Parigi, note di un diario

Copertina  di Alessio Angelo

Sono le 07.00 del mattino del 18 novembre 2015, un primo messaggio ci avvisa che dalle 4.30 è in corso un blitz della polizia parigina al quartiere Saint Denis, poi altri tentativi di richiamare la nostra attenzione, alle 07.30 arriva una prima telefonata dall’Italia. Altre deflagrazioni, altre fucilate e ritorna la paura che ha invaso Parigi lo scorso venerdì 13.

L’istinto ti porta a reagire, ad attivare i sensi, il cuore palpita, fight or flight, il comportamento adattivo della sopravvivenza, fuggi o combatti, ma fai presto a renderti conto che c’è poco da fare. Barricato in uno studio (monolocale) nel 2° arrondissement, non ti resta che cercare di capire cosa sta accadendo, ancora.

È mattino, hai appena aperto gli occhi, accendi il computer, controlli le notizie sul sito di Liberation, accedi alla diretta della Bfm Tv, apri Google maps per localizzare il luogo della sparatoria in corso e capire quanto sei distante. La postazione è pronta, hai risposto ad amici e familiari che stai bene, questa volta senza l’aiuto di facebook che tanto scandalizza i puritani della rete, sei al sicuro, è mattino, metti su il caffè!

Il 13 novembre mi sono svegliato presto e con la fotocamera sono uscito alla ricerca delle meraviglie che hanno folgorato i maestri della fotografia umanista, il lungosenna è un luogo ideale. Il pomeriggio passato, ormai come d’abitudine, nella piccola e rumorosa sala studio della Bibliothèque historique nel Marais, il quartiere ebraico di Parigi e nuovo centro della moda d’avanguardia. A fine giornata un giro nei  locali di Rue Saint-Denis, una delle strade più antiche ed emblematiche della città. Una giornata semplice.

Si va per Oberkampf o si ritorna a casa? Siamo stanchi e adesso sul divano a guardare un film, all’improvviso le sirene della polizia, dei sapeurs-pompiers, le prime avvisaglie, sta succedendo qualcosa. Poco dopo i telefoni squillano e cominciano a piovere domande… arrivano notizie vaghe, Parigi è stata attaccata, i terroristi sono per le strade, sparatorie ed esplosioni allo stadio, sparano tra i locali al Canal Saint Martin. Sul sito web della Mairie de Paris la scritta Allerte Fusillade Á Paris ne sortez pas. Sì, siamo a casa al riparo ma non è facile stare a casa. Ci sono più di cento ostaggi al Bataclan; sparano tra i locali. Arrivano altre notizie, sono a Les Halles, dietro casa, ci invade il terrore di essere coinvolti, la porta chiusa a chiave, basterà? Allontànati dalla finestra! Hollande alla Tv nazionale dichiara la chiusura delle frontiere, A Les Halles è un falso allarme, ma i terroristi sono in fuga, Restez Chez Vous, Parigi è sotto attacco. Un video mostra le immagini del Bataclan viste dal Passage Saint Pierre Amelot, una donna e un uomo appesi alle finestre, in basso corpi distesi, qualcuno si muove, si sentono gli spari, un ragazzo trascina un uomo lontano dal teatro. È un massacro! Al Bataclan è un massacro! Il pensiero delle vittime è un tormento. Li hanno liberati? Non è ancora finita! Alcuni sono in fuga.

1Un poliziotto sorveglia il Passage Saint Pierre Amelot (foto Angelo)

Un poliziotto sorveglia il Passage Saint Pierre Amelot (foto Angelo)

Le ore successive sono trascorse a leggere in maniera ossessiva le notizie, a rispondere e tranquillizzare chi ci domandava se fossimo al sicuro, a informarsi sugli amici presenti a Parigi con la paura che non fosse finita. In strada sotto casa, i rumori di un locale notturno. Non potendo circolare, molti sono rimasti nei locali in attesa di avere notizie più chiare, i buttafuori all’esterno scherzano tra loro, è spiacevole ma forse è anche comprensibile. Ancora qualche notizia, e poi il silenzio della notte di Parigi.

Svegliarsi in un incubo, il pensiero fisso di una esperienza tragica, chiedersi se quel che è accaduto rappresenta una rottura col passato. Perché un teatro? Perché i locali di Republique? Ma sono domande non molto diverse dal perché il Bardo o le spiagge di Susa? Sono tutte domande che in qualche modo hanno trovato una risposta più o meno plausibile prima di essere travolte da altri interrogativi e dimenticate. Iniziano le congetture e il vociare mediatico si fa assordante, i dettagli dei massacri sempre più meticolosi, si cerca di fare chiarezza sugli accadimenti ma anche di strumentalizzare la notizia. Tra gli intox [1] più eclatanti, circolati nei giorni a seguire, quello pubblicato da diversi siti web ispanofoni e da un sito francese di estrema destra. Nella notizia tendenziosa si affermava che, in uno dei locali attaccati la sera del 13 novembre, alcuni terroristi erano stati abbattuti brutalmente da tre narcos colombiani. Si scoprirà in seguito che tramite la falsa notizia si è voluto istigare la discussione sulla diffusione del porto d’armi, e al contempo schernire il sistema di sicurezza francese. Se nella capitale politica, economica, amministrativa, culturale e turistica della Francia narcos e terroristi circolano armati liberamente vuol dire che i dispositivi di controllo non sono adeguati, ma tolti i narcos il problema rimane.

La sicurezza, o meglio l’insicurezza, è l’argomento centrale che emerge dagli attacchi terroristici. Con lo stato d’urgenza [2], dichiarato dal Presidente Hollande e prorogato con il consenso parlamentare sino al febbraio 2016, si violano le libertà dei cittadini. Ne sono dimostrazione le migliaia di perquisizioni, interrogatori e arresti, avvenuti in queste ultime settimane [3] in virtù dei poteri conferiti alle forze dell’ordine. Per non parlare degli ambientalisti militanti arrestati prima ancora di potersi esprimere nelle manifestazioni della Cop21, manifestazioni interdette per motivi di sicurezza, appunto.

 Foro causato da uno o più colpi di fucile su una parete del Passage Saint Pierre Amelot (foto Angelo)

Foro causato da uno o più colpi di fucile su una parete del Passage Saint Pierre Amelot (foto Angelo)

Il sospetto diviene un’arma. Chiedetelo ai dissidenti mapuche in Chile, adesso come nel regime militare di Pinochet. In Italia non furono diversi gli anni di piombo anche se la nostra memoria collettiva vacilla. Abbiamo conosciuto, forse più che in altri Paesi, i meccanismi innescati dal terrorismo di Stato, e il complesso di leggi che portarono a un sistema di oppressione con distinte sfumature anti-costituzionali, dalla Legge Reale del maggio 75 alla Legge Cossiga del febbraio 80. Forse è utile ricordare che le finalità stesse della strategia della tensione erano quelle di diffondere un’atmosfera di paura per spingere l’opinione pubblica a richiedere un governo autoritario. Dovremmo dimenticare la lunga scia di sangue e orrore che ha attraversato il ventesimo secolo italiano [4] dall’1 maggio di Portella della Ginestra al 2 agosto della stazione di Bologna?

Probabilmente le mie saranno solo congetture, tra le tante emerse all’indomani degli attentati, ma mi chiedo se è solo una grottesca coincidenza che il Front National della famiglia Le Pen sia in poche settimane diventato la prima forza politica francese, tanto da spingere i socialisti a coalizzarsi con i repubblicani per frenarne la marcia. Il politologo Pascal Perrineau, esperto di FN, è stato intervistato sull’argomento da Le Croix [5], il principale organo di stampa cattolica. Alla domanda su come considerare gli ultimi risultati elettorali del Front National, se come frutto di una progressione continua o di un contesto particolare legato agli attentati, ha risposto che alla base della crescita dell’elettorato di estrema destra c’è la crisi economica e sociale e il malessere di una parte dell’opinione pubblica nei confronti della classe politica e della UE. Ma ha anche aggiunto che gli stessi attentati hanno proiettato in primo piano il tema dell’insicurezza e quello delle immigrazioni, nonché la loro connessione, questioni sulle quali FN dibatte da trent’anni e che ha saputo meglio capitalizzare rispetto alle altre fazioni politiche.

Il problema rimane, le libertà individuali sono oggettivamente incompatibili con un dispositivo di controllo panottico. Uno Stato/nazione autoritario che restringe le libertà dei singoli e della collettività è destinato a subire la rivoluzione, prima o poi. Come trovare un equilibrio sarà difficile ma imprescindibile se non altro perché allo stesso tempo uno Stato/nazione che non garantisce la sicurezza dei propri cittadini rischia di perdere la propria legittimità. Ci siamo abituati all’assenza di dignità, allo sfruttamento, alla mortificazione dei diritti sul lavoro, allo smantellamento del welfare. Ma ci abitueremo a uno Stato/nazione senza sicurezza!?

