di Ada Bellanova
«Ma come scrive una donna? A lassa e pigghia, lascia e piglia, lascia e piglia, interrotta venti volte, suona il telefono si perde il filo, si ricomincia, suona il citofono, tutto daccapo, ora suonano alla porta, ma figurati, vieni, non facevo proprio nulla, riprendo, aspetta, la pentola a pressione fischia, ora scrivo questo, un momento, suona di nuovo il telefono, accidenti, lo metto di là, ma intanto arrivano i giornali, un’occhiata, e la lavatrice ha finito, stacco la spina, riaccendo il bagno, stendo? No, non stendo, domani ci pensa Grazietta alla biancheria, rileggiamo, ben concentrata… Nonna, posso venire? Sì amore, anche subito. Tanto per oggi non si combina più niente. L’indomani: che dici, ce ne andiamo in campagna? Pronti, andiamo. Un altro giorno c’è una qualche spesetta, anche se riduco poi sempre le liste più lunghe a pane formaggio e sigarette, quando c’è questo siamo a posto. Suvvia da brava, rileggi e scrivi, e ricomincia il citofono la porta il telefono, un giorno ho contato dodici interruzioni in un’ora e diciamolo pure che io ci stavo, mi lasciavo usare, perché in fondo tutte le scuse sono state buone, finiamola con gli alibi e il vittimismo, si fa di tutto pur di non scrivere di cose che dolgono» [1].
Di Giuliana Saladino conoscevo poco più del nome quando ho incontrato questo testo e ne sono rimasta conquistata. La scrittura a lassa e pigghia mi ha condotto al documentario Come scrive una donna [2] e alla lettura integrale di Romanzo civile. Ora la immagino, Giuliana Saladino, «una vecchia signora invulnerabile» [3], con la sigaretta – «quando c’è questo siamo a posto» – o occupata a riflettere e scrivere, pur costretta a scansare o accogliere, quando non può fare diversamente, le molteplici interruzioni di una giornata. Si direbbe nell’attitudine di molte donne – tutte? – che scrivono e che devono fare i conti con un carico, a volte esasperante, di impegni e pause obbligate [4].
Ma prima dell’universalità di un modo di scrivere femminile c’è una storia individuale, quella di una donna in un mondo di uomini – perché ai suoi tempi essere giornaliste e intellettuali e cercare di cambiare il mondo ed essere pure credibili doveva costare una grande fatica – e c’è la sua eredità, fatta di narrazioni, testimonianze, in uno stile molto personale.
Giuliana Saladino è tra le pioniere del giornalismo al femminile. Ha saputo trovare un suo spazio in un mondo prevalentemente maschile e dalle pagine de «L’Ora» è riuscita a portare avanti inchieste e campagne molto coraggiose e con uno stile che poco ha di giornalistico e molto di letterario, riflessivo e pieno di interrogative [5]. Del dicembre 1968 per esempio è un’inchiesta sulle donne palermitane che è analisi di dinamiche sociali di genere, di limiti e divieti ammessi per tradizione e indiscutibili per la legge del potere maschile: così le figlie possono uscire di casa solo con un uomo, le ragazze che si sono concesse ai loro fidanzati non sono più da sposare, padri, fratelli e figli controllano l’esistenza al femminile.
Più tardi interviene sull’emigrazione siciliana, conoscendone tra l’altro il retroterra per aver partecipato alla stagione delle lotte agrarie. Con Terra di rapina [6], che all’uscita, nel 1977, è accolto come uno straordinario reportage ma che ha anche i toni letterari del romanzo, Giuliana Saladino parte da un fatto di cronaca, il colpo in banca fallito di Giuseppe di Maria, originario di Cianciana, in provincia di Agrigento, e emigrato al Nord, e va nel cuore della Sicilia, nel latifondo, nelle zolfatare, nelle terre di mafia, per cercare di capire come si diventa banditi siciliani a Torino e scopre che proprio il fallimento della riforma agraria e l’enorme processo migratorio che ne è seguito hanno trasformato quei paesi in «terra di rapina»: il bandito non è che lo sfogo di una terra bandita.
Ci sono sempre pagine lucide e dolorose su Palermo, città dove l’autrice resta e resiste nonostante tutto, pur denunciandone l’involuzione sociale e urbanistica: la città è volgare e inerme, degradata e impotente, segnata dalla miseria e dalla delinquenza, emblema di un altrettanto desolante quadro nazionale [7]. Quelle pagine parlano di sacco edilizio, di speculazione devastante, di industrializzazione e di mutazione antropologica. Parlano del dilagare del potere mafioso [8] contro il quale Giuliana Saladino non cessa di prendere posizione neppure negli anni più cupi, dopo la morte del marito Marcello Cimino, dando vita con la figlia Marta, a seguito della strage di Capaci, al Comitato dei lenzuoli, centro focale di un movimento promotore del risveglio delle coscienze.
Ma l’eredità più grande, la somma di tutte, è Romanzo civile. Scritto nel 1983, per rielaborare, metabolizzare la scomparsa di Calogero Roxas, Rocchi, compagno di militanza comunista e poi amico carissimo, con cui, insieme ad altri intimi, l’autrice ha condiviso anni di impegno politico, di scambi culturali, di incontri e scontri dialettici durante serate interminabili in un clima di lealtà e di fiducia reciproche, il testo conosce prima una circolazione privata, tra quanti vogliono ricordare l’uomo intelligente, ironico, coraggioso che ha dedicato la vita alle idee del cambiamento. Giuliana Saladino non vuole pubblicarlo e il romanzo infatti esce dopo la sua morte, per decisione delle figlie, come testimonianza di vita e valori.
La narrazione commossa e a tratti ironica della morte di Roxas, un suicidio ‘assistito’, causato da un tumore incurabile, e realizzato di nascosto, risulta subito significativa perché accusa – ancora – la mancanza di una legge in merito [9] e costringe a riflettere sul valore della dignità anche nella malattia e nella morte. Ma è prima di tutto una storia privata, è il dolore per la fine di un’amicizia viscerale, che innesca la rievocazione del passato: gli entusiasmi giovanili degli anni del dopoguerra, le illusioni di giovani di buona famiglia che credevano in un futuro migliore per i diseredati, – «esultanti di stare schierati […] con gli inferiori, […] convinti di cambiare tutto per cambiare tutto, di scuotere dalle fondamenta, fino ad abbatterle, strutture economiche e sociali, convinti di svellere radici» [10] –, poi le delusioni e l’amarezza nel vedere i cambiamenti di una società sempre più interessata alle speculazioni e all’arricchimento personale senza alcun interesse alla conservazione della propria identità, più interessata alle apparenze che alle esigenze culturali e politiche di tutta la comunità. Proprio per questo, d’altra parte, un avvenimento così privato si carica di valenza etica e civile: i fatti vissuti si chiariscono e arriva la presa di coscienza di un percorso fatto da una generazione di comunisti siciliani che volevano sì trasformare la realtà in cui individuavano storture e ingiustizie ma, resi miopi dall’ideologia – «diventavamo stalinisti nel senso più ampio e non meno pericoloso del termine, ricacciando indietro intuizioni e sospetti» [11] –, la cancellarono, la mistificarono acriticamente, finendo travolti da altri processi [12]. In questo sta dunque l’errore:
«[…] come piombavamo sui paesi, un modo spacca tutto, calpestando e inserendoci da rinoceronti nel gioco cauto sotterraneo calibrato degli equilibri, tremendi se immobili e tremendi se in movimento, delle gerarchie segrete, delle faide secolari, dei tabù sociali, dei clan e dell’ethnos proprio di ogni paese, specie se contadino, specie se dell’interno. […] Solo ora mi pare di sapere che cosa è un paese, e intuisco meglio cosa era allora quando proponendo rottura o coagulo di alleanze e interessi rifiutavamo i piedi di piombo i sondaggi il bilancino d’alchimista e la circospezione, tutti quegli strumenti indispensabili che oggi però non ci mettono in grado di spezzare uno solo dei tentacoli che rendono cianotica la vita pubblica.
Solo ora mi pare di sapere che cosa è un contadino, e intuisco meglio cosa era allora, che grumo di paura e di aggressività repressa, di prudenza e di diffidenza, in balìa del padrone della natura e della storia, e che vogliono adesso questi venuti dalla città? […]» [13].
Con grande durezza Giuliana Saladino accusa la sua generazione e se stessa di non aver riconosciuto la realtà, la farsa dell’industrializzazione, l’emigrazione, le insidie della legge elettorale regionale, l’Urss e gli orrori del socialismo, di non aver saputo vedere le esigenze dei contadini e di non essere riusciti a relazionarsi con il sottoproletariato urbano.
La scrittura a lassa e pigghia mi ha richiamato subito alla mente Virginia Woolf – non a caso ho trovato poi il nome tra le letture condivise con l’amico Roxas [14] – e la sua analisi della difficoltà delle donne di trovare un proprio spazio, una propria tranquillità per riflettere, indagare e quindi ‘farsi sentire’. Una stanza tutta per sé auspica la realizzazione e l’affermazione della scrittura femminile ma questo può avvenire solo «se prenderemo l’abitudine alla libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo, se […] guarderemo gli esseri umani non sempre in rapporto l’uno all’altro ma in rapporto alla realtà» [15].
A me sembra che la scrittura a lassa e pigghia di Giuliana Saladino sia una scelta, non un adeguarsi e un arrangiarsi, nasca cioè dall’accettazione e dalla valorizzazione della propria condizione femminile. Nelle interruzioni che irritano, che deviano e anche in quelle che un po’ si amano, c’è la pausa, c’è il tempo del dubbio, che è così caratteristico del suo modo di sentire e di scrivere. D’altra parte la consapevolezza delle proprie modalità di scrittura – o comunque la sua codificazione in testo in Romanzo civile – arriva a Giuliana Saladino nel tempo della maturità, quando è madre e nonna, quando ha già tanto lottato e testimoniato, ma ha anche fatto innumerevoli lavatrici, innumerevoli spese di pane e formaggio, nel tempo del lutto, mentre mette in ordine i ricordi, mentre rilegge l’antica difficoltà di definirsi, di dire la propria identità di donna in un mondo di uomini:
«Avvertivo, personalmente, guai supplementari, teorici e pratici. Un disagio mi si presentava a tratti, come un oscuro divertente dilemma: malgrado le mestruazioni i parti e gli allattamenti ero un uomo in cui sonnecchiava, o meglio dormiva della grossa, una donna traboccante, o ero una donna striminzita e divisa dentro cui stava sveglio un ometto prepotente e volitivo? […] era una richiesta globale e difficilissima di identità» [17].
Ma sulla fatica di trovarsi che è anche fatica, pur con tutte le migliori intenzioni, di riconoscere esigenze, bisogni, difficoltà di altre donne, in particolare contadine, non prevale forse il traguardo della «vecchia signora invulnerabile» che, mentre redige il bilancio di una vita e con durezza si accusa e accusa la sua generazione, sa di aver tanto vissuto e di essersi spesa contro le ingiustizie?
È questa allora l’immagine di lei che mi resta, una vecchia signora invulnerabile nella sua stanza tutta per sé, o meglio sul suo balcone, un balcone fiorito sull’irrinunciabile via Maqueda sotto assedio. Mi resta e deve restare, anche fuori dalla Sicilia, la sua cifra, il suo modo di osservare, la sua abitudine alla libertà e il suo coraggio di ricordare, raccontare, testimoniare, interrogandosi sempre. Perché nonostante l’assedio, «ricordare, raccontare, testimoniare, non è vero che non ne vale la pena».
Mi sarebbe piaciuto molto conoscerla.
Dialoghi Mediterranei, n.79, maggio 2026
Note
[1] G. Saladino, Romanzo civile, con nota di M. Sorgi e introduzione di D. Maraini, Sellerio, Palermo 2021: 23-24.
[2] Giuliana Saladino. Come scrive una donna è un documentario del 2013, per la regia di M. Battaglia, G. Donati, L., Schimmenti, A. Zulini, Alla visione del film si sono aggiunti vari racconti e testimonianze. Segnalo quelle di Dacia Maraini, nell’introduzione a Romanzo civile (cit.) ma anche in un intervento su radio3, alla trasmissione Fahrenheit del 17/11/2021, e quella di Goffredo Fofi, anche questa su radio3, nell’appuntamento di Arcipelago Sud del 20 marzo 2022 dedicato proprio a Marcello Cimino e a Giuliana Saladino (confluito nel volume G. Fofi, Arcipelago Sud. Voci e luoghi della cultura italiana, Feltrinelli, Milano 2025).
[3] G. Saladino, Romanzo civile, cit.: 143.
[4] Anche Nadia Terranova si sofferma sull’universalità di questa definizione di scrittura al femminile aprendo la sua recensione all’edizione del 2021 del libro: N. Terranova, Un romanzo civile di Sicilia, «Il Foglio», 22 gennaio 2022.
[5] G. Saladino, Chissà come chiameremo questi anni, Sellerio, Palermo 2010. Il volume raccolte un’amplissima scelta di testi di Giuliana Saladino, dal primo pezzo giovanile, ai contributi de «L’Ora», agli ultimi interventi su riviste.
[6] Id., Terra di rapina, Sellerio, Palermo 2001.
[7] A proposito, P. Romano, Scrittura e utopia in Giuliana Saladino, «Dialoghi mediterranei», n. 28, novembre 2017.
