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Oltre La spartenza

cop-tutti-dicono-spartenza_page-0001di Giuseppe Paternostro

Su La spartenza, autobiografia del contadino siciliano Tommaso Bordonaro, nato nel 1909 ed emigrato nel 1947 negli «Iunaristeti America» (Bordonaro 1991: 53), esiste ormai una vasta bibliografia di studi. Fra di essi, gli Atti – curati da Santo Lombino – del convegno che si tenne nel 2009 a Bolognetta (paese natio del Nostro) costituiscono il momento di riflessione più organico sulle vicende relative all’Autore e alla sua opera, che nel 1990 aveva ricevuto il premio Pieve Santo Stefano.

L’opera di Bordonaro si inserisce in un filone di studi assai fecondo, che tocca due campi di indagine fra loro intimamente legati: da un lato quello sull’emigrazione italiana transoceanica che interessò intere generazioni fra l’ultimo quarto del XIX secolo fino almeno ai primi anni ’60 del XX secolo [1]; dall’altro quello delle scritture dei cosiddetti “semicolti”.  Questi due campi sono tenuti insieme dal fatto che identici sono i protagonisti delle vicende storico-linguistiche che ad essi fanno riferimento. Una larga parte dei testi che vengono fatti rientrare nell’etichetta di “scritture di semicolti” sono, infatti, lettere, cartoline o (come nel caso di Bordonaro) diari, i cui autori sono accomunati dalla caratteristica di possedere della scrittura solo una vaghissima competenza e di essere costretti  a maneggiare (per usare la nota definizione di Tullio De Mauro) «sotto la spinta di comunicare e senza addestramento quella che ottimisticamente si chiama lingua nazionale». Da questo punto di vista, l’emigrazione (come ci ricorda ancora De Mauro) ha rappresentato un formidabile catalizzatore del processo di conquista della scrittura in e della stessa lingua nazionale da parte di quanti (la stragrande maggioranza della popolazione) erano stati fino a quel momento esclusi dal possesso della scrittura, strumento insieme di emancipazione e di potere.

Il secondo fattore che unisce emigrazione e scrittura è che la seconda consente di ricostruire un pezzo importante di storia italiana del Novecento. Gli scritti prodotti dagli emigrati italiani rivestono, da questo punto di vista, un interesse insieme storico e linguistico. Essi ci restituiscono, infatti, un quadro che non solo contribuisce a ricostruire la storia dell’emigrazione italiana, ma consente anche di gettare luce sul processo di diffusione della lingua nazionale e, insieme, di costruzione di un senso di appartenenza a una comunità “nazionale” [2].

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Bordonaro primo da destra nella banda musicale di Bolognetta

Il volume

Nella sua prefazione al volume, Roberto Sottile osserva che quella di Bordonaro è una figura la cui biografia sta lì a smentire quella visione stereotipata della Sicilia e dei siciliani che tanta parte della cultura alta ha contribuito negli anni a creare e a diffondere. Bordonaro è uno dei tanti “senzastoria” che hanno voluto, a loro modo consapevolmente, contrastare lo stereotipo della Sicilia condannata a un’immobilità quasi a-storica attraverso la rivendicazione del loro diritto a raccontare in autonomia la loro verità e, dunque, la loro storia personale, divenendo così biografi (e storiografi) di sé stessi. Quanto mai opportuna risulta, dunque, quella che Sottile definisce la «terza prospettiva», ossia quella che Lombino consentì a Bordonaro di compiere più di trenta anni or sono [4]. Tale è infatti la prospettiva di coloro i quali non affrontano il compito di conoscere, interpretare e raccontare la cultura tradizionale né dal punto di vista dell’etnografo né con il filtro dell’invenzione letteraria, bensì da quello di «chi la conosce, capisce e scrive da portatore autentico di quella realtà com’è il caso dell’autore-protagonista de La Spartenza» (dalla Prefazione di R. Sottile). Sottile riporta, a titolo esemplificativo, il racconto delle vicende che portarono Bordonaro a sposare in seconde nozze Anna, ragazza che era stata stuprata da un pretendente respinto. Così osserva: «una cosa è raccontare etnograficamente la condizione delle donne “male sposate” […] altra cosa è raccontare in una narrazione il coraggio dell’“eroe” che sfida tutte le convenzioni sociali […]; altra cosa ancora è, però, raccontare in prima persona e dal proprio orizzonte culturale una scelta di vita controcorrente rispetto alle convenzioni del proprio mondo e del proprio tempo».

