Per un decalogo del dialogo

 Gesù e Buddha

Gesù e Buddha

di Brunetto Salvarani [*]

«Un re, un giorno, rese visita al grande mistico sufi Farid. Si inchinò davanti a lui e gli offrì in dono un paio di forbici di rara bellezza, tempestate di diamanti. Farid prese le forbici tra le mani, le ammirò e le restituì al suo visitatore dicendo: ‘Grazie, Sire, per questo dono prezioso: l’oggetto è magnifico; ma io non ne faccio uso. Mi dia piuttosto un ago’. ‘Non capisco’ disse il re. ‘Se voi avete bisogno di un ago, vi saranno utili anche le forbici! ’. ‘No’, spiegò Farid. ‘Le forbici tagliano e separano. Io non voglio servirmene. Un ago, al contrario, cuce e unisce ciò che era diviso. Il mio insegnamento è fondato sull’amore, l’unione, la comunione. Mi occorre un ago per restaurare l’unità e non le forbici per tagliare e dividere». Così si legge in Jean Vernette, Parabole d’Oriente e d’Occidente.

Dialogo è una di quelle parole comuni che pronunciamo di solito – come numerose altre, del resto –  senza farci particolari problemi, e non facendoci carico della complessità che vi sta dietro. Molto spesso, senza distinguerla da altre altrettanto comuni e all’apparenza innocue, come ad esempio tolleranza: anche se risulta evidente che si dia una consistente differenza tra il tollerare qualcuno, accettando illuministicamente che egli esista e dica persino la sua, e il decidere di dialogare con lui, accettando di mettere in discussione persino le nostre (presunte) certezze. Quelle poche di cui disponiamo…

Andando per vocabolari, il dato risulta trasparente. In genere, la tolleranza è definita come il fatto di sopportare, di non vietare o di non esigere, quando si potrebbe farlo; mentre, sul piano ecclesiale, viene letta come l’indulgenza nei confronti dell’opinione altrui sui punti dogmatici che una chiesa non considera essenziali. Se ci spostiamo dal sostantivo al verbo, le risultanze di tollerare diventano ancor meno positive: lasciar sussistere qualcosa, allorché si avrebbe il diritto o la possibilità di impedirlo; sopportare pazientemente qualcuno che si trova sgradevole o ingiusto; ammettere la sua esistenza, sia pur di malavoglia e malgrado i suoi palesi errori. Attenzione: è persino banale osservare come la tolleranza sia mille volte preferibile all’intolleranza, allo stesso modo per cui l’assenza di ostilità, pur non essendo ancora la pace, è di gran lunga più gradevole della guerra. Ma proprio come l’assenza di ostilità – obiettivo degno di essere perseguito dappertutto, ove sussistano dei conflitti armati – non rappresenta necessariamente la caparra di una pace autentica, la tolleranza, da sola, non è sufficiente a creare circostanze favorevoli a una convivialità delle differenze realmente costruttiva. La stessa tolleranza che garantisce all’altro il diritto di essere differente e la libertà di rimanere fedele alle proprie convinzioni politiche, filosofiche o religiose, infatti, rischia ugualmente di isolarlo psicologicamente da coloro che pure, con generosità, lo tollerano. 

1Una lunga storia

La parola dialogo, dalla chiara radice greca (dià, vale a dire attraverso, e, ovviamente, lògos, discorso), ha una lunga storia. Un discorso che passa attraverso, dunque, una conversazione fra due o più persone che – recitano i vocabolari – come pratica sociale, modello ideologico e forma letteraria appare caratteristica di società a larga facilità di comunicazione. Non va trascurata, in ogni caso, la sua prossimità col termine dialettica, dal greco dialèghesthai, cioè ragionare: l’arte del disputare, confutando le obiezioni altrui, esaminando una questione nei suoi vari aspetti, distinguendo e ponendo in relazione tra loro i diversi concetti in campo.

