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Scolpire per grazia ricevuta

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Giacomo Principato (ph. Riccardo Vadalà)

di Sergio Todesco

Nell’esame dei fenomeni di religiosità popolare emerge la necessità di valutare tanto gli elementi di conservazione e oscurantismo, quanto i germi di senso comunitario, desiderio di declinare forme di religiosità più genuine di quanto non appaiano quelle legate alla liturgia ufficiale, aneliti a riscatto sociale.

Le forme di religiosità popolare assorbono infatti in parte i modelli delle società arcaiche da cui provengono alcuni suoi elementi. È noto che la penetrazione del Cristianesimo nelle campagne non è mai stata indolore, registrando in ogni epoca ampie resistenze e conflitti, battute di arresto, e spesso patteggiamenti e compromessi con le ritualità popolari che la Chiesa ha di volta in volta proibito, sconsigliato, tollerato, accettato e fatto proprie.

Potremmo dunque parlare di contenuti ambivalenti dei fenomeni di religiosità popolare. Il tipo di religiosità oggi osservabile nei paesi, ma anche nelle zone urbane periferiche e meno coinvolte nei processi di secolarizzazione, è una sorta di palinsesto che registra tutte le stratificazioni (e anche le incrostazioni superstiziose) che il corso della storia è venuto depositando su fenomeni e meccanismi di massa, che spesso vedono intere comunità “puntare” sui comportamenti religiosi per guadagnare ruolo e status sociali altrimenti loro preclusi.

La religiosità popolare si dibatte dunque tra creatività ed effervescenza, tra chiusura al reale messaggio evangelico e ampliamento “spontaneo” degli orizzonti spirituali e comunitari. La filiazione a modelli arcaici di religiosità fa sì ancora oggi che in determinati contesti sociali il sacro e la sua gestione vengano avvertiti (a livello comunitario addirittura!) come segno e avallo del potere, di un potere che riceve in tal modo – attraverso l’esibizione di gerarchie processionali o altre forme di attestazione di importanza – una piena legittimazione presso larghe fasce di fedeli in buona fede. Da qui le incrostazioni malavitose, con gli inchini dei fercoli processionali dinanzi alle case dei mafiosi, durante le processioni, e la cinica prassi di sfruttamento della sfera del sacro da parte di persone che non ispirano certo la loro esistenza alla Parola evangelica.

Recenti studi di orientamento cattolico (L. Berzano – A. Castegnaro – E. Pace) hanno cercato di esaminare la religiosità popolare andando oltre le tradizioni di studio fino ad oggi prevalenti e introducendo il concetto di generatività dei beni della religione popolare. La domanda che ci si è posta è: cosa può ridare nuovo fascino, valore e significato a un santo, a un luogo di culto, a una festa? Si tratta di un orientamento che non fa più riferimento alle precedenti concezioni della religione popolare quale residuo del passato o serie di forme pittoresche di una fede inautentica; e a ben vedere nemmeno, come sosteneva Gramsci, unicamente alla religione delle classi subalterne. La generatività (la possibilità di esprimere sempre nuovi sensi) richiama piuttosto la religiosità popolare quale ripresentazione, trasformazione, rinascita di un atteggiamento proprio di quello che Mircea Eliade definiva l’Homo religiosus.

Tale posizione andrebbe sottoposta ad ampi approfondimenti per poter ad essa consentire, ma rimane indubbia a mio parere la necessità di iniziare a ripensare le categorie di popolo e di popolare in un’epoca come la nostra in cui  sono venuti affermandosi un popolare sventolato da movimenti come Comunione e Liberazione e partiti politici come la Lega incentrati su percezioni di comunità all’interno delle quali le tradizioni vengono piegate a definire un’identità culturale in larga misura costruita e contrapposta alle altre identità. Tali narrazioni mistificate e strumentali hanno finito col conferire alle nozioni di popolo e popolare un ambito semantico assai diverso da quello tradizionale, sul quale l’antropologo è oggi chiamato ad esperire nuovi approcci ermeneutici.

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Giacomo Principato (ph. Riccardo Vadalà)

Un caso alquanto significativo di atteggiamento popolare lontano dalle mutazioni cui il termine è andato oggi incontro ci viene offerto dalle singolari forme assunte da una “resa di grazia” registrata alcuni anni or sono a Capizzi, centro montano dei Nebrodi Occidentali.