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T. Bordonaro (al centro, con la mano alzata) in partenza con la nave Vulcania (1955)

Il volume è suddiviso in due parti. Nella prima si ripropongono (in alcuni casi in forma rivisitata) i contributi già presenti negli Atti del convegno del 2009 (cfr. Lombino 2011). Tali lavori si soffermano in particolare su alcuni nuclei tematici utili a ricollocare lo studio dell’opera di Bordonaro nella più generale riflessione sulle scritture dei semicolti. Così, nei suoi due saggi [5], Luisa Amenta osserva come, al di là dei numerosi punti di contatto con altri testi realizzati da scriventi che hanno caratteristiche diastratiche analoghe, ogni concreta esperienza di scrittura va analizzata a partire da ciò che si sa del suo autore. Si considerino, a questo proposito, le considerazioni di Amenta circa le differenze di tipo sia linguistico sia alla gestione della narrazione riscontrabili dal confronto fra il diario di Bordonaro e quello di Vincenzo Rabito, anch’esso vincitore (quasi dieci anni dopo u zu Masinu) del premio di Pieve. Mentre il primo si caratterizza per una più generale compostezza, sia sul piano del racconto sia su quello di una maggiore coerenza nella costruzione di una sua grammatica (ancorché “semicolta”)[6], il secondo mostra una grande e innata capacità di mescolare comico e tragico, immagini a loro modo auliche e riferimenti triviali. Tale vivacità si rispecchia nella lingua, «che sfugge a qualsiasi coerenza e incasellamento linguistico, dato che nel testo uno stesso fatto di lingua può ricorrere o meno o essere presente con varie caratteristiche».

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Parenti di T. Bordonaro in festa (New Jersey, anni ’50)

Una attenta considerazione dei tratti stilistici e linguistici peculiari dell’opera di Bordonaro consente a Giovanni Ruffino di ridimensionare l’etichetta di ‘siculo-americano’ attribuita alla lingua de La Spartenza da Natalia Ginzburg nella sua prefazione all’edizione del 1991 [7]. Le riflessioni di Ruffino in ordine alla lingua di Bordonaro possono contribuire a una più generale riconsiderazione delle vicende linguistiche che hanno attraversato le storia dell’emigrazione italiana al di là dell’Oceano. Cruciale ai fini della buona riuscita di questa operazione è la messa in conto dell’influenza della diamesia in soggetti con poca dimestichezza con la scrittura. In particolare, occorre evitare di sopravvalutare l’influenza delle consuetudini del parlato. L’uso del mezzo scritto induce, infatti, a riflettere sulle differenze interlinguistiche e favorisce il tentativo (al di là dei risultati effettivi) di separare i codici in gioco. In questa prospettiva, l’esperienza di Bordonaro mostra che quanto più aumenta la consuetudine dello scrivere, tanto più va avanti il processo di coesistenza dei codici e delle varietà del repertorio.