[8] Sull’argomento anche Giuliana Saladino, Romanzo politico. De Mauro, una cronaca italiana, Istituto Poligrafico Europeo, Palermo 2015.
[9] Si veda a proposito l’articolo di G. Traina, Ripensando Giuliana Saladino e la civile nobiltà del suo romanzo, «Dialoghi Mediterranei», n. 66, marzo 2024.
[10] G. Saladino, Romanzo civile, cit.: 52.
[11] Ivi: 66.
[12] A proposito il testo introduttivo di Dacia Maraini, Riflessione su Romanzo civile, in G. Saladino, Romanzo civile, cit.: 9 (già uscito su «La Stampa» 23 aprile 2000).
[13] G. Saladino, Romanzo civile, cit.:67-68.
[14] Ivi: 86.
[15] V. Woolf, Una stanza tutta per sé, trad. e cura di M. A. Saracino, Einaudi, Torino 1995 :231.
[16] G. Saladino, Romanzo civile, cit.: 66.
[17] «Solo ora mi pare di sapere che cosa è una donna, specie se contadina, e so con quanta reciproca diffidenza guatiamo la nostra differenza e come il nostro sia un dialogo, se tentato, che non abbassa la guardia. Come fu che non capimmo mai […] per quale maledetta sfortuna la migliore compagna comunista del paese, la più attiva e battagliera […] dopo un poco la perdevamo (ma dov’è Pina? Ma che ce n’è di Nina?) e solo attraverso un’indagine che otteneva in risposta silenzi, mezze frasi, cenni, reticenze, finalmente arrivavamo a comprendere che non l’avremmo più rivista, che diventata una puttana, perché separata dal marito, quindi fuggita dal paese, quindi messa al bando dalla sezione comunista. Dovevano passare gli anni a decine prima di capire che una parola nuova detta a una donna viva veniva intesa soprattutto come spinta irrefrenabile alla liberazione personale, sessuale, dal dispotismo di mariti padri e fratelli, e che giovani donne contadine compivano spesso una rovinosa rivoluzione individuale che le portava dritto filato a battere il marciapiede nel capoluogo vicino». Ivi cit: 68-69.
Riferimenti bibliografici
Aa. Vv. Giuliana Saladino. Come scrive una donna, documentario realizzato nell’ambito del programma Sensi contemporanei Cinema in collaborazione con la regione siciliana, Playmaker, 2013
D. Maraini, Riflessione su Romanzo civile, in G. Saladino, Romanzo civile, Sellerio, Palermo 2021: 6-16 (nella versione digitale).
Id., intervento nella trasmissione Fahrenheit del 17/11/2021 https://www.sellerio.it/it/catalogo/ascolta.php?id=13589
G. Fofi, Marcello Cimino e Giuliana Saladino, nella trasmissione Arcipelago Sud del 20/03/2022.
https://www.raiplaysound.it/audio/2022/03/Marcello-Cimino-e-Giuliana-Saladino-8009eaa0-31a9-411b-8809-b6fa81a6e384.html Poi confluito nel volume Arcipelago Sud. Voci e luoghi della cultura italiana, Feltrinelli, Milano 2025).
G. Saladino, Terra di rapina, Sellerio, Palermo 2001.
Id., Chissà come chiameremo questi anni, Sellerio, Palermo 2010.
Id., Romanzo politico. De Mauro, una cronaca italiana, Istituto Poligrafico Europeo, Palermo 2015.
Id., Romanzo civile, con nota di M. Sorgi e introduzione di D. Maraini, Sellerio, Palermo 2021 (citazioni nell’articolo dalla versione digitale).
P. Romano, Scrittura e utopia in Giuliana Saladino, «Dialoghi Mediterranei», n. 28, novembre 2017.
N. Terranova, Un romanzo civile di Sicilia, «Il Foglio», 22 gennaio 2022.
G. Traina, Ripensando Giuliana Saladino e la civile nobiltà del suo romanzo, «Dialoghi Mediterranei», n. 66, marzo 2024.
V. Woolf, Una stanza tutta per sé, trad. e cura di M. A. Saracino, Einaudi, Torino 1995.
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Ada Bellanova insegna in un liceo. Già PhD presso l’Università degli studi di Siena e poi all’Universitè de Lausanne, è autrice della monografia Un eccezionale baedeker. La rappresentazione degli spazi nell’opera di Vincenzo Consolo (Mimesis 2021), oltre che di diversi articoli sull’autore. Si interessa di permanenza del mondo antico nel contemporaneo, di ecocritica, della percezione dei luoghi, dei temi della memoria, delle migrazioni e dell’identità. Scrive narrativa.
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