Stampa Articolo

Tra “Artisti di Sicilia”. La mia esperienza a Palazzo Sant’Elia

copertina di   Roberta Cortina

Nel cuore del capoluogo siciliano, in fondo alla storica via Maqueda, tra la stazione centrale e i Quattro Canti, sorge un imponente palazzo di origine tardo-cinquecentesca, in origine dimora nobiliare del marchese di Santa Croce e Trigona di Sant’Elia ed oggi sede dell’omonima fondazione a vocazione culturale. Ho trascorso il mese di novembre tra le sue splendide sale e gli sfarzosi ambienti di aspetto settecentesco, prestando attività di volontariato per la Fondazione Sant’Elia, in occasione della mostra itinerante Artisti di Sicilia. Da Pirandello a Iudice, a Palermo fino al 26 dicembre.

Questa esposizione di arte moderna e contemporanea conta più di 200 opere, tra pitture, sculture, fotografie e proiezioni videografiche dei più illustri ed interessanti artisti siciliani. La carrellata artistica, lunga un secolo, si snoda tra il piano nobile e quello superiore di Palazzo Sant’Elia, proiettando il visitatore in una dimensione storico-temporale che va dai primi decenni del Novecento al 2014, ma che si può estendere ulteriormente se si considerano pavimentazioni, affreschi e architetture dell’edificio che la ospita.

Palermo, Palazzo Sant'Elia

Palermo, Palazzo Sant’Elia

L’allestimento è in parte cronologico, in parte tematico. Con queste parole il critico d’arte Vittorio Sgarbi, curatore della mostra, ne racchiude il senso:

«Un secolo di arte siciliana vuol dire, in larga misura, un secolo di arte italiana. Non è lo stesso per quasi nessun’altra regione, non per l’Emilia Romagna, nonostante Morandi e De Pisis; non per la Toscana, nonostante Soffici e Rosai; non per Roma, nonostante le due scuole romane. La Sicilia del Novecento, sia in letteratura sia nelle arti figurative, ha dato una quantità di artisti e scrittori che hanno contribuito in modo determinante a delineare l’identità prevalente della cultura italiana. […] Tante vite, tante esperienze al centro del mondo in una isola fuori dal mondo».

Per certi versi, inoltre, la mostra sembra rappresentare il meglio e il peggio della Sicilia dell’ultimo secolo, terra di innumerevoli contraddizioni: da un lato squaderna scenari in decadenza, omicidi, macerie, morti più o meno silenziose ed una certa dose di evasione, indifferenza e immobilismo sociale; dall’altro mette in luce le risorse dei paesaggi marini, rurali e urbani, la ricchezza del patrimonio culturale, le tradizioni secolari, le innovazioni artistiche, la speranza nel cambiamento sociale, anche laddove potrebbe sembrare perduta. Dalla celebrazione dell’armonia estetica ed economica dei litorali del Mare Nostrum e dell’entroterra siciliano, ad esempio, si passa drasticamente alla rappresentazione delle rovine di Gibellina, delle più cruente storie di mafia o alla denuncia della disumanità nella gestione delle odissee dei migranti del Mediterraneo. Rassicurante bellezza, inquietante degrado, fiducia nel futuro. Tutto questo ed altro sembra essere, agli occhi di artisti e visitatori, la Sicilia del secolo appena trascorso.

Renato Guttuso, Rovine di Gibellina, 1970

Renato Guttuso, Rovine di Gibellina, 1970

Durante le mie cento ore di volontariato ho potuto osservare a lungo, da una prospettiva privilegiata, il palazzo e le opere in mostra: dai capolavori novecenteschi di Renato Guttuso alle  invenzioni degli artisti più all’avanguardia. Ho avuto inoltre occasione di entrare in relazione con l’eterogeneo pubblico dell’evento, accogliendo e guidando i visitatori lungo il percorso espositivo, ma soprattutto ascoltando interpretazioni, commenti, impressioni e storie di vita di artisti, intellettuali, giornalisti, professori, studenti, turisti.

Le opere esposte sono particolarmente interessanti dal punto di vista tecnico, tematico, biografico, simbolico: dalla celebre e accesa Vucciria di Guttuso, vero e proprio manifesto della cultura figurativa popolare siciliana, alle tele di Carla Accardi, signora dell’astrattismo pittorico italiano; dai nudi composti di Aleardo Terzi e Totò Gregorietti a quelli provocanti di Alfonso Amorelli, Salvatore Fiume e Fausto Pirandello; dai poetici scorci marini di Piero Guccione e del ‘Gruppo di Scicli’ ai più realistici scatti fotografici di Luigi Nifosì, Gaspare Palazzolo, Angelo Pitrone, Rosario Antoci, Gianni Mania.

