di Ljdia Musso
Tu tienimi/ e io mi trasformerò in meraviglia/ tra le tue mani, / al caldo, / quel caldo che di notte fa crescere il grano. C. L. Candiani
Le mani nodose di Vittorio Grenci si stringono attorno alla radica grezza: un cerchio in cui la pelle consumata dal tempo sembra fondersi senza soluzione di continuità con le fibre legnose dell’erica arborea.
Dai versi della Candiani e dalle mani di Vittorio prende avvio il mio racconto di un percorso visivo che si fa largo all’interno del laboratorio dei Grenci dove da decenni si producono Pipe in radica.
Lo sguardo si fa largo tra un disordine apparente, una stratificazione di ciocchi, polvere e attrezzi che non è mai smarrimento, ma pura “architettura” generativa.
Dopotutto, per dirla con Friedrich Nietzsche, «bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante».
Quel caos, nella bottega di Brognaturo, è l’ordine segreto attraverso cui l’artigiano plasma quotidianamente il proprio paradiso e la propria irriducibile libertà.
L’indagine etnografica si intreccia a una precisa grammatica visiva e a scelte tecniche che non rispondono a un mero artificio estetico ma costituiscono la struttura portante del racconto.
La tavolozza cromatica è polarizzata su due vettori organici dominanti: il marrone rossastro e caldo della radica lavorata e il verde profondo dei boschi delle Serre calabresi che accoglie e permea lo spazio creativo.
Trattare la luce restituendo le densità cromatiche e le campiture materiche permette di restituire l’atmosfera calda e di sacralità di un luogo che sembra abitato dagli “spiriti” della foresta.
Grenci raccoglie e custodisce nel laboratorio rami, radici: sculture naturali che l’artigiano riconosce come “anime belle”, presenze vive che trasformano la bottega in un santuario di ecologia profonda.
Le inquadrature serrate sono volte a mostrare il gesto artigiano, i dettagli degli strumenti e delle mani simbolo del lavoro umano, mani che incidono, plasmano la materia.
Le aperture del campo ricompongono il contesto, rivelano il volto sorridente di Grenci e la totalità del suo universo, allargano lo sguardo al laboratorio immerso nelle serre.
È in questo scarto che si rivela il senso dell’opera: da un lato la documentazione di un rituale intimo di connessione con la natura vissuto nella più autentica quotidianità; dall’altro la testimonianza di una solida micro-impresa calabrese di livello globale, un ecosistema produttivo d’eccellenza, capace di esportare fino a Dubai e di progettare il domani.
“Radici: una questione spirituale” testimonia come piccole comunità, spesso considerate marginali, custodiscono possibilità infinite e preziose.
Un mondo periferico che si fa centro di una economia a dimensione umana.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
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Ljdia Musso, fotografa e visual director italiana contraddistinta da un doppio profilo autoriale e commerciale. Esperta in comunicazione e marketing e socio antropologia visiva, la sua ricerca artistica si concentra sui temi dell’identità, della neuroestetica e dei linguaggi cross-disciplinari, una visione che le ha valso il riconoscimento internazionale ai Tokyo International Foto Awards 2025. Le sue opere sono state esposte in vari cataloghi e fondazioni di rilievo, affiancate a maestri come Robert Mapplethorpe, Man Ray e Sebastião Salgado. All’attività visiva affianca una costante indagine teorica, pubblicando saggi, testi critici e reportage su testate socio-antropologiche e riviste fotogiornalistiche nazionali. Fondatrice di Caffè Fotografici Hub Creativo, integra la fotografia fine art con la ricerca sulla percezione cognitiva, decodificando stimoli culturali complessi per tradurli in un’iconografia potente e duratura.
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