di Aldo Gerbino
Occulta nel fondo / d’un antro marino, / del giovane mondo / vedesti il mattino;
vagavi co’ nautili, / co’ murici a schiera, e l’uomo non era.
[Giacomo Zanella, dall’Ode: “Sopra una conchiglia fossile, nel mio Studio”, 1864]
In ciò che leggiamo nell’amplissima pagina geologica animata da fuochi e acque, ricoperta dalla sua pelle botanica ecco, in trasparenza, un rilucere, un insistere di uomini e cose, di sabbie e fossili, di vortici entomologici che ci permettono di ripercorrere e rileggere il tessuto poietico prodotto fino ad oggi dal contemporaneo Angelo Giambartino. Una traslazione dei versi anche trasdotta in urgenze pittoriche miscelate e abbondantemente trasfuse nella sua stessa dinamica esistenziale mantenendo parole caparbiamente votate ad una armonia musicale e riposte come mattoni primari per una contemplazione non statica, ma in divenire.
Infatti, Angelo ci dà l’occasione di riprendere, con la cocciutaggine del suo scandaglio meditativo, quell’eroismo spontaneo rivolto alla natura, la quale lascia con generosità le tracce paleontologiche d’una realtà da cui tracimano le molteplicità di essenze a reclamare attenzione per la loro fondante genealogia segnata come qualità di un tessuto comune, d’una stessa ‘pasta’ come ricordava Teilhard de Chardin. In tal modo il movimento riprende la sua anima come in quei versi poematici settecenteschi che cantano della veemenza di un sempre necessario nuovo ordine fatto di «Foglie, polmoni e branchie [che] alitano l’etere vitale / sulla verde superficie terrestre o al di sotto delle onde. / Così le primitive forze della vita fermano venti e flutti, / mutandoli ora in ossa, o in conchiglie, in legni; / dilatano immensi strati d’argilla, calce, sabbia / e, dal ritrarsi degli oceani, modellano la terraferma!». Chi scrive è Erasmus Darwin, autore del poema in distici eroici sul ‘Giardino incantato’ che ci raccontano delle cosmiche forze elementari spinte fino all’umano progresso e al furore e allo stupore della svolta epocale legata alla rivoluzione industriale.
Ora è utile, col rivolgersi al ‘Lettor cortese’, cogliere l’invito ad intrattenersi nel magico perimetro del suo Giardino”, un Eden suddiviso in due parti: The Botanic Garden e i canti de Gli Amori delle piante che furono pubblicati in edizione italiana, (dopo un’edizione napoletana) a Milano, nella traduzione di Giovanni Gherardini presso i torchi di Paolo Emilio Giusti, stampatore e librajo, nell’anno di grazia 1818, dove si sottolinea come l’elegiaco Ovidio, il «gran negromante alla corte di Cesare Augusto», proprio in virtù della poesia, avesse mutato uomini e donne, dèi e dèe, nell’amplissima varietà d’alberi e fiori.

In copertina (2016): Phyteuma orbiculare, stampato propagandistico Maggioni n. 96, (part.) Milano, 1956; Bruno Caruso, Ramarro fra gli sterpi di Torre Astura (part.), olio su tavola, 1994
Ma chi era Erasmus Darwin? Egli, il pensatore di Elston Hall (1731-1802), fu medico, naturalista, inventore e, privilegio non secondario, il nonno del notissimo Charles, – autore non dimenticato del fondamentale On the Origin of Species by Means of Natural Selection (1859). Erasmus, corpulento e gaudente medico naturalista, somaticamente ridondante nella maniera in cui ci viene consegnato quel suo rubizzo settecentesco ritratto opera del pittore Joseph Wright di Derby, un artista noto in Italia per le sue attenzioni romane, catanesi, e non ultimo per i suoi dipinti sulle eruzioni vesuviane e anche per quel corrusco olio, ma non privo di tenebroso fascino, che racconta della tomba del sommo Virgilio.
Ma ancora di questo interessante pittore del XVIII sec. risalta la sua lettura sulla luce (ne è un esempio il suo emotivo dipinto: Filosofo tiene una lezione sul planetario del 1766) che lo ha, a buon diritto, posto nella generale considerazione d’essere l’artista capace di incarnare il fuoco primario della rivoluzione industriale. Il poema di Erasmus Darwin, nella traduzione di Gherardini, medico e lessicografo milanese, librettista molto apprezzato dal Monti, – anche se abbondantemente detestato da Stendhal proprio per i suoi scadenti versi profusi per l’opera semiseria La gazza ladra la cui lucentissima musica porta la firma di Gioacchino Rossini, – ci assegna comunque la “Botanica Musa” aleggiante nello sconfinato suo panorama: un paesaggio ricolmo di calendule, ninfee, rose, ciclamini e d’ogni altra specie di fiori ed alberi collocate tra «ninfe-api, da’ cerosi favi» ed esortate, dal precorritore dell’evoluzionismo, a prestare «intento orecchio a’ [suoi] canti».