Piero Guccione,Tramonto a punta Corvo, 1974

Piero Guccione,Tramonto a punta Corvo, 1974

C’è poi il curioso Esercito delle anime di Franco Politano, scultore catanese che, assemblando oggetti metallici di interesse etnografico, tra cui pale, rastrelli e altri attrezzi del mondo contadino, ha dato vita ad un’armata di un centinaio di soldati, identici per postura ma unici per elementi costitutivi e personalità. Sembra quasi una piccola versione, ironica e siciliana, dell’immenso, popolare esercito cinese di terracotta.

 F. Politano, Esercito delle anime

F. Politano, Esercito delle anime

Tra le opere che sembrano aver maggiormente colpito la sensibilità del pubblico vi sono i Migranti di Margherita Sgarlata, i due quadri Umanità e L’annegato di Giovanni Iudice, la fotografia Sampieri 30 settembre di Gianni Mania. Si tratta di lavori che raccontano in modo drammatico e inquietante, realistico ma anche simbolico, dei viaggi in mare a bordo di sovraffollate carrette, degli sbarchi dal Nord Africa, dei morti annegati che si arenano sulle nostre spiagge, tra aiuti insufficienti e bagnanti indifferenti. Tra le opere particolarmente ricche di significato in senso morale e storico-culturale si possono annoverare anche due tele incentrate sul tema della mafia, ritenute agghiaccianti da molti osservatori: il cupo trittico di Luigi Ghersi, intitolato Il processo. Omaggio al commissario Boris Giuliano ucciso dalla mafia il 21 luglio 1979, colmo di riferimenti macabri e di rimandi al sacro, e Salto a ostacoli di Nicola Pucci, opera dal titolo emblematico, che inscena la vita e la morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, dipinto prima in sella al suo scattante cavallo, durante una gara ippica, poi sciolto nell’acido. Lo stesso effetto sui visitatori, prima di silenzioso turbamento, poi di attenta analisi e infine di valutazione critica, sembrano avere anche i dipinti di Fausto Pirandello, figlio del celeberrimo letterato Luigi. È assai evidente come l’artista, attraverso la pittura di due nature morte, un ritratto del figlio Antonio e un nudo femminile, non perda occasione per ostentare il tema della decadenza ed esaltare gli aspetti più inconsci dell’essere umano. Le sue opere riflettono a pieno l’inquieto periodo storico dell’epoca, ovvero i disordini della Seconda guerra mondiale e la diffusione della psicoanalisi.

Fausto Pirandello, La spiaggia

Fausto Pirandello, La spiaggia

Durante i tour guidati, stimolante è stato indurre le classi in visita a trovare analogie e differenze tecnico-stilistiche tra i vari autori, i movimenti artistico-letterari ai quali si ispirano e i lavori da questi realizzati, oppure far notare come la stessa corrente culturale si può riflettere in pittura, in scultura e nelle altre forme d’arte. Ancor più interessante è stato osservare le prime reazioni dei visitatori, soprattutto dei più giovani, di fronte a questo viaggio tra Impressionismo e Futurismo, Neorealismo e Astrattismo. Qualcuno è rimasto maggiormente colpito dalla biografia di un artista o da una particolare tecnica pittorica, ad esempio quella personalissima di Paolo Madonia che, tramite il sapiente uso di colori altamente infiammabili, è in grado di dipingere un paesaggio marino dando letteralmente fuoco alla tela. Qualcun altro è stato piuttosto impressionato dall’uso di colori insolitamente scuri e ombrosi ‒ indici di un periodo storico particolarmente cupo oppure della psicologia dell’artista o dei personaggi ritratti ‒ o al contrario dalla presenza di luci e colori brillanti all’interno dell’opera, non solo in materia di soggetti siciliani. È il caso della New York diurna di Croce Taravella, rappresentata volutamente ed irrealisticamente come una città in parte mediterranea, ovvero luminosa e variopinta, ma che in verità, a causa dell’onnipresenza di smog e grattacieli, ha un’atmosfera decisamente più grigia e cupa. Altri si sono soffermati incuriositi davanti a qualche bizzarro soggetto, come il policromo Spiderman di Domenico Pellegrino, scultura affissa ortogonalmente al muro e tinteggiata, come fosse il supereroe dell’Isola, alla stregua di un carretto siciliano.

 Croce Taravella, New York

Croce Taravella, New York

A prescindere dalle conoscenze storico-artistiche dei vari gruppi di studenti, spesso ancora insufficienti per contestualizzare a fondo ciascuna creazione, ascoltando domande o battute dei giovani fruitori e considerando il tempo in cui si sono spontaneamente intrattenuti dinnanzi ogni opera, ho potuto rilevare un certo interesse nei confronti dei lavori che affrontano problematiche sociali di grande attualità, come la guerra, la mafia, lo strazio dei migranti. Tra la visita di una classe e l’altra ho osservato, fiduciosa, che molti tra gli artisti in questione sembrano essere riusciti a catturare l’attenzione dei giovani interlocutori e a mandare loro su un preciso messaggio. Il fine ultimo di questa mostra, oltre ad essere espressione dell’attaccamento alle proprie radici storiche, geografiche, culturali e alla propria identità regionale, un invito a ritrovare il piacere del bello rappresentato, è anche quello probabilmente di manifestare un appello all’indignazione, alla riflessione e all’azione, educare alla pace e alla solidarietà, guardare al futuro di questa Terra con speranza. Così come gli autori, dunque, anche i fruitori dell’arte siciliana non sono sterili spettatori ma protagonisti della realtà sociale dell’Isola, ovvero attori del Mediterraneo.

