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Trent’anni di arte e storia mediterranea in una rivista siciliana di studi e ricerche

01-copertina-del-n-25di Luigi Lombardo 

I “Quaderni del Mediterraneo”, direttore il prof. Paolo Giansiracusa, sono arrivati al 25° numero e al 30° anno dalla fondazione. Non è agevole per una rivista cartacea raggiungere questi traguardi, facili apparentemente. Sappiamo, o a volte solo intuiamo, i sacrifici che comporta dirigere una rivista, sia essa cartacea sia essa on line, come questi “Dialoghi Mediterranei” diretti da Antonino Cusumano, a cura dell’Istituto Euroarabo. C’è l’apporto di tanti, amici, colleghi, corrispondenti, studiosi più o meno accademici, e poi c’è una sola persona a coordinare, ordinare, editare il tutto; a prendersi le responsabilità, a sostenere il peso delle critiche, a riscuotere al contempo l’apprezzamento dei lettori, beneficiati da tanta scrittura di qualità. Paolo Giansiracusa esercita un impegno pluridecennale per mobilitare l’interesse delle nuove e vecchie generazioni, rinfocolare la linfa del sapere capace di spaziare in tutti i campi.

Il periodico di Paolo Giansiracusa ha il taglio storico-artistico e architettonico, che, tuttavia, non lesina intrusioni nell’antropologia culturale, nella storia del costume, nella ricerca archivistica. Il n° 25 ne è un esempio. Uscito a poca distanza dal 24° numero, celebra il trentennale dei Quaderni. Il primo numero infatti è uscito nel 1993, e non poteva non “celebrare” il trecentesimo anniversario del Terremoto del 1693 con una serie di articoli su alcune località colpite dall’orribile sisma. L’approccio storico artistico della Rivista è già delineato. Ma di volta in volta il Direttore ha introdotto “pezzi” con argomenti ispirati a temi della cultura popolare: sui Presepi in Sicilia, per esempio, o sulla Pietra da taglio del Sudest della Sicilia.

Le vele dello Xifonio, opera di R. Froiio

Le vele dello Xifonio, opera di R. Froiio

Insomma i “Quaderni” hanno assunto nel tempo una sorta di benefico, salutare “enciclopedismo”, di cui non possiamo che essere grati al direttore: enciclopedismo che è varietà di temi e di approcci scientifici, giammai approssimazione, ostentazione nella superficialità.

Il numero 25 conferma questa tendenza, affinatasi nel tempo, orientandosi verso la sempre crescente attenzione nei confronti di alcune apporti scientifici che si fondano su rigorose ricerche di Archivio. Tale è ad esempio, nel n° 25, l’articolo di Lidia Messina su “Le prigioni del castello vetus di Lentini e la famiglia Gargallo”; o l’intervento del valente “archivista” Andrea La Rosa su “Investigatio historica…”, un lunghissimo testo infarcito, a renderlo appetibile, di decine di documenti in gran parte provenienti dall’Archivio di Stato di Siracusa. Stessa impostazione metodologica presenta l’articolo di Salvatore M. Calogero su “Il fercolo settecentesco di Santa Barbara di Paternò”; o ancora un articolo di L. Messina su “Il monachesimo benedettino a Lentini”. Paolo Di Naro, nuovo arrivato tra la schiera di frequentatori-utenti degli archivi siciliani, scrive con pari metodologia su “Da ‘Santa Maria di Soleto’ a ‘Maria ss.ma della Neve”. Leggende e attribuzioni di un dipinto francofontese”.

Bacolo di pastorale da Troina, sec. XV

Bacolo di pastorale da Troina, sec. XV

L. Lombardo si occupa di un “piccolo” errore del padre Rotolo, specialista netino di studi antonelliani, circa un episodio della vita del grande Antonello da Messina a Noto. Qui il pittore messinese si trovava tra il 1471 e il 1474 per consegnare un gonfalone, di cui oggi non vi è traccia, e al contempo prendere nuovi impegni, tra cui probabilmente un primo contratto per dipingere la famosa “Annunciazione” di Palazzolo Acreide.