Ma tali suoi versi debbono esser contemplati, così egli suggerisce in proemio, «come fossero altrettante miniature appese alle pareti del gabinetto d’una Bella, e insieme avvinte appena da una semplice ghirlanda di nastri». E, in un certo senso, tale “ghirlanda di nastri” la ritroviamo in Angelo Giambartino, nelle sue «panoplie di vincigli», esposte armature quali trofei per rami e flessibili arbusti, collocate in tutte le trentadue quartine dei suoi Minuetti agli agrifogli, incatenati nelle due sezioni: “Pigmenti di lucertola” e “Lo scrimolo del cielo”. Esse ci riconducono, per vie convergenti, ora a quei tocchi visivi prossimi alla tessitura pittorica d’un Salvatore Provino ben fruibili in opere come Pelle di melagrana, ora a quella disidratata sensitività di gusto montaliano riversata, non a caso, in quello ‘scrimolo’ aperto ai tremori della natura, e che tanto avvicinarono il Montale delle Occasioni al lavoro di Filippo Tibertelli de Pisis, pictor e nobilissimo poeta pervaso di materie botaniche ed entomologiche.
Sono, per questa ragione, – tali quartine ordinate da Giambartino, – quasi una sorta di engramma: minuscola, ipotetica reticella neurale, non altro che la primaria Die Mneme di Richard Semon, per cui esse risultano, in tale sede, sostanze e moduli verbali scatenanti evocazioni, memorie, sinestesie tattili ed olfattive, fruscii visivi e auditivi. Tali fruscii per voci scandite da ‘uvole’ dannunziane, si spandono per ogni dove, anche attraverso le «rupi de’ monti verso le sorgenti dell’Irtisce, dell’Obi, dell’Ienissei, della Lena e dell’Amur, vestite di viornie, di viole, di sassifraghe e di due specie di rose inerpicanti, le cui foglie sono adoperate in Siberia come noi si fa del thè, fan lusso di porpora e d’oro», mentre la «genziana algida sboccia i suoi bei fiori bianchi ed azzurri sugli alti sassi delle agghiacciate montagne».
In tal modo ci suggestiona ancora il resoconto del viaggio per quel “Sistema orientale, o dell’Altai e dell’Imalaia” redatto, nel 1839, da Francesco Costantino Marmocchi, geografo e politico amico del Mazzini, nella sua lezione XIX condotta per “Montagne d’Asia”. E, in Angelo, con l’Asia vi riecheggia Pascoli, e ancora, con i maggiociondoli, la Plath e le problematiche colonne di laburni. E ancora dall’Asia s’incontra, in tale registro poetico, il ‘Celastrus orbiculatus’ il quale scorre per tinnanti allitterazioni, per neologismi; poi, nell’aprirsi dei settenari o nell’incrocio frequente dei quinari, ecco saettare rampicanti, piante erbacee: bugole e serpilli (odor di timo selvatico) collocati nelle schiere delle lamiaceae, viornie disposte nel gruppo delle ranuncolacee e cumuli di falasco e convolvoli in ordine sparso, mentre la galattogena ‘Galega officinalis’ s’intride tra popolazioni di aghifoglie e timidi velluti di marante. Infine, uno zigzagare di passeracei: la macchia del pettazzurro, la ferocia del falconcello, il rincorrere caprino dei caprimulgi, ed altri a beccuzzare, in un continuo pispillìo, semi e frutti e foglie: valve di siliqua, i labelli carnosi delle orchidee inselvatichite.
Su tutto v’è un trascinare di echidi con il loro pungente rostro, e spirali di colùbri mentre tra il fogliame striscia il ventre picchiettato di un cencro (epico serpente) e d’improvviso la minaccia, avvertita da Angelo, dell’orrifica anfesibena, bicefalo serpente del mito, con ognuna delle teste calcata all’estremità del corpo e armata di terribili occhi infuocati. Essa, nata dal sangue di Medusa per l’abile mano di Perseo, ci riconduce a quello sguardo inquietante estratto dalla Anfesibena safari di Ferdinando Albertazzi (nella dispersa collana ‘Feltrinelli Nova’, diretta da Nanni Balestrini, per gli sperimentali anni Sessanta). Occhi che «si tendono, che centrano il bersaglio; occhi che assorbono fiamme, che magnetizzano i cavedani: ne estraggono gli orologi regolati col tramonto degli alberi, ne rosicchiano la coda avorio-cenere, ne frantumano le squame, ne formano valanghe che si infrangono contro onde mummificate in preda a continui saliscendi, a gallerie ortocentriche, a piogge di falchi, a girandole di pavoni melmiformi; occhi che ricoprono i pesci di pitoni rossi».
A tale gorgo linguistico in cui la ridondanza è d’obbligo si oppone, proprio tra le figure erpetologiche, la stringata essenza di Angelo Giambartino, l’ossessione di una tassonomia verbale cauta, accorta ai dislivelli semantici, antiretorica, toccata dalla lucidità, dall’urgenza di armonie sì legate, come per ogni poesia, allo stacco, alla svolta della strofé come filologicamente e metaforicamente adduceva Seferis, alla comparsa tra le interiori nomina di strumenti musicali, ma per esser sempre ricondotta al suo anello primitivo da auledi il cui flauto sta tra erbe nascosto, nel tritume di arbusti, in attesa d’un suono di riconoscimento. Allora il passo indugia sull’urgenza del ripristino linguistico (come già maturato in Panaxie del 2009), sulla riappropriazione della parola per una restituzione, per un ‘salvataggio’, per una sistematica ricostruzione di tessuto ideale a favore d’una lingua oggi costretta all’ibrido consumo veloce.
Quindi riaffiora quel (post) modernismo, qui citato in esergo con le parole di Wallace Stevens, ma forse ancor più ancorato in William Carlos Williams (“Nessuna idea, se non nelle cose”), in considerazione di quella «realtà che è», leopardianamente, la sola «ragione del tutto» nel modo in cui si riscontra nello Zibaldone (1339, 1). Su ogni cosa, d’altronde, si spande una fragranza d’erbe, floreali getti portatori di quella cecchiana “oscura trasposizione di lirismo sessuale”, o la stessa agra spontaneità del motore biologico, sparso da Giambartino, per viottole, per consumati pendii, per rammemorazioni, in un lontanare percorso da inattesi provvidenziali suoni.
Ed ancora la rilettura (nel suo complesso) di questo coevo lavoro poetico viene oggi amplificata, o forse sarebbe più opportuno affermare, inserita, in un dragaggio per mezzo del quale son conservati, tra le scorie, nell’argilla ideale del pensiero, gli echi non soltanto dei suoi versi antieroici, ma allo stesso tempo così tenacemente incisi sulla terrestre accensione delle vite in quel drappeggio che sta inciso, come l’indefettibile blasone della biodiversità.
Ora tali versi che rileggiamo tratti dal bagaglio di Angelo, appaiono vistosamente in transito, in quel loro serpeggiare per nutrire linee, per cingere agglomerati che si riversano in solitari dipinti, in accensioni improvvise tra dripping nero-rosati, cumuli e grumi di pigmenti a tracciare tensioni astratto-geometriche in cui l’ordine non si mostra categorico, piuttosto offre nodi di reviviscenza dal taglio vedoviano: movimenti in cui stanno incisi e rinchiusi, per aspre linee, ora un nero brillante e cauto che si spinge a disegnare orbite cavate da volti esangui, memorie di radici botaniche, efflorescenze mute, rizomi, sensazioni di grovigli dove la natura sospinge ogni cosa verso il mutamento.
Un allontanarsi dalla necessaria, se pur transitoria, stabilità dell’armonica e rassicurante simmetria molecolare per fornire, al contrario, quella fondativa asimmetria, già avvertita da Pascal, rilevabile nella dimensione chirale. Una variabile crescita per mutabili differenziazioni che coinvolge l’interezza di un cosmo, il quale trascina con sé ogni aroma, ogni sonorità quasi a collocare, nella sua spirale, la memoria di tale sforzo; un custodire ciò che possiamo definire, con Angelo, un qualcosa oscillante tra l’armonia simmetrica dei ‘minuetti’ e la dissimmetria delle sue linearità aggrovigliate: una sorta di rappresentazione del “Canto del mondo” capace di riunire il tutto in una sola anima.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
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Aldo Gerbino, morfologo, è stato ordinario di Istologia ed Embriologia nella Università di Palermo ed è cultore di Antropologia culturale. Critico d’arte e di letteratura sin dagli anni ’70, esordisce in poesia con Sei poesie d’occasione (Sintesi, 1977); altre pubblicazioni: Le ore delle nubi (Euroeditor, 1989); L’Arciere (Ediprint, 1994); Il coleottero di Jünger (Novecento, 1995; Premio Marsa Siklah); Ingannando l’attesa (ivi, 1997; Premio Latina ‘il Tascabile’); Non farà rumore (Spirali, 1998); Gessi (Sciascia-Scheiwiller, 1999); Sull’asina, non sui cherubini (Spirali, 1999); Il nuotatore incerto (Sciascia, 2002); Attraversare il Gobi (Spirali, 2006); Il collettore di acari (Libro italiano, 2008); Alla lettera erre in: Almanacco dello Specchio 2010-2011 (Mondadori, 2011). Di saggistica: La corruzione e l’ombra (Sciascia, 1990); Del sole della luna dello sguardo (Novecento, 1994); Presepi di Sicilia (Scheiwiller, 1998); L’Isola dipinta (Palombi, 1998; Premio Fregene); Sicilia, poesia dei mille anni (Sciascia, 2001); Benvenuto Cellini e Michail K. Anikushin (Spirali, 2006); Quei dolori ideali (Sciascia, 2014); Fiori gettati al fuoco (Plumelia, 2014).
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