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Scritture popolari come autobiografia di una comunità: il caso di Osilo (1800-1998)

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CIP

di Stefano Moscadelli 

Il recente volume curato da Giovanni Strinna (2025) sulle «scritture popolari» di Osilo – arricchito da un’ampia introduzione del curatore, storico della lingua, e da un denso saggio di Gavina Cherchi, filosofa e studiosa di letteratura popolare, presidente di «Ammentos. Archivio memorialistico della Sardegna» (Cherchi, 2020) – può suscitare interesse anche in chi si occupa di archivi e archivistica, ovvero in quanti indagano il fenomeno della sedimentazione documentaria non come ‘magazzino’ di informazioni, bensì come ‘raffigurazione’ di un contesto di tradizione di forme documentarie.

Pur partendo da questa considerazione può comunque apparire improprio, nella prospettiva dell’archivistica tradizionale (Cencetti, 1939), valutare il libro curato da Strinna, ove sono raccolti documenti connessi all’attività di disomogenei ‘soggetti produttori’ e caratterizzati quindi da diversi interessi di produzione e trasmissione nel corso di due secoli. Appare invece molto meno improprio se entriamo in un’ottica diversa, ovvero se consideriamo l’insieme dei materiali proposti da Strinna come lo specchio dell’esistenza di uomini e donne che hanno vissuto in un ambito territoriale dai contorni definiti, ovvero se vogliamo riportare la ‘memoria’ del singolo componente della comunità nella più ampia sfera della vita collettiva.

Ciò consente infatti di valutare il singolo documento non come mera testimonianza dell’attività dell’individuo isolato – considerandolo cioè come frustolo biografico di vicende particolari o esemplari –, quanto piuttosto di ricondurlo al contesto nel quale il documento stesso si pone e dal quale trae forza di rappresentazione. In questo senso la focalizzazione sull’area facente riferimento a un piccolo paese e perciò territorialmente definita – in una prospettiva cioè di microstoria piuttosto che in quella della storia regionale – appare pertanto decisiva nel dare qualità e interesse al lavoro.

Osilo è un comune del nord della Sardegna, amministrativamente inserito nell’area metropolitana di Sassari, da cui dista una dozzina di chilometri. Posto sulla cima settentrionale del monte Tuffudesu, a oltre 600 metri sul livello del mare, conta attualmente una popolazione di circa 2.800 abitanti, in deciso calo rispetto ai livelli demici degli ultimi centocinquanta anni. Popolato da 4.600-5.600 persone tra il 1861 e il 1936, raggiunse il numero massimo di abitanti (oltre 5.700) nel 1951 per poi diminuire progressivamente: 5.200 nel 1961, 4.400 nel 1971, meno di 4.000 nel 1981 e giù giù fino al numero attuale. Solo nel nuovo Millennio la perdita di abitanti è stata del 20%.

L’economia locale è oggi – analogamente al passato – legata soprattutto all’agricoltura e all’allevamento ovino. Nella zona operano circa 60 aziende lattiero-casearie, a conduzione individuale o familiare, che si rivolgono prevalentemente al mercato di zona: il pecorino di Osilo è stato inserito nella prestigiosa lista dei Presìdi di Slow Food, e attende il riconoscimento di marchio DOP, ed è rinomato l’agnello di Sardegna IGP allevato nell’area. Nel corso dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento è stata di rilievo a Osilo anche la produzione di tappeti e soprattutto di tessuti per l’abbigliamento, specie dell’orbace in epoca fascista, non mancando una, seppur limitata, attività estrattiva (informazioni desunte dalla voce «Osilo» su Wikipedia). In questo scenario si pongono i protagonisti e i documenti del libro curato da Strinna, relativamente ai quali è opportuno fare preliminarmente una considerazione di carattere metodologico.

È noto che l’archivistica ha abitualmente privilegiato lo studio dei ‘fondi’ documentari prodotti da soggetti pubblici: il concetto di archivio come locus in quo acta publica servantur si è trasferito nel corso dei secoli dai trattati e commentari giurisprudenziali tardo romani e medievali fin dentro i dizionari della lingua italiana dell’Ottocento e ancora del pieno Novecento. E lo spostamento dell’attenzione anche verso i sedimenti prodotti da soggetti privati – ovvero di soggetti ricadenti nell’ambito d’interesse del diritto privato – ha avuto una progressiva evoluzione solo nel corso del XX secolo, allorché alle riflessioni di natura dottrinale si accompagnò un preciso impegno di tutela da parte dello Stato con la ‘legge Bottai’ del 1939 – che istituì specifici istituti di vigilanza (le Soprintendenze archivistiche) –, impegno poi ribadito dalla legislazione successiva fino al Codice dei beni culturali e del paesaggio oggi in vigore (d.lgs. n. 42/2004).

