Il libro Cercando rispetto, drug economy e cultura di strada è un’analisi etnografica pubblicata per la prima volta nell’autunno del 1995, sviluppata da Philippe Bourgois, docente di Antropologia, Storia e Medicina sociale presso l’Università della California. L’autore documenta la sofferenza sociale del ghetto portoricano El Barrio di East Harlem a New York; analizzandone la segregazione razziale e l’oppressione culturale imposta, associata al consumo e allo spaccio di crack. Nonostante l’abuso e lo spaccio di droga siano strutture portanti dell’economia sotterranea, Bourgois ritiene che siano un sintomo di dinamiche più profonde di marginalità sociale. Sostiene infatti che la «cultura di strada» sia una rete complessa e conflittuale di convinzioni, simboli, interazioni, valori e ideologie, consolidata in risposta all’esclusione imposta dalla società dominante (Bourgois, 2005: 38). La quale, perpetrando la subordinazione dei soggetti, ne alimenta il desiderio individuale di dignità.
La caratteristica essenziale che emerge dalla lettura del libro è il riconoscimento della cultura di strada come reale e degna di interesse, con la volontà di scostarsi dagli stereotipi di «cultura buona» o «cultura cattiva» e mettendo in atto il «relativismo culturale» di Lévi-Strauss, considerando i comportamenti e i valori all’interno del contesto complessivo in cui prendono vita (Fabietti, 2015: 25-30).
Il metodo etnografico messo in atto da Bourgois, si basa sull’osservazione partecipante (Fabietti, 2015: 30-38) e sulla condivisione esperienziale di vita nell’East Harlem, con l’intento di vedere il mondo dal loro punto di vista e capire come essi si percepiscono. L’antropologo diventa parte del sistema culturale, pur detenendo ancora la possibilità di osservazione distaccata. La scarsità di indagini etnografiche come questa si basa sulla paura da parte degli antropologi che esse possano alimentare la violenza e gli stereotipi razzisti. D’altra parte, l’autore discute la difficoltà oggettiva della ripresa realistica, in quanto entrambe le parti sono composte da esseri umani che entrano in contatto tra loro (Bourgois, 2005: 91). La soggettività gioca un ruolo determinante e potrebbe portare ad una giustificazione delle azioni al fine di sottrarsi allo scontro. Tutto questo è associato alla difficoltà nel distanziarsi dalla propria cultura d’appartenenza, la stessa che sin dalla nascita ci ha introdotti a idee, modelli, comportamenti e stili di pensiero. È dunque naturale che nella produzione dell’analisi si rifletta sulla messa in dubbio in merito alla veridicità dei contenuti, che per essere oggettivi dovrebbero essere espressi direttamente dai protagonisti, un problema che viene intelligentemente arginato da Bourgois attraverso l’introduzione di dialoghi registrati, durante la sua permanenza nell’ambiente.
Uno dei primi temi che vengono trattati da Bourgois è il rapporto che intercorre tra società dominante e soggetti appartenenti alla cultura non legale. L’autore sottolinea quanto il rapporto sia disgregante e subordinante. La società dominante si spinge a commercializzare le pratiche di ribellione, attraverso la moda, la musica e la televisione. Si comprende dunque come la cultura di strada ricerchi dignità e desiderio di individualità attraverso l’agire individuale, che spesso diventa violento verso l’esterno e verso se stessi, esitando perfino nell’autodistruzione (Bourgois, 2005: 46). Generalmente infatti gli individui marginalizzati socialmente hanno sperimentato lunghe relazioni negative con la società dominante, così da vivere il rapporto in modo disfunzionale, alimentando i comportamenti oppositivi, con il risultato di incarnare perfettamente gli stereotipi con cui erano stati inizialmente giudicati.
Attraverso pratiche culturali di opposizione gli individui dunque contribuiscono a dare forma all’oppressione, creando un circolo vizioso che si autoalimenta, fatto di scontri violenti con i rappresentanti della cultura legale.
