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Con la vela latina nel mare di Sicilia. Appunti dall’Atlante Linguistico Mediterraneo (ALM)

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Fig. 1 Sardara

di Giovanni Ruffino

Nel capitolo su “Barche e attrezzi da pesca” che Giuseppe Pitrè – il più grande studioso della vita tradizionale in Sicilia – dedicò alle attività marinare, la vela latina è menzionata una sola volta, precisamente quando si parla della tartana «barca da carico e pescareccia ad un solo albero a calcare e ad una vela latina»[1]. In verità la situazione era diversa, come risulta anche da ricostruzioni accurate di barche a vela, compiute in questi ultimi tempi e di cui mostrerò qualche esempio. Inoltre, poiché l’ALS (Atlante Linguistico della Sicilia) [2] riduce al minimo la sezione “Alberatura e velatura”, qualche informazione ho potuto ricavare dalle risposte al Questionario dell’Atlante Linguistico Mediterraneo (ALM)[3] nei cinque punti siciliani (Lipari, Porticello, Mazara del Vallo, Pantelleria e Acitrezza) nonché dalle risposte maltesi. Il questionario dell’ALM contiene una non grande sezione dedicata all’ALBERATURA e alla VELATURA (quesiti 325-363). Ma le domande specifiche sono 18:

346. la velatura

347. la vela

348. la vela latina

349. la vela aurica, quadra, di randa

350. il fiocco

351. i ferzi

352. l’antennale

353. le bugne

354. la penna (della vela latina)

355. issa, alza le vele!

356. spiega, apri le vele!

357. imbroglia le vele!

358. Bisogna raccogliere le vele

359. ammaina, cala le vele!

360. le vele sono in filo, fileggiano

361. il gratile (corda che orla la vela)

362. lo straglio (cavo che sostiene gli alberi della parte di prua)

363. il terzarolo

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da Filippo Castro, Materiali e ricerche dell’ALS

La sezione successiva contiene dodici quesiti sul CORDAME (364-375):

364. il cordame

365. il cavo

366. la gomena

367. la cima

368. lo spago

369. il merlino (cordicella)

370. i matafioni (del terzarolo)

371. il nodo

372. il nodo di bolina, scorsoio

373. il nodo piano

374. la piombatura di corde

375. la redancia (anello per il passaggio dei cavi).

L’ampia parte dedicata a NAVIGAZIONE e MANOVRE contiene appena quattro quesiti di interesse velico:

143. e sa veleggiare

168. orza!

169. poggia!

170. vira di bordo!

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da Filippo Castro, Materiali e ricerche dell’ALS

Le risposte nei cinque punti siciliani (con frequenti riferimenti a Malta) presentano complessivamente una distribuzione uniforme, all’interno della quale emergono casi particolari, talvolta un po’ ambigui, che voglio qui segnalare.

Risposte uniformi sono relative alle denominazioni dei principali tipi di vela:

- la VELA LATINA è a vila latina in tutti i punti siciliani dell’ALM (e a Malta il-latin), e LA VELA AURICA, QUADRA, DI RANDA presenta compattamente ranna (a Malta randa) in tutti i punti di rilevamento, e così IL CARRO, dappertutto caru; I FERZI sempre fersi, fierzi; LE BUGNE sempre scotta.

Una sola variazione si ha in corrispondenza alla domanda IL TERZAROLO, come si osserva nel seguente riepilogo:

IL TERZAROLO

Lampedusa: trizzaloru

Lipari: trizzalora

Porticello: trizzaluora

Mazara del Vallo: trizzalori

Pantelleria: matasciuni

Acitrezza: trizzalori

Malta: tinzlor

Dove matasciuni corrisponde all’it. matafioni, che però è cosa diversa rispetto ai terzaroli.

 Per quanto riguarda la risposta alla domanda

L’ALBERATURA

Lampedusa: àrbuli

Lipari: alberi

Porticello: stragli

Mazara del Vallo: avvulatura

Pantelleria: arbulami

Acitrezza: àbburu

Andrebbe chiarita la ragione per la quale l’informatore di Porticello (presso Palermo) definisce ṣṭṛagli l’alberatura (termine che non può che corrispondere a it. strallo).