Tra i documenti, pubblicati dallo studioso, uno ve ne è dove, secondo il Rotolo, Antonello acquista una mula da un giudeo. Una più attenta lettura ha consentito allo scrivente di precisare che l’acquirente non era Antonello ma un Antonio de Manna, “Sutor”, cioè sarto; il nostro bravissimo, per altro, studioso “antonelliano”, preso probabilmente da entusiastica foga “antonelliana” ha scambiato “(La) Manna” per “Messana”, “pictor” per “sutor”: il desiderio gioca brutti scherzi! Per il resto sono confermati i grandi meriti del padre Rotolo nell’ambito degli studi sul pictor messinese. Nello stesso articolo l’autore si sofferma sul contesto in cui operò Antonello a Noto e i vari contratti che in un breve spazio contrasse nella capitale del Val di Noto.

Paolo Giansiracusa, direttore della rivista, è presente con tre articoli di calibro e spessore: uno studio su “Abraham Mignon” e una sua “Natura morta come allegoria della cena eucaristica”. L’articolo presenta una serie di foto di un quadro bellissimo che raffigura appunto la Cena eucaristica, rappresentata realisticamente con grappoli d’uva e un calice. L’opera, qui commentata sapientemente dal Giansiracusa, fa parte di una collezione privata e credo sia qui vista per la prima volta a gioia del lettore che potrà “gustare” i grappoli d’uva, dipinti con uno sconvolgente realismo, che certamente permetterà a studiosi ampelografici di riconoscere i vitigni rappresentati!

Ancora Paolo Giansiracusa ci offre altri articoli e corrispondenti originalissimi studi. Il primo riguarda il pastorale e il bacolo di Troina, attribuito dallo storico al periodo aragonese per le somiglianze con altri consimili bastoni datati e attribuiti.

Il seppelllmento di santa Lucia, di Caravaggio

Il seppelllmento di santa Lucia, di Caravaggio

E come non poteva e doveva il nostro fecondo Direttore non tornare ad occuparsi del Caravaggio “siracusano”, dopo la immane battaglia condotta da lui e da altri temerari studiosi a difesa del “Seppellimento di S. Lucia” che il Merisi dipinse nel 1608 per la chiesa di fondazione reale e beneficiata dai Re di Sicilia chiamata comunemente S. Lucia al Sepolcro”, nota anche come S. Lucia extra Menia? E lo fa spingendosi oltre il possibile, e oltre il visibile direi, nella lettura del quadro, ipotizzando una doppia, se così possiamo dire, presenza di Lucia: la morta e il suo alter ego in mistica contemplazione, che altri non sarebbe che il giovane chierico con veste verde, il colore della città. Un colpo di scena: Lucia è viva e non è che un essere perfetto asessuato: un androgino, eternamente e assolutamente, asessuato e per questo la sintesi della stessa vita indistinta, non ancora sprofondata nel peccato originale. Lo storico dell’arte si fa antropologo e, chissà, magari ha letto l’Androgino di Elemire Zolla, o l’altro e più datato capolavoro di M. Eliade [1] Mefistofele e l’androgine? Scrive Giansiracusa (facendoci sobbalzare con sorpresa e meraviglia):

«Il chierico che guarda Lucia […] è la stessa Lucia, quella risorta per la sua fede e per l’estremo sacrificio. Caravaggio non avrebbe mai dipinto Lucia risorta che guarda gli occhi di chi è morta disposti in un piattino. Dipinge invece un androgino; il suo pennello ha generato un nuovo angelo che, dopo aver perduto le caratteristiche terrene assurge alla dimensione di chi punta all’empireo divino».  Spunti di riflessione ne solleva tanti, lo storico dell’arte, ma lasciamo al lettore le riflessioni [2].

Crocifissione att. a Van Dyck

Crocifissione att. a Van Dyck

Superati i brividi della scansione del Seppellimento con strumenti attinti dal mito greco, il Giansiracusa conclude i suoi saggi con un’incursione nelle opere del Van Dyck, analizzando un quadro preparatorio al grande Crocifisso conservato a Napoli al Museo Capodimonte. Il quadretto modello del capolavoro del Van Dyck ci conferma che gli artisti eseguivano dei bozzetti per sottoporli ai committenti e ricevere la loro approvazione. L’opera modello o bozzetto è di collezione privata e qui per la prima volta analizzato ed attribuito!