Nella mia esperienza personale questo emerge dai racconti che Arya condivide con alcuni partecipanti del gruppo, in particolare Im e Mo. Arya ha diciannove anni ed è entrata nella cultura della strada all’età di dodici anni, lei e la sua famiglia sono nate e vivono dell’economia legale. Questo permette ad Arya di avere una larga conoscenza di entrambe le culture, ne conosce la struttura, i comportamenti e le dinamiche di potere.
Intendo assecondare Bourgois nella stesura della mia nota di lettura, riportando rielaborazioni di dialoghi avvenuti tra me e Arya, che mi consente in alcuni casi di incontrarmi con Ricky, il suo ex ragazzo, con cui ha mantenuto un buon rapporto e che un tempo era immerso nell’economia non legale, dedicandosi allo spaccio di sostanze stupefacenti.
Arya: «Im e Mo stavano nel gruppo perché non avevano niente da fare, perché erano annoiati secondo me. Loro si mettevano contro gli altri, quelli fuori, perché non potevano essere come loro. Questo è poco ma sicuro. Non avevano rapporti con persone che non fossero del nostro gruppo. Si sentivano inferiori».
Questo ricorda incredibilmente la figura di Caesar descritta nell’analisi di Bourgois, egli infatti sentenzia chiaramente la volontà di non voler entrare nella società e di continuare a vivere al di fuori del sistema, attraverso la rivolta (Bourgois, 2005: 148). Dai racconti di Arya ho compreso che il senso di inferiorità provato in particolare da Im e Mo è legato alla provenienza etnica degli stessi, che molto spesso si trasformava in razzismo nei loro confronti, alla loro scarsa istruzione e all’impossibilità di reperire soldi dalla famiglia, sulla quale non volevano pesare, in quanto già viveva una condizione economica precaria. Loro hanno subito razzismo da altre persone, persone comuni li insultavano solo per il colore della pelle. Non erano poveri, però non chiedevano niente a casa, preferivano arrangiarsi, in modi sbagliati, però si arrangiavano. Poi non erano intelligenti, non potevi farci un discorso. Io mi ricordo che provavo a parlarci, loro stavano zitti e mi guardavano, non dicevano niente, probabilmente non capivano neanche quello che stavo dicendo.
Aurora: «Hanno fatto la scuola?»
Arya: «Hanno fatto solo due anni di scuola professionale, poi hanno mollato tutti e due. Dicevano che lavorano, ma non lavoravano, facevano quello che hanno sempre fatto».
Questo portava a mettere in atto comportamenti che in qualche modo potevano provvedere a limitare questo senso di inferiorità, e ad avere ciò che non potevano avere, come gli altri. Oltre che a condurli ad una marginalizzazione irreversibile.
Aurora: «E come facevano Im e Mo a procurarsi determinate cose, se non avevano i soldi?».
Arya: «Rubavano. È successo anche a casa dell’altra ragazza, andavano in giro di notte mentre dormivamo e le prendevano le cose di valore».
Il senso del gruppo e la volontà di appartenere all’ingroup spingevano Arya a imitare i comportamenti degli altri, pur non avendo il medesimo background culturale e i medesimi bisogni. Emerge infatti in modo determinante come il desiderio di appartenenza abbia molto spesso veicolato i comportamenti, seppur considerati personalmente sbagliati.
Arya: «Mi è capitato di rubare perché avevo fame. Non avevo soldi perché li usavo per le sostanze. Rubavamo ogni giorno, era la routine: noi ci trovavamo, consumavamo le nostre dosi e poi ti veniva fame».

Cracovia, Dettaglio di una porta azzurra interamente ricoperta da graffiti policromi (ph. Aurora Michielin)
Prosegue raccontando che al tempo lei e gli altri del gruppo a volte entravano nei supermercati e uscivano con merce nascosta sotto i vestiti, spesso si trattava di snack o piccole cose.
