione della spesa pubblica e le politiche di privatizzazione ebbero come diretta conseguenza la creazione di un mercato del lavoro sempre più precario e incapace di offrire nuove opportunità di lavoro, in particolare per i giovani laureati [21]. In perfetta coerenza con il paradigma liberale, la nuova normativa sul lavoro incoraggiava infatti l’occupazione contrattuale a breve termine a scapito dell’occupazione a tempo indeterminato, creando così una categoria di lavoratori che, esclusi dalle trattative della classe operaia, non potevano beneficiare delle prestazioni previste dai sistemi di sicurezza sociale [22]. Si tratta di quei settori che, fino al 2000, avevano svolto un ruolo fondamentale come motore di occupazione – il settore dell’amministrazione, dei lavori pubblici e tessile – e che da questo momento persero definitivamente la loro capacità di assorbimento. Per comprendere l’entità del fenomeno della disoccupazione in Tunisia, è infatti necessario tener conto dell’elevato livello di istruzione e formazione dei giovani tunisini. Nel giro del primo decennio degli anni 2000 la percentuale di laureati è aumentata del 20%, passando dal trenta per cento degli anni ‘90 a oltre il cinquanta per cento nel 2010. Il numero di studenti è raddoppiato e, nel 2010, un terzo dei tunisini di età compresa tra i 19 e i 24 anni erano iscritti a istituti di istruzione superiore [23]. Tuttavia, questo elevato tasso di giovani laureati non poteva avvalersi dell’esistenza di un’economia e di un mercato del lavoro in grado di assorbirne l’offerta. Il settore privato, infatti, non essendo in grado di creare e offrire posti di lavoro altamente qualificati, riuscì ad assorbire solo il 5% della forza lavoro del Paese mentre il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 29 anni era del 31%, ovvero il 72% erano disoccupati (2008).

Le politiche neoliberali adottate dal regime tunisino sotto la pressione del FMI hanno quindi tradito le aspettative sociali ed economiche dei giovani tunisini poiché, focalizzandosi su obiettivi macroeconomici, non sono riuscite a garantire adeguate opportunità occupazionali a una popolazione per metà giovane e altamente qualificata. Con le parole di Bayat, «the current neo-liberal turn has failed to offer most graduates an economic status that can match their heightened claims and global dreams»[24]. Questa situazione precaria si fa ancora più drammatica se si prendono in considerazione i dati sulla disoccupazione nelle regioni interne della Tunisia. A Moularès, Mdhilla e Redeyef, le tre principali città della regione di Gafsa, nel 2008 la disoccupazione è stata rispettivamente del 38,5%, 28,4% e 26,7% [25].

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Disoccupati tunisini protestano di fronte al Ministero del lavoro, esclusi dal reclutamento della Phosphate Gafsa Company ( ph. Fethi Belaid)

La regione mineraria di Gafsa, considerata «la culla della rivoluzione tunisina»[26] rappresenta un caso esemplare nell’analisi degli effetti collaterali delle politiche neoliberali. Questa regione dimenticata dalle autorità pubbliche troppo concentrate sulle redditizie zone costiere, è stata il più importante sito di produzione di fosfati del Paese dalla fine del XIX secolo. Sin dalla scoperta dei ricchi giacimenti l’intero settore estrattivo fu monopolizzato dalla Gafsa Phosphate Company. Quest’ultima, impresa di Stato già dall’indipendenza, ha costituito fino alla crisi degli anni ‘80 il principale motore economico della regione, garantendo la quasi piena occupazione della popolazione locale, nonché la costruzione di infrastrutture e servizi [27]. Tuttavia, a partire dagli anni ‘80 in poi, i Piani di aggiustamento strutturale della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale finalizzati alla trasformazione dell’economia tunisina in una dinamica economia di mercato hanno avviato un processo che, nel corso degli anni, pose fine allo stretto legame tra l’azienda e la popolazione locale. In questi anni, la modernizzazione dell’azienda, la crescente meccanizzazione dei suoi impianti e la decisione di chiudere le miniere più profonde a favore delle miniere a cielo aperto, hanno portato ad una drastica riduzione dei suoi salariati. I piani di ristrutturazione provocarono il licenziamento del 75% dell’organico dell’azienda che passò da 14 mila dipendenti negli anni ‘80 a 5 mila nel 2008 [28].

Allo stesso tempo, tuttavia, ai tagli in seno all’azienda non corrispose un piano di ristrutturazione dell’economia della regione. Gli investimenti privati rimasero insignificanti e lo Stato centrale non elaborò alcuna politica di sviluppo atta a diversificare il modello economico della regione basato quasi unicamente sull’industria estrattiva. A ciò è necessario aggiungere due altri fattori, il primo legato alle distorsioni proprie di un’economia basata sul clientelismo, e il secondo in linea con un modello economico che favoriva le zone costiere e la zona del Sahel a discapito delle impoverite aree interne.

Le riforme neoliberali, infatti, avvantaggiarono imprenditori, professionisti e una piccola cerchia di lavoratori vicini al regime – privando il resto della popolazione del diritto al lavoro – e diedero origine ad un sistema economico totalmente iniquo che non teneva in considerazione la necessità di diversificare l’economia delle regioni interne mettendo a punto programmi di sviluppo locale.

«Une grande partie de la population a-t-elle le sentiment que le bassin minier n’a pas bénéficié de la même sollicitude de la part du pouvoir central que d’autres régions, notamment le Sahel, principal pourvoyeur en élites politiques et économiques tunisiennes» [29].
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Sede dell’Ugtt, Piazza Mohamed Ali, Tunisi

Se quanto affermato sino a questo momento può rientrare all’interno di una riflessione sulle cause profonde dei moti del 2008-2009, il fattore scatenante di questi ultimi può essere identificato nella pubblicazione da parte della società mineraria dei risultati del concorso di reclutamento di 380 operai e tecnici. Sin dal 1986, grazie ad un accordo con l’UGTT, la compagnia assumeva i lavoratori provenienti da questa stessa regione. Dal 1993, tuttavia, la quota di lavoratori assunti originari dalla zona di Gafsa si ridusse arrivando ad un esiguo 20%. Sulla base di questo nuovo accordo la compagnia si impegnava a reclutare i nuovi impiegati sulla base di «considerazioni sociali maggiori» e in particolare individui appartenenti a famiglie i cui membri erano rimasti uccisi o feriti durante l’attività di estrazione. La compagnia però venne meno alle sue promesse scatenando così l’ira della popolazione, segno di una crescente incapacità e rifiuto ad accettare lo status quo.

 «Après une période de rétention non justifiée, le samedi 5 janvier les résultats finals du processus de recrutement d’employés et de cadres à la compagnie des phosphates de Gafsa ont déclenché […] le désespoir des chômeurs de la région et de leurs familles qui doutent depuis longtemps de la transparence et de l’équité du concours. Ils considèrent que le choix porté sur des enfants de familles aisées constitue une grossière injustice eu égard à leur pauvreté. Ils ont été également étonnés de la chute brutale du nombre de postes de cadres à pourvoir qui est passé de 40 à 21. Par conséquent, de tels résultats ne peuvent que susciter colère et indignation. […] Nous considérons que les protestations populaires […] sont la réponse naturelle à la corruption, au népotisme et à la négation du principe d’égalité des chances qui doit guider le recrutement dans le secteur public»[30].

Infine, un altro aspetto, non meno importante, omesso nelle valutazioni delle istituzioni finanziarie internazionali, è quello che Nicosia chiama «economia parallela»[31]. Quest’espressione si riferisce alla particolare conformazione dell’economia tunisina, caratterizzata dall’onnipresenza dei clan Materi e Trabelsi in tutti i settori della vita sociale, economica e amministrativa del Paese e interiorizzata nel modus vivendi dei vari strati della popolazione. Un’economia basata su clientelismo e corruzione che «si pratica sotto forma di interventi quali il riferimento a conoscenze di alto livello, il non pagare le tasse, l’ottenimento di favori, l’apertura di imprese, etc.» [32]. Il regime di Ben Ali, attraverso l’economia informale, si pose quale principale motore d’impiego garantendo, tramite la propria rete familiare e tribale, la distribuzione di servizi e un illusorio benessere economico in cambio di una “temporanea” stabilità politica.

Ciò che è interessante sottolineare ai fini dell’analisi è che la nascita di questo sistema è stata resa possibile proprio dai processi di privatizzazione avviati a partire dagli anni ‘80 e in particolare dal programma di privatizzazione previsto dal piano di aggiustamento strutturale del 1987 [33]. Grazie a queste politiche, la famiglia di Ben Ali e soprattutto sua moglie, Leila Trabelsi, sono riusciti a creare veri e propri monopoli nei settori delle telecomunicazioni, dei media, dei trasporti e delle banche. Risulta chiaro allora come ciò che il FMI considerava un settore privato in crescita si è rivelato piuttosto un terzo settore in cui ai princìpi di trasparenza, indipendenza, competitività ed efficienza si è sostituita l’importanza dei legami familiari e clientelari.

Se, da un punto di vista macroeconomico, la Tunisia sembra essere sulla strada giusta in termini di stabilità economica, una riflessione più attenta mostra come queste stesse politiche abbiano comportato degli alti costi sociali per il popolo tunisino e, in particolare, per le classi sociali meno abbienti. L’attenzione concessa ad indicatori quali l’inflazione, la riduzione della spesa pubblica e il deficit di bilancio, ha reso le istituzioni finanziarie completamente miopi non solo di fronte agli alti tassi di povertà e disoccupazione, ma anche all’emergere di nuove pratiche sociali intimamente legate alla crescente importanza del settore informale gestito dalle élite al potere.

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Deauville Partnership with Arab Countries in Transition

Tuttavia, come anticipato, la storia non è stata ascoltata e anzi si sta ripetendo, o meglio, si è ripetuta. A seguito del G8 tenutosi in Francia nel 2011, infatti, è stata creata la Deauville Partnership with Arab Countries in Transition, una coalizione – composta dai Paesi del G8, Turchia, Paesi del Golfo, FMI e BM – la cui missione principale risulta essere «to support Arab Countries in Transition seeking to trace and recover significant sums of money stolen by former regimes»[34]. In altre parole, in ciò che potrebbe sembrare uno slancio di altruismo, dei grandi prestiti sono stati offerti ai Paesi investiti dalle primavere arabe. In realtà, questo aiuto ha un costo rovinoso, ossia la realizzazione di un’altra ondata di riforme neoliberali volte, ancora una volta, a ridurre il deficit di bilancio in nome di un’austerità ancora più marcata. Gli effetti, come le politiche, sono rimasti identici a sé stessi e la Tunisia ha visto il suo debito pubblico aumentare dal 41% nel 2010 al 71% nel 2018. A sua volta, ciò ha reso necessarie tutta una serie di misure, dalla riduzione della spesa pubblica all’aumento delle imposte indirette e al congelamento dei salari del settore pubblico, che ovviamente hanno avuto come prima conseguenza lo scoppio delle ultime proteste popolari.

Per concludere, questa breve ricostruzione delle politiche del FMI in Tunisia ha lo scopo di contestualizzare la riflessione sugli ultimi moti popolari tunisini all’interno di un più ampio quadro storico che prende in considerazione le politiche economiche promosse dalle Istituzioni Finanziarie Internazionali. A chi scrive, infatti, risulta chiaro il legame di causa-effetto fra, da una parte, una visione dello sviluppo limitata all’idea di crescita economica, e d’altra parte, l’esclusione della società civile dal godimento dei benefici derivanti da quest’ultima. Ho tentato di mostrare come le ricette economiche che negli anni ‘80 e ‘90 potevano essere comprese solo all’interno di ciò che John Williamson ha rinominato il “Consenso di Washington” [35] – ossia «development strategies focusing around privatization, liberalization, and macro-stability (meaning mostly price stability); a set of policies predicated upon a strong faith – stronger than warranted – in unfettered markets and aimed at reducing, or even minimizing, the role of government»[36] –  hanno messo in ombra altre visioni alternative e non puramente tecniche del concetto di sviluppo, prima fra tutte quella proposta da Joseph Stiglitz.