Davide Pappalardo descrive in un pregnante articolo il “Crocifisso ‘nero’ nel santuario del Signore della città di Caltanissetta”. Quante volte a noi etnografi è capitato di incontrarlo nei riti della Settimana Santa di Caltanissetta, processionato e “lodato” dai cantori delle confratrie nissene. Il “Signore della città” è analizzato tra “Storia e leggenda” in un bel capitoletto che si presta a svariate considerazioni.

Il numero si chiude con la recensione di installazione dell’architetto-artista Rocco Froiio dal titolo “Le vele dello Xifonio”, realizzate per l’area commerciale del porto di Augusta. L’opera di grande dimensione fa da contraltare ad uno spazio urbano altrimenti anonimo e straniante. Le “Vele” di Froiio sono un omaggio alla città marinara e ai suoi naviganti, e «mette in risalto i valori della storia, delle tradizioni, le linee di sviluppo del divenire e il sentimento dell’accoglienza».

21-alcuni-numeri-dei-quaderniL’ultimo articolo, breve e intenso, è un accorato omaggio di Paolo Giansiracusa alla memoria del fotografo Giuseppe Leone (1936-2024). Iniziò a 14 anni a fotografare e a lavorare nello studio del maestro Antoci di Ragusa. «Gli piacque fin dall’inizio catturare il moto, il dinamismo dei mezzi meccanici come il treno, e il procedere umano per i campi, per le feste, al pascolo. Celebre è la sua foto in cui fissa sulla pellicola una locomotiva a vapore che attraversava il ponte san Leonardo, con lo sfondo scenografico di Ibla [Ragusa]». Giansiracusa ricorda che Leone, chiamato dal maestro Sciavarrello perché insegnasse all’Accademia di Belle Arti, rispose all’invito con un no, che era affermazione di indipendenza e libertà. Paolo fu testimone all’incontro e ne rimase esterrefatto. Io potrei aggiungere, assai modestamente, che i veri primi passi il Leone li compì a Palazzolo, alla “Corte” di A. Uccello per il quale lavorò per alcuni anni (gratis et amore dei, come tutti noi), ma se ne staccò malamente e con parecchio rancore, cosa che sorprese tutti.

Egli era uno spirito libero, nel senso vero del termine, pur dovendo tanto della sua “fama” a Leonardo Sciascia, a Gesualdo Bufalino, a Piero Guccione: il resto lo fece la sua arte, il suo attaccamento, fino alla morte, alla pellicola, all’analogico, al lavoro artigianale e creativo. Fino all’ultimo più che fotografare, volle “dipingere” col suo obiettivo e con la sua macchina, che raramente cambiava con modelli più nuovi.

«Dal 17 aprile di quest’anno [2024] – conclude Giansiracusa – è diventato fotografo del cielo e del palpito dell’infinito. Ci lascia un patrimonio immenso di documenti fotografici, da custodire con rigore, in cui sono registrati il mutamento dei luoghi urbani e la trasformazione della società isolana» 

Dialoghi Mediterranei, n. 74, luglio 2025
Note
[1] M. Eliade, Mefistofele e l’androgine, Roma, Edizioni mediterranee, 1962.
[2] Cfr. P. Giansiracusa, Il Caravaggio a Siracusa. 1608, Siracusa, Tyche, 2017. In questo saggio lo storico dell’arte lancia l’idea della corrispondenza “tematica” ed iconografica tra la S. Lucia del polittico conservato nella chiesa di S. Martino a Siracusa e il giovane “diacono” stante con le dita incrociate, secondo una postura assai diffusa nel Meridione in occasione di compianti funebri. 

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Luigi Lombardo, già direttore della Biblioteca comunale di Buccheri (SR), ha insegnato nella Facoltà di Scienze della Formazione presso l’Università di Catania. Nel 1971 ha collaborato alla nascita della Casa Museo, dove, dopo la morte di A. Uccello, ha organizzato diverse mostre etnografiche. Alterna la ricerca storico-archivistica a quella etno-antropologica con particolare riferimento alle tradizioni popolari dell’area iblea. È autore di diverse pubblicazioni. Le sue ultime ricerche sono orientate verso lo studio delle culture alimentari mediterranee. Per i tipi Le Fate di recente ha pubblicato L’impresa della neve in Sicilia. Tra lusso e consumo di massa (2019); Taula matri. La cucina nelle terre di Verga (2020); Processo a Cassandra (2021); Taula matri. Il vino del Sudest Sicilia (2023); Taula matri. L’olio degli Iblei (2024).

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