Bourgois si trova immerso nell’economia sotterranea, costretto a comprendere rapidamente i ruoli e le gerarchie di potere che la connotano. Sottolinea come queste si distanzino largamente dall’economia legale. Tanto che conducono ad un iniziale straniamento dei soggetti che tentano di entrarvi. Infatti il senso comune dei «colletti bianchi» (Bourgois, 2005: 157) è molto distante dalla loro esperienza, per vari motivi. Nell’analisi l’autore ricostruisce come paradossalmente le abilità sociali si dimostrino ancora più inadeguate rispetto alle loro precarie capacità professionali. Questo si traduce concretamente in indisponibilità ad obbedire alle regole dei rapporti legali e la conseguente impossibilità di una mobilità sociale, al contrario che nell’economia illegale, dove questo per loro è possibile. Il generale razzismo e la poca cultura, data dall’inadempienza del percorso scolastico, comportano l’umiliazione e la vulnerabilità nel mondo del lavoro, che non è concepita da questi soggetti, i quali non accettano la loro vittimizzazione in maniera passiva. La disponibilità a pregiudicare la propria identità non è nemmeno concepita come ipotesi. Ciò li conduce ad un allontanamento da questa situazione pericolosa per la loro dignità e il loro senso del rispetto, catapultandoli ad un’accettazione repentina di un lavoro, che segue le medesime regole culturali già assorbite e privilegiate (Bourgois, 2005: 136). Ne consegue un forte senso di inadeguatezza e di fallimento, che si riflette limpidamente nelle dichiarazioni emotive di Arya, una volta che ha dovuto ripetere l’anno scolastico.
Arya: «Quando ho cominciato mi sentivo inferiore per quello che sceglievo io di fare. Non perché le persone me lo facessero pesare, anche se il mio ego mi faceva sentire di essere più forte degli altri. Mi rendo conto adesso che in realtà mi sentivo senza valore, di non riuscire a raggiungere o capire certe cose».
L’allontanamento di Arya dal mondo della scuola e la perdita di anni scolastici, come prevedibile, è legato al consumo di sostanze e alle sue frequentazioni. Tutto questo si intreccia indissolubilmente con il rapporto che al tempo intratteneva con Ricky, una relazione che ha cominciato a diventare pesante, proprio per la portata del lavoro.
Per comprendere meglio le dinamiche della drug economy, Arya mi ha introdotta a Ricky: per qualche tempo il ragazzo ha lavorato nell’economia sotterranea. Il lavoro illegale compiuto in passato viene definito da lui stesso come «business», nonostante ne riconosca le differenze con il lavoro legale. Si rende conto infatti del limite che comporta vivere all’ombra della legalità.
Ricky: «Non esisti, non puoi avere niente a tuo nome».
Aurora: «E allora perché ti sei dedicato a questa attività?».
Ricky: «Avevo quattordici anni, non mi piaceva aspettare o chiedere i soldi. Mi sono creato una risposta ad esigenze che avevo, per potermi gestire da solo ed essere indipendente. Poi una volta che cominci vuoi tutto prima, devi fare i soldi, anche se non ti rendi conto che è a breve termine».
In questo estratto di conversazione si riflette la risposta che nasce da bisogni non appagati. Ricky in seguito mi rivela che inizialmente frequentava la scuola e ci si dedicava con interesse, ma poi il suo business richiedeva sempre più tempo e impegno, e ben presto si è trovato a dover scegliere tra lo studio, che avrebbe avuto un guadagno futuro, o la vendita di sostanze, che invece consentiva un guadagno immediato.
Ricky: «Non ho avuto la tranquillità che avevano gli altri, se aspettavo lo studio non avrei fatto niente e non avrei avuto niente. È soprattutto questo: il fatto di non riuscire ad aspettare. La gente pensava che lo facevo perché mi sentivo forte, ma non sono fiero di quello che facevo».
Oltre all’insofferenza per l’attesa, un altro elemento che ha spