L’esercizio della memoria

Copertinadi Antonino Cangemi  

Montanelli, sempre più malinconico nei suoi ultimi anni, era solito ripetere: «Come diceva Ojetti, l’Italia è un Paese di contemporanei, senza antenati né posteri, perché senza memoria di se stessa». È una frase molto amara perché alla mancanza della memoria del passato si accompagna, quale naturale conseguenza, la mancanza di prospettive future («né posteri»).

Forse il principe del giornalismo italiano, che  un altro gigante della carta stampata richiamava (Ugo Ojetti), esagerava in pessimismo, ma una cosa è certa: la storia, nelle nostre scuole, si studia poco e male al punto di dare ragione a Mark Twain quando scriveva: «Molti bambini nelle scuole pubbliche sembrano conoscere solo due date: 1492 e il 4 di luglio; e di norma essi non sanno cosa è successo in entrambi gli eventi». L’aggravante è che ciò accade non solo ai «bambini», ma anche ai ragazzi e agli adulti. Metodologie didattiche da ripensare e l’aridità dogmatica di molti storici di professione dalla prosa tutt’altro che accattivante contribuiscono a non farci interessare ai nostri trascorsi, a ignorare le nostre radici, i nostri avi, il vissuto che accompagna il nostro cammino, di cui, per riflesso, rischiamo di non vedere gli sbocchi.

Alla luce di questa premessa, Storie albanesi di Sicilia di Giuseppina Li Cauli e Leda Melluso, edito dall’Istituto Poligrafico Europeo, è un libro che merita tantissima attenzione. Lo merita perché la storia, nel caso di specie della comunità albanese in Sicilia, è raccontata con passione avvincente  nell’intento di tenere sempre vivo il legame con un passato che rinsalda l’identità nel presente e proietta verso il domani.

Storie albanesi di Sicilia può definirsi a pieno diritto un libro di storia, sebbene abbia pretese che in apparenza non sembrano conciliarsi con la concezione seriosa e “scientifica” che comunemente si ha di questa importantissima disciplina: le pretese di far conoscere e amare le vicende della minoranza albanese insediatasi nell’Isola nel XV secolo attraverso una narrazione leggera, resa ancora più accattivante dal tono discorsivo di una conversazione. Il libro, infatti, nasce dal singolare incontro di una docente, ora in pensione e affermata scrittrice, Leda Melluso, con una sua ex allieva, Giuseppina Li Cauli, avvocata originaria di Piana degli Albanesi, cultrice della storia e dei costumi degli arbëresche. A unirle, oltre il passato legame nel liceo, l’interesse per la storia: Leda Melluso si è imposta nel panorama letterario nazionale come autrice di romanzi storici (La ragazza dal volto d’ambra, premio Rhegium Julii, L’amante inglese, finalista del premio Racalmare-Leonardo Sciascia, La favorita, tutti editi da Piemme) e ha pubblicato diversi saggi sulla storia della Sicilia; Giuseppina Li Cauli ha sempre coniugato la sua attività professionale alle ricerche sulla storia del suo popolo. Dall’incontro è scaturita una conversazione, godibile e coinvolgente, sugli accadimenti riferiti agli albanesi in Sicilia, soprattutto di Piana degli Albanesi, in un arco di tempo che va dal ’400 al ’900, il tutto messo nero su bianco in una pubblicazione – dal sottotitolo eloquente Conversazione con un’arbëresche – che si segnala anche per la prosa scorrevole e seducente, di cui difettano la gran parte dei saggi di storici “professionisti”.

 Una strada di Piana degli Albanesi (foto di Nicola Scafidi)

Una strada di Piana degli Albanesi (foto di Nicola Scafidi)

Qualcuno potrebbe obiettare che in Storie albanesi di Sicilia si raccontano anche fatti avvolti nell’alone della leggenda, che si confonde con la storia ad esempio nel ricordo di Skanderbeg, l’eroe nazionale degli albanesi, ma, come sottolinea Rino Messina nella prefazione, gli eventi sono qui illustrati «con quel tono assolutamente privo di fronzoli, immediato ed efficace che solo durante i dialoghi tra amiche si può usare»; e sempre nella prefazione si avverte: «Non cercate storia paludata o citazioni colte, rimarrete delusi». Simili obiezioni ricordano quelle che venivano mosse ai volumi della Storia d’Italia di Montanelli, citato all’inizio: la “frivolezza” delle sue pagine, spesso condite da aneddoti coloriti, non si addicevano alla gravità della storia. Eppure molti italiani la storia hanno imparato ad amarla dai suoi libri, piuttosto che da noiosi manuali, per poi approfondirla in più corpose monografie.