 Alla presa di coscienza del significato storico e culturale rappresentato dagli archivi privati ha corrisposto, specie nella seconda metà del Novecento, un’azione conservativa e un interesse storiografico rivolti soprattutto verso la documentazione facente riferimento a famiglie aristocratiche e a grandi imprese, rimanendo invece marginale l’attenzione nei confronti di altri soggetti produttori che pur ricadevano nell’ambito della medesima sfera giuridica (quali ad esempio, le famiglie della ‘classe media’ o le piccole e medie aziende). Significativo di questa ‘disattenzione’ è quanto avvenuto nei confronti degli archivi delle «persone fisiche». Ancora alla vigilia dell’emanazione della legge sugli archivi del 1963 (dpr 1409, «Norme relative all’ordinamento ed al personale degli Archivi di Stato»), un archivista esperto e allora ben noto qual era Angelo Caruso (1963: 7-9, 11-13 e 27) insisteva sul fatto che lo Stato non dovesse prendere in considerazione «le carte lasciate da un uomo comune, che, cioè, sia vissuto confuso e indistinto nella massa», e dovesse invece porre attenzione a quelle «lasciate da un uomo (sic!) che si sia elevato sopra gli altri per intelligenza, capacità, dottrina, sia nel campo pratico [...] che in quello dello spirito e della cultura».

11La ‘dignità’ archivistica veniva quindi a configurarsi come conseguenza di una sorta di ‘dignità’ sociale, riconosciuta a personalità di spicco del mondo economico o intellettuale in senso più ampio rispetto a quanto, tre decenni prima, Eugenio Casanova (1928: 232) aveva indicato nel suo manuale di archivistica, dove affermava che «non ha, pur troppo, archivio il nullatenente, che non conta nella Società se non per la sua sola persona», identificando cioè la prerogativa di produrre un archivio a una precisa dimensione verificabile in senso patrimonialistico.

Per un ripensamento sul piano teorico si dovette attendere l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso, quando i contributi di Antonio Romiti (1992) ed Elisabetta Insabato (1992) hanno stabilito alcuni punti fermi circa il riconoscimento della natura pienamente archivistica ai sedimenti documentari personali – senza distinzione cioè fra quanto collegato a necessità giuridiche e quanto conseguente a un atto creativo o volontaristico – e circa la loro autonomia rispetto agli archivi familiari, all’interno dei quali a lungo sono stati tramandati. Senza entrare troppo nel dettaglio, possiamo sottolineare che a partire da queste posizioni la centralità del problema è divenuta a tutti gli effetti l’archivio del singolo individuo, protagonista della propria esistenza – sia nell’esaltazione della propria identità, sia nella partecipazione a gruppi – e quindi come soggetto in grado di produrre un sedimento documentario che ne rappresenti la memoria. Ogni artificio definitorio, ogni qualificazione e ogni specificazione finiscono, cioè, per essere elementi aggiuntivi, accessori e in definitiva secondari, per quanto utili a indirizzare riflessioni sulle specificità morfologiche dei diversi prodotti documentari, ma non elementi strutturali che condizionino la configurazione generale di questa tipologia di documentazione.

Di qui, il progressivo ritrarsi del concetto di «archivio di personalità», ancora peraltro largamente in uso sebbene inadeguato sul piano teorico: per quanto si voglia infatti adottare questo concetto anche in senso elastico, è la stessa volontà di mettere con tale riferimento un ‘paletto’ per circoscrivere l’area di azione a dimostrarsi in definitiva fuorviante. È da condividere pertanto quanto ha sintetizzato Isabella Zanni Rosiello (2017: 609), sottolineando i «buoni motivi» che inducono a «usare la denominazione “archivi di persone”, ritenendola una dicitura onnicomprensiva, adatta sia a individui illustri che a quelli che tali non sono stati, sia a coloro che hanno operato in campo umanistico, sia a quelli che hanno operato in campo scientifico, sia a uomini che a donne. Ed è una denominazione che mantiene una sua intrinseca pregnanza qualora venga utilizzata per sottolineare la rilevanza della complessiva esistenza di una persona, e non solo di quella relativa all’attività prevalentemente documentata nelle carte d’archivio». Si tratta quindi di archivi della quotidianità (Hobbs, 2001: 127) ovvero fonti a «salvaguardia del patrimonio autobiografico» d’interesse popolare (Iuso, 1996: 125), essendo cresciuta «la consapevolezza della facoltà di un archivio personale di contribuire efficacemente a costruire memoria di sé e del proprio itinerario esistenziale [...] fra i potenziali o effettivi produttori [...] e, in ultima analisi, fra la gente comune» (Vitali, 2007: 82).