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da Filippo Castro,  Materiali e ricerche dell’ALS

Una maggiore variazione presentano invece altri concetti. Per esempio:

IL PIEDE DELL’ALBERO

Lampedusa: sgassa

Porticello: piruzzu

Mazara del Vallo: peri r’àvvulu

Pantelleria: scazza

Acitrezza: miccia

Malta: denp

con alcune forme corrispondenti a it. scassa, che però è altra cosa, cioè l’apertura del ponte in cui viene fissato il piede dell’albero. Problematica la spiegazione di miccia, che propriamente indica il dente di calettamento. A Malta denp è un arabismo.

Va osservato che il termine sgassa, scazza, scassa, sgazza ritorna più appropriatamente alla domanda specifica LA MASTRA, cioè il foro d’incastro dell’albero.

Alla domanda IL POMO DELL’ALBERO corrispondono le seguenti risposte:

Lampedusa: pumu

Lipari: punta i l’àlburu

Mazara del Vallo: fummaggetta

Pantelleria: galletta

Malta: galletta

Oltre ai tipi generici di Lampedusa e Lipari, si segnalano i corrispondenti siciliani dell’it. formaggetta con il sinonimo it. galletta, anche a Malta. E ancora:

IL FIOCCO

Lampedusa: fioccu

Lipari: billaccuni

Porticello: bullaccuni

Mazara del Vallo: pilaccuni

Pantelleria: fioccu

Acitrezza: ancilettu

Malta: flocc, pallaccun

A parte l’isolato ancilettu (traslato rifatto su àncilu ‘angelo’), tutti i punti presentano i due termini italiani fiocco e polaccone (e Malta entrambi).

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Fig. 2 Sardara

Al di là delle poche indicazioni emerse dalle risposte dell’Atlante Linguistico Mediterraneo, la mia competenza di vela latina (e in genere di navigazione a vela) si limitava, dunque, all’accenno del Pitrè e alle poche risposte ai quesiti del Questionario dell’ALM, peraltro non sempre chiari.

L’utilizzazione delle vele e del complesso apparato di attrezzi e strumenti, nonché le tecniche della navigazione con propulsione velica, risultano assai impegnative e complicate anche per i moderni pescatori, tanto che, come si è detto, nel Questionario dell’Atlante Linguistico della Sicilia, messo a punto pochi anni fa, non figurano domande sulla navigazione a vela, ormai non più praticata per le attività pescherecce.

Mi sono dunque documentato parlando con vecchi pescatori della Sicilia occidentale – in particolare del luogo marinaro nel quale vivo, Terrasini – e conversando anche con uno dei maggiori esperti siciliani di barche tradizionali, l’amico Filippo Castro, collaboratore dell’Atlante Linguistico della Sicilia da me diretto, nella cui collana dei “Materiali e ricerche” ha pubblicato due bei volumi con le straordinarie immagini dei modelli di barche siciliane, da lui stesso realizzati e di cui qui mostrerò alcuni esemplari [4].

Accennerò, dunque, ad alcune barche tradizionali siciliane a vela latina e tenterò poi di soffermarmi su un paio di tali imbarcazioni. Mostro alcuni modelli ricostruiti da Filippo Castro per il volume 37 dei “Materiali e ricerche” (cfr. nota 4).

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Fig. 3 Paranzella

Il primo esempio è quello della sardara (detta anche vàicca luonga) della costa siciliana nord-occidentale (fig. 1). È impiegata nella pesca con la menaide (o tratta) ed è a propulsione remo-velica (4 banchi di voga e vela latina). La lunghezza media di queste imbarcazioni era di 8/10 metri. È interessante il nome vàicca r’a Maiddìa che a Capaci veniva dato a questo tipo di barca per sottolineare la vocazione migratoria verso le coste della Tunisia. In questa immagine risaltano le forcelle per l’alloggio dell’antenna in due sezioni (carro e penna) e i piccoli cunei anteriori (caiccagniuoli) in funzione di gradini per agevolare la salita a bordo. Ed ecco ancora una prospettiva dall’alto con la disposizione dei banchi di voga e i corridoi laterali (fig. 2).

