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Antropologia e migrazioni. Orizzonti incrociati

COPERTINA   di   Antonino Cusumano

Non si è probabilmente riflettuto abbastanza sul clamoroso paradosso dentro il quale stiamo vivendo: mentre crescono i flussi migratori e si aggrovigliano i fili culturali della globalizzazione, le discipline abilitate a studiare questi fenomeni, ovvero le scienze umane e sociali, sono in Italia sempre più marginalizzate e depotenziate. Sia sul piano accademico sia su quello più ampiamente pubblico. C’è una debolezza strutturale, una scarsa visibilità se non una totale assenza nei luoghi dei discorsi politici, nei dibattiti e nella vita collettiva del nostro Paese. E l’antropologia sembra in questo contesto la più evanescente, la più reticente tra le scienze. Eppure mai come oggi la società ha bisogno dei suoi saperi e delle sue pratiche intellettuali, dal momento che assistiamo ad una profonda riarticolazione delle differenze culturali e delle loro rappresentazioni a seguito dei fenomeni di mobilità globale che stanno modificando il profilo antropologico e non solo demografico del nostro Continente.

In quanto «esperti delle diversità», secondo la definizione di Hannerz, gli antropologi sarebbero indispensabili nelle scuole, negli ospedali, nei tribunali, negli uffici comunali, nei centri sociali, in tutti gli spazi urbani in cui le carte delle appartenenze si sono rimescolate e  i modi e le forme del nostro vivere, abitare, ragionare e comunicare sono sollecitati al confronto e all’esercizio quotidiano della coesistenza con altri modi e altre forme. Quale altra disciplina se non quella di frontiera come l’antropologia può disporre degli strumenti euristici necessari all’attraversamento dei confini culturali e all’intelligibilità delle complesse dinamiche interetniche del mondo contemporaneo? Quale altro modello teorico e metodologico se non quello sostenuto dallo sguardo antropologico ha dato prova di saper osservare, assumere e interpretare i diversi punti di vista,  i tanti possibili modi di pensare e di agire? Lo studio delle diversità nel quadro di un temperato relativismo resta il migliore antidoto contro ogni espressione di etnocentrismo e di fondamentalismo identitario.

Oggi tuttavia si impone un ripensamento delle categorie della stessa scienza antropologica, in corrispondenza dei tumultuosi sviluppi della globalizzazione e dei conseguenti processi transnazionali e diasporici che hanno maturato e dispiegato nuovi scenari. L’Altro non è più Altrove, l’antropologo non porta più il casco coloniale né si affaccia sulla veranda di qualche isola remota ed esotica. Dissolti i giri lunghi ai confini dell’Occidente per scoprire popoli sconosciuti da aggiungere all’atlante etnologico, l’antropologia del XXI secolo è impegnata a percorrere le strade di casa, l’orizzonte domestico, le periferie urbane per incontrare gli stranieri, le culture degli uomini e delle donne che vengono da lontano e abitano il vicino, le nostre città, le nostre contrade più appartate. Gli ex colonizzati, come per una nemesi storica, oggi colonizzano gli spazi del nostro quotidiano, interrogano le nostre memorie, sfidano le nostre democrazie, partecipano del nostro immaginario e, mentre ci accorgiamo di quanta parte di loro si riconosce nel nostro Occidente, cominciamo ad intuire quanto del loro patrimonio umano e culturale è già destinato a diventare nostro.

FOTO1Caduta la retorica legata al mito dell’«essere stato là», il viaggio dell’antropologo, da sempre paradigma fondativo e distintivo del suo lavoro, inizia e finisce sotto casa, laddove sono arrivati i migranti, quanti cioè fanno esperienza – spesso drammatica – del viaggiare per attraversare i confini fisici prima che simbolici. Rovesciata la traiettoria, spostato il campo dell’investigazione, modificato e decentrato il rapporto tra osservatori e osservati, alcuni concetti cardini della disciplina, come alterità, etnia, osservazione partecipante, distanziamento e sguardo da lontano, sono sottoposti ad una revisione analitica e critica. Nella dimensione transnazionale delle connettività che su scala planetaria mettono in comunicazione uomini, beni e tecnologie, nessuno può ricondurre alcun luogo ad una autentica autoctonia, né è possibile identificare l’etnicità come irriducibile proprietà di un gruppo. La stessa cassetta degli attrezzi dell’antropologo va dotata di strumenti e di oggetti teorici e metodologici che hanno a che fare con il diverso posizionamento del ricercatore rispetto alla materia e ai soggetti della ricerca.

