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Quando la frontiera è spazio di selezione politica e clinica

cover-antropologia-oggi-alunni-cicatrici-ulissedi Caterina Fanello

Collocandosi nel solco dell’antropologia medica e politica, Le cicatrici di Ulisse. Corpi e frontiere nel Mediterraneo di Lorenzo Alunni, edito nel 2024 da Meltemi, indaga la carica corporea e l’effetto che esercita su di essa la frontiera. I concetti di incorporazione, rappresentazione e biopolitica, propri di autorevoli riferimenti teorici, fanno da cornice ad una riflessione di grande rilievo sul corpo come spazio politico. I confini del Mediterraneo centrale emergono, in questo quadro, entro un sistema e un regime di frontiera che opera simultaneamente come dispositivo di potere e come apparato di produzione e politicizzazione del dolore.

Lorenzo Alunni, antropologo la cui formazione si è sviluppata tra l’Italia e importanti istituzioni accademiche internazionali [1], decide di farlo parlando di corpi. L’emblematico titolo ed il riferimento all’Odissea sottolineano l’enfasi sul tema centrale dell’opera: il ruolo del corpo nel quadro migratorio. Il parallelismo col racconto omerico, tuttavia, rischia di trarre in inganno tanto che l’autore, chiarisce da subito, un aspetto rilevante: quello che succede all’arrivo sulle coste mediterranee, oggi, non somiglia affatto ad una «cortesia tradizionale riservata agli ospiti» [2]. «Lampedusa non è Itaca, e i migranti del Mediterraneo di oggi non sono Ulisse». Le cicatrici di cui si parla, sovente attraverso l’osservazione diretta nei contesti interessati, e talvolta in senso figurato, non assolvono al ruolo di tracciare l’identità.

A partire da queste premesse Le cicatrici di Ulisse. Corpi e frontiere nel Mediterraneo costruisce un orizzonte simbolico e analitico. L’opera si muove lungo questa linea di tensione: interrogando ciò che accade quando il ritorno non conduce a una casa, ma a una soglia; quando il corpo ferito non garantisce appartenenza, ma apre a nuove forme di visibilità ed invisibilità; in un tempo che scorre, contemporaneamente, lento e veloce, ed inevitabilmente segnato dalle contraddizioni tipiche della contemporaneità.

La scrittura, risultato di una ricerca etnografica condotta sull’isola di Lampedusa, è capace di coinvolgere anche i meno esperti sul tema e si caratterizza per unire al rigore scientifico una marcata sensibilità umanistica. Nei vari capitoli, la narrazione, al tempo stesso enfatica e scrupolosa, alterna descrizioni etnografiche così vivide da sembrare osservabili a occhio nudo ad accurate digressioni e complesse elaborazioni teoriche. Queste ultime aprono riflessioni feconde all’interno della disciplina, facendo della teoria uno strumento interno al percorso analitico.

Il testo può essere interpretato come un viaggio: dal mare si passa al Molo Favaloro per sbarcare sul corpo dell’isola dove incontra gli isolani. Si susseguono nella narrazione le due dimensioni principali: il dispositivo medico, come strumento di governo del fenomeno migratorio, e l’esperienza che i soggetti, tutti, vivono attraverso il loro corpo, nonché la tensione che si instaura al confine fra queste due sponde. Un confine labile che si traduce anche nell’approccio che l’autore decide di adottare: lungi dalle pretese di comprensione del dolore altrui e di romanticizzazione dello stesso, l’etnografia si fa portavoce volutamente, con sobrietà e rispetto, dell’incomunicabilità della sofferenza.

Ulisse, Museo Archeologico di Sperlonga

Ulisse, Museo Archeologico di Sperlonga

Dalle onde del Mar Mediterraneo, attraverso il racconto delle operazioni di salvataggio di pescherecci e gommoni, passando per il Molo Favaloro, l’autore ha la possibilità di configurare il concetto di frontiera, caratterizzata da precise operazioni di triage e pratiche che rendono questo spazio “una soglia fra le soglie”. Il molo, che rappresenta contemporaneamente, spazio politico e clinico, è osservato anche attraverso le sue contraddizioni, i suoi conflitti e le sue discontinuità, spaziali e temporali.

Il viaggio dei corpi prosegue, tra processi di inscrizione medica e rappresentazione culturale. “La linea di visibilità clinica” si dispiega lungo una traiettoria costruita su categorie, non su individui, ed articola il modo in cui il triage della frontiera e quello migratorio si sovrappongono. I corpi, così, sbarcano sul “corpo dell’isola”: visibili e invisibili, legali e illegali, definiti come tali a partire da una linea di demarcazione che separa il “noi” dal “loro”. La linea di demarcazione si manifesta in tutti gli spazi dell’apparato clinico: il Poliambulatorio, l’Hotspot e le navi quarantena. Un’isola, isolata al punto tale da fare di questa configurazione uno strumento politico per la produzione dell’incertezza strutturale che regola i rapporti all’interno di essa: tra migranti e medici, tra medici ed istituzioni, tra istituzioni ed enti, tra enti ed isolani, tra isolani e l’isola stessa. In particolare, su quest’ultimo rapporto l’autore si sofferma nell’ultimo capitolo che rileva la precarizzazione dei corpi lampedusani, esposti alle conseguenze sulla salute dell’elettromagnetismo dei radar, e quella dei corpi dei migranti.

«I confini epistemici, definiti e regolati sia dalle autorità di governo sia da coloro che ne contestano le decisioni, sono aree liminali in cui le malattie e le loro potenziali cause vengono ridefinite e messe in discussione, e in cui i conflitti che ne derivano rilevano questioni sociali con dimensioni cognitive, politiche e morali» (ivi: 200).

Le questioni sollevate, numerose e complesse, danno corpo ad una tensione fra spazio politico e della cura, tra l’incorporazione e soggettivazione, tra soglia rituale e burocratica, fra luoghi di razzializzazione e controllo, tra rivendicazioni e diritti, tra agency e assoggettamento.

È in questo quadro che la metafora di Itaca appare definitivamente rovesciata. Se nel mito il ritorno conduce a una ricomposizione dell’ordine e dell’identità, nello spazio contemporaneo, evocato dal libro, coincide con l’ingresso in un regime amministrativo, giuridico e simbolico che non restituisce una casa, ma produce una soglia permanente. L’Itaca contemporanea non è più il luogo del riconoscimento, ma uno spazio in cui il corpo, già sofferente, continua a essere interrogato, misurato, esposto.

È al corpo che si chiede: verità, conferma, resistenza, tolleranza, sopportazione. In questo senso, l’opera di Alunni invita a ripensare radicalmente il concetto di frontiera, la sua incorporazione e continua trasformazione, al servizio della governabilità. Una frontiera fisica, politica, sociale e culturale che vede corpi, trasformati, trasformarsi sempre.

Il valore del libro risiede proprio in questa capacità di tenere insieme mito e analisi, esperienza incarnata e riflessione teorica, senza pretesa di risolvere la tensione che li attraversa. Dal punto di vista dell’antropologia del corpo, il libro si distingue per la capacità di tenere insieme dimensione simbolica e materiale: le cicatrici non sono ridotte né a meri segni biologici né a semplici metafore, ma vengono trattate come luoghi di intersezione tra storia individuale e strutture politiche globali. In questo senso, l’opera invita a ripensare il corpo non come oggetto passivo del potere, ma come spazio di memoria, esposizione e, talvolta, resistenza.

195541638-91cb7bc3-83ed-48dd-98a9-dd0dc406c951Ne emerge una lucida critica dei dispositivi contemporanei di governo dei corpi in movimento e, al tempo stesso, un invito a interrogare le condizioni stesse del riconoscimento, laddove esso passa, inevitabilmente, attraverso la carne.

Se nel nóstos omerico la ferita rende possibile il riconoscimento, nel contesto biopolitico delle migrazioni contemporanee il corpo traumatizzato diviene oggetto di una lettura istituzionale che trasforma il trauma in criterio di classificazione. L’arrivo non coincide più con la ricomposizione dell’identità, ma con l’ingresso del corpo ferito in dispositivi che ne amministrano la vulnerabilità: il corpo segnato deve esporsi allo sguardo altrui per essere riconosciuto.

Nonostante le divergenze con il racconto omerico, tuttavia, le cicatrici di cui si parla «trovano una loro pregnanza nell’essere anch’essi pensati, uno per uno e tutti insieme, come tali: cicatrici di Ulisse». Alla rigorosa critica si affianca infine un benevolo auspicio: che, come nella vicenda di Ulisse, questo testo venga riconosciuto non per il racconto delle sue imprese, né per il rigore scientifico che pure lo contraddistingue, ma per la cicatrice che lascia intravedere, con discrezione e rispetto; residuo di una ferita antica, che precede la parola e la rende credibile. Una cicatrice che interrompe il travestimento, sospende l’inganno ed impone il riconoscimento come lenta riemersione di una verità inscritta nella carne. Una cicatrice che come «la luce dei fari rende visibile ciò che visibile non è». 

Dialoghi Mediterranei, n. 78, marzo 2026 
Note
[1] Tra cui l’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e l’Institute for Advanced Studies di Princeton.
[2] La citazione, a pag. 7 del libro, fa riferimento al Diciannovesimo canto dell’Odissea.

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Caterina Fanello, calabrese, laureata in Economia presso l’Università degli Studi di Padova. Consegue una seconda laurea in Sociologia presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro con una tesi dal titolo “Principi metafisici dell’alterità o Tracce di Sociologia della appropriazione”. Si occupa di economia comportamentale ed è docente di Sociologia della Cultura presso l’università IED di Milano.

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