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La scrittura “ossa e nervi” di Giuliana Saladino

23-1di Salvina Chetta 

«La sera del 16 settembre 1970 lo scirocco correva a 65 all’ora e il mercurio aveva sfiorato i trenta».

 - Dove?

«La sera del 16 settembre 1970…»

 - Sì, ma dove?

«Sporca malata e sofferente, disseccata dal vento caldo, coperta di polvere aspetta ristoro dal calare della sera. Assetata, aspetta che il vento giri e se ne levi uno migliore, un nord-est leggero, per esempio. Affranta da una lunga estate aspetta che la pioggia – l’ultima risale a marzo – la lavi. Frastornata dal caldo e dal chiasso aspetta frescura e silenzio».

 - Chi?

«È bella».

 - Chi?

«Mentre l’ora legale tiene sospesa la sera ha il mare rosa e le montagne celesti, o il mare celeste e le montagne rosa, poi tutto sfuma in un viola malva e resta solo il neon».

 - Dove?

«È brutta».

 - Chi?

«Volta le spalle al mare e si protende verso i giardini di limoni, li inghiotte e avanza con casermoni pullulanti, con strade senza fondo senza alberi senza fognature, con gli ingorghi d’auto, con i boss in testa, con immondizie accatastate agli angoli, con nuovi vecchi abitanti carichi di elettrodomestici e di cambiali».

 - Ah!

«È senza pace. Devastata dai famelici, corrotta, dominata dai loschi, percorsa ogni giorno in ogni ora e in ogni via da un torrente di lamiera colorata che procede in prima, si ferma, di nuovo la prima, finché i clacson non impazziscono tutti insieme, percorsa in lungo e in largo da sirene spiegate, lancinanti, che si aprono il varco a cento all’ora per un crollo, una sparatoria, un incendio, un delitto o perché chi sta a bordo aziona l’urlo e va a colazione puntuale, percorsa ogni giorno da cortei, da gruppi, da masse grandi e piccole di senza stipendio, di senza lavoro, di senza casa, senza scuola, senza acqua, senza pensione, senza speranza» [1].

Palermo verrà molto dopo queste righe: qualche lettore forse è disorientato, occorre precisare, quindi, «Palermo – latitudine 38° longitudine 13° altezza sul mare m. 19, intero territorio di ettari 15.876, 8 mandamenti urbani, 13 frazioni suburbane» [2]. Ellissi conchiusa: ecco Palermo nelle pagine di Romanzo politico. De Mauro, una cronaca italiana, ristampa della prima edizione di De Mauro. Una cronaca palermitana, di Giuliana Saladino ed edito dalla casa editrice Feltrinelli nel 1972.

davGiovanna Fiume scrive che Giuliana era maestra nell’arte del togliere [3]. Scrittrice sobria: scrittura tutta ossa e nervi. Scrittrice dell’asindeto: via le congiunzioni, le virgole tra le cose, non per mischiarle, confonderle, ma per procedere rapido e retto. Niente sinonimi ché le cose hanno un nome e quello soltanto; semmai, l’anafora: Palermo coperta di polvere aspetta, assetata aspetta, affranta da una lunga estate aspetta, frastornata dal caldo e dal chiasso aspetta. Cosa aspetta Palermo?

La moglie Elda, le figlie Franca e Junia il 16 settembre del 1970 aspettano per la cena Mauro. La città aspetta un sindaco: dal 7 giugno non riesce a trovare un accordo per eleggerlo. Laura aspetta l’autobus, poi va a piedi. A Roma la mamma di Mauro strappa tutti i giornali e aspetta di morire. È fallita la Ducrot, ottanta operai aspettano un’occupazione. Gli studenti palermitani aspettano 1019 aule. I pasticceri della Dagnino aspettano l’indennità mensa. Candido Ciuni, accoltellato, ricucito e guarito, chiude a chiave la porta dell’ospedale, ma aspetta lo stesso la morte. Nomi bisogna aspettare «e se vengono fuori non sono quelli giusti, e se sono quelli giusti non accadrà niente, pagheranno le scartine, e se giusti o sbagliati pure ne vengono fuori alcuni ciò è probabilmente per il solito gioco di fottersi tra di loro anziché spararsi addosso l’un l’altro» [4].  