In provincia di Messina il patrimonio votivo si presenta in maniera preponderante come documento storico, come somma di manufatti che rinviano a pratiche cultuali un tempo assai diffuse ma oggi, negli ultimi decenni, in larga parte dismesse. Solo in alcuni tra i santuari meno conosciuti e che hanno mantenuto caratteri di arcaicità è ancora possibile scorgere, benché in quantità sempre più esigue, un modesto incremento annuale di ex voto presentati dai fedeli in determinati tempi festivi, la cui ostensione è indirizzata tanto al santo quanto alla comunità intera che a lui rende tributo. Per una comprensione dei meccanismi antropologici sottesi alla pratica votiva, non ci è ormai dato pertanto – fatta qualche eccezione, come nel caso del culto a San Calogero (San Salvatore di Fitalia), dei pellegrinaggi al Letto Santo (S. Stefano di Camastra) e alle Tre Verginelle (Tortorici) e pochi altri – di coglierne in vivo nella sua originaria organicità e pienezza uno degli aspetti più pregnanti, quello della resa di grazie.

Il pellegrinaggio è, sotto il profilo antropologico, un viaggio verso luoghi sacri volto a consentire e dischiudere a chi lo effettua forme di incameramento e di partecipazione della medesima potenza sacrale da cui il locus sacer e il nume che lo abita è permeato. Tale contiguità con la sfera del sacro si rivela estremamente feconda per l’attivazione di meccanismi di interlocuzione tra il fedele sofferente e il nume cui egli si affida per sfuggire alla propria condizione patogena.

Altro elemento che concorre a plasmare l’ideologia dell’ex voto consiste nel convincimento che il corpo non sia altro che una macchina, un organismo in qualche modo “assemblato” il cui elemento olistico, unificante, è costituito proprio dal “corpo salvato”, dall’esito di un intervento misterioso, comprensibile solo all’interno di un’economia sacrale: l’uomo cura, Dio solo guarisce. Il divino si manifesta cioè, e si rende presente all’uomo, agendo all’interno della sua storia e però senza perdere nulla della distanza che da lui lo separa.

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Giacomo Principato (ph. Riccardo Vadalà)

Il voto donato al Santo è di fatto prestato; assai spesso infatti esso si trova inserito in un circuito tendenzialmente infinito di trans-azioni piuttosto che esplicitarsi in un atto compiuto di offerta. In tale prospettiva l’antropologo Pietro Clemente, facendo interagire le celebri etimologie indoeuropee di Emile Benveniste con spunti critici di Marcel Mauss, Bronislaw Malinowski, Clara Gallini etc., ha ipotizzato nell’esercizio del voto, all’interno della, più volte esaminata in ambito antropologico, ideologia paritaria dello scambio, una prassi disequilibratrice del dono mirante a ricreare sempre di nuovo scarti significativi tra entità incommensurabili.

Il censimento condotto sul patrimonio votivo ancora esistente in provincia di Messina ha messo in luce una presenza non più capillare come in passato, e tuttavia interessante, complessivamente non più di una trentina di siti. È stato inoltre accertato come a partire dagli anni ’60 del secolo scorso tale patrimonio abbia subìto una continua emorragia che ne ha in pochi decenni pressoché polverizzato l’originaria consistenza. Tre motivi sembrano aver determinato la progressiva rarefazione degli oggetti votivi nel corso del XX secolo, soprattutto a far data dalla seconda metà di esso; innanzitutto – in tale ultimo periodo – la perniciosa mutazione antropologica cui si è già fatto cenno, la quale ha sortito, tra gli innumerevoli suoi frutti, il rigetto da parte dei ceti popolari di parti organiche di una precedente cultura tradizionale i cui orizzonti apparvero improvvisamente (durante la pasoliniana scomparsa delle lucciole) angusti e d’impedimento allo “sviluppo”; in secondo luogo, la massiccia aggressione mercantile e la conseguente immissione di tali materiali nel settore dell’antiquariato minore; infine, un effettivo statuto conflittuale dell’ideologia votiva nei confronti di un’impostazione pastorale, sempre più nettamente affermatasi in seno alla Chiesa, che si ripromette di disegnare le traiettorie del cammino spirituale delle comunità ecclesiali attraverso più controllati e controllabili strumenti dottrinari e partecipativi (dal catechismo ai gruppi di preghiera).

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Interno della bottega (ph. Riccardo Vadalà)

Per tracciare una sintetica mappa del patrimonio votivo della provincia è risultato utile contestualizzare le tipologie ancora riscontrabili attribuendole ai rispettivi luoghi di giacenza. Si possono, in tale prospettiva, richiamare gli oggetti che rinviano alla persona, come abiti da sposa, trecce di capelli, pettini, stecche da busto, stampelle apparecchi ortopedici e protesi, culle, abiti e suppellettili dell’infanzia, indumenti intimi, divise e armi da guerra, falci, martelli e strumenti di lavoro, modellini di nave, gioielli e ori di varia tipologia etc. Una seconda tipologia è quella della produzione ceroplastica: teste (che rinviano in genere alle malattie mentali), arti (in particolare, i piedi dopo un viaggio riuscito bene), cuori (quasi sempre simboleggianti l’integrità della persona), figure intere, organi interni, mammelle, genitali etc. Vengono quindi i doni votivi che non rinviano alla persona quali lampade, statue, ceri, pulpiti, panche, vare, confessionali, edicole, e anche animali, derrate alimentari etc. Seguono i manufatti anatomorfi in lamina d’argento o metallo: parti del corpo, figure intere, animali, etc. Quindi le sculture: legno, cartapesta, pietra e marmi etc. Ancora, le fotografie, in Sicilia non molto utilizzate ma di cui esistono significative testimonianze in qualche santuario. E finalmente le pitture votive, che costituiscono la tipologia forse più interessante per i risvolti iconografici connessi alla messa in forma della resa di grazie. Non sono infine da ignorare alcune forme di “comportamento votivo” comunitariamente ritualizzato, quali quella costituita dai pellegrinaggi (notevoli in provincia di Messina i richiamati pellegrinaggi al Santuario delle Tre Verginelle nell’areale di Tortorici o quello al Santuario del Letto Santo nell’areale di S. Stefano Camastra), o da ritualità quali la processione degli angioletti votivi a San Pier Niceto, durante la Settimana Santa, o l’uccisione del giovenco offerto in voto a San Nicola di Bari a Roccavaldina, o ancora la pesatura votiva dei neonati e il corrispondente dono in grano a San Calogero a Cesarò etc.

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Giacomo Principato (ph. Riccardo Vadalà)

Altri elementi riconducono all’uso di ex voto particolari riscontrabili nel caso di pratiche devozionali quali la veste o “abitino” da far indossare a un infante in segno di ringraziamento per la sua guarigione, una messa dedicata espressamente alla resa di grazie, una novena o un triduo di ringraziamento, e in genere le forme di devozione esibite e le attestazioni di grazie enfatizzate all’interno della comunità; si tratta di azioni votive “immateriali” che testimoniano comunque di uno scambio tra prestazioni salvifiche e controprestazioni basate sul “riconoscimento di potenza”.

Un caso singolare, e per certi versi esemplare, di comportamento votivo eletto a cifra esistenziale, che in questa sede interessa per il peculiare oggetto della pratica votiva, è quello offerto da Giacomo Principato di Capizzi. A costui, in gioventù pastore, era stata diagnosticato un tumore. Senonché, secondo la sua narrazione, mentre un giorno camminava per i campi cadde svenuto per terra, e durante il suo stato d’incoscienza gli apparve in sogno San Giacomo che gli testimoniò il suo intervento curativo assicurandogli la guarigione dal male che lo affliggeva.

Riavutosi dallo svenimento, Principato volle sottoporsi a nuovi controlli dai quali emerse la scomparsa della massa tumorale in precedenza riscontratagli. A partire da quel momento, attribuendo la propria guarigione all’opera salvifica del santo, egli iniziò a costruire, in stile naif ma con indubbia efficacia espressiva, fercoli lignei (varette) e statue di San Giacomo di piccole, medie e grandi dimensioni: oggetti devozionali dei quali egli non ha mai fatto commercio, limitandosi a produrne sempre di nuovi in una sorta di coazione a ripetere l’atto votivo, sperimentando tutte le configurazioni iconografiche che la tradizione figurativa del santo e il suo personale “stile etnico” gli consentono. Secondo quanto riferito dall’interessato, fino al momento dell’epifania di San Giacomo e della sua guarigione egli non aveva mai praticato alcuna attività “artistica” e non si era mai cimentato nella realizzazione di opere d’intaglio o di opere plastiche in genere.