Il mio penultimo giorno di volontariato è arrivato a palazzo un folto gruppo di bambini piuttosto piccoli, provenienti dall’adiacente scuola elementare. Emozionati, io e gli stagisti addetti all’accoglienza ci siamo presto detti che sette o otto anni, forse, sono troppo pochi per poter comprendere certi messaggi dell’arte contemporanea. Ebbene, ci sbagliavamo. Nonostante la giovanissima età, li ho trovati particolarmente entusiasti, curiosi ed attenti, dall’inizio alla fine del percorso espositivo. La maestra mi ha poi spiegato che si trattava della loro prima visita museale e che, per motivi economici, i familiari difficilmente riescono a mandarli in gita scolastica. Il quartiere circostante è piuttosto povero ed è abitato prevalentemente da famiglie di immigrati. Più della metà dei bambini sembrava avere origini africane ed asiatiche. Davanti a me, quel giorno, c’era quasi mezzo mondo rappresentato in sole quattro classi.

Giovanni Iudice,Umanità,2011,olio

Giovanni Iudice,Umanità,2011.

Una volta giunti, per mano e in fila per due, dinnanzi alle opere di Giovanni Iudice, le mie preferite, mi sono sentita un po’ in imbarazzo. Come parlare a quei bambini innocenti, alcuni dei quali avrebbero potuto avere alle spalle storie familiari analoghe, di opere d’arte che, in maniera così cruda, mettono in scena il dramma dei viaggi della morte attraverso un mare che ormai sembra essere diventato un enorme cimitero invisibile? In che modo spiegare loro che, a pochi metri da cadaveri e moribondi, tanti siciliani, intontiti dall’indifferenza, continuano a prendere il sole? A togliermi da quell’imbarazzo, con mio grande stupore, hanno provveduto gli stessi bambini con i loro commenti. «Ma sembrano veri!» «Sembrano usciti dalla tv!», inizialmente hanno esclamato entusiaste e impressionate due bambine, una di origine indiana, l’altra maghrebina. Ho detto loro che l’artista ha dipinto quei migranti in modo così realistico da far sembrare i suoi quadri delle fotografie e che in effetti ogni giorno si possono vedere scene come quelle al telegiornale. Poi i bambini hanno osservato in silenzio i corpi distesi sulla spiaggia e quelli in attesa di qualcosa che non sembra mai arrivare. «Ma perché non li aiutano!», ha interrotto infine, incredulo e contrariato, un loro compagno isolano. Sono stata fiera di dover cancellare i miei precedenti dubbi.

Una delle tele di Iudice si intitola Umanità. Al centro del quadro, sopra un tappeto di morte, malattia, degrado e ridicoli aiuti, spicca l’unico messaggio positivo presente: l’immagine di una donna, bianca, forse allegoria dell’Europa e dell’Occidente, che solleva sorridente verso il cielo un bambino nero, interpretabile come il simbolo dell’Africa, dei Paesi in difficoltà, di tutti i migranti della Terra. Il bambino impugna una bandierina verde speranza, la stessa che ho visto sventolare da quella terza elementare in visita.

Dialoghi Mediterranei, n.11, gennaio 2015

_____________________________________________________________

Roberta Cortina, giovane laureata in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo, ha discusso una tesi, esito di ricerca sul campo, intitolata La cuccagna sul mare. Il gioco della ‘ntinna sulle coste siciliane. È interessata agli ambiti d’indagine relativi alla cultura del mare e ai processi culturali connessi alle dinamiche migratorie. Attualmente è impegnata nella raccolta di storie di vita nell’ambito di uno studio sulle attività del Terzo Settore.

______________________________________________________________

Print Friendly and PDF
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Letture. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Tra “Artisti di Sicilia”. La mia esperienza a Palazzo Sant’Elia

  1. Giacomo Cuttone scrive:

    La Mostra “Artisti di Sicilia” (l’allestimento a Favignana era a dir poco indecente) è un grande “sgarbo” ai molti artisti siciliani esclusi (vedi http://sergiomammina.blogspot.it/); utilizza alcuni artisti già “storicizzati” come “specchio per le allodole” per far passare la presenza di una moltitudine di “artisti” senza alcuna storia, gli stessi che, fra non molto, alimenteranno economicamente la cosiddetta “II Biennale” di Palermo.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>