In generale, il dialogo è un fenomeno tipico della cultura cittadina, che si contrappone, persino etimologicamente, al racconto-monologo (da monos, solo, e il solito lògos), prodotto di culture di tipo contadino-popolare o comunque a socializzazione poco sviluppata. Nella Grecia classica, l’affermazione della pratica del dialogo fu favorita dalla particolare forma sociale della comunità (pòlis), dall’esistenza di strutture comunitarie quali la piazza (agorà) o di luoghi di scambio sociale più ristretto, come il convito aristocratico.

Dal punto di vista letterario, il dialogo – già presente nella fase epica – troverà il suo ambito privilegiato nella tragedia e nella commedia, dove rappresenterà lo strumento essenziale della mediazione scenica dell’azione e della dialettica dei personaggi: per conseguire il rango di forma letteraria prosastica con i celebri Dialoghi di Platone, che muovono dall’esperienza della pratica della conversazione socratica. Nella letteratura latina, sarà in primo luogo Cicerone ad appropriarsene: nelle sue opere filosofiche, pur se manca la mimesi drammatica dell’esemplare platonico e la finzione dialogica risulta appena accennata, è assai viva la partecipazione personale dell’autore.

La fortuna del genere non verrà meno con il propagarsi del Cristianesimo: in quella stagione di ardente proselitismo, di fervore evangelizzatore e di ricerca di chiarificazione dottrinale esso diventa anzi la forma più adatta alle esigenze degli scrittori apologisti, tanto in latino (l’Octavius di Minucio Felice) quanto in greco (il Dialogo con Trifone ebreo di Giustino). Sono opere rivolte a suscitare la conversione di infedeli, pagani o eretici, cui se ne possono peraltro accostare altre di carattere più dottrinale, come i Dialoghi di Agostino o il Simposio di Metodio di Olimpo. E potremmo proseguire, a verificare il suo ruolo nel dipanarsi della letteratura e della filosofia, passando da Severino Boezio ad Erasmo da Rotterdam, da Galileo allo stesso Cervantes, dal Leopardi delle Operette morali al Cesare Pavese dei Dialoghi con Leucò, e così via. 

2Accettare il provvisorio

Giungendo al nostro tempo, attualmente di dialogo si discute molto, in ambito religioso; o meglio, si tratta di un termine cui si ricorre di frequente, quasi come un talismano capace di risolvere ogni problema, da una parte, o come un tabù da demonizzare decisamente, dall’altra. Verrebbe da annotare che è una parola da usare sì, ma con la dovuta cautela, sia per evitarne un utilizzo puramente retorico, sia per non depotenziarla ripetendola di continuo, a vanvera.

Un protagonista delle relazioni cristiano-ebraiche del post-concilio come Paolo De Benedetti, scomparso lo scorso 11 dicembre, metteva in guardia, non senza buone ragioni, contro un uso poco accorto di un simile lemma: «Dei valori umani, della giustizia? Spesso si dice che ebrei e cristiani devono parlare di questo; ma di questo si parla, con tutti gli uomini. Il dialogo non sarà una di quelle parole da mettere nel dizionario delle parole morte o che meritano di morire, che noi usiamo come segnaposti e che ci vanno bene purché non ci guardiamo dentro? Un dialogo cristiano-ebraico è necessario; ma è il dialogo della chiesa con se stessa al cospetto di Israele…».

Stefano Allievi, sociologo esperto dell’Islam europeo, dal canto suo, tende ad evidenziare come la parola dialogo si riveli sovente più un’aspirazione che una realtà, e venga usata in maniera forse prematura. Essa racchiude in sé una dimensione titanica, e una sua significativa definizione ci avverte come è intraprendere l’impossibile e accettare il provvisorio.

