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Puntozero: allarga le sbarre del carcere e del pensiero

 

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Milano, In carcere (ph. Luca Meola)

 di Silvia Pierantoni Giua

«Sì, ciao scusami di nuovo ma volevo sapere se poi per caso eri riuscita a leggere la mail che ti ho mandato per entrare come attrice nella vostra compagnia di teatro…su che indirizzo dici? Ah, non su quello? Sì sì, te la rimando! Grazie mille! Sì certo, immagino, capisco…grazie ancora…».

Passa un’altra settimana e, un po’ imbarazzata per l’insistenza, riprovo ancora a contattare Lisa, la presidente dell’Associazione e Compagnia Puntozero che opera nel Carcere Minorile Cesare Beccaria di Milano: «Ciao Lisa, sono Silvia, sì la ragazza dell’altra volta…ti ho preso alla lettera quando hai detto di non farmi problemi a chiamarti eh? Eh eh..sì, mi hai detto che siete in mezzo ai lavori…ah sì? Sei riuscita a leggerlo? Sono felice che ti sia piaciuta la lettera, l’ho scritta col cuore! Che bello! Davvero? Sì sì va benissimo, domani alle 9 in teatro! Grazie mille!»

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Ristrutturazione del teatro (ph. Puntozero)

Mi precipito a disdire impegni ed appuntamenti già presi e a ridare un’occhiata al sito di Puntozero mentre dentro mi rimbalzano pensieri frammentati e disparati: sembra così gentile…chissà se davvero inizierò a collaborare con loro…ah, il teatro! Ma poi in un carcere! Come mi vesto? E per minori! Che bello che qualcuno ti risponde…sembra pure simpatica! Ma mi faranno un provino? Ma perché “Puntozero”? Se mi chiede di recitare, cosa porto? Le foto del sito sono belle, pure le luci, e i costumi…

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Prove Romeo juliet disaster (ph. Stefano Pavesi)

Arrivo alle 9 in punto. Entro all’ingresso dell’Istituto Penitenziario Minorile Cesare Beccaria dove mi dicono che devo recarmi alla porta a fianco. È chiusa. Chiamo Lisa che poco dopo apre la porta con una chiave d’oro gigante che sembra essere uscita dalla fiaba di Barbablù. «Ciao! Molto piacere. Andiamo a berci un caffè, ti va?» dice con uno splendido sorriso stanco il suo viso pulito incorniciato da una coda di capelli biondo cenere lunga fin sotto alla schiena. Nel breve tragitto che ci porta al “l’Hub”, sede della Comunità Nuova di Don Gino Rigoldi, la fondatrice di Puntozero già mi riempie del suo entusiasmo con i racconti concitati dei lavori di apertura del teatro, dei permessi da chiedere per i detenuti, dello spettacolo che andrà in scena a dicembre, della promozione ancora da fare e di un miliardo di altre cose che non riesco a capire. Ci sediamo nell’accogliente bar-pasticceria del complesso che è ampio oltre 400 metri quadrati e che, oltre alla Comunità per minori, ospita una ciclo-officina, delle sale dedicate alla formazione e alcuni spazi dove svolgere eventi culturali e sociali. I caffè diventano cappuccini, crafen e pasticcini e mentre mi lecco i baffi di crema ho l’impressione che andremo d’accordo.

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Ristrutturazione del teatro (ph. Puntozero)

Il nostro dialogo è inframmezzato da un viavai di persone che amichevolmente si fermano a parlare con Lisa che, tra una chiacchiera e l’altra, prova a darmi qualche informazione: «Lei era un’operatrice del Beccaria, si chiama…ciao Don! Tutto bene? Sono con Giulia, le sto raccontando un po’ la storia di Puntozero…». «Giulia?», penso confusa; ma neanche il tempo di lisciare il punto interrogativo che mi arriccia la fronte e mi ritrovo a parlare arabo con un adolescente che suppongo essere ospite della Comunità.

«È vero che parli anche arabo! Le tue competenze linguistiche sarebbero molto utili con i nostri ragazzi…dai, andiamo che ti faccio vedere il teatro!».

Al teatro si accede attraverso una porta in Via dei Calchi Taeggi, a pochi minuti a piedi dalla metropolitana Bisceglie di Milano. Dopo venticinque anni dalla fondazione di Puntozero che lavora con i giovani detenuti dell’Istituto Penale milanese, l’Associazione è finalmente riuscita a creare per il teatro un accesso indipendente al carcere, unico caso in Europa. Questo traguardo incredibile è stato possibile grazie al contributo di molte fondazioni e privati, il sostegno del Teatro alla Scala, il Comune di Milano, la Fondazione Marazzina, Intesa San Paolo, Cariplo e il lavoro fisico e mentale di Lisa Mazoni e del cofondatore e regista Giuseppe Scutellà (Beppe) insieme agli altri membri della compagnia teatrale formata da detenuti, ex detenuti e ragazzi esterni. L’inaugurazione di questo forte segnale fisico e metaforico di apertura alla città dello spazio chiuso per eccellenza ha avuto un esito straordinario: in meno di due mesi più di cinquemila persone hanno assistito prima alla rappresentazione di una “Romeo e Giulietta” sui generis e poi ad una tradizionale “Antigone”.

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Prove Romeo Juliet disaster (ph. Stefano Pavesi)

Dall’ingresso preposto alla biglietteria e all’accoglienza del pubblico si accede, sulla sinistra, alle scale che portano alla sala: un teatro a tutti gli effetti, con duecento poltroncine e sipario di velluto rosso, pareti rivestite di pannelli insonorizzanti, palco con ballatoio e americane, fari e attrezzature per l’illuminotecnica, console audio-luci e videocamera. Mentre Lisa mi illustra emozionata gli spazi raccontandomi i grandi cambiamenti che sono stati realizzati (abbattimento di muri, aperture di porte, impiantistica, pavimentazione…) provo a immaginarmi la polvere e le macerie, a sentire il sudore degli operai e dei ragazzi, il rumore di trapani e martelli, le telefonate per chiedere i finanziamenti, la delusione dei permessi negati, la speranza e la gioia di altre soluzioni trovate.

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Prove Romeo Juliet disaster (ph. Mirko Isaia)

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Prove Romeo Juliet disaster (ph. Stefano Pavesi)

All’uscita, il rumore del tran tran quotidiano di macchine, autobus e passanti concitati stride col mio bisogno di lasciare spazio, tempo e respiro a quell’infinito che mi scorre dentro: toccare con mano la realizzazione di un progetto così straordinario fa rischiudere il mio innato entusiasmo da qualche tempo sopito e mette ali al pensiero allargando le maglie del possibile.

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Prove Antigone (ph. Federico Attolini)

Solo la sera, rientrando dalla scuola dove insegno spagnolo, realizzo di non aver fatto alcun provino attoriale, né di aver parlato di curriculum o risposto alle classiche domande che normalmente vengono fatte a un colloquio di lavoro: era “semplicemente” accaduto un incontro.

L’indomani è sabato e vado di nuovo in teatro: attori, tecnici audio-luci e regista si ritrovano infatti tutti i week end e ogni martedì dalla mattina alle 10 alle 22 per provare. «Ah, non sei ancora scappata?» mi accoglie Beppe aggirandosi per la sala col pc in una mano e nell’altra un caffè. “Sarà il suo modo di dare il benvenuto”, penso tra me e me per incoraggiare la parte insicura di me che mi tinge di rosso le guance.

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Prove Antigone (ph. Federico Attolini)

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Prove Antigone (ph. Federico Attolini)

Mentre rispondo al regista con un timido sorriso, il mio sguardo rimbalza tra un ragazzo e l’altro: c’è chi si aggira tra le poltroncine cercando vestiti e oggetti sparpagliati, chi fa yoga sul palco, chi avvita faretti e attacca prese; qualcuno mangia brioches e spazza per terra, altri si massaggiano a vicenda, altri ancora cercano di mettere insieme pagine di copioni disseminate in ogni dove. «Ciao Giulia!» dice Lisa apparendo come per magia da qualche angolo segreto. «In realtà mi chiamo Silvia…» rispondo io sperando di risolvere l’enigma del giorno prima. «Ahahah! Sì scusa, hai ragione. Chissà perché ti chiamo Giulia! Vuoi un caffè? Lì ci sono biscotti, brioches…».

Così, rassicurata d’esser io la persona che si aspettava di ricevere, comincio a presentarmi ai ragazzi che a intermittenza sbucano da porte di aree che ancora non conosco, mentre il mio cervello prova a mettere insieme i pezzi del puzzle di una realtà che lì per lì mi sembra surreale: ma non provano lo spettacolo? Quanto si mangia in questo posto?! Cosa dobbiamo fare? Dove mi metto? Nessuno dà dei compiti? Ci sarà una logica, un’organizzazione?

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Antigone (ph. Federico Attolini)

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Antigone (ph. Federico Attolini)

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Antigone (ph. Federico Attolini)

Solo dopo qualche tempo e qualche incontro ho imparato ad allentare la mia pressione razionale, ad allargare gli schemi e la visuale, ad orientarmi in un altro modo di vivere il tempo e il lavoro. In un luogo così eccezionale in cui le componenti umane, organizzative e legislative sono così varie e complesse e gli imprevisti sono all’ordine del giorno, i parametri con cui si interpreta quel che può esser definito “logico/normale” vengono necessariamente scompaginati e il pensiero è costantemente sollecitato a riplasmare i propri punti cardinali.

Puntozero è infatti una compagnia di persone con età ed esperienze di vita diverse, provenienti da realtà culturali e sociali differenti e, in particolare, nel caso di detenuti ed ex-detenuti con percorsi di crescita segnati da profonde ferite e difficoltà sia di natura psicologica (data ad esempio dall’assenza o dalla problematicità dei rapporti coi familiari) che pragmatica (come non avere una casa dove vivere una volta scontata la pena). Le dinamiche relazionali, certamente ricche e stimolanti ma altrettanto complesse per la natura eterogenea della compagnia, si intrecciano poi con l’intricato ventaglio burocratico legato ai differenti status civili di ciascun componente.

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Romeo Juliet disaster (ph. Stefano Pavesi)

Non tutti i detenuti hanno il permesso relativo all’articolo 21 dell’Ordinamento penitenziario[1] che gli consente di recarsi in teatro; tale permesso può avere una validità che copre solo una parte degli appuntamenti previsti o può essere sospeso o revocato per motivi diversi, come uno sgarro in condotta. I ragazzi usciti dal carcere seguono iter diversi che implicano permessi e accordi differenti a seconda se si trovino in totale libertà, siano in affidamento, in misura cautelare o in comunità; i ragazzi esterni all’Istituto Penitenziario, per poter accedere alla struttura detentiva, devono invece ottenere dal Magistrato di sorveglianza il permesso relativo all’articolo 17.[2]

Oltre ad occuparsi della drammaturgia, della regia, dei costumi, della scenografia e della formazione di attori, fonici e tecnici luci, Lisa e Beppe sono quindi alle prese con la richiesta dei permessi e con ciò che, una volta ottenuti, essi implicano (come andare a prendere e riaccompagnare in macchina eventuali ragazzi in comunità dall’altra parte di Milano); devono parlare con educatori, psicologi e familiari, tenere la contabilità, trovare finanziamenti, attivare partenariati e convenzioni, partecipare a bandi europei, pensare al sito, alla mailig list e alle altre mille questioni che ruotano attorno alla sostenibilità di un progetto così complesso.

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Romeo Juliet disaster (ph. Stefano Pavesi)

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Romeo Juliet disaster (ph. Stefano Pavesi)

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Romeo Juliet disaster (ph. Mirko Isaia)

Ma bisogna pensare anche a fare la spesa per pranzare tutti insieme, comprare la carta igienica per il bagno e il prodotto per lavare i pavimenti, mettere a posto e pulire il teatro, pensare alla promozione e alla comunicazione degli spettacoli, fare il bonifico per i componenti della compagnia. Tutti i ragazzi, infatti, vengono pagati perché, oltre a quello di voler offrire un percorso di formazione artistica e un contesto dove fare esperienza di un modo diverso di intendere e vivere la pena e le misure correttive, l’Associazione ha come obiettivo anche quello di dare una possibilità lavorativa ai giovani che credono nel progetto.

Più entro dentro al lavoro di Puntozero più quei pezzi di realtà che non riuscivo a mettere insieme formano un disegno che capisco dover lasciare aperto per poter acquisire un senso: non è possibile definire qualcosa che per sua natura è in continuo cambiamento. Ecco il “punto zero”, il punto da cui si può ripartire, la consapevolezza che ogni giorno è da costruire, che c’è sempre la possibilità di iniziare di nuovo, che niente è dato per sempre e tutto si può trasformare.

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Teatro (ph. Dal Magro)

A questo rifletto mentre pulisco il pavimento del bagno per l’ennesima volta perché non si asciuga mai e le scarpe lasciano inevitabilmente nuove impronte di nero. “Ricominciamo”, penso. E penso alle volte che ho trovato dentro di me quella parola quando fino a un secondo prima mi sembrava impossibile sentirla vera. Un urlo interrompe bruscamente il mio filosofeggiare. «Silviaaa!!!Guarda che sta entrando il pubblico. Dici tu a Giulia di scendere a fare accoglienza?». Nei due mesi ormai trascorsi in loro compagnia, la continua confusione rispetto al mio nome era diventata una gag: a volte si fingeva che io avessi una doppia personalità, altre volte una sorella gemella immaginaria.