A guardar bene, a livello delle strutture profonde, esiste una certa omologia tra l’esperienza conoscitiva dell’immigrato e le procedure etnografiche di mediazione, negoziazione e traduzione dei codici culturali cui è impegnato lo studioso. Così come il migrante deve riplasmare il suo sguardo sulla nuova realtà per comprenderne il senso e tentare di parteciparvi, allo stesso modo l’antropologo è chiamato a farsi straniero a se stesso, a decostruire cioè l’ordine che orienta la propria mappa spaziale e temporale, il testo e  il contesto della propria cultura. La consustanzialità dei due spaesamenti assimila per certi aspetti le condizioni dell’uno e dell’altro, entro un circuito di orizzonti incrociati e di “riflessione” reciproca. Anche l’antropologo, pur nella protezione di un indubbio e oggettivo potere, sta sul crinale di una frontiera, si dispone a valicarlo, vive la tensione della dislocazione, il disagio della crisi degli a priori e dell’adattamento ai punti di vista diversi dai propri. Tanto più che, come sappiamo da Lévi-Strauss, «l’osservatore è egli stesso parte dell’osservazione», e nel tentativo di conoscere l’altro non si conosce in verità che se stessi. L’effetto “specchio” prodotto dallo sguardo sull’alterità ne ribalta la traiettoria che dal soggetto parte e al soggetto comunque ritorna. Lo straniamento è condizione che consente all’antropologo non solo di scoprire nuovi mondi e nuovi modi possibili di vivere e di pensare, ma anche di tornare a guardare al mondo fino ad ieri abitato e familiare con prospettive, sfumature e gradi di consapevolezza nuovi.

Lo stesso fenomeno migratorio in quanto vettore globale della storia endemica e strutturale dell’uomo, agisce, come è noto, da formidabile cuneo riflettente delle dinamiche locali e concorre a disvelare epifanicamente le morfologie complesse dei nostri spazi urbani, le dialettiche carsiche più profonde, le tradizioni e le contraddizioni del nostro convivere e stare nel mondo. Da qui la funzione strategica che l’immigrazione esercita nella conoscenza antropologica della realtà e nella ridefinizione del profilo della nostra stessa identità nazionale. Da qui, nello stesso tempo, l’apporto fondamentale che l’antropologia può dare alla comprensione degli stessi flussi e alla interpretazione del loro impatto nei contesti culturali, anche grazie al particolare approccio di tipo olistico alla osservazione delle società che ben si presta alla ricognizione di un “fatto sociale totale” quali sono le migrazioni. Alla mutua correlazione sottesa tra i movimenti migratori e il loro studio in antropologia, tra l’oggetto fattuale e il sapere disciplinare, si accompagna, a pensare bene, un altro paradosso, che vede, da un lato, un ritardo dell’antropologia italiana rispetto alle ricerche scientifiche su questi temi, e, dall’altro lato, la penetrazione del suo alfabeto lessicale nel vocabolario del senso comune, nell’uso mediatico generalizzato. La proliferazione nei discorsi pubblici e nel linguaggio corrente di parole chiave come cultura, identità, etnia, multiculturalismo, per fare solo alcuni esempi, produce una serie di torsioni e manipolazioni ideologiche tali da banalizzare e adulterare i concetti originari. Di contraddizioni in contraddizioni, i processi di reificazione delle culture si trasferiscono nella dimensione politica e diventano dispositivi sicuritari associati a disposizioni umanitarie, provvedimenti di esclusione rappresentati quali beffardi strumenti di salvaguardia e valorizzazione delle differenze.

FOTO2Di una più attenta riflessione sulle migrazioni anche alla luce di una contestuale revisione delle categorie epistemologiche dell’antropologia culturale si avverte oggi quanto mai la necessità. Come appare indispensabile una sintesi ragionata delle problematiche connesse al fenomeno, sia dal punto di vista teorico che da quello metodologico, una introduzione critica al dibattito e al panorama degli studi, una sorta di vademecum conoscitivo che documenti lo stato dell’arte, i diversi contributi scientifici e le diverse esperienze etnografiche. È tutto questo il volume pubblicato di recente, a cura di Bruno Riccio, Antropologia e migrazioni (Cisu, Roma 2014).  Si tratta di un’opera costruita su un impianto a più voci, progettata e in gran parte scaturita da un’attività di laboratorio cui hanno partecipato dottorandi, assegnisti e giovani ricercatori nell’ambito delle discipline etnoantropologiche di varie università italiane. Un’impresa senz’altro notevole sia sotto il profilo del merito che sotto l’aspetto del metodo, proponendosi come originale e proficua esperienza scientifica, ancora sostanzialmente poco praticata nell’organizzazione didattica dei nostri atenei, laddove non sempre si favoriscono  il confronto e la circolarità delle ricerche nel loro farsi e svilupparsi. La messa a punto cui è esitato il lavoro offre una ampia pluralità di prospettive attraverso cui studiare le migrazioni, una rassegna sistematica e quasi enciclopedica dei temi che si intrecciano e dialogano intorno all’unico oggetto d’indagine, luogo geometrico e crocevia dei ragionamenti dei diversi autori.

3Dal transnazionalismo alle produzioni dell’immaginario, dalle reti sociali ai campi di accoglienza, dalle frontiere alle diaspore, dai rifugiati alle politiche di asilo, dalle pratiche religiose ai razzismi, dalle applicazioni pedagogiche a quelle in medicina, dalla cooperazione allo sviluppo: queste alcune delle materie in cui si articolano le dense pagine del volume, alcuni dei contenuti e delle relative questioni argomentate dagli studiosi, che alla riflessione analitica hanno associato le esemplificazioni etnografiche e i dati empirici. Nel grande universo culturale delle migrazioni attentamente e puntualmente scandagliato nelle sue diverse partizioni si colgono le costanti e le varianti, l’individuale e l’universale, il locale e il globale, elementi mai disgiunti dalle logiche dei rapporti di forza e dalle dinamiche dei poteri. Sulla scia dei contributi teorici dei migration studies, i saggi offrono una prospettiva multidimensionale della mobilità contemporanea,  così che «nella costruzione dell’oggetto d’indagine, il campo che connette i luoghi non costituisce una collezione di unità separate, ma un insieme di realtà connesse dalle relazioni e dalle pratiche degli attori sociali» (Riccio).

4.Se i movimenti diasporici delle popolazioni descrivono, tra frontiere e confini, complesse trame reticolari, all’antropologo si chiede di convertire il campo in uno spazio relazionale, che non coincide né con il Paese di origine né con quello di destinazione, in una tessitura di connessioni che, proponendosi il superamento dei tradizionali  modelli bipolari, restituisca i nodi invisibili che tengono insieme i nomadismi delle identità, il pluralismo delle appartenenze, la processualità dei posizionamenti culturali. I differenti contributi degli autori sono orientati a mettere in crisi, con le vecchie dicotomie, le categorie concettuali di integrazione e assimilazione che hanno a lungo orientato e presidiato come cippi miliari il dibattito teorico sulla fenomenologia delle migrazioni. Ripensare i limiti di quei paradigmi interpretativi significa riflettere sulla cultura come forza che è agita e non più soltanto agente, significa porre al centro la soggettività dei migranti, la loro capacità di mobilitare risorse individuali e collettive, di inventare occasioni di mobilità sociale e di interattività creativa. Abitare simultaneamente più mondi, in quella sorta di poligamia dei luoghi di cui ha scritto Ulrich Beck, è condizione culturale e sentimentale che sembra, in fondo, essere destino comune a tutte le nuove generazioni del nostro tempo, figli della crescente interdipendenza planetaria e della connettività globale.