18248Queste considerazioni generali servono a proiettarci verso i 72 documenti che Strinna propone per il caso di Osilo, trattandosi proprio di scritture di «gente comune», ovvero riconducibili a persone non appartenenti – tranne pochissimi casi – alla ‘classe dirigente’, non afferenti solo a ‘classi subalterne’, ma anche alla piccola e media borghesia, o a professionisti còlti nell’ambito specifico della loro attività. E analizzare questa documentazione ci porta a valutare nello specifico tre problemi che l’archivistica si propone di affrontare, ovvero quelli collegati alla produzione documentaria, alle strategie conservative messe in atto dai produttori e infine ai meccanismi di tradizione che hanno fatto sì che documenti di questa natura siano giunti fino a noi.

Sul primo punto – quello della produzione documentaria – la domanda immediata riguarda ‘chi-dove-come’ avviene la produzione e soprattutto perché la «gente comune» ha necessità di produrre documenti e in che modo produce documenti, se cioè in forma autografa e/o ricorrendo a professionisti della scrittura, ad esempio a notai. La questione della conservazione da parte del soggetto produttore rappresenta il successivo passaggio a un aspetto delicato, ovvero quale sia la motivazione per cui una ‘persona comune’ che pur abbia avuto una qualsivoglia necessità/volontà di produrre documenti intenda custodirli. Infatti, se questo passaggio può trovare giustificazione nei contesti pubblici (ad esempio per obblighi di legge) o in certi contesti privati (ad esempio per garanzia giuridica), tali giustificazioni divengono più flebili allorché la documentazione ha poca o nulla valenza giuridica (quaderni scolastici, ricette, poesie, ecc.), tanto più in ambiti sociali con scarsa familiarità con l’uso della scrittura.

Infine, vi è l’ampio problema della tradizione documentaria, che investe tutta la sfera della documentazione privata: una volta cessati gli interessi conservativi del soggetto produttore, quali altri soggetti hanno interesse a trasmettere nel tempo documenti che hanno perduto ogni valenza sul piano del diritto e non sono legati a particolari motivazioni personali? La tradizione può avvenire nell’ambito familiare – ma il senso del lignaggio, assai forte nel contesto aristocratico, è ben poco diffuso tra la «gente comune» – o in quello del collezionismo privato tramite il recupero di documenti dimenticati nelle soffitte o ritrovati nei mercatini e in altri luoghi di circolazione antiquaria. Più complessa è invece la tradizione di questo genere di materiali da parte di istituzioni pubbliche (Archivi di Stato, archivi storici di enti pubblici, biblioteche e musei comunali), i cui interessi si rivolgono preferibilmente ad «archivi di personalità», subordinando cioè l’acquisizione dei documenti al riconoscimento dell’importanza del soggetto produttore, piuttosto che alla loro significatività implicita.

Partendo da queste considerazioni, e focalizzando la questione della produzione dei documenti di Osilo, appare chiaro che i produttori / le produttrici ‘istituzionali’ dei documenti (ovvero coloro che decisero di ‘creare’ un certo tipo di documento) nella quasi totalità dei casi furono anche gli autori / le autrici ‘manuali’ dei documenti stessi: sacerdoti, maestri, militari di carriera – tutte persone afferenti a categorie sociali avvezze alla scrittura –, ma anche pastori, contadini, artigiani, massaie, tessitrici ovvero ‘non professionisti’ della scrittura, che comunque sapevano scrivere e scrivevano. Ciò comporta evidentemente una riflessione sul livello di alfabetizzazione: tema cui Strinna dà giustamente ampio spazio nelle pagine introduttive del volume. Non solo, il tema dell’alfabetizzazione – ovvero la capacità individuale di usare un ‘codice’ condiviso per fissare su carta ciò di cui si vuol tenere memoria scritta – si intreccia con la necessità di scrivere in lingua italiana o con la possibilità di scegliere in certi casi la lingua sarda. Si può così notare che il ricorso a quest’ultima è attestato per tante scritture prive di valenza giuridica (soprattutto in poesie, drammi e raccolte di proverbi, così come in note di conto e ricette, con calchi dalla lingua sarda seppur vergate in italiano appreso in ambito scolastico), ma ad essa non si rinunciò neppure in alcune particolari tipologie di documenti di produzione notarile (ad esempio, testamenti e inventari), laddove la terminologia dialettale risultasse intraducibile oppure meno efficace a livello descrittivo.