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Foto Riccardo Vadalà

È indubbio, stando tanto all’osservazione diretta del contesto in cui vive e opera Giacomo Principato quanto a ciò che risulta dalle sue spiegazioni alla richiesta dei motivi che lo hanno indotto a praticare una tanto singolare resa di grazie, che la figura numinosa di San Giacomo abbia sempre ricoperto un ruolo centrale nell’orizzonte esistenziale dell’artista. D’altronde, la presenza di San Giacomo a Capizzi risulta quella di un vero e proprio Genius Loci, come anche emerge dalle caratteristiche delle ritualità tributategli.

Il patrono di Capizzi viene condotto in processione il 26 luglio, ma già nei giorni precedenti si svolgono alcuni importanti rituali. Giorno 21 ha luogo una grossa fiera del bestiame; il 22 si snoda la cosiddetta processione del vessillo aragonese: un corteo che parte dalla chiesa di San Giacomo, vi fa ritorno dopo aver prelevato una bandiera di quella dinastia custodita nei ruderi del castello, un tempo abitato dai sovrani aragonesi; il vessillo viene poi issato sul campanile della Chiesa e rimane quivi esposto per tutto il tempo festivo. Il 25 viene condotta per le vie del paese, dalla chiesa di San Giacomo alla chiesa Madre e poi di nuovo alla prima dopo una sosta espositiva, una reliquia del santo consistente in un dito, posseduta dalla comunità da tempo immemorabile. Il 26 pomeriggio si svolge la processione solenne. I numerosi portatori, vestiti col tradizionale abbigliamento contadino in velluto, prima ancora della sfilata inneggiano al santo e si esercitano nel trasporto del pesante fercolo facendogli percorrere a tutta velocità l’intera navata centrale della chiesa. Una volta uscita da qui, la vara, dalle cui stanghe si dipartono quattro catene e dalla cui sommità pendono numerose corde, viene condotta di corsa per le irte vie del paese. I catineddi e i lazzuna vengono tenuti tesi per ammortizzare gli scossoni che la pesante vara subisce nel corso della processione. Durante le soste i portatori si rifocillano con vino e mustazzola mentre i fedeli appendono sulla vara, già carica di ex-voto, denaro e rotonde provole. All’uscita del centro abitato una sosta significativa riguarda lo spiazzo dell’aria Pirciatu, un tempo adibito alla trebbiatura e pesatura del grano.

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Foto Riccardo Vadalà

Ritornata in paese, l’enorme folla al seguito della vara si raccoglie in Piazza S. Antonio, conosciuta come piazza dei miracoli, sulla quale si affaccia una piccola casa dove secondo la tradizione orale sarebbe vissuto il fratello del santo o sarebbero state conservate le sue reliquie. Qui la vara viene scagliata violentemente e ripetutamente, a mo’ di ariete, contro il muro della casa fino a quando i colpi inferti dai portatori faranno sì che le grosse stanghe del fercolo lo demoliscano aprendo su di esso una sorta di varco. Durante i violenti colpi, chiamati miracoli, si ritiene che San Giacomo effonda grazie particolari sui richiedenti. È poi considerata particolarmente favorevole una vistosa demolizione. Il rituale, che in qualche occasione ha registrato anche delle vittime, mentre in un caso non ha addirittura sortito esiti positivi avendo il muro resistito agli attacchi dell’ariete processionale, è tipico di una cultura agro-pastorale ancora dominata, nella sfera del sacro, da un rapporto ambivalente della comunità con i propri numi tutelari. A Capizzi San Giacomo attua la propria epifania festiva suscitando timore e tremore, in un clima in cui i fedeli percepiscono come condizione propizia all’incontro con il santo il dérèglement des tous les sens.