Significative pagine del libro sono dedicate alle cattive politiche del multiculturalismo, alle degenerazioni culturaliste dei neorazzismi che postulano le incompatibilità etniche, agli atteggiamenti paternalistici e alle visioni caritatevoli che il più delle volte ispirano la pedagogia dell’accoglienza e le rappresentazioni della differenza. Se nell’ampio panorama dei temi presentati dal volume a cura di Riccio è stranamente omesso il capitolo relativo ai giovani figli dei migranti, sono invece largamente dibattute le questioni politiche connesse alla gestione e al controllo dei flussi, le ambivalenti strategie adottate nello scenario europeo contemporaneo, le potenzialità offerte dalla presenza degli stranieri quali agenti di sviluppo e di cambiamento sociale e culturale. Nel quadro dell’antropologia applicata che esula dal mondo strettamente accademico, sono articolate e opportunamente documentate le relazioni fra la governance istituzionale e internazionale del fenomeno e le implicazioni ideologiche e pratiche sul piano degli interventi pubblici, dell’organizzazione dei servizi e del  riconoscimento dei diritti.

5Tra i livelli macro e micro di  analisi dei processi migratori si muove anche un altro volume, Etnografia delle migrazioni (Carocci 2014), di Carlo Capello, Pietro Cingolani e Francesco Vietti,  un libro che fa il punto in modo agile, sintetico ed efficace su teorie e metodi della ricerca antropologica.  A chi lavora in questo campo di studi le pagine di questo manuale sono utili a delineare ambiti di indagine, percorsi scientifici e preziosi strumenti metodologici. Gli autori sottolineano il ruolo dell’antropologia  destinata a riflettere su se stessa, a “riflettersi” cioè sui volti, sulle voci e sulle storie dei migranti, così da riportare «al centro il soggetto e la sua dimensione biografica, dimensione spesso messa in ombra da metodi e prospettive più inclini alla generalizzazione e alla reificazione».

A partire dall’insegnamento della Scuola di Chicago, si individua nelle città il laboratorio elettivo di osservazione dei processi culturali, lo spazio privilegiato per una etnografia che nel paesaggio urbano, all’incrocio di locale e globale ovvero «al dissolversi della classica equazione comunità/luogo/campo», può meglio descrivere e interpretare le esperienze dei migranti, l’appropriazione del pubblico e la gestione del privato, le pratiche individuali e quelle collettive,  le rappresentazioni materiali e quelle simboliche, insomma quel “multiculturalismo quotidiano” in cui si inverano e si concretano le vicende esistenziali, le relazioni interetniche e le conflittualità della convivenza. Gli autori tengono a sottolineare «come il contesto urbano, e in particolare il livello del quartiere, siano variabili cruciali nell’indirizzare i processi di integrazione». Se l’antropologia offre una preziosa chiave di lettura per scoprire le differenze tra le maglie indistinte delle somiglianze e per individuare viceversa le somiglianze laddove in prima approssimazione sono visibili solo le differenze, nell’orizzonte della ricerca etnografica i soggetti delle migrazioni non sono più categorie etniche generiche, individui occultati entro comunità astratte ma sono persone in carne e ossa, le cui storie di vita sono parte fondamentale del lavoro dell’antropologo, impegnato a dialogare con l’altro piuttosto che a parlare in nome e per conto dell’altro.

Dialoghi Mediterranei, n.11, gennaio 2015

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Antonino Cusumano, ha insegnato nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo. La sua pubblicazione, Il ritorno infelice, edita da Sellerio nel 1976, rappresenta la prima indagine condotta in Sicilia sull’immigrazione straniera. Sullo stesso argomento ha scritto un rapporto edito dal Cresm nel 2000: Cittadini senza cittadinanza, nonché numerosi altri saggi e articoli su riviste specializzate e volumi collettanei. Ha dedicato particolare attenzione anche ai temi dell’arte popolare, della cultura materiale e della museografia.

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Una risposta a Antropologia e migrazioni. Orizzonti incrociati

  1. Da una prospettiva storicistica è particolarmente interessante ritrovare gli individui occultati nelle comunità astratte e il superamento del modello bipolare – noi/gli altri – per mettere in luce i nodi invisibili che tengono insieme i pluralismi delle identità.

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