Dopo aver concettualizzato lo sviluppo in termini di trasformazione sociale, il premio Nobel per l’economia nel 2001 propose in più occasioni un paradigma dello sviluppo che comprendesse fra i suoi obiettivi una «amélioration de la santé et de l’éducation, développement soutenable, équitable — assurant que tous les groupes sociaux bénéficient du développement — et démocratique, assurant une participation de chacun au processus de décision»[37]. La critica sull’eccessiva tecnicità delle misure macroeconomiche promosse dalle IFI fu accompagnata, inoltre, dalla messa in questione della presunta universalità di queste misure. Le IFI hanno sin dagli anni ‘80 promosso delle soluzioni che avrebbero dovuto funzionare in ogni Paese al di là delle differenze nella situazione economica, sociale e storica. Una tale astrazione non permette certo di riflettere sulle necessità particolari di un’economia particolare. Per dirla con le parole di Stiglitz, allora: «It is not surprising that policies based on models that depart as far from reality as those underlying the Washington consensus so often led to failure»[38].

Dialoghi Mediterranei, n. 40, novembre 2019
 Note
[1] Mark Duffield, Global Governance and the new wars, Zed Books, Londra 2001: 28
[2] Jihen Chandoul, The IMF has choked Tunisia. No wonder the people are protesting,  The Guardian, disponibile al link seguente: https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/jan/17/imf-tunisia-people-rioting-2011-economic-reforms
[3] Fabrice Coffrini, Tunisie: « les réformes doivent s’accélérer » estime Christine Lagarde, Capital, disponibile al link seguente:  https://www.capital.fr/economie-politique/tunisie-les-reformes-doivent-saccelerer-estime-christine-lagarde-1269365
[4] Jihen Chandoul, The IMF has choked Tunisia. No wonder the people are protesting,  The Guardian, disponibile al link seguente: https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/jan/17/imf-tunisia-people-rioting-2011-economic-reforms
[5] S. M. Torelli, La Tunisia Contemporanea, Il Mulino, Bologna 2015.
[6] K. J. Perkins, A History of Modern Tunisia, Cambridge University Press, Cambridge 2012
[7] Leila El Houssi, Il Risveglio della Democrazia. La Tunisia dall’Indipendenza alla Transizione, Carocci Editore, Roma, ottobre 2013.
[8] R. Hinnebusch, The International Politics of the Middle East, Manchester University Press, Manchester 2015
[9] J. Chandoul, Tunisia and IMF: Transitional Injustice, Arab NGO Network for Development, 2017.
[10] E. C. Murphy, Economic and Political change in Tunisia. From Bourguiba to Ben Ali, Macmillan, London 1999.
[11] Ibidem
[12] International Monetary Fund, Tunisia – Recent Economic Developments, IMF Staff Country Report No. 96/27, 1996, disponible au lien suivant: https://www.elibrary.imf.org/doc/IMF002/07528-9781451837735/07528-9781451837735/Other_formats/Source_PDF/07528-9781463912727.pdf
[13] Ibidem
[14] Ciò è dovuto in particolare al potere di cui disponeva l’UGGT nel corso degli anni ’90. E. C. Murphy, Under the Emperor’s Neoliberal Clothes! Why the International Financial Institutions Got it Wrong in Tunisia, in N. Gana, The Making of Tunisian Revolution. Context, Architects, Prospects, Edimburgh University Press, Edimburgh 2013.
[15] Bureau de Mise à Niveau, Le décret n° 99-2741 du 6 septembre 1999, disponible au lien suivant : http://www.pmn.nat.tn/cadre-du-pmn/cadre-institutionnel/decret-99-2741-6-septembre-1999
[16] IMF, Déclaration de la mission du FMI sur les consultations de 2007 au titre de l’article IV avec la Tunisie, Communiqué de presse n° 07/121. Disponibile al link seguente: https://www.imf.org/fr/News/Articles/2015/09/14/01/49/pr07121
[17] IMF, Tunisia: 2010 Article IV Consultation—Staff Report; Public Information Notice on the Executive Board Discussion; and Statement by the Executive Director for Tunisia, IMF Country Report No. 10/282, settembre 2010, disponible al link seguente : https://www.imf.org/external/pubs/ft/scr/2010/cr10282.pdf