Un giovane militare in difesa della cattedrale metropolitana (foto Angelo)

Un giovane militare in difesa della cattedrale metropolitana (foto Angelo)

Siamo in guerra! Non perché lo ha detto Hollande in cerca di alleati o perché lo ha detto Obama o chissà quale altro capitano di battaglia ma per come lo ha detto Edgar Morin, e per inciso, bisogna pur aver fiducia in qualcuno. È la guerra della Siria e del Medio Oriente che è entrata in Francia» [6] ha dichiarato l’intellettuale parigino, e il paragone è calzante ma traccia uno dei peggiori scenari possibili. Una guerra duratura basata su una strategia di attacco non ordinaria e per la quale ci troveremo a vedere compromesse e ad auto-compromettere le nostre libertà individuali, nella speranza di contenere le incalcolabili possibilità di rimanere coinvolti.

In questo scenario gli attentati che si sono succeduti dal giugno 2014 acquistano un nuovo significato. Le Monde [7] ha ricostruito il bilancio delle vittime dello Stato islamico dalla sua proclamazione al novembre 2015 conteggiando più di 1600 vittime tra attentati, assedi e uccisioni di ostaggi. Iraq, Siria, Stati Uniti, Francia, Algeria, Inghilterra, Egitto, Danimarca, Australia, Giappone, Libia, Tunisia, Yemen, Arabia Saudita, Etiopia, Pakistan, Kuwait, Nigeria, Ciad, Camerun, Italia, Turchia, Croazia, Cina, Emirati Arabi, Russia, Libano, Norvegia sono i Paesi coinvolti. Una sequenza temporale impressionante e una disseminazione spaziale con raggi d’azione globale. Tutti attacchi di una guerra multi-situata e planetaria, per alcuni [8] forse ancora povera di vittime ma di certo già intrapresa. Tutti accadimenti riconducibili a Daesh.

Anche se in questo momento gli animi sono sconvolti dalla rabbia e l’orrore del nemico è divenuto ovvietà, forse bisognerà prendere in considerazione l’ipotesi di negoziazione col nemico per porre fine alla guerra. Il fisico italiano Carlo Rovelli [9] su Internazionale, in un’analisi geopolitica globale, propone di riattivare un dialogo con il comando terroristico, nel tentativo di favorire la costituzione di un nuovo Stato, così da normalizzare l’Isis. L’idea è di spostare il potere dalle fazioni estremiste di Daesh alla componente moderata dell’ex Baath [10] iracheno, il partito socialista panarabo che sosteneva Saddam Hussein e di cui egli stesso fu Segretario regionale del Comando dal 1979 al 2006. Dialogare con chi ha il supporto della popolazione locale per ristabilire un assetto sociale secondo le proprie aspirazioni, un ordine sociale perso all’indomani dell’invasione militare degli Stati Uniti del 2003. Ritornare a interrogare la volontà degli iracheni e dei siriani. Farlo è complesso perché la guerra ha una funzione di utilità economica che s’impone sul valore della vita.

 La scritta Je ne suis pas Daesh davanti al ristorante Casa Nostra , Rue de la Fontaine au Roi (foto Angelo)

La scritta Je ne suis pas Daesh davanti al ristorante Casa Nostra, Rue de la Fontaine au Roi (foto Angelo)

Torniamo in Francia, alle nostre vite e al nostro ordine sociale. All’indomani dell’attacco di Parigi è giusto chiedersi se i fatti accaduti hanno significato una frattura dell’ordine sociale. Se in qualche modo le pareti che compongono il labirinto sistemico in cui si sono prodotte le nostre esistenze hanno cominciato a sgretolarsi, e la risposta non può essere immediata.

Nei giorni successivi al venerdì 13 la paura aleggiava per le vie di Parigi, vi era il timore di camminare per le strade, prendere la metro, soffermarsi a lungo nei luoghi affollati, bere un bicchiere al pub, fare la spesa, entrare in una biblioteca, un museo o una chiesa. Tutto ciò che costituiva la nostra normalità era stato messo in discussione, la quotidianità era stata sostituita da una scala di priorità, guadagnarsi l’autosufficienza restando sul posto di lavoro e nella propria casa. È davvero necessario andare al cinema, uscire per prendere il giornale? vagare per la città senza meta? andare a trovare gli amici per una cena? ritrovarsi al bar per un caffè? Parigi come Gerusalemme, Beirut o Damasco.

E adesso? Adesso l’emozioni sono meno forti di allora, i fatti lontani nel tempo, la vita prosegue nelle molteplici singolarità come nella collettività. I propri affari e le proprie relazioni sono divenuti nuovamente centrali. I fatti di Parigi sono quasi sepolti nella memoria di ciascuno di noi. L’esercito per le strade desta ancora timore e l’idea di una militarizzazione costante indigna ma l’occhio si abitua. Le sirene che diffondevano paradossalmente un senso di protezione sono tornate ad essere preoccupanti, così come lo erano prima del 13 novembre. Sono aumentati i tempi di attesa per entrare nei luoghi pubblici a causa dei controlli; al supermercato come al cinema ti chiedono di visionare il contenuto della tua borsa, di aprire la giacca e i metal detector sono sempre più capillarmente diffusi e comuni. All’inizio erano tutti elementi che suggerivano un senso di rassicurazione, adesso è la prassi. Una normalità parzialmente distorta è tornata a impadronirsi delle nostre giornate.

Una chitarra tra gli omaggi alle vittime, Bataclan, Boulevard Voltaire (foto Alesso)

Una chitarra tra gli omaggi alle vittime, Bataclan, Boulevard Voltaire (foto Alesso)

Nessuna rottura, Parigi è in piedi, come ha dichiarato il sindaco Anne Hidalgo [11]. Certo, è rimasta nell’aria la paura unita a un forte senso di disgusto per la violenza ma la città ha risposto attingendo alle proprie risorse. Dapprincipio con un forte e storico senso di Resistenza, domenica 15 novembre la gente affollava le strade, i parchi erano pieni di bambini, con il movimento Je Suis en terrasse si riportava la gente nei locali, Place de la Republique accoglieva chi portava un omaggio alle vittime sfidando il timore di nuovi attacchi, così come i luoghi delle stragi, Le Carillon, Le Petit Cambodge, La Bonne Bière, La Casa Nostra,  La Belle Équipe, Le Comptoir Voltaire, il Bataclan.

Quel senso di Resistenza collettiva così evidente nelle giornate immediatamente successive si è progressivamente attenuato, forse non del tutto dissolto ma parzialmente sostituito da un generico atteggiamento di distacco, di uno scioglimento dell’orgoglioso sentimento di appartenenza alla città e alla nazione in una forma di scissione individualista, o di generalizzata indifferenza collettiva.

Sin dall’inizio della mia esperienza parigina cominciata ai primi di ottobre del 2015, mi sono chiesto in che modo e forma le stragi del gennaio scorso, quelle dell’Hyper Cacher e di Charlie Hebdo, fossero state metabolizzate dalla popolazione. L’onda di sgomento e di solidarietà era terminata rapidamente e mi sembrava opportuno chiedersi cosa fosse rimasto nella memoria e nella quotidianità dei parigini.

Sede della redazione di Charlie Hebdo,10 di Rue Nicolas-Appert (foto Angelo)

Sede della redazione di Charlie Hebdo,10 di Rue Nicolas-Appert (foto Angelo)

Mi sono recato nei luoghi della strage con grandi aspettative e vi ho trovato la normalità, una normalità riemersa. Nessuna targa o segno di commemorazione al 10 di Rue Nicolas-Appert, nell’undicesimo arrondis- sement, la sede del giornale satirico Charlie Hebdo, poco distante dal Bataclan. Alcune transenne ricordano gli interventi postumi della polizia, mentre gli impiegati delle imprese e degli uffici del palazzo hanno ripreso le loro attività. Poco lontano sulle pareti di  Rue Gaby Sylvia uno stencil ricorda i disegnatori Wolinski, Cabu, Charb e Tignous, assassinati il 7 gennaio nella redazione, e nella stessa strada Cabu e Wolinski sono ritratti sorridenti e con le ali mentre brindano con un bicchiere di vino rosso da un paradiso tutto loro. Nel vicino Boulevard Richard Lenoir, dove è stato ucciso l’agente Ahmed Merabet, ci sono ancora dei fiori in omaggio alle vittime e poi nient’altro. Del resto cosa altro dovrebbe esserci?

Intanto il 15 marzo ha riaperto l’Hyper Cacher di Porte de Vincennes, due poliziotti armati a guardia del supermercato mi chiedono di non fare fotografie, o quantomeno di non essere ripresi. Entro nel negozio: l’esterno è stato ridipinto di bianco, l’interno messo a nuovo, pochi i clienti. Faccio un giro per il piccolo supermercato, prendo qualcosa, la prima cosa che mi viene in mente, i pensieri si fanno pesanti ma è solo una suggestione, attendo il turno, pago, sono fuori adesso. Faccio lo stesso qualche fotografia. Di certo, è passato il tempo del cerimoniale, rappresentato dalle manifestazioni di solidarietà locali o esogene. Le manifestazioni del 10 e 11 gennaio, definite Marches républicaines, hanno visto riversarsi nelle piazze delle città francesi quattro milioni di persone, quasi due milioni solo a Parigi la domenica dell’11 gennaio con la partecipazione di 45 Capi di Stato. Un evento unico, definito dai periodici francesi e internazionali come la più grande manifestazione di piazza e senza precedenti.

Hyper Cacher di Porte de Vincennes (foto Angelo)

Hyper Cacher di Porte de Vincennes (foto Angelo)

Nei mesi successivi l’interesse mediatico internazionale si è spostato ma il dibattito nell’opinione pubblica francese non ha perso totalmente l’interesse per tali problematiche, grazie alla partecipazione attiva di una forte componente di intellettuali che non ha smesso di ragionare sui fatti, produrre nuove teorie e scandalizzare gli animi per indurli a parteggiare. Tra questi, l’autore di Qui est Charlie? [12] l’eretico intellettuale visionario che ha irritato e diviso i francesi. Con la sua Sociologia di una crisi religiosa Emmanuel Todd [13]  rappresenta già nel maggio 2015 una Francia attraversata e lacerata da una forte diseguaglianza, da un invadente potere periferico rispetto alla centralità dei valori della rivoluzione, da una crescente deriva islamofobica nel gruppo dominante. Completano il quadro una nuova indifferenza nei confronti dei ripetuti casi di antisemitismo, l’inganno di una sinistra conquistata dal cattolicesimo in crisi e la presenza latente e costante di un razzismo profondo. In breve una nazione contesa tra l’apparenza democratica e un idealismo totalitario. La metodologia scientifica presentata in questa opera induce quantomeno a riflettere sulla veridicità dei fatti esposti. Rileggere questa tesi, oggi, potrebbe forse esserci di aiuto per portare alla luce i sottili legami che collegano le tendenze di una società in movimento e gli accadimenti storici che ne modificano o perlomeno influenzano le dinamiche. Resta profondamente e umanamente vero quanto ebbe a scrivere un vecchio francese Michel Montaigne: «La présomption est notre maladie naturelle et originelle. La plus calamiteuse et frêle de toutes les créatures, c’est l’homme, et en même temps la plus orgueilleuse» [14].