Un’altra imbarcazione a vela latina era la paranzella (fig. 3), particolarmente diffusa nel catanese e lungo la costa orientale e meridionale dove veniva chiamata paranzetta e ragna, adibita alla pesca, lunga circa 12 metri. L’armamento era costituito da una vela latina (vila ranni) su albero a calcese e un fiocco (billaccuni), che in caso di venti deboli poteva armare vele supplementari. Poiché l’imbarcazione era fornita di vele di rispetto più piccole, quella grande non aveva terzaroli; quando il vento era più teso si abbassava un poco l’antenna in modo che la vela prendesse meno vento, e se il vento aumentava, si armavano vele più piccole; una di queste era la viletta o sampietra, la cui antenna era tenuta di riserva in coperta; l’altra, ancora più piccola, era chiamata cicalora. Per quanto riguarda la vela latina, sia l’angolo inferiore prodiero, sia quello della penna, in alto, erano dotate di gasse di cavo, che si adattavano al diametro delle rispettive sezioni di antenna; a quel punto si stroppavano.

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Fig. 4 Baccuzza paciota

Rimaniamo nella parte orientale della Sicilia, per la precisione nello Stretto di Messina, in un villaggio marinaro di nome Pace. La barca, che è un piccolo gozzo di 5-6 metri, è nota come baccuzza paciota e veniva usata per la pesca costiera, con la sciabica, con reti da posta e col palangrese (fig. 4).

Questa piccola imbarcazione messinese ci introduce alla grande famiglia dei gozzi, che nelle varietà dialettali siciliane possono essere denominati buzzu, uzzu, gozzu, luzzu, vuzzu, bbuzzettu, uzzareddu, luzzu a Malta.

Accennerò ad alcune tipologie di gozzi armati con vela latina: il gozzo trapanese (buzzu) e due esemplari di gozzo di marinerie nei pressi di Palermo. Accennerò anche al buzzettu siracusano, dotato però di una vela a tarchia.

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Fig. 5 Buzzu trapanese

Il buzzu trapanese era un tipo di imbarcazione da pesca a remi e a vela, lunga dai 6 agli 8 metri (fig. 5). Pescava tra la costa estrema occidentale e le Egadi e talvolta nel Canale di Sicilia. La pesca era principalmente quella con le nasse, ma anche col palangrese e la sciabica. Il buzzu trapanese armava una vela latina e un fiocco su un albero fortemente inclinato verso prora, posto su una scassa posizionata a una decina di centimetri a proravia. La vela principale era inferita ad una lunga antenna in due sezioni tenute insieme da due distinte legature eseguite con capiḍḍi (cavetti) di canapa. In un’imbarcazione da 6 metri l’antenna raggiungeva i 10 metri di lunghezza. L’impiego di un’antenna così lunga era possibile perché il calcese dell’albero si trovava molto avanti e l’asta assumeva una posizione più rialzata; per di più, l’angolo di scotta cadeva quasi direttamente sul dritto di poppa, mentre quello anteriore prodiero partiva dalla ruota di prora. Si può quindi immaginare l’enorme spinta che la tela doveva imprimere allo scafo. Una volta inferita, la vela veniva agghinnata, ossia raccolta intorno all’antenna per mezzo di matafioni (mataciuna). Sospesa all’albero a circa metà altezza con u ciuncu azzuppatu ntô tagghiuni (con la cima di ritorno dal paranco della drizza serrata sul suo bozzello inferiore), con le manovre (trozza, curuna, ozza a ppiua, ozza a ppuppa) al proprio posto, erano pronte per la partenza.

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Fig. 6 Buzzettu siracusano

A bordo si portavano tre vele: quella del bel tempo o vila ranni; la media o viletta, dall’antennale ancora più corto ma provvista, come quella grande, dei due terzaroli; la piccola o manciaventu che si armava solo in caso di venti di burrasca sulla sola penna, rinforzata in questo caso dalla pìrgula, una verga lunga al massimo 5 metri. Alla partenza si armava pure il fiocco o pilaccuni la cui manovra inferiore faceva capo ad una redancia metallica stroppata all’estremità esterna dall’asta (stasu). I fiocchi potevano anche essere due, uno grande di buon tempo e uno piccolo di emergenza. I pareri sulla funzionalità del pilaccuni sono discordi; chi non è d’accordo, afferma che il buzzu deve putiggiari senza pilaccuni.