È proprio in tale veste di Santo guerriero, benevolo con i fedeli ma vendicativo verso chi lo tradisce, un padre padrone carico di potenza e di virtù terapeutiche, che San Giacomo è intervenuto direttamente nell’esistenza di Giacomo Principato. Il vecchio pastore scolpisce preferibilmente esemplari della vara, ossia del fercolo processionale del Santo, con una resa minuziosa non solo dei ricchi apparati decorativi di cui la vara realmente condotta in processione è dotata ma anche del Santo stesso, assiso in trono come nella sua reale configurazione plastica, e spesso della duplice fila formata dai portatori che annualmente si assumono l’incarico di trascinare la pesante machina festiva.

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Interno (ph. Riccardo Vadalà)

Per molti anni Principato ha continuato a esercitare la propria creatività realizzando sempre la medesima tipologia scultorea. San Giacomo era sempre raffigurato nelle vesti iconografiche a lui note, e quindi seduto in trono, o qualche volta in piedi; in tali esemplari la rigidezza della postura e la fissità dello sguardo conferiscono al santo un particolare carattere maestoso. Successivamente l’artista, anche sulla scorta di nuove conoscenze su episodi della vita del santo derivategli dalla lettura di nuove fonti agiografiche, di libretti devozionali o dalla visione di stampe cromolitografiche che qualcuno gli ha procurato, ha iniziato a riprodurre, ad esempio, anche l’arrivo in barca del Santo in Galizia (stranamente non sotto la veste di spoglie mortali bensì, ancora una volta, in atteggiamento guerresco), il suo trasporto su un carro (trascinato da buoi nell’episodio della Regina Lupa riportato nella Legenda Aurea di Iacopo da Varagine, che Giacomo Principato rielabora affidando a un cavallo il trasporto del carro) o la configurazione equestre del Santiago Matamoros. Tutte le composizioni plastiche spiccano per la peculiare caratteristica di essere dipinte utilizzando vivaci colori a smalto, che conferiscono alle sculture un fascino naif difficilmente posseduto da altri consimili prodotti dell’arte dei pastori.

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Giacomo Principato (ph.Riccardo Vadalà)

Giacomo Principato si è altresì cimentato nella realizzazione di complessi apparati architettonici inglobanti nicchie delimitate da colonnine e sormontate da timpani, dalle quali emerge – sempre  centrale – la figura di San Giacomo. Si tratta di popolari retablo lignei tridimensionali, organizzati alla stregua delle facciate barocche, nei quali emerge il desiderio di inserire il Santo prediletto in una sorta di scenografico Pantheon.

Ci troviamo, in conclusione, in presenza di un genuino portatore della cultura popolare siciliana, il quale da un suo personalissimo dramma esistenziale ha tratto l’occasione di mettere in esercizio competenze e abilità creative mai prima sperimentate. In questo caso è risultato determinante il ruolo “catalizzatore” di San Giacomo, un santo che ha inteso in questa occasione manifestare, oltre che la sua potenza terapeutica, anche la sua capacità ispiratrice.

Dialoghi Mediterranei, n. 38, luglio 2019
 Riferimenti bibliografici
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Sergio Todesco, laureato in Filosofia, si è poi dedicato agli studi antropologici. Ha diretto la Sezione Antropologica della Soprintendenza di Messina, il Museo Regionale “Giuseppe Cocchiara”, il Parco Archeologico dei Nebrodi Occidentali, la Biblioteca Regionale di Messina. Ha svolto attività di docenza universitaria nelle discipline demo-etno-antropologiche e museografiche. Ha al suo attivo numerose pubblicazioni, tra le quali Teatro mobile. Le feste di Mezz’agosto a Messina, 1991; Atlante dei Beni Etno-antropologici eoliani, 1995; Iconae Messanenses – Edicole votive nella città di Messina, 1997; Angelino Patti fotografo in Tusa, 1999; In forma di festa. Le ragioni del sacro in provincia di Messina, 2003; Miracoli. Il patrimonio votivo popolare della provincia di Messina, 2007; Vet-ri-flessi. Un pincisanti del XXI secolo, 2011; Matrimoniu. Nozze tradizionali di Sicilia, 2014; Castel di Tusa nelle immagini e nelle trame orali di un secolo, 2016.

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