Dialoghi Mediterranei, n.17, gennaio 2016
Note
[1]   Il 23 novembre 2015 il giornalista Jacques Pezet nella rubrica Désintox di  Liberation smentisce le false notizie (intox) circolate nei giorni immediatamente successivi agli attacchi  (http://www.liberation.fr/desintox/2015/11/23/non-des-narcotrafiquants-colombiens-n-ont-pas-abattu-des-terroristes-le-13-novembre_1415447). A riportare tali notizie alcuni siti web  ispanofoni  come http://www.hechoinformativo.com/2015/11/3-narcos-colombianos-detienen-un-ataque.html e il sito di estrema destra francese Resistance Republicaine http://resistancerepublicaine.eu/2015/13-novembre-trois-narcos-trafiquants-colombiens-armes-auraient-abattu-deux-djihadistes/ .
[2]      Attentats du 13 novembre : ce que veut dire la déclaration d’état d’urgence en France pubblicato da Le Monde il 14 novembre 2015:  http://www.lemonde.fr/societe/article/2015/11/14/attaques-a-paris-ce-que-veut-dire-la-declaration-d-etat-d-urgence-en-france_4809523_3224.html; L’état d’urgence, un dispositif à géométrie variable.  pubblicato da Le Monde il 16 novembre 2015 :http://www.lemonde.fr/attaques-aparis/article/2015/11/16/l-etat-d-urgence-un-dispositif-d-exception-rarement-; État d’urgence, ce que prévoit le projet de loi pubblicato il 19 novembre 2015 da Le Figaro : http://www.lefigaro.fr/actualite france/2015/11/19/01016-20151119ARTFIG00240-etat-d-urgence-ce-que-prevoit-le-projet-de-loi.php
[3]   État d’urgence: 1.233 perquisitions, 165 interpellations et 266 assignations à résidence pubblicato in Liberation il 24 novembre 2015 : http://www.liberation.fr/societe/2015/11/24/etat-d-urgence-1233-perquisitions-165-interpellations-et-230-armes-saisies-cazeneuve_1415778.
[4]  Ricordate le dichiarazioni del giudice Fiorenza Giorgi: «Dal 1969 al 1975 si contano 4.584 attentati, l’83 percento dei quali di chiara impronta della destra eversiva (cui si addebitano ben 113 morti, di cui 50 vittime delle stragi e 351 feriti), la protezione dei servizi segreti verso i movimenti eversivi appare sempre più plateale».Tribunale di Savona, ufficio del giudice per le indagini preliminari, Decreto di archiviazione procedimento penale 2276/90 R.G. : 23-25.
[5]  Pascal Perrineau : «Le FN est désormais présent dans toutes les catégories» in La Croix 11 dicembre 2015. Intervista di Mathieu Castagnet. http://www.la-croix.com/Actualite/France/Pascal-Perrineau-Le-FN-est-desormais-present-dans-toutes-les-categories-2015-12-11-1391617
[6]   Edgar Morin, Attentati di Parigi, Morin: «La guerra del Medio Oriente è arrivata da noi» in Il Corriere della Sera 15 novembre 2015. Intervista rilasciata a Antonella De Gregorio.
[7]   Madjid Zerrouky, William Audureau, Maxime Vaudano : Les attentats de l’Etat islamique: 20 pays, 18 mois, plus de 1 600 morts, in Le Monde 25 novembre 2015 :
     http://www.lemonde.fr/les-decodeurs/visuel/2015/11/25/les-actes-terroristes-de-l-etat-islamique-ont-fait-plus-de-1-600-morts-depuis-la-proclamation-du-califat_4817362_4355770.html
[8]   http://www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2015/12/07/san-bernardino-strage-obama
[9]   http://www.internazionale.it/opinione/carlo-rovelli/2015/11/28/terrorismo-stato-islamico-proposta
[10]   Al-Ba‛th: forma abbreviata di Partito socialista della rinascita araba (Ḥizb al-ba‛th al-‛arabī al-ishtirākī), nato in Siria nel 1953 dalla fusione tra il Partito della rinascita araba e il Partito socialista arabo. Il carattere panarabo ne favorì la diffusione dalla Siria agli Stati arabi vicini, e in particolare in Iraq. Le notevoli divergenze sorte al suo interno portarono però, a partire dal 1966, a una contrapposizione ideologica e politica tra la sua ala di Damasco e quella di Baghdad. Fonte http://www.treccani.it/enciclopedia/al-bath/ Si veda anche : http://www.ilpost.it/2015/04/07/saddam-hussein-iraq-isis/
[11]  Anna Hidalgo: “Stragi e minacce non ci cambieranno. Parigi è in piedi, la jihad ha perso”  Intervista rilasciata al gruppo Lena e pubblicata da Repubblica il 3 dicembre 2015:
http://www.repubblica.it/esteri/2015/12/03/news/anna_hidalgo_stragi_e_minacce
non_ci_cambierannoparigi_e_in_piedi_la_jihad_ha_perso_­128691726/
[12]  Emmanuel Todd, Qui est Charlie? Sociologie d’une crise religieuse, Éditions du Seuil, Paris  2015.
[13] Emmanuel Todd, “Charlie Hebdo è reazionario”, Intervista rilasciata a Gigi Riva pubblicata per L’Espresso il 13 maggio 2015: http://espresso.repubblica.it/plus/articoli/2015/05/13/news/emmanuel­todd­charlie­hebdo­e­reazionario­1.212559 .
[14]  Michel de Montaigne, Essais, Édition en français moderne présentée par Claude Pinganaud, Arléa, Paris 2002: 328-329.

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Alessio Angelo, free-lance in ricerca e sviluppo sperimentale nel campo delle scienze sociali e umanistiche, attualmente lavora per l’Università di Bergamo al progetto europeo EU-borderscapes sulla frontiera italo-tunisina. Ha collaborato con la Fondazione Ignazio Buttitta, l’Officina di Studi Medievali e l’Università di Messina. Specializzato in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna, ha svolto parte del suo percorso accademico in Spagna, Cile e Marocco. Si dedica allo studio e alla ricerca di temi antropologici e storici nel Mediterraneo. Per documentare, indagare e analizzare la materialità del sociale ricorre a produzioni fotografiche e audio-visuali (www.alessioangelo.com).

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