5È bella. È brutta. È senza pace. Anaforico qui è il verbo, anaforico è il punto: e questo è quanto. Percorsa da masse di senza stipendio, di senza lavoro, di senza casa, senza scuola, senza acqua, senza pensione. Manca pure la speranza, si chiude così la lista del niente. Il 21 settembre 1970, a cinque giorni dal sequestro di Mauro De Mauro, le indagini della polizia non hanno esito alcuno e “L’Ora” lancia un appello disperato: «È stato sequestrato sotto i vostri occhi. AIUTATECI» [5]. Così ancora il 10 ottobre Elda De Mauro piangendo ai giornalisti «aiutatemi, sta calando il silenzio» [6].

Nei giorni di fine estate del 1970 il vento caldo di scirocco sabbioso avvampa i pini dell’Inici, asseta e dissecca le bocche, affrange, si placa, ma lascia l’afa, sfianca la speranza che è già poca, alligna omertoso silenzio.

Cinque anni dopo Giuliana e il marito, Marcello Cimino, lasciano “L’Ora” «Io e Giuliana siamo usciti di scena relativamente presto. Per quindici anni abbiamo lavorato insieme a “L’Ora”. Quando abbiamo interrotto il rapporto di lavoro quotidiano lei aveva quarantanove anni. Io cinquantacinque. Nel 1975. È stata una svolta importantissima nella nostra vita. Ci siamo detti: siamo stati abbastanza in trincea, perché affannarsi ancora?» [7]. Gli anni Settanta sono anni tragici per la Repubblica. Alla crisi petrolifera e alla conseguente recessione si aggiungono le stragi e il compromesso storico come tentativo di risposta alla crisi e al disordine sociale e politico. La città raccontata da Giuliana Saladino in De Mauro. Una cronaca palermitana riflette e amplifica le tensioni nazionali: è atterrita dall’intensificarsi dei crimini della mafia.

1124-3Dopo il 1975, continua comunque l’impegno intellettuale di Giuliana e Marcello: Giuliana scrive altri due libri, Terra di rapina (1977) e Romanzo civile (2006), pubblicato postumo grazie alla convinzione ostinata delle figlie Giuditta e Marta, consapevoli dell’importanza della testimonianza di vita e di valori che l’opera letteraria offre al lettore. Romanzo civile è il racconto della bella amicizia tra Giuliana, Mars (Marcello) e Rocchi (il giornalista ed editore Calogero Roxas), è il racconto degli ultimi mesi di vita di Rocchi, ma non è una questione biografica, c’è ancora Palermo, innanzitutto, e poi c’è ogni lettore capace di sentire il dolore degli altri e portarne il fardello.

L’intellettuale è universale anche quando è stanco e si porta dentro un sentimento di sconfitta; la penna del grande giornalismo di inchiesta anche quando si fa personale è civile, anzi, forse lo è di più: «più sale il livello personale interiore più risento sproporzionatamente della desolazione, della sporcizia, dei morti, dei crolli, sento nell’aria come una chiamata di correo» [8]. L’intellettualità è innanzitutto un sentimento del Mondo anche quando per stanchezza, forse, del troppo sentire, non ancora a sessant’anni, ci si definisce una «vecchia signora invulnerabile».

Nata nobildonna, Giuliana si fa per sentimento del Mondo compagna di strada, dalla parte degli oppressi: donne, contadini (traspare una forte pietà intellettuale per il contadino di Cianciana, Giuseppe Di Maria in Terra di rapina). Ma a Palermo la miseria negli anni di Romanzo Civile c’entra poco: «mai tanta carne, mai tanti vestiti, mai tante auto. Palermo cresce nervosa e cupa» [9] e Giuliana non tollera il troppo. A poco più di dieci anni dall’opera De Mauro. Una cronaca palermitana, la Palermo di Romanzo Civile è così descritta: 