Per questo, a proposito del cosiddetto dialogo tra le fedi, sarebbe forse più onesto limitarsi a parlare di incontri interreligiosi,  e più in generale di rapporti interreligiosi, o ancora, come comincia a fare opportunamente anche la teologia più recente, di conversazioni tra religioni. Del resto, in molti documenti ufficiali vaticani – a partire da quella vera e propria pietra miliare rappresentata dalla dichiarazione conciliare Nostra aetate, ma anche nelle encicliche di Paolo VI come l’Ecclesiam suam – il termine italiano dialogo traduce il latino colloquium, che evoca una dimensione più onestamente dimessa e quotidiana: e innanzitutto quotidiana è la dimensione dialogica che osserviamo manifestarsi nelle relazioni sociali tra credenti di diversa appartenenza religiosa.

Anche per questo accade oggi sempre più spesso che la fondante dimensione dialogica si mostri quella personale, privata. Incisivamente concreta, come quella concretamente vissuta da molti di coloro che hanno davvero, direttamente e non superficialmente, a che fare, ad esempio, con immigrati di religioni altre. Più che il dialogo teologico e quello diplomatico tra istituzioni religiose, pur necessari e senza dubbio da potenziare, sembra questa la dimensione del dialogo più interessante e ricca di conseguenze. Il dialogo vero, come ama dire Allievi, potrà avvenire con l’Islam di carne, e non con l’Islam di carta.

Giorni cattivi?

Come leggere tale scenario da parte del cristiano? La Bibbia, quando vuole indicare le stagioni di crisi, le definisce giorni o tempi cattivi. Ecco, ad esempio, la Lettera agli Efesini: «Fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da sapienti, facendo tesoro del tempo perché i giorni sono cattivi. Non siate sconsiderati, ma cercate di discernere qual è la volontà del Signore» (Ef 5,16-17). Il riferimento, inserito in una sorta di ritratto ideale del cristiano, è a momenti cupi in cui trionfano i malvagi e gli arroganti, e in cui i credenti sono costretti a soffrire: eppure non ne deriva alcun invito alla fuga o al disimpegno, ma piuttosto una spinta a impegnarsi di più e meglio. A resistere, declinando nell’oggi la fede come resistenza e capacità di dire no per salvaguardare il grande e non negoziabile al vangelo e ai diritti dei poveri. A vigilare, essere attenti, lucidi, critici. Perché, a ben vedere, «il tempo della crisi è occasione per apprendere e manifestare la sapienza cristiana» (E. Bianchi); per sperimentare appieno il kairòs, il momento presente (2 Cor 6,2), e manifestare la differenza cristiana. Il che ci invita a uscire in modo responsabile dalla cultura del lamento, sempre subalterna, mostrando che l’oggettiva cattiveria dei tempi non ha l’ultima parola: facendo tesoro dell’oggi, del tempo presente, dando a esso un senso positivo, cogliendolo come occasione di discernimento della volontà di Dio. Ecco allora la crisi come responsabilità, come chance preziosa. 

3Non c’è riparo

È diventato un ritornello: abitiamo una società globale sempre più complessa, intrecciata, plurale, meticcia. A fronte di tale scenario, stiamo assistendo, in sostanza, all’avanzare di un pensiero che reputa di poter fornire una mitica tranquillità chiudendo gli occhi di fronte alle sfide imposte dalla necessità di apprendere a gestire la società globale del rischio. Semplificando la realtà piuttosto che assumerla come luogo in cui si giocano i nostri destini apprendendo dal cambiamento. Certo, la congiuntura sociale e culturale in cui siamo immersi, è normale, può generare incertezza, sconcerto e paura; lo sto facendo. Peraltro, Paulo Freire e i suoi discepoli ci hanno insegnato che ogni discorso e ogni pratica educativi devono sempre prendere avvio da un’analisi della congiuntura, del contesto, della situazione in cui si collocano. Non c’è un luogo mitico cui tornare, o una semplicità agreste pronta ad accoglierci! Non c’è riparo. C’è solo la possibilità di assumere il rischio di porsi consapevolmente in gioco nella corrente. Su questa linea, ecco un decalogo del dialogo nato in questi anni dalle mie riflessioni sul campo e figlio di tante esperienze, più o meno di successo.