È l8 dicembre e a breve i ragazzi sarebbero andati in scena con la prima di Romeo & Juliet disaster, rivisitazione comica della tragedia shakespeariana che avrebbe inaugurato l’apertura del teatro PuntozeroBeccaria. Dopo venticinque anni di impegno e fatica si stava avverando il grande sogno della compagnia: il teatro si apriva alla città.

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Teatro (ph. Dal Magro)

Dopo il successo del sold-out per tutte le quindici repliche che ha portato nel teatro del carcere oltre 2.800 persone, durante le vacanze di Natale ci prepariamo per Antigone, in scena l’anno prima al Piccolo Teatro di Milano, che avrebbe debuttato il 22 gennaio. Questa volta, oltre all’aiuto nella promozione ed organizzazione dell’evento come per lo spettacolo precedente, sarei stata anche in scena.

Mal di pancia, insonnia, commozione, angoscia, gioia, paura, dolori fisici, divertimento, incomprensioni. Queste sono solo alcune delle emozioni e sensazioni che ho vissuto in un mese di prove e spettacolo. La regia di Beppe rende Antigone un’esperienza unica: il coro, vero protagonista della tragedia, è pensato in modo che si respiri insieme, ci si muova come un unico corpo, armonia allenata anche grazie al training iniziale che mette gli attori in una condizione psico-fisica che lo rende presente allo spazio, a se stesso e agli altri.

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Compagnia Puntozero (ph. Mirko Isaia)

Se di per sé la preparazione di uno spettacolo implica un grande coinvolgimento da parte dell’attore, viverla all’interno di una compagnia così particolare è davvero totalizzante e coinvolge anche le sfumature più sottili della personalità. La cosa straordinaria è che questo investimento di energia rientra centuplicato: il confronto con personalità così diverse arricchisce e rende più complesso ed elastico il pensiero; la bellezza di riuscire ad accordarsi, a creare una sintonia, ad essere sinfonia appaga la stanchezza e la fatica; il sostegno e la collaborazione che si crea fa superare ostacoli e difficoltà.

Io non so e non posso dire cosa questo possa significare per degli adolescenti abituati a vedere un cielo tagliato a strisce dalle sbarre d’acciaio fissate alle finestre, ma nei gesti, nelle parole e negli sguardi che ho avuto e ho ancora la fortuna di scambiare con loro, ho sentito scorrere la vita, pulsare il desiderio di esprimersi, il bisogno di relazionarsi alla pari e di costruire rapporti affettivi. Queste necessità e desideri, che si dà per scontato possano essere vissuti, difficilmente in un carcere possono essere sperimentati. Credo che Puntozero sia per i ragazzi del Beccaria questa occasione.

Quanto a me, è continua opportunità di pensare alla libertà, alla giustizia, alla pena; palestra per riflettere come norme e leggi si intreccino con la propria realtà interiore e la società; per sperimentare differenti sfumature di dinamiche emotive e relazionali; per vivere un vero spaccato di umanità.

Dialoghi Mediterranei, n. 42, marzo 2020
 Note

[1] I detenuti e gli internati possono essere assegnati al lavoro all’esterno in condizioni idonee a garantire l’attuazione positiva degli scopi previsti dall’articolo 15 (…) (L. 26 luglio 1975, n. 354 dell’Ordinamento penitenziario).
[2] L’art. 17 consente l’ingresso in carcere a tutti coloro che «avendo concreto interesse per l’opera di risocializzazione dei detenuti dimostrino di poter utilmente promuovere lo sviluppo dei contatti tra la comunità carceraria e la società libera» (Legge 26 luglio 1975 n. 354 dell’Ordinamento penitenziario).

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Silvia Pierantoni Giua, si specializza in arabo e cultura islamica durante il corso di Laurea Magistrale in Lingue e culture per la comunicazione e la cooperazione internazionale all’Università degli studi di Milano. Approfondisce poi la tematica della radicalizzazione islamista in occasione della stesura della sua tesi di laurea di Ricerca in Psicoanalisi diretta dallo psicoanalista F. Benslama, che ha discusso nel giugno 2016 all’Università Paris VII di Parigi. Attualmente si occupa della stesura di un progetto per la prevenzione del fenomeno del fanatismo.

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