La valutazione del contesto di produzione documentaria non può prescindere da alcune considerazioni di carattere socio-economico, soprattutto per non appiattire su un unico livello due secoli di storia: a Osilo il contesto ‘esterno’ – cioè, potremmo dire, la struttura e la sovrastruttura (per esprimerci in termini marxisti) in cui si pone la produzione documentaria – ovviamente non è stato stabile, per quanto caratterizzato da elementi di continuità. Nel contesto di un’articolazione sociale che Strinna definisce divisa in «rigide caste» (ivi: 18) e che ha visto la ricchezza fondiaria in mano a poche famiglie, al centro vi sono stati in passato e vi sono ancor oggi il lavoro agricolo e l’allevamento ovino – due aspetti dell’economia locale che possono entrare anche in contrasto –, mentre dal secondo dopoguerra si profila l’attività estrattiva, su input di imprenditori esterni, e quella industriale nella zona di Porto Torres (a una quarantina di chilometri da Osilo), attività che hanno richiesto nuovi sbocchi occupazionali, determinando quindi mobilità sociale e lavorativa. Parallelamente, all’interno del paese hanno proliferato i lavori ‘femminili’ – artigianato tessile (tappeti, coperte), realizzazione di coloranti per la tintura della lana, produzione di orbace – riccamente documentati da scritture di donne, spesso semiletterate, ma nondimeno attive nell’uso della scrittura.

Se più difficile risulta contestualizzare le strategie conservative elaborate dagli stessi produttori della documentazione – ma forte dovette essere il vincolo affettivo che autori e autrici ebbero con le proprie carte –, qualche considerazione può essere fatta osservando l’attuale collocazione dei materiali oggetto dell’edizione curata da Strinna, ovvero l’esito finale della tradizione documentaria.

Si può notare una decisa prevalenza di documenti tràditi da archivi familiari/personali – e quindi in larghissima misura ancora in mano agli eredi degli originari produttori – non sottoposti a vigilanza statale, ovvero non dichiarati di «interesse storico particolarmente importante» (d.lgs. n. 42/2004, art. 3, co. 3b), tecnicamente archivi «non notificati»: si tratta di ben 51 documenti sui 72 pubblicati (quasi il 71%; n.ri 8-9, 13, 15-19, 21-31, 34, 37-42,45-52, 56-72). A questi si possono idealmente aggiungere tre documenti conservati in archivi privati «notificati» (il 4%; presso l’archivio del Gremio dei Viandanti a Sassari, n. 4, e in proprietà della famiglia Pinna Parpaglia a Cagliari, n.ri 20, 36): il che fa ammontare i documenti individuati in ambito privato a ben il 75% di quelli pubblicati. Ciò porta a dire che il patrimonio di «scritture popolari» osilesi censito da Strinna giace soprattutto al di fuori di sistemi di conservazione pubblici (statali o di enti locali), e quasi del tutto al di fuori del controllo pubblico. Lasciando da canto due documenti costituiti da articoli editi in giornali locali (il 2,7%; nel periodico «Ogosilo», n.ri 53-54), di fatto la conservazione in ambito pubblico si riduce a 16 documenti: appena il 22% di quanto edito.

Sono numeri che dimostrano quanto nel contesto osilese – ma ciò potrebbe valere sicuramente anche per altri contesti italiani – sia stato molto contenuto l’intervento pubblico nella salvaguardia delle scritture di «gente comune». Né si deve altresì trascurare il fatto che, stante la natura particolare della documentazione – la cui tradizione trova fondamento su motivi sentimentali più che su valutazioni storico-culturali –, può non risultare di facile accettazione da parte dei proprietari delle carte una eventuale ‘intromissione’ pubblica nelle dinamiche conservative.

Guardando inoltre più da vicino le caratteristiche della conservazione pubblica, si può rilevare che la stessa risulta assai varia, essendo diffusa in ben 8 istituti di diversa tipologia, a testimoniare l’erraticità e quindi la casualità di queste presenze. A comporre questo quadro variegato concorrono biblioteche (comunale e universitaria di Sassari, n.ri 5-6, 32-33, 44, 55) – destinatarie a loro volta di archivi familiari –, musei (Museo storico della Brigata Sassari, n. 43), archivi di uffici e istituti scolastici statali (Prefettura e Liceo artistico di Sassari, n.ri 7, 14), archivi di enti pubblici (Camera di commercio di Sassari, n.ri 10-12), così come l’Archivio di Stato di Sassari (fondi «Archivi notarili. Tappa di insinuazione di Osilo» e «Atti notarili. Notaio Leonardo Fadda», n.ri 1-3, 35). Ma al contempo questo policentrismo conservativo – del resto, in generale, tipico della tradizione documentaria italiana –, per quanto possa complicare l’attività del ricercatore, costituisce a sua volta una ‘ricchezza culturale’ se considerato come esito della complessità dell’organizzazione della memoria storica anche in contesti apparentemente ristretti.

Di ognuno dei 72 documenti raccolti nel volume curato da Strinna, dopo una nota di commento, vengono fornite la trascrizione del testo e la riproduzione fotografica, cui si accompagnano numerose altre fotografie di corredo, spesso raffiguranti – cosa senz’altro da rimarcare – gli autori e le autrici dei documenti stessi. In molti casi, inoltre, i documenti sono stati introdotti e trascritti dai figli o dai discendenti degli scriventi, così che le singole ‘schede’ finiscono per essere talora utilmente arricchite da testimonianze personali.

dekkerI documenti sono suddivisi in 11 sezioni tipologico-tematiche: «Scritture private» (ovvero contratti notarili, 1800-1815); «Relazioni e scritture di lavoro» (1841-1961); «Quaderni scolastici» (1918-1925/27); «Agende e quaderni di conti» (1859-1972); «Ricette» (1916-1947); «Lettere» (1835-1995); «Discorsi pubblici» (1928); «Drammi e poesie» (1882-1969); «Raccolte poetiche» (sec. XX); «Proverbi e sentenze» (sec. XX); «Memorie e scritti autobiografici» (1946-1988). Tale articolazione consente di cogliere soprattutto le specificità derivanti dalla varietà delle diverse forme documentarie, riconducibili nel complesso a quelle forme di ego-documenti che caratterizzano gli archivi personali (Dekker, 2002). Al riguardo vale la pena di sottolineare, ad esempio, la ricca presenza di memorialistica del secondo dopoguerra (n.ri 69-72, in particolare quelle del colonnello Celestino Manunta e del mugnaio poi minatore e operaio Giovannino Strinna), così come l’ampia epistolografia attestata dal 1835 agli anni Novanta del secolo scorso (n.ri 32-54), attraverso la quale è possibile cogliere gli interessi culturali di certi settori della società sarda (ad esempio, tramite le lettere del canonico Antonio Manunta – del quale si conserva anche un prezioso libro di conti, n. 20 – e del fratello Gavino al magistrato e storico Pasquale Tola, risalenti agli anni Trenta dell’Ottocento), ma anche problematiche di più ampio respiro: dalla presa di Roma da parte dell’esercito regio nel 1870 (la «breccia di Porta Pia», narrata dall’allora sottotenente dei bersaglieri Alberto Crispo Cappai al padre Antonino, medico e docente universitario a Sassari), alla Grande Guerra (nelle lettere del pastore Domenico Gaspa al fratello Salvatore; del giovane Antonico Manca, poi caduto al fronte, ai parenti; dell’avvocato Celestino Manunta Bruno al cugino colonnello Celestino, protagonista nelle battaglie sul Piave; del seggiolaio Antonio Sanciu alla fidanzata, analfabeta, Maria Chessa), alla Seconda guerra mondiale (nelle lettere dell’allevatore Antonio Fattacciu ai genitori), alla prigionia (nelle lettere e nei quaderni di Antonio Pintus detenuto in India nel 1942), all’emigrazione (nella lettera del 1965 di Giovannico Pinna a Gaetano Cossu), alle missioni religiose (nelle lettere degli anni Novanta inviate dal Congo da padre Piero Manca alla comunità osilese, diffuse tramite il giornale «Ogosilo»).

