CIP
di Mariano Fresta
Il recente libro, Il Po mi scusava da mare. Storie di vite alla ricerca del Grande Fiume, pubblicato con una vasta introduzione e la curatela di Piercarlo Grimaldi (prefazione di Carlo Petrini, Edizioni Effedi, Vercelli 2025), è il frutto di un’interessante ampia inchiesta svolta dagli studenti del corso di Antropologia culturale dell’Istituto di Scienze Gastronomiche del Piemonte, con sede a Pollenzo. La ricerca è stata promossa e condotta in occasione del cinquantenario di una famosa trasmissione televisiva, ideata e diretta dallo scrittore e regista Mario Soldati, Viaggio lungo la valle del Po: alla ricerca di cibi genuini [1957-58], quasi a verificare lo stato delle cose avvenute nell’arco di tempo di mezzo secolo. Tra l’altro, riallacciarsi a quell’esperienza significa poter delineare, per una parte notevole della Penisola [1], la geografia e la storia dell’alimentazione con un lungo e variegato elenco delle pietanze ottenute manipolando, in tanti modi e con l’aiuto di molteplici ingredienti, i poveri alimenti offerti dalla natura.
Mario Soldati e l’esperto di cibi e di vini Luigi Veronelli furono, tra gli anni ‘50 e ‘60 del Novecento, gli antesignani di un’attività di ricerca e di divulgazione dei cibi tradizionali oltre che “genuini”, delle varie province italiane proprio all’alba di una trasformazione radicale delle attività economiche e produttive della Nazione, quando in maniera piuttosto veloce e violenta il mondo agricolo fu in buona parte sostituito da quello industriale, lasciando sul terreno solo gli imprenditori agricoli più importanti, essendo gli altri troppo deboli, come i piccoli e medi coltivatori diretti, per competere con le grandi società produttrici e distributrici di cibo su scala mondiale. Molti proprietari di imprese e i braccianti lasciarono, di conseguenza, la campagna e s’inurbarono per trovare lavoro nelle nuove industrie.
Questa trasformazione cambiò anche le usanze alimentari del Paese: molte pietanze scomparvero dalle tavole, sia perché i loro ingredienti non si trovavano in città, sia, probabilmente, perché esigevano un tempo troppo lungo per la loro preparazione: per rendere, infatti, gradevoli al palato i cibi poveri occorreva spesso una complessa manipolazione, resa non più possibile dai ritmi incalzanti della vita moderna. Cominciarono così ad entrare nelle case i cibi precotti, quelli surgelati, quelli liofilizzati e quelli in scatola. Dopo qualche anno, però, grazie anche al lavoro di Soldati e di Veronelli, si tornò ai ricettari delle nonne, a ripescare certi autori come Pellegrino Artusi, a propagandare l’arte culinaria tradizionale mediante un’intensa attività editoriale.
E poi arrivò Arci Gola che presto si trasformò in Slow Food, per la chiaroveggenza e la tenacia di Carlo Petrini, a cui, inoltre, si deve anche l’istituzione dell’Università di Pollenzo. Questo Ateneo, nato per iniziativa privata, si occupa di gastronomia a livello scientifico utilizzando metodi e teorie delle scienze sociali, nel senso che i suoi insegnanti e i suoi studenti si devono occupare anche di ricerche ed inchieste storiche, sociologiche e antropologiche che abbiano a che fare con tutto ciò che riguarda il cibo: produzione, trattamenti culinari, consumo.
La ricerca del 2007 fu svolta lungo il Po dalle sorgenti di Piano del Re fino al delta, usando un mezzo di trasporto lento, la bicicletta, in modo da potere osservare bene i luoghi attraversati, parlare con la gente e soffermarsi a considerare il rapporto tra condizioni di vita e alimentazione. Il cibo, infatti, oltre ad essere necessario alla nostra sopravvivenza (sacco vuoto non sta ritto, dice un vecchio proverbio), non può essere studiato solo dalla scienza dietetica, perché esso è frutto del lavoro dell’uomo e di una millenaria esperienza acquisita nel difendere e mantenere la propria condizione esistenziale; attorno ad esso, infatti, s’impernia una quantità enorme di attività sociali che costituiscono gran parte dei temi che affronta l’antropologia, in quanto ci sono molteplici modi e mezzi per produrlo, altre per distribuirlo; su di esso si basa una buona parte dell’economia e, infine, esso è al centro di tante occasioni rituali che marcano da millenni la vita sociale dell’umanità. Nello stesso tempo la ricerca avrebbe mirato a rintracciare, com’è nella missione di Slow Food, quei cibi genuini ancora resistenti da contrapporre a quelli “industrializzati” della contemporaneità.