«la città è ricca sfondata di iniziative – tanto paga la Regione! – ma al rapido giro di ogni mattina non volevo rinunciare benché sapessi a memoria tutto ciò che avrei visto: il cieco canuto e ben vestito condotto per mano da un bambino che le auto sfiorano in volata senza che nessuno si prenda cura di farli attraversare, il pazzo con la pancia nuda messo in giro dalla 180, le vetrine del consumismo per poveracci che scelgono insegne come “cheap boys” o “slam” in preda al continuo trambusto per fallimenti fasulli e svendite, il fioraio gentilissimo che intreccia sontuose corone per i defunti, le due sorelle dementi che gridano e ciabattano, le facce giovani e ribalde degli scippatori, fermi ma scattanti all’imbocco dei vicoli, i marciapiedi sconquassati, gli orologi fermi all’ora X, anche quello del Municipio, i tunisini in cerca di locanda e di fronte alla mia casa, nel palazzo dove Emma Salvo di Pietraganzili declamava Goethe in tedesco, le puttane che arringano e chiamano i passanti, sporgendosi dal balcone drappeggiato, come tutti gli altri, dalla striscia di tela che serve a celare le gambe, detta “gelosia”.
Avrei visto inoltre i muri lerci segnati dall’orina a una certa altezza e poco più su coperti di manifesti che annunciano un perenne diluvio di aria fritta, convegni seminari congressi dibattiti tavole rotonde conferenze incontri, o anche lutti esecrandi dell’ultima personalità uccisa e del trigesimo di quella uccisa in precedenza, o annunciano cantanti rock, concerti e svendite, mostre di pittori e formaggini.
Avrei visto il fornaio asmatico, il tabaccaio ingrugnito, il negozio di strumenti musicali rimasto come un fossile nella pietra, e se proprio c’era qualche novità da registrare poteva trattarsi di una poltrona sfondata, di un materasso incredibile, di una cucina inservibile poggiati sul letamaio dell’angolo in attesa dell’amatore che arriva, dategli tempo che arriva» [10]. 

11Una “vertigine della lista”, per dirla con Umberto Eco: non scudo istoriato d’Achille, ma figura d’Arcimboldo che in luogo di ortaggi fiori frutti, ha dipinti l’abbandono e la desolazione, scarto lisca per gatti monnezza e ne ha fatto il mostro Palermo. Uno squallore infinito, non qui certamente concluso, seppure organizzato dall’incipit anaforico di capoverso “avrei visto”. “Avrei visto” è preterizione dello sguardo, inenarrabile delitto di una città.

«Camminare a Palermo (…) Chi sono dunque i padroni di Palermo?» [11].

Aspettava forse questa Palermo l’operaio in sciopero nel caldo autunno del 1970? Manifestava per questa Palermo lo studente? Elda, Franca, Junia? Il manifestante che gridava contro Ciancimino, «via i mafiosi dal Comune»?

C’è una malinconia che rompe in pianto nelle pagine di Romanzo civile, no, non è la morte dell’amico Rocchi, non è questo soltanto. «La tua assenza mi circonda / come la corda la gola / il mare chi sprofonda» [12]  Cosa manca? Manca la volontà politica, si dice. La volontà politica? No, è che ci si abitua, ma ci si abitua.

«Dal mercato sbuchiamo in piazza San Domenico. Al centro di via Roma c’è un cane morto (…) Quando stiamo per rientrare nel mercato Bocca si volta, ci ferma. Al centro della carreggiata, accanto al cane ci sono due ragazzini. (…) Uno si china sul corpo, lega una corda a una zampa, lo trascina fino al marciapiede. L’altro prende dei fiammiferi, li accende, li getta sul cane, Non succede niente, la gente continua a camminare» [13]. 
Dialoghi Mediterranei, n. 79, maggio 2026 
Note
[1] Giuliana Saladino, Romanzo politico. De Mauro, una cronaca italiana, Istituto Poligrafico Europeo, Palermo 2015: 5, 6.
[2] Ibidem: 7
[3] Ibidem: VIII
[4] Ibidem:76
[5] Vittorio Nisticò, Accadeva in Sicilia. Gli anni ruggenti dell’«Ora» di Palermo, Sellerio, Palermo, 2001: 156
[6] Giuliana Saladino, Romanzo politico. De Mauro, una cronaca italiana, op. cit.: 49
[7] Michele Perriera, Marcello Cimino. Vita e morte di un comunista soave, Sellerio, Palermo 1990:185
[8] Giuliana Saladino, Romanzo civile, Sellerio, Palermo 2006:123
[9]  Ibidem:123
[10] Ibidem: 124-125
[11] Giuseppe Fava, “Chi sono i padroni di Palermo” in https://www.fondazionefava.it/i-siciliani/
[12] Giuliana Saladino, Romanzo civile, op. cit.: 173.
[13] Giorgio Vasta, Il tempo materiale, in L’isola nuova. Trent’anni di scritture di Sicilia, Sellerio, Palermo 2022: 327-328. 

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Salvina Chetta, vive a Mezzojuso (PA). Si è laureata in Lettere moderne ed è insegnante di Sostegno nella scuola primaria. Ha fatto parte della Compagnia del Teatro del Baglio di Villafrati (PA). È appassionata di fotografia e ha pubblicato alcuni saggi sull’emigrazione siciliana in Tunisia. Per la rivista “Nuova Busambra” ha curato la rubrica “Nìvura simenza” sulle scritture popolari.

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