1.      Il dialogo si fa tra persone

Non sono i massimi sistemi, le filosofie, le metafisiche, le religioni, che entrano in dialogo, ma le persone, quando queste sono messe in situazione di poter dialogare.

2.      Il dialogo si fa a partire dalle cose concrete

…e non dalle teorie! Seguendo l’idea antropologica di cultura, e partendo da una qualche attività umana, dalla vita quotidiana: cucina, religione, musica, sport, interessi culturali…

3.      Il dialogo si fa a partire dalle nostre identità

Non mettendo tra parentesi le nostre identità, ingabbiandole, irrigidendole e limitandole. L’identità è sempre in divenire, cambia attraverso le relazioni, gli incontri, il mettersi in gioco. L’identità è un processo culturale aperto e soggetto alla contaminazione. Attenzione, piuttosto, ai rischi, sempre incombenti, dell’identitarismo, della chiusura verso l’altro!

4.      Il dialogo si fa a partire dalle cose che abbiamo in comune

Noi spesso enfatizziamo le differenze, e non cogliamo gli aspetti che abbiamo in comune: dagli elementi anagrafici alle passioni sportive, e così via.

5.      Il dialogo si fa senza nascondere le cose che ci rendono diversi 

Non dobbiamo aver paura che le differenze ci possano allontanare o ci possano ferire: in un clima di autentica reciproca accoglienza, di relazione, le differenze non vanno taciute, ma valorizzate.

6.      Il dialogo si fa, in primo luogo, a partire da qualcuno che racconta  

Ecco la dimensione narrativa del dialogo. I vissuti sono raccontabili. E’ necessario allora creare le condizioni e gli spazi del racconto.

7.      Il dialogo, però, è fatto anche da qualcuno che ascolta

Educare all’ascolto vuol dire creare le condizioni per mettersi in ascolto dell’altro, non limitarsi a sentire, ma ascoltare con il cuore, partecipare a ciò che ascolto, entrare in ciò che l’altro mi sta raccontando.

8.      Il dialogo non è  fatto solo di parole

Ma è fatto anche di gesti, abbracci, attenzioni, silenzi. Uno dei problemi che si riscontrano nei tentativi di dialogo è l’eccessiva enfasi data alle parole, quasi che non si possa entrare in dialogo con qualcuno se non tramite la parola, il dire… Nell’entrare in dialogo c’è un enorme spazio possibile fatto di gesti, simboli, atteggiamenti. Un dialogo di gesti oggi parla più delle parole!

9.      Il dialogo come un fenomeno glocale

Ciascuno di noi è inserito in una dimensione locale e nello stesso tempo vive una dimensione globale. Tutti stiamo diventando glocali, piaccia o no. Per non perdere la nostra identità è fondamentale che la nostra identità locale sia integrata con una componente globale, sentendosi cittadini del mondo senza tradire le proprie radici. Un’identità chiusa in se stessa non trae benefici né per se stessa né per il contesta che la ospita.

10.   Il dialogo è qualcosa che, mentre lo facciamo, ci arricchisce a vicenda e ci lascia migliori di come eravamo prima

È un processo di umanizzazione che, da che mondo è mondo, nasce quasi sempre dalla curiosità. È fondamentale approfittare, sfruttare la curiosità che apre bambini e ragazzi all’apprendimento collettivo e alla vita. A una vita vissuta in pienezza. «Vita dialogica non è quella in cui si ha a che fare con molti uomini, ma quella in cui si ha davvero a che fare con gli uomini con cui si ha a che fare», scriveva Martin Buber alcuni decenni fa. Ed è dialogo sulle cose concrete, sui problemi più urgenti, a partire dal vissuto quotidiano. Come ha sostenuto Zygmunt Bauman a margine della Giornata delle religioni per la pace di Assisi, il 20 settembre 2016, il dialogo «è la vera rivoluzione culturale rispetto a quanto siamo abituati a fare ed è ciò che permette di ripensare la nostra epoca. L’acquisizione di questa cultura non permette ricette o facili scappatoie, esige e passa attraverso l’educazione, che richiede investimenti a lungo termine. Noi dobbiamo concentrarci sugli obiettivi a lungo termine».