L’introduzione di Grimaldi riguarda nei primi due capitoli le esperienze personali dell’autore: ci sono i suoi rapporti con il Belbo, il fiume che attraversa le Langhe di Pavese e Fenoglio; ci sono, quindi, le memorie che riguardano la sensibilità e la cultura dell’Autore che anticipano, però in maniera letteraria e antropologica e con una complessità maggiore, quanto registrato nelle successive interviste agli abitanti delle rive del Po. Accanto alle memorie paesane seguono poi i ricordi di un’esperienza acquisita percorrendo il fiume Congo: un’altra avventura antropologica, vissuta anche questa sulle acque di un fiume, suggerita dalla lettura di Cuore di tenebra di Joseph Conrad.
C’è, infine, il viaggio lungo il Po, con la partecipazione di oltre 150 giovani universitari provenienti da diversi continenti, programmato come momento preminente della didattica i cui temi Grimaldi così sintetizza:
«L’anno accademico 2007-2008 si è aperto dunque con un lungo cammino di circa un mese, alla ricerca delle culture del fiume che genera la pianura padana per osservarlo da vicino in tutta la sua estensione, interrogarlo, interpretarlo in un continuo, creativo, dialettico contatto e dialogo» (ivi: 43).
Ovvio, quindi, che al Po sono dedicate cure particolari. L’Autore ne percorre la storia partendo addirittura dalla mitologia, ricavando significati interessanti dalla leggenda di Fetonte, per poi passare a Plinio il Vecchio le cui considerazioni erano già suggestioni antropologiche che aiutano lo studioso moderno ad illustrare ed interpretare le caratteristiche del fiume. E poi, inoltrandosi nei secoli successivi fino ad arrivare a noi, cita le sensazioni e le idee di molti autori (Ovidio, Goethe, Soldati, Zavattini, Bacchelli, Rumiz, ecc.) che nel corso del tempo si sono occupati della Valle padana. Da tutte queste testimonianze Grimaldi trae le seguenti conclusioni:
« … l’acqua non è un nemico ma una risorsa preziosa, un universo con cui misurarsi in un proficuo e sereno confronto, un’inesausta scuola di vita dove il dialogo tra natura e cultura è caratterizzato da una profonda affettività e virilità» (ivi: 45).
Sennonché, nell’ultimo secolo non c’è stato più il rispetto che, fin dall’antichità, gli uomini hanno riservato al grande fiume, perché l’avidità e la ricerca assillante del profitto hanno profanato e deturpato le sue acque e le sue rive, modificandole e sfruttandole a proprio tornaconto. Così commenta Grimaldi, con parole dal tono piuttosto amaro:
«E poi tante ferite, bubboni, escrescenze da sanare delle quali, spesse volte, non conosciamo la cura, segni arrugginiti di diverse rivoluzioni industriali. L’inferno delle porcilaie (Rea, 1996, p. 271) abbandonate e non, moderni allevamenti-fabbriche, fabbriche esauste, fabbriche in attività, centrali nucleari che conservano, ancora nel loro corpo spento scorie radioattive in precaria sicurezza… Tutto questo si specchia nelle acque, si abbandona nel ventre molle del fiume che, come ci ha detto un anziano testimone, “è stanco, non ne può più di sopportare”» (ivi: 46).
L’Autore nel suo intervento fa anche ampie panoramiche dei momenti storici più importanti vissuti dal fiume, da quelli in cui ha dato pane e lavoro agli abitanti distribuiti nei paesi e nei villaggi lungo il suo tragitto che va dalle Alpi all’Adriatico a quelli più recenti marcati da un forte inquinamento chimico, da una cattiva gestione delle acque, da una superficiale manutenzione e da un selvaggio consumo dei terreni adiacenti, sui quali sono proliferati, con poco senso estetico e logico, case, ville e villette, spesso come abitazioni per la villeggiatura.
La parte del capitolo più importante è però quella in cui l’autore, esaminando e discutendo le interviste accolte nel volume, tratta ampiamente la ricchezza culturale presente in tutta la Val padana, talora con la felice sorpresa di vedere emergere dalla memoria alcune tradizioni ritualistiche ormai scomparse, come l’orso di paglia di segale o il fantoccio di carnevale che viene annegato nelle acque del fiume dopo essere stato dato alle fiamme. Da notare, ma d’altra parte si tratta di un fenomeno ovvio, che le tradizioni culturali sono ancora vive ai margini estremi del fiume, presso le sorgenti del Pian del Re e nelle lagune del delta, là dove, cioè, il flusso della storia è stato più lento e ha toccato meno che altrove la realtà locale.
Oggi, a distanza di quasi un ventennio, Grimaldi può così concludere:
«Sinteticamente le informazioni raccolte durante l’indagine sul terreno definiscono un universo, quello del Po che, mentre da un lato conserva ancora ampie tracce attive della tradizione, dall’altro evidenzia, molte volte, come i gesti e le parole dell’oralità del fiume appartengano solo più alla memoria delle generazioni più anziane» (ivi: 47).
Nella seconda parte del volume sono raccolte le trascrizioni delle risposte rilasciate dagli intervistati ai giovani ricercatori. Ne viene fuori una cultura tradizionale abbastanza omogenea, ma per far risaltare meglio le poche differenze e le sfumature tipiche di ogni contrada, le interviste sono state distinte per le aree bagnate dal fiume, e cioè Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.
In una ricerca promossa da una istituzione accademica in cui la disciplina più importante è la gastronomia, non ci si deve meravigliare se tra gli intervistati compare un buon numero di cuochi/e e ristoratori, proprietari e personale di cucina di locali “popolari” come osterie e trattorie, i quali hanno elencato una grande quantità di cibi poveri; tra questi quello dominante è la polenta, bianca o gialla, sempre presente nel ricordo e nell’attuale alimentazione quotidiana. E poi ci sono i pesci di acqua dolce, da quelli più noti come le anguille e le carpe, fino ai piccoli pesci sconosciuti ma importanti per la quotidiana dieta alimentare dei rivieraschi. Accanto ad essi i contadini che svolgono la loro parte di fornitori di cibi poveri ed infine i mugnai senza i quali non ci sarebbe la farina di mais per la polenta e quella di grano per il pane.
Le interviste fanno intravedere una certa insistenza da parte dei ricercatori nel fare domande sul cibo: ciò potrebbe dipendere dalla volontà di seguire la traccia lasciata da Soldati; questa insistenza, però, mette in mostra anche l’alto grado di fantasia culinaria con la quale i cuochi di professione e coloro che a casa, soprattutto nonne, madri e zie, si sbizzarrivano ad inventarsi pietanze appetibili e presentate come “nuove e straordinarie” malgrado gli stessi ingredienti di sempre. Così nascono piatti fortemente tradizionali, quali la paniscia, la fagiolata, la miriade di frittate a base di erbe spontanee e di rane e la varietà delle ricette riguardanti le anguille. E ad un livello più alto, i marubini, tortellini farciti con pasta di salame. E poi i cotechini, il salame aromatizzato con l’aglio, qualche storione e la raspadura (Riboldi: 228). Quest’ultima non era altro che la raschiatura delle forme di grana messe ad invecchiare e che avevano bisogno di una periodica pulizia esterna; con essa si arricchivano molte pietanze altrimenti povere di sostanze proteiche. In genere, tuttavia, la regola predominante nell’alimentazione era, necessariamente, quella della frugalità. La polenta rimaneva sempre al centro della tavola, figuratamente e realmente, dato che spesso ci si doveva saziare con una pagnotta con in mezzo una sola fetta di salame (Gorgo: 135). Il culatello, una delle eccellenze della pianura emiliano-romagnola, nelle interviste è nominato di sfuggita e solo per un paio di volte.
Il cibo, come sappiamo, non riguarda solo la gastronomia, esso è il frutto di tante specifiche attività e di tanti lavori. Tra questi, quello dei contadini la cui presenza tra gli intervistati è minima, ma se si parla di polenta e di pane e pasta la nostra mente va ai campi coltivati; e poi ci sono gli allevatori, che procurano il latte e la carne e che ci ricordano le stalle, ricoveri per il bestiame, ma anche sedi in cui d’inverno le comunità familiari potevano scaldarsi e ritrovarsi a veglia per parlare di lavoro, per raccontare barzellette e novelle, narrare vicende di streghe e di fate e per cantare, mentre le donne rassettavano cucivano e filavano (per questo le veglie si chiamavano filò). Le testimonianze dei contadini ricordano anche i lavori di trebbiatura con i loro pasti eccezionali e sostanziosi a base di tanto salame, di minestrone, di tacchino oppure oca, di abbondante burro e di tanto pane (Gorgo: 136).
Numerosi, invece, tra i procacciatori di cibo sono i pescatori e molto presenti anche le mondine, i cui racconti sono i più lunghi e i più ricchi di informazioni storiche ed etnografiche, tra le quali, quella molto sorprendente fornita da Renata Marangon (ivi: 313) che ricorda il tempo in cui le acque del fiume erano proprietà di privati che le gestivano con modi di sapore feudale. I pescatori ci spiegano come si attua la pesca in un fiume e ci parlano del Po come fornitore principale del cibo quotidiano elencando numerose specie di pesci. Le mondine ricordano il duro lavoro nelle risaie, il canto corale come conforto alla fatica, le lotte sindacali per la riduzione dell’orario di lavoro (ricordate nel canto Se otto ore – vi sembran poche); ci informano inoltre sui tipi di lavoro occorrenti nella coltura del riso, dalla semina fino alla sua raccolta; accennano anche all’arrivo negli ultimi anni della manodopera cinese. Accanto a queste figure ci sono i cacciatori: lungo le rive del fiume si incontravano uccelli di passo e stanziali: cicogne, aironi, cormorani e soprattutto gallinelle d’acqua. Si sparava a tutto, dice un testimone (Vaschetti: 141), perché la fame era tanta.
Le interviste ci informano poi dei mestieri tipici nati dai bisogni di chi vive accanto ad un fiume. L’acqua del Po serviva ad irrigare i campi ed ecco la necessità degli “acquaioli”, di coloro cioè che si occupavano della distribuzione dell’acqua agli agricoltori; c’era il meatore, cioè colui che scandagliava il fiume per indicare la profondità dell’acqua ai piloti dei natanti che trasportavano legname e merci varie; c’era chi esercitava il mestiere di “cannaiolo” per tagliare e fornire le canne per la costruzione di capanni, mestiere in tempi recenti diventato poco fruttuoso per la diminuita portata d’acqua del fiume e per la presenza delle nutrie ghiotte delle radici di quelle piante; chi costruiva le nasse per la pesca e chi forniva i richiami per gli uccelli ai cacciatori. Importanti anche le figure del traghettatore e del carpentiere che riparava e costruiva barche.
Ma c’erano anche altri lavori non legati alla vita del fiume: la coltura della canapa è ricordata soprattutto per il lavoro massacrante che richiedeva; le donne si occupavano dell’allevamento del baco da seta che forniva il primo guadagno di ogni annata; si coltivava la menta destinata ai fabbricanti di dentifrici.
L’inchiesta ha registrato la presenza sul territorio di raccolte di oggetti tradizionali e di musei di vario genere: a Casalbeltrame c’è proprio un museo etnografico, a Nocellara (RE) funziona un acquario didattico, a Fontanellato una raccolta di ex- voto, mentre Giuseppe Forti è fiero della sua collezione di circa tremila pezzi riguardanti oggetti e strumenti di lavoro relativi al territorio del delta.
Gli argomenti più sentiti, perché attuali, che si inseguono da un’intervista all’altra riguardano le alluvioni e i mezzi con cui tempo fa si cercava di combatterle, e delle omissioni e degli errori commessi in tempi recenti da chi ha la responsabilità di difendere le popolazioni da queste periodiche vicende drammatiche. I lamenti si fanno ancora più forti e più frequenti quando si parla di inquinamento che ha aspetti molteplici, perché riguarda il lavoro dei campi in cui si usano pesticidi, riguarda le industrie alimentari e chimiche, e poi la centrale atomica di Caorso non più funzionante e quindi diventata solo un deposito di scorie radioattive, la centrale termoelettrica ad olio situata in prossimità del delta. Tutte cause che si potrebbero ridurre o limitare; recentemente è comparso il problema della salinità, causata dall’avanzare del mare in un buon tratto del percorso finale del fiume, producendo trasformazioni gravi per la fauna ittica, per la flora, per l’agricoltura e per lo stesso paesaggio.
La maggior parte delle risposte si condensa in poche pagine, ma alcune sono piuttosto lunghe e ricche di informazioni; si tratta di persone molto affezionate al fiume e per questo interessate a tutto ciò che lo riguarda. Si accenna qui solo a due risposte che ci sembrano esemplari.