Una riflessione va fatta in merito alle scritture ‘femminili’, riscontrabili trasversalmente in varie sezioni («Relazioni e scritture di lavoro», «Quaderni scolastici», «Agende e quaderni di conti», «Ricette», «Drammi e poesie»). Si tratta in tutto di 12 documenti autografi o con firma autografa (n.ri 11-12, 16, 18-19, 23, 27-30, 59-60), cui si possono aggiungere 2 «scritture private» di mano notarile nelle quali due donne compaiono come ‘protagoniste’ (n.ri 1-2): in tutto circa il 20% dei documenti pubblicati, una percentuale indubbiamente significativa.

I due atti notarili testé ricordati – l’inventario, in lingua sarda, dei beni (utensili, biancheria, gioielli, capi di bestiame, attrezzature, proprietà immobiliari) posseduti al momento della morte da Quirichina Migheli Pulinas e la carta de servitora, in italiano, con la quale Maria Pintus era posta dal padre Pietro, agricoltore, al servizio del notabile osilese Matteo Manunta – sono i due documenti più antichi della raccolta curata da Strinna, risalendo rispettivamente all’anno 1800 e al 1801. Sono stati reperiti nelle carte della «Tappa d’insinuazione di Osilo», conservate presso l’Archivio di Stato di Sassari, ovvero nel fondo archivistico di quella che fu una specie di Ufficio del registro ante litteram, peculiare della struttura giuridico-istituzionale del Regno di Sardegna d’età moderna: un ritrovamento che rivela interessanti spunti di ricerca per individuare altro materiale utile a documentare aspetti relativi alla storia di genere, in riferimento sia a donne, come Quirichina, che potevano godere di una certa agiatezza, sia ad altre di classe subalterne.

 Ritratto di Maria Sole (Archivio privato)

Ritratto di Maria Sole (Archivio privato)

Gli altri documenti – di provenienza invece privata – evidenziano aspetti interessanti del ‘mondo’ femminile osilese, permettendoci di intravedere, tra l’altro, alcuni casi esemplari di formazione scolastica nell’uso della scrittura e del far di conto, cui avrebbe talora fatto seguito una significativa capacità imprenditoriale. Ben documentate appaiono le figure di Maria Sole (1888-1954), Antonina Tolu Loriga (1907-1985) e Nicolosa Pinna (1914-2003). Di Maria Sole – la cui immagine è trasmessa da due foto di particolare bellezza espressiva (ivi: 119 e 143) – si è conservato un piccolo ma prezioso taccuino di conti e ricordi usato per ben 11 anni, dal 1915 al 1926 (n. 23), ove accanto a registrazioni di entrate e spese si fa menzione di delicati momenti della vita familiare – quali la partenza del fratello Antonio per il servizio militare e la morte dei genitori – o si lascia memoria di peculiari aspetti di vita quotidiana, quali le istruzioni per produrre dalle radici della robbia un colorante rosso usato per la tintura dei filati di lana (n. 28) e le ricette per dolci tipici (ciambelle, pabassinos, «torte di paradiso» e tiricas). Di Antonina Tolu Loriga sono stati reperiti il quaderno scolastico della V elementare risalente al 1918 (n. 18) – recante esercizi di dettatura «improntati a una forte funzione ideologica» (p. 99) – e un quaderno di conti del 1972 (n. 27) relativo al suo laboratorio di tessitura (s’Isola), che a lungo, anche nel dopoguerra, fu «un’attività imprenditoriale di riferimento» (ivi: 134) nella Sardegna settentrionale nella produzione di tappeti e manufatti tessili: una significativa fotografia (ivi: 137) la raffigura assieme a una quindicina di familiari e dipendenti accanto a un singolare strumento di legno (s’ordisgiolu) usato per predisporre l’ordito. Di Nicolosa Pinna restano «quattro quaderni frammentari e la pagella della licenza elementare» (ivi: 103) degli anni 1925-27, che testimoniano bene la sua esperienza scolastica, ove all’apprendimento linguistico di base – fondato su temi, dettati e letture di De Amicis, Gozzano o Pinocchio – e all’esaltazione patriottica o del regime fascista, si univano le descrizioni personali di ricorrenze e festività vissute in famiglia o l’osservazione della campagna nello scorrere delle stagioni (n. 19).