Sulla consapevolezza del processo di scrittura in Bordonaro si soffermano Rita Fresu e Ugo Vignuzzi nella loro rivisitazione del contributo presentato al convegno del 2009 [8]. Gli autori sottolineano che, nonostante il testo di Tommaso sia chiaramente privo di intenzionalità artistica, sì da non potergli attribuire l’etichetta di ‘opera letteraria’, è tuttavia possibile «mettere sotto il fuoco della lente alcune strategie testuali che sembrano rappresentare se non una intenzionalità artistica, quantomeno una consapevolezza narrativa». Tale consapevolezza rinvengono gli autori nella frequenza con la quale nel testo compaiono i raccordi temporali, nell’esplicita volontà di Bordonaro di stabilire un rapporto “alla pari” con i lettori, nel ricorso a strutture narrative ben individuabili, quali l’uso del flashback realizzato attraverso l’espediente del racconto altrui, e nell’uso connotativo di tempi verbali. Sulla stessa lunghezza d’onda si collocano i contributi di Nicola Grato e di Franco Lo Piparo, i quali evidenziano come la scrittura di Bordonaro sia piena di una sapienza letteraria mutuata dalla cultura orale, in special modo dalla lingua dei cunti [9]. Segno di questa sapienza che viene da lontano è la sua capacità di collocare le vicende intime all’interno di un più ampio contesto storico, come quando egli riesce a spostare il focus del racconto dall’epidemia di spagnola che aveva colpito l’Italia sul finire della Grande Guerra al padre che ne era stato colpito. E lo fa anche attraverso la felice invenzione analogica «accatastrofi», che unisce ‘catastrofe’ e ‘catasta’, per cui le cataste di morti causate dall’epidemia sono, appunto, una catastrofe, che si aggiunge peraltro a quella della guerra con il suo tragico portato di miseria e di stenti. Il tutto unito da un andamento narrativo in climax ascendente e distensione finale.

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T. Bordonaro con i figli ed i nipoti (New Jersey, Natale 1949)

Di carica poetica della memoria che trova fuori dalla letteratura artifici e accorgimenti parla Lucia Comparato [10]. Tale carica si esprime con un lessico altamente espressivo, sia quello che attiene al campo semantico del dolore, con il quale Tommaso descrive e commenta le diverse “spartenze” che hanno punteggiato tutta quanta la sua esistenza, tali essendo non soltanto la scelta di emigrare e i vari viaggi transoceanici compiuti, ma anche i lutti che lo hanno colpito negli anni; sia quello della contentezza e della bellezza, legato ai momenti felici della vita: i viaggi in Italia, le nascite dei nipotini, il trasferimento in USA degli anziani genitori, la passione per la campagna. Non manca nemmeno il lessico melodrammatico con il quale commenta i dissapori con il cognato e che per Comparato rimanda alla lettura dei romanzi di Luigi Natoli.

Ma il diario di Bordonaro lascia spazio anche a letture di taglio diverso da quello più strettamente linguistico, come quella di Marcello La Matina, il quale impiega gli strumenti dell’analisi semiologica per suggerire che, al di là dei numerosissimi riferimenti a fatti temporalmente e spazialmente definiti, la storia di Bordonaro potrebbe essere avvenuta in un qualunque luogo, in un qualunque tempo e i fatti (anche tragici) che racconta potrebbero essere accaduti nel corso di una qualunque vita a chiunque. Questo, però, fino al momento che dà anche il titolo all’opera, cioè alla spartenza. Secondo La Matina, nel momento in cui Bordonaro decide di lasciare la Sicilia e intraprendere una nuova vita «è come se il punto di vista di un preciso autore sorgesse a rivendicare i fatti, i giudizi, le scelte. […] La spartenza che è operata recidendo il legame con l’antica madre pone Bordonaro in una condizione che modifica la sua scrittura e la sua agentività».

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T. Bordonaro al lavoro nell’orto di casa (Garfield N. J., anni 1960)

La seconda parte del volume raccoglie, invece, gli interventi e le recensioni pubblicati su giornali, riviste, volumi in questi anni, a testimonianza dell’interesse suscitato dall’opera bordonariana in critici, studiosi e giornalisti. Questi contributi, estravaganti in origine, riuniti nella seconda parte del volume curato da Lombino, ci restituiscono punti di vista diversi da quelli presentati nel convegno del 2009 e sviluppano acute riflessioni storico-culturali. Quasi tutti gli interventi sono antecedenti agli atti del convegno del 2009 [11]. Forse anche per questa ragione di ordine cronologico, alcuni di essi presentano posizioni pù in linea con i tradizionali modelli di analisi sull’italiano popolare (o dei semicolti). È il caso del saggio di Paolo Trovato [12], che mette in evidenza la comunanza fra il testo di Bordonaro e quello del brigante lucano Michele Di Gè, studiato da Nicola De Blasi (cfr. De Blasi 1991). Trovato osserva che, nonostante Bordonaro fosse nato settanta anni prima del Di Gè, quasi nulla sia cambiato nella vita dei contadini del Mezzogiorno d’Italia, almeno a leggere le rispettive memorie. Ritroviamo qui il topos dell’immobilità e impermeabilità al nuovo del sud Italia, di cui già altrove abbiamo sottolineato la stereotipia [13]. In linea con tale visione più tradizionale, l’autore sostiene, contrariamente a quanto rilevato da studi successivi (fra i quali quelli degli atti del convegno del 2009), che del tutto trascurabili sono, in entrambi i testi, i «cascami letterari e […] convenevoli estetizzanti». Di conseguenza, Trovato si limita a sottolineare come, ancorché «godibili e affascinanti anche per lettori non professionali», l’interesse principale dei due testi è di tipo principalmente linguistico, potendosi in essi rilevare i tratti caratteristici dell’italiano popolare/dei semicolti.

Anche Giosuè Calaciura insiste sulla non letterarietà de La Spartenza, qualità che invece riscontra in Rabito. Tuttavia, proprio per questo motivo, il suo è il racconto di una «normale e condivisa avventura di un emigrante negli anni ’40. […] La Spartenza testimonia l’ingresso nella Storia degli ultimi e dei partenti […] Bordonaro si appropria a modo suo dello strumento narrativo che apparteneva ai “signori”: la scrittura.

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T. Bordonaro, pagina di quaderno

Le nuove spartenze

La nuova emigrazione italiana non vede più protagonisti semicolti (o analfabeti) ma coloro i quali, grazie anche al sacrificio di quanti lasciarono la propria terra consentendo di tirar fuori l’Italia dalla sua storica condizione di arretratezza economica, sociale e culturale e di proiettarla nella modernità. La storia raccontata da Bordonaro attraverso i suoi ricordi di vita vissuta è una storia che, per usare le parole di Giosuè Calaciura (ibidem) rende giustizia agli esclusi, ai “senzastoria” in quanto “senzascrittura”, agli esuli per fame e alla loro fatica. E però, come acutamente osserva Goffredo Fofi [14], l’emigrazione non è soltanto distacco, nostalgia, emarginazione, fame e fatica, né d’altra parte è stata quella di una piena e serena integrazione. Essa «impone sempre una sorta di compresenza tra il ripiegamento sulla propria tradizione e una cauta curiosità e apertura su quelle altrui, a cominciare da quella degli ospitanti».

È fin troppo scontato considerare che la terra dalla quale milioni di Bordonaro sono andati via nel secolo scorso è oggi primo punto di approdo (per quanto per molti sia, almeno negli auspici, provvisorio) di una nuova forma di spartenza, che, come dice Andrea Camilleri nell’intervista di Gaetano Savatteri riportata nel volume [15], assume i contorni di un fenomeno epocale, per molti versi diverso, ma per molti altri simile a quello di cui u zu Masinu fu protagonista e testimone. Anche oggi a (s)partire sono persone che vanno via per fuggire dalla guerra, dalla miseria, dalla catastrofe climatica o semplicemente per il diritto di ogni essere umano a migliorare le proprie condizioni materiali e morali. E anche oggi chi arriva in Europa (che per ragioni schiettamente geografiche si manifesta sotto la forma e l’aspetto giurisdizionale dell’Italia e, più precisamente, della Sicilia) spesso giunge senza conoscere alcun sistema di scrittura, pur avendo un ricchissimo repertorio plurilingue sul versante dell’oralità.

Il fenomeno a cui oggi stiamo assistendo è estremamente complesso e di assai ardua interpretabilità, a meno di non cedere (e credere) alle spiegazioni che lo riducono ora a una inesistente emergenza securitaria, ora a una mera questione di accoglienza di carattere umanitario. In ogni caso, quel che è il caso di sottolineare è che negli ultimissimi anni il quadro si è andato complicando anche in ragione del fatto che una nuova spartenza sta cominciando a coinvolgere un numero sempre crescente di italiani, con una significativa prevalenza di giovani istruiti provenienti dalle regioni meridionali [16]. A differenza che nel passato, però, a partire sono sempre più giovani in possesso di un titolo di studio superiore o universitario, una situazione che capovolge il quadro con cui abbiamo interpretato la traiettoria di vita di Bordonaro.