Il sindaco di Casalbeltrame, Teresio Novella (ivi: 178), ha una visione globale del suo territorio che gli permette di spaziare dalle attività culturali del suo Comune, alle specialità gastronomiche, alle caratteristiche del lavoro in risaia. L’intervista avviene nella sede del Museo etnografico frutto di molti anni di lavoro e progettato non solo per avere un quadro delle tradizioni specifiche di quella zona con lo scopo di ricostruire l’identità del paese, ma anche perché attorno ad esso nascessero altre iniziative culturali. E difatti dopo sono nati un Premio letterario, la Gipsoteca, con un laboratorio di calcografia, e inoltre una fonderia e una marmeria «per i giovani che vogliono intraprendere queste attività». In tutta la comunità forte è l’interesse per la salvaguardia e la tutela del paesaggio e per il recupero di tanti cascinali abbandonati. Anche per le risaie si sono avviati studi scientifici per ritrovare nuovi metodi di coltivazione e varietà di riso che hanno bisogno di una quantità d’acqua inferiore rispetto alle altre.
Il contributo del pescatore Angelo Boscolo (ivi: 331 e segg.) è molto importante perché illustra le profonde trasformazioni ambientali, sociali e culturali avvenute nell’area del delta. Grave la scomparsa delle lagune che dava lavoro a centinaia di pescatori, e che sono state interrate per impedire il movimento ondoso; in compenso, tuttavia, sono sorti gli allevamenti di vongole veraci che sembrano più redditizie della pesca. Un altro problema sottolineato dall’intervistato è quello del “cuneo salino”, dell’acqua marina cioè che risale la corrente del fiume e non permette più l’esistenza delle risaie. In conclusione, per usare l’espressione puntuale di Cesare Castellani, «oggi il Po non mi dice più nulla … di poetico non c’è più niente» (ivi: 210).
Oltre alla gastronomia, alle condizioni materiali di vita, ai mestieri fluviali e a quelli di terraferma, alle storie di vita, alle vicende del fiume, l’inchiesta ha rilevato un ampio campo di tradizioni culturali; né poteva essere diversamente, visto che i ricercatori erano studiosi e studenti di scienze antropologiche. Le informazioni relative alle feste, alle cerimonie rituali, all’espressività orale (racconti, teatro, canti, proverbi ecc.) sono molte e purtroppo disseminate tra le altre di argomenti diversi. Si prova qui a farne un riepilogo per dare un’idea della ricchezza culturale che circola tra le classi popolari, e non solo sulle rive del Po.
Molte sono le testimonianze relative alle feste religiose, in gran parte dedicate alla Madonna, a volte collegate con pellegrinaggi ai vari santuari: vivendo vicino ad un fiume che spesso tracima e provoca alluvioni disastrose, la fede, talora intrisa di superstizioni, è l’ultima difesa che resta alle genti del Po. È testimoniata anche la presenza, per la Settimana Santa, di una rappresentazione della Passio: non si tratta di una recita teatrale ma di una lettura del Vangelo svolta come una sorta di oratorio in presenza di spettatori (Bovo: 102); addirittura, per Mirella Ferrero, questa specie di rappresentazione generava momenti di socialità altrimenti del tutto assenti (ivi:107). Tra i riti religiosi è ricordato più volte quello delle Rogazioni, ormai abolite dalla Chiesa. Le cerimonie laiche riguardano soprattutto le feste solstiziali e l’usanza dei falò di san Giovanni in numerose località.
Su tutte le feste laiche domina il carnevale celebrato in tanti modi, tra i quali si notano quello del fantoccio bruciato e poi annegato (ivi:280), già citato, e quello che è caratterizzato da una questua e da un finale pasto collettivo, ricordato dal mugnaio Chioffredo Depretis (ivi: 124).
Le veglie serali (i filos) piuttosto diffuse erano momenti molto importanti per l’espressività orale: oltre le discussioni su argomenti quotidiani, ma anche il racconto di storie e fiabe, di barzellette, di canti corali, perfino di recita del rosario. Alle veglie si partecipava anche se non si faceva parte delle famiglie; perché c’erano persone che, bravi nel cantare, giravano da un cascinale all’altro per intrattenimento dei veglianti. Non c’è nessuna testimonianza che riguardi un’eventuale ricompensa ai cantori, ma possiamo ipotizzare che avveniva uno scambio tra il cantore e la famiglia: il primo offriva il suo patrimonio di canti e la sua voce, l’altra offriva da bere e qualcosa da mangiare.