Antonina Tolu (la prima a sinistra) con alcune tessitrici, le sorelle e le nipoti nel suo laboratorio di tessitura s’Isola. In primo piano s’ordisgiolu, strumento di legno impiegato per predisporre l’ordito (Archivio privato)

Antonina Tolu (la prima a sinistra) con alcune tessitrici, le sorelle e le nipoti nel suo laboratorio di tessitura s’Isola. In primo piano s’ordisgiolu, strumento di legno impiegato per predisporre l’ordito (Archivio privato)

Tracce di composizione poetica femminile (n.ri 59-60) si leggono anche nel contesto di due ampie sezioni che Strinna ha riservato alla produzione poetica popolare in lingua sarda (ivi: 224-296, n.ri 56-66), ovvero a componimenti frutto soprattutto della tradizionale poesia estemporanea cantata in ambito domestico o in occasioni pubbliche, tipica degli ambienti dei semiletterati e trasmessa in ambito privato, su fogli sciolti o in quaderni personali. Tra i raccoglitori spicca Giovannino Strinna (1915-2004) «appassionato di tutte le forme di poesia e cultura sarda» (ivi: 297), che, oltre a collezionare materiali autografi, fu a sua volta autore di poesie, raccolte di proverbi, sentenze, «frasi antiche» (n. 68) e delle «Istorie di Osilo» (n. 72), con le quali il nipote Giovanni chiude significativamente il volume.

Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026 
Riferimenti bibliografici 
Caruso, A. (1963). “Considerazioni sul concetto di archivio. Quali siano le scritture da conservare negli Archivi di Stato. Qualche considerazione in merito alla vigilanza sugli archivi privati. Contributo di studio per la nuova legislazione archivistica”. Rassegna degli Archivi di Stato, 23: 5-30. 
Casanova, E. (1928). Archivistica. Siena, Lazzeri. 
Cencetti, G. (1939). “Il fondamento teorico della dottrina archivistica”. Archivi, 6: 7-13. 
Cherchi, G. (2020). “Ammentos. Archivio memorialistico della Sardegna: un’Arca delle Memorie”. Dialoghi mediterranei, 43: on line. 
Dekker, R. (edited by) (2002), Egodocuments in history. Autobiographical Writing in its Social Context since the Middle Ages, Verloren, Hilversum 2002. 
Hobbs, C. (2001). “Personal Archives: The Character of Personal Archives. Reflections on the Value of Records of Individuals”. Archivaria, 52: 126-135. 
Insabato, E. (1992). “Esperienze di ordinamento negli archivi personali contemporanei. Alcune considerazioni”. Studi medievali, ser. III/33: 881-892. 
Iuso, A. (1996). “Archivi autobiografici in Europa. Un primo itinerario”. Archivio trentino di storia contemporanea, 45/2: 121-135. 
Romiti, A. (1992). “Per una teoria della individuazione e dell’ordinamento degli archivi personali”. Studi medievali, ser. III/33: 892-906. 
Strinna, G. (a cura di) (2025). Due secoli di scrittura popolare a Osilo (1800-1998), con un saggio di G. Cherchi. Siena, Nuova Immagine. 
Vitali, S. (2007). “Memorie, genealogie, identità”. In: Giuva L., Vitali S., Zanni Rosiello I., Il potere degli archivi. Usi del passato e difesa dei diritti nella società contemporanea. Milano, Bruno Mondadori: 67-134. 
Zanni Rosiello, I. (2017). “Archivi di scrittori e scrittrici. Note a margine”. Critica letteraria, 45/176: 605-630.

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Stefano Moscadelli insegna Archivistica all’Università di Siena. Si è occupato di teoria archivistica, storia degli archivi e dell’archivistica, ordinamento e inventariazione con particolare riferimento, negli ultimi anni, agli archivi di personalità della cultura, quali il cantautore Fabrizio De André, lo storico Armando Sapori, il critico cinematografico Mario Verdone e il giurista Mario Bracci. Ha pubblicato recentemente il volume Dal ricordo al racconto. Il «diario» del marinaio Giulio Bogino (1943-1948): storia di un internato militare in Germania e del suo ritorno in Italia (FUP-USiena Press 2023, disponibile in Open Access).

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