Se dunque le vecchie “spartenze” finirono per giocare un ruolo positivo e progressivo per il nostro Paese, le nuove sembrano essere il segno di una profonda crisi, di cui ancora una volta la lingua diventa lo specchio. Se, infatti, la spartenza dei milioni di Bordonaro era accompagnata dal proverbio cu nesci arrinesci, che fungeva da augurio e da sprone a superare le avversità che avrebbero dovuto affrontare, oggi inizia a diffondersi una nuova formula: si resti arrinesci [17], la quale però più che un augurio o un consiglio, sembra assumere la forma di una supplica o (ci auguriamo) di un invito a lottare.

Dialoghi Mediterranei, n. 42, marzo 2020
Note
[1] Il numero degli emigrati definitivi (cioè partiti e non più rientrati) fra il 1871 e il 1951 si aggira attorno ai 7 milioni. Come ricorda De Mauro (19702: 54), sulla scorta dei dati ISTAT la cifra complessiva degli espatriati (risultante dalla somma di coloro i quali si trasferirono definitivamente all’estero con quanti, dopo aver soggiornato fuori dai confini nazionali per un periodo più o meno lungo, sono tornati a vivere in Italia) ammonta, nello stesso ottantennio considerato, a quasi 21 milioni di persone. Ciò significa che più 14 milioni di italiani fecero esperienza dell’emigrazione nel corso del primo secolo di storia post-unitaria. Per un complessivo inquadramento storico dell’emigrazione italiana si rinvia a Bevilacqua, De Clementi e Franzina (2011).
[2] Oltre a De Mauro (19702), i riflessi linguistici dell’emigrazione italiana sono stati recentemente affrontati da Vedovelli (2011) e Salvatore (2017).
[3] A quella, la prima, del 1991, prefata da Natalia Ginzburg, sono seguite altre due edizioni: quella del 2005, per i tipi della casa editrice Off, con una tiratura limitatissima; e quella del 2013, arricchita dalla prefazione di Goffredo Fofi, per le edizioni Navarra.
[4] È appena il caso di sottolineare che il ruolo di Lombino è stato, nel caso Bordonaro, niente più che quello di un facilitatore che ha dato a quest’ultimo la possibilità di accedere al circuito della fruizione della scrittura. Resta in questo, va detto, il paradosso rappresentato dal fatto che la gran parte del pubblico del contadino di Bolognetta resta quello di chi, dall’alto del possesso degli strumenti d’uso (attivo e passivo) della scrittura, non condivide con lui il mondo culturale a cui Bordonaro appartiene (o apparteneva) e a cui fa riferimento.
[5] La spartenza e Terra matta; L’italiano dei semicolti tra contatti e conflitti. Un’analisi dei quaderni inediti di Tommaso Bordonaro.
[6] In Bordonaro è osservabile, secondo Amenta, una acquisizione di consapevolezza metalinguistica che avanza parallelamente al procedere cronologico dell’affinamento alla pagina scritta dei ricordi di tutta una vita e che, invece, è assente in Rabito. Tale consapevolezza è ancora più evidente nei dieci quaderni inediti che Bordonaro scrisse, su richiesta di Lombino, fra il 1994 e il 1995, alla cui analisi è dedicata il secondo saggio di L. Amenta ospitato nel volume.
[7] ‘La spartenza’ di Tommaso Bordonaro: note linguistiche.
[8] ‘La spartenza’ di Tommaso Bordonaro: una scrittura (popolare) consapevole.
[9] N. Grato, Racconto autobiografico, lingua e stile in Tommaso Bordonaro; F. Lo Piparo, Un contastorie della propria vita.
[10] Espressività e poesia ne ‘La spartenza’ di Tommaso Bordonaro.
[11] Fanno eccezione gli scritti di Salvatore Cangelosi (apparso per la prima volta in id. Collezione privata. Scrittori, persone e libri, Torri del vento edizioni, Palermo 2017), di Antonino Cangemi e di Salvo Cuccia (scritti per l’occasione) e di Giosuè Calaciura (apparso per la prima volta in «La Domenica de Il Sole 24 Ore», 13 ottobre 2013).