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Fig. 7 Uzzu i cannila

Durante la navigazione, quando l’antenna si trovava sottovento rispetto all’albero, si diceva che la barca navigava mmila; nel momento in cui si rivissava (si cambiava mura) per prendere il vento dall’altro bordo e l’antenna, essendo sopravento, premeva sull’albero, si diceva che era sdossu, che la barca navigava ô sdossu.

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Fig. 8 Uzzareddu

Sul versante opposto della Sicilia, quello sud-orientale (fig. 6), il gozzo siracusano – buzzettu, buzzittulu – impiegato per la pesca con le nasse o il palangrese (conzu), arma una velatura mista caratterizzata principalmente da una vela a tarchia (vila tunna), utilizzata soprattutto con venti freschi. In caso di buon tempo si poteva innestare l’alberetto e si armavano le altre vele, i fiocchi (billaccuni i vientu e billaccuni i bunazza) e la vila a ccàccia o vila a ccazzu, dalla forma di un triangolo rettangolo.

Per concludere, la vela latina ritorna in due gozzetti di circa 5 metri della costa settentrionale a ovest di Palermo: il cosiddetto uzzu i cannila (fig. 7) (cioè dotato di specchio per l’esplorazione del fondale) e un uzzareddu non dotato di corridoi laterali, usato per la pesca con le nasse (fig. 8).

14Mi piace però concludere questo mio contributo, mostrando una suggestiva immagine del paese in cui vivo, Terrasini, sulla costa tra Palermo e Trapani. Nella foto che risale a circa ottant’anni fa, si vede un bambino che, dall’alto della costa, osserva tre gozzi armati con vela latina, mentre rientrano nella piccola rada che ospitava le barche da pesca – gozzi e lance – prima della costruzione del porticciolo.

Dialoghi Mediterranei, n. 40, novembre 2019
Note

[1] G. Pitrè, La famiglia, la casa, la vita del popolo siciliano, Palermo 1912: 394.
[2] Si veda il Questionario dell’ALS in G. Ruffino e E. D’Avenia, Per un vocabolario-atlante della cultura marinara in Sicilia. Appunti e materiali, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo 2010.
[3] Si veda il “Bollettino” dell’Atlante Linguistico Mediterraneo, 1, 1959: 25-94. I materiali raccolti per l’ALM in Sicilia, sono pubblicati in G. Ruffino, Il dialetto delle Pelagie e le inchieste dell’Atlante Linguistico Mediterraneo in Sicilia, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo 1977. L’Atlante Linguistico Mediterraneo, le cui inchieste spaziano dalla Penisola Iberica al Mar Nero, è tuttora inedito. Negli ultimi anni, grazie ad un Comitato internazionale costituitosi per iniziativa del Centro di studi filologici e linguistici siciliani e della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, è ripreso il lavoro per una moderna edizione della grande impresa geolinguistica (si veda tra l’altro G. Ruffino, Per l’Atlante Linguistico Mediterraneo, in “Bollettino” del Centro di studi filologici e linguistici siciliani, 25, 2014: 485-487).
[4] F. Castro, Pescatori e barche di Sicilia. Studi e modelli, “Materiali e ricerche dell’ALS” 35, Palermo 2014; Id., Pescatori e barche di Sicilia. Organizzazione, tecniche, linguaggio, “Materiali e ricerche dell’ALS” 38, Palermo 2018.

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Giovanni Ruffino, ha insegnato Linguistica italiana nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo, di cui è stato Preside dal 1998 al 2007. Il suo prevalente impegno scientifico è rivolto alla dialettologia, alla geografia linguistica, alla sociolinguistica e alla lessicografia. È direttore del Centro di studi filologici e linguistici siciliani e responsabile del progetto ALS – Atlante Linguistico della Sicilia – , nonché promotore e fondatore dell’“Archivio delle parlate siciliane”.  È componente del Comitato scientifico della “Rivista Italiana di Dialettologia (Bologna) e di “Geolinguistique” (Grenoble). Dal 2017 è accademico ordinario delll’Accademia della Crusca. Autore di numerose pubblicazioni, ha recentemente dato alle stampe un Profilo linguistico della Sicilia e con Roberto Sottile Parole migranti tra Oriente e Occidente.

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