I racconti avevano come argomenti le attività delle faie, esseri dediti a rubare i bambini, quelle delle masche, ovverosia le streghe, tema di tono noir, sempre presente tra i piccoli gruppi umani che vivono isolati dagli altri, (un testimone lombardo riferisce che dalle sue parti le storie delle masche non erano raccontate ma cantate); le fantine, personaggi tipici della narrativa piemontese.
Così come c’era l’usanza per chi aveva le capacità di andare a cantare nelle veglie altrui, c’erano i caminant, cantastorie itineranti, che visitavano le riunioni serali per raccontare storie (ivi: 188).
C’è poi una notizia raccolta nel Veneto su una tradizione piuttosto singolare: le donne rimaste sole (le due testimonianze non fanno accenni agli uomini) si recano periodicamente al cimitero a parlare con i loro defunti: parlano ad alta voce, anche di cose intime, forse si sfogano o forse lo fanno per combattere la loro solitudine.
Nel campo espressivo la maggior parte delle testimonianze riguarda i canti. Numerosi sono quelli delle mondine: Armida Iseppato e Giovanna Moneguz ne ricordano molti (ivi: 159 e segg.). Ma si cantava un po’ dappertutto, come informa M. Gorgo, un contadino abitante presso il fiume Maira: si cantava durante la mungitura delle vacche, durante la trebbiatura, in occasione di nozze. Per parte sua, il pastore G. Flesia mostra di possedere un ampio repertorio di canti, di molti dei quali riporta i testi (ivi: 89 e segg.). Anche Sigolini dimostra di possedere un discreto repertorio di canti di lavoro, fra i quali alcuni riguardano le lavandaie di fiume (ivi: 233).
Nel complesso il volume si presenta molto ricco di informazioni, alcune appena accennate, altre approfondite e argomentate, ma tutte più che sufficienti a darci un quadro d’insieme di decine di aree geografiche diverse, di paesi e insediamenti vari che, sul sottofondo di una cultura comune e soprattutto di un sentimento di solidarietà affettuosa con il grande fiume, offre squarci di diversità e di sfumature che la storia ha seminato nel tempo.
A me personalmente la lettura del libro ha destato una qualche perplessità non sui dati raccolti ma nei modi della loro esposizione: sia nei tre capitoli di introduzione di Grimaldi, sia nella maggior parte delle interviste scorre un sentimento di nostalgia nei confronti dei tempi andati che assume a volte aspetti idilliaci e a volte di malinconia, e che io ho sintetizzato, riprendendo una frase di William Zanca (ivi: 238), nel titolo che ho dato a questo contributo: se il Po non ha più un suono dolce come tanti anni fa, forse è il caso di cercarvi rimedio, senza sconfortarsi e con coraggio e mente lucida, per ristabilire almeno una buona parte della sua antica vitalità.
Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026
Note
[1] Si tratta di ben quattro regioni, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto.
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Mariano Fresta, già docente di Italiano e Latino presso i Licei, ha collaborato con Pietro Clemente, presso la Cattedra di Tradizioni popolari a Siena. Si è occupato di teatro popolare tradizionale in Toscana, di espressività popolare, di alimentazione, di allestimenti museali, di feste religiose, di storia degli studi folklorici, nonché di letteratura italiana (I Detti piacevoli del Poliziano, Giovanni Pascoli e il mondo contadino, Lo stile narrativo nel Pinocchio del Collodi). Ha pubblicato sulle riviste Lares, La Ricerca Folklorica, Antropologia Museale, Archivio di Etnografia, Archivio Antropologico Mediterraneo. Ultimamente si è occupato di identità culturale, della tutela e la salvaguardia dei paesaggi (L’invenzione di un paesaggio tipico toscano, in Lares) e dei beni immateriali. Fa parte della redazione di Lares. Ha curato diversi volumi partecipandovi anche come autore: Vecchie segate ed alberi di maggio, 1983; Il “cantar maggio” delle contrade di Siena, 2000; La Val d’Orcia di Iris, 2003. Ha scritto anche sui paesi abbandonati e su altri temi antropologici. É stato edito nel 2023 dal Museo Pasqualino il volume, Incursioni antropologiche. Paesi, teatro popolare, beni culturali, modernità.
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