[12] Zappa, schioppo e calamaio (apparso per la prima volta in «La Rivista dei Libri», 5 maggio 1992).
[13] Si veda l’intervento di chi scrive nel precedente numero di Dialoghi Mediterranei (cfr. Paternostro 2020).
[14]  G. Fofi, Vicino e lontano (apparso per la prima volta in N. Grato, S. Lombino (a cura di), Lasciare una traccia. Scritti su La spartenza e un’intervista a Tommaso Bordonaro, Bolognetta, Adarte, 2009.
[15] G. Savatteri, Intervista ad Andrea Camilleri (apparsa per la prima volta in «Nuova Busambra», 2/2012).
[16] Rimando per i dettagli all’ultimo rapporto della Fondazione “Migrantes”, rilasciato il 23 ottobre del 2019 (cfr.https://www.migrantes.it/2019/10/25/la-mobilita-italiana-il-tempo-delle-scelte-rapporto-italiani-nel-mondo-2019/, pagina consultata il 10 febbraio 2020).
[17] Si resti arrinesci è un movimento giovanile siciliano costituitosi nell’autunno del 2019. Esso, sin dalla scelta di rovesciare il detto popolare cu nesci arrinesci, si propone di rovesciare la narrazione prevalente che considera l’emigrazione l’unico sbocco per il successo e l’ascesa sociale. Come si legge nel manifesto di fondazione del movimento (disponibile presso la pagina ufficiale Facebook https://www.facebook.com/sirestiarrinesci/?eid=ARBdaZVVVufFSxPuldXsF19ySyViK5x21XbvBqJbkdoNmw0RAlQW0nqCZ-FqVrpjHt6wFRQ8N72CwG5t) «molti, moltissimi di noi sono cresciuti con la convinzione che il nostro futuro sarebbe stato lontano dalla Sicilia: Roma, Milano o qualche capitale europea. Con la convinzione che la nostra terra, il posto in cui siamo nati e cresciuti, dove abbiamo messo le nostri radici, non potesse essere il posto in cui avremmo costruito il nostro futuro. […] Abbiamo ormai chiaro che per invertire la rotta, per fermare questa emorragia bisogna ripartire da noi, costruire le condizioni per poter restare e non essere costretti a lasciare la nostra terra. […] Restiamo per lottare. Lottiamo ogni giorno per restare».
 Riferimenti bibliografici
 Bevilacqua, P., Franzina, E., De Clementi, A., a cura di, (2011), Storia dell’emigrazione italiana, Roma, Donzelli.
Bordonaro, T. (1991), La spartenza, Torino, Einaudi (prefazione di Natalia Ginzburg, glossario di Gianfranco Folena).
De Blasi, N. (1991), «Carta, calamaio e penna». Lingua e cultura nella vita del brigante Di Gè, Potenza, Il Salice.
De Mauro, T. (19702), Storia linguistica dell’Italia unita, Roma-Bari, Laterza..
Lombino, S., a cura di, (2011), Raccontare la vita, raccontare la migrazione, Bolognetta, Adarte.
Paternostro, G. (2020), Per un Archivio Siciliano delle Scritture Popolari, in «Dialoghi Mediterranei», n. 41 http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/per-un-archivio-siciliano-delle-scritture-popolari/.
Salvatore, E. (2017), Emigrazione e lingua italiana. Studi linguistici, Pacini, Pisa.
Vedovelli, M. (2011), Storia linguistica dell’emigrazione italiana nel mondo, Roma, Carocci.

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Giuseppe Paternostro, ricercatore di Linguistica italiana nell’Università di Palermo, dove insegna nei corsi di laurea in Lingue e di Scienze della comunicazione pubblica. I suoi interessi di ricerca riguardano soprattutto lo studio delle dinamiche sociolinguistiche dell’Italia contemporanea, con particolare riferimento alla Sicilia, e il rapporto fra discorso e rappresentazioni identitarie. Attualmente coordina il costituendo Archivio siciliano delle scritture popolari.

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