4.Cielo e terra nuovi 

Con franchezza, dobbiamo ammettere che qui, nell’Italia in cui pure non ci si può non dire cristiani, viviamo in una realtà radicalmente scristianizzata. E non perché siano venuti meno i segni della tradizione cattolica insieme ai residui ambigui di un potere tutto mondano (le processioni si riempiono ancora, accanto al prefetto e al sindaco non manca quasi mai una personalità religiosa, la domanda oscena che risuona di fronte a ogni catastrofe naturale di una certa entità è “dov’è Dio?” e non “dov’è il nostro impegno per tutela e messa in sicurezza di un territorio che ne avrebbe quanto mai bisogno?”…); ma perché non sappiamo cosa farcene di un vangelo muto, incapace di tradursi in stili di vita ospitali e aperti, ridotto alla memoria evanescente di una serie di episodi edificanti privi del filo rosso rappresentato dall’esistenza quotidiana di Gesù… un’esistenza decentrata da sé e interamente donata al povero, al riprovato socialmente, allo storpio e allo zoppo, al rifiutato religiosamente.

Don Tonino Bello, indimenticabile vescovo di un Sud che continua a sospirare un faticosissimo riscatto, amava riflettere sul fatto che il potere dei segni vada preferito e anteposto ai segni del potere. Assai più che un semplice gioco di parole, si tratta precisamente di quanto Francesco, vescovo di Roma, va sperimentando giorno dopo giorno, mostrando disarmato, con gesti e parole, che la parola evangelica può ancora essere vissuta, ed è tuttora in grado di produrre speranza. Sta ai cristiani, oggi, accettare o meno il suo invito, che è l’invito di Gesù: se il Regno di Dio è già cominciato, e nonostante tutto è già cominciato, a noi la responsabilità della conversione, a noi essere disposti a credere che si dia una buona notizia (Mc 1, 15). Sono convocati a farlo, il più possibile, in dialogo con sorelle e fratelli che parlano lingue diverse dalla loro e credono, o non credono, in un Dio di cui sfugge la logica, in armonia con un creato che si sta ribellando alla nostra stupidità, in tensione verso un cielo nuovo e una terra nuova di cui è possibile ormai intravvedere i contorni, ancora sfumati ma reali.

Dialoghi Mediterranei, n.23, gennaio 2017
[*] Il testo che qui si pubblica è una rielaborazione del capitolo conclusivo del volume dell’autore Un tempo per tacere e un tempo per parlare  (Città Nuova, Roma 2016)

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Brunetto Salvarani, teologo, giornalista, scrittore e conduttore radiofonico, dirige la rivista QOL. Docente di Missiologia e Teologia del dialogo presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna di Bologna e presso gli Istituti di Scienze religiose di Modena, Forlì e Rimini, fa parte della redazione della trasmissione RAI 2 Protestantesimo ed è presidente dell’Associazione degli Amici di Nevè Shalom – Waahat as-Salaam. Fra i suoi libri più recenti: La Bibbia di De André (Claudiana 2015), I ponti di Babele (EDB 2015, con P. Naso), L’Imitazione di Cristo (Garzanti 2015), De Judaeis (Gabrielli 2015), Papa Francesco. Il dialogo come stile (EDB 2016), Molte volte e in diversi modi (Cittadella 2016, con M. Dal Corso) e Un tempo per tacere e un tempo per parlare (Città Nuova 2016).

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