[18] -L’87% dei prezzi alimentari in Tunisia è deregolamentato
[19] E. C. Murphy, Under the Emperor’s Neoliberal Clothes! Why the International Financial Institutions Got it Wrong in Tunisia, in N. Gana, The Making of Tunisian Revolution. Context, Architects, Prospects, Edimburgh University Press, Edimburgh 2013.
[20] Ibidem P. 42.
[21] Chaker, S. Impacts Sociaux de l’Ajustement Structurel : Cas de la Tunisie, Nouvelles Pratiques Sociales, 10, (1) : 151-162.
[22] M. Zayani,  Networked publics and digital contention. The politics of everyday life in Tunisia, Oxford University Press, New York 2015.
[23] Ibidem
[24] A. Bayat, A new arab street in Post-islamist times, Heinrich Böll Stiftun, 2011. Disponibile al link seguente: https://www.boell.de/sites/default/files/perspectives_middle_east_issue_2.pdf
[25] E. C. Murphy, Under the Emperor’s Neoliberal Clothes! Why the International Financial Institutions Got it Wrong in Tunisia, in N. Gana, The Making of Tunisian Revolution. Context, Architects, Prospects, Edimburgh University Press, Edimburgh 2013.
[26] Nolwenn Weiler, A Gafsa, berceau de la révolution, les richesses s’en vont, la pollution reste, disponibile al link seguente : https://www.bastamag.net/A-Gafsa-berceau-de-la-revolution
[27] Nolwenn Weiler,  A Gafsa, Berceau de la Révolution, les Richesses s’en Vont, la Pollution Reste, Disponibile al link seguente: https://www.bastamag.net/A-Gafsa-berceau-de-la-revolution .
[28] S. Zemni, From Socio-Economic Protest to National Revolt : The Labor Origins of the Tunisian Revolution, in N. Gana, The Making of Tunisian Revolution. Context, Architects, Prospects, Edimburgh University Press, Edimburgh 2013.
[29] Larbi Chouikha et Éric Gobe, La Tunisie entre la “ révolte du bassin minier de Gafsa ” et l’échéance électorale de 2009, ResearchGate 2009, disponibile al link seguente: https://www.researchgate.net/publication/32221181_La_Tunisie_entre_la_revolte_du_bassin_minier_de_Gafsa_et_l’echeance_electorale_de_2009
[30] Ibidem
[31] B. Hibou, La Force de l’Obéissance. Économie Politique de la Répression en Tunisie, La Découverte, Paris 2006.
[32] Ibidem
[33] E. C. Murphy, Under the Emperor’s Neoliberal Clothes! Why the International Financial Institutions Got it Wrong in Tunisia, dans N. Gana, The Making of Tunisian Revolution. Context, Architects, Prospects, Edimburgh University Press, Edimburgh 2013.
[34] Asset Recovery and the G8 Deauville Partnership with Arab Countries in Transition, Uk.Gov disponibile al link: https://www.gov.uk/government/news/asset-recovery-and-the-g8-deauville-partnership-with-arab-countries-in-transition
[35] L’espressione “Consenso di Washington” è stata coniata nel 1989 dall’economista americano John Williamson. Vedi a questo proposito: J. Williamson, A Short History of the Washington Consensus,
[36] J. E. Stiglitz, THE POST WASHINGTON CONSENSUS CONSENSUS, The Initiative for Policy Dialogue.
[37] J. E. Stiglitz citato in: G. Abraham-Frois et B. Desaigues, Du « consensus de Washington » au « consensus Stiglitzien », Revue d’économie politique 2003/1 (Vol. 113) : 4.
[38] J. E. Stiglitz, Information and the Change in the Paradigm in Economics, he American Economic Review, Vol. 92, No. 3, (Jun., 2002): 485.

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Lisa Riccio, ha conseguito il titolo di Laurea in Lingue e Comunicazione, con focus sulla lingua inglese e araba, presso l’Università di Cagliari discutendo una tesi sul ruolo dei social network nella rivoluzione tunisina del 2011. Ha vissuto un periodo di quattro mesi in Marocco al fine di conseguire un certificato di lingua araba e attualmente studia e lavora a Londra in vista del completamento dei suoi studi in Relazioni Internazionali del Medio Oriente.

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