L’obiettivo della Li Causi e della Melluso – pienamente raggiunto – era quello di accendere l’interesse sulla storia della comunità albanese, e la storia – Virgilio Titone docet – non è un mero succedersi di accadimenti, alleanze politiche, strategie militari: è vivificata dall’economia, dall’arte, dalla letteratura, dai costumi. Sotto questo profilo il libro della Li Causi e della Melluso non delude affatto nel rimandare a stili di vita albanesi o a costumi di quel popolo talvolta, ai nostri occhi, arcaici e persino crudeli. Come quello, indicativo della subalternità della donna, della “vergine giurata” che rinunciava alla propria femminilità e alla propria vita sessuale per assurgere a capofamiglia, usare le armi, sovrintendere agli affari.

In Storie albanesi di Sicilia non mancano episodi che, pur nel loro rilievo storico, destano curiosità: la prima strada rotabile agli albori dell’Ottocento che collega Piana a Palermo, la “rivolta dei baffi” nel corso dei Fasci siciliani, la presunta proclamazione della “Repubblica di Piana degli Albanesi” e il movimento contro la leva obbligatoria “Non si parte” subito dopo la caduta del fascismo.

La tradizione della “vergine giurata” non deve far pensare che le donne nella comunità degli arbëresche abbiano recitato ruoli di secondo piano. Al contrario le pagine di Storie albanesi in Sicilia pongono l’accento sulla determinazione delle ragazze di Piana dei Greci (poi battezzata degli Albanesi da Mussolini) durante i Fasci siciliani del 1893, sul loro apporto nelle lotte contadine e in quelle per l’assegnazione delle terre nel secondo dopoguerra e consegnano alla memoria figure esemplari per coraggio e fermezza, come Filomena Piazza che, privata del figlio nell’eccidio di Portella della Ginestra, si batte con ogni mezzo per ottenere giustizia.

 Piana degli Albanesi (Pasqua 2015)

Piana degli Albanesi (Pasqua 2015)

Molto toccanti sono i passi del libro che ricordano la strage di Portella della Ginestra, anche perché Giuseppina Li Causi, per ricostruirla con palpitante veridicità, oltre ad attingere dai ricordi dei racconti dei propri avi, si avvale della testimonianza di due sopravvissuti alla strage.

Il libro della Li Causi e della Melluso, nel far rivivere momenti cruciali della storia degli arbëresche attraverso memorie anche familiari tramandate nel tempo, dà ragione a Francesco De Gregori quando canta «La Storia siamo noi… / la Storia entra dentro le nostre stanze / perché è la gente che fa la Storia… / quelli che hanno letto un migliaio di libri / e quelli che non sanno nemmeno parlare». E, così come raccontata dalla Li Causi e dalla Melluso, con affabilità congiunta a verve passionale, la storia della minoranza degli arbëresche che, pur nell’integrazione con altri popoli, continuano a preservare le proprie tradizioni e la propria identità, costituisce per noi un monito a ricercare e recuperare le nostre radici perché si abbia memoria di noi stessi e non si sia orfani degli «antenati» e privi di «posteri».

Dialoghi Mediterranei, n.17, gennaio 2016

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Antonino Cangemi, dirigente alla Regione Siciliana, ha pubblicato, per le edizioni della Regione, Semplificazione del linguaggio dei testi amministrativi (Palermo, 2007) e Mobbing: saperne di più per contrastarlo (Palermo, 2007); con Antonio La Spina, Comunicazione pubblica e burocrazia (Franco Angeli, Milano 2009); I soliloqui del passista (Zona, Arezzo 2009); Siculaspremuta (Dario Flaccovio, Palermo 2011); Beddamatri Palermo! (Di Girolamo, Trapani 2013); Il bacio delle formiche (Lieto Colle, Faloppio-Como 2014); D’amore in Sicilia. Storia d’amore nell’Isola delle isole (Dario Flaccovio, Palermo 2015). Collabora con i quotidiani «La Sicilia», «Sicilia Informazioni» e, saltuariamente, con «La Repubblica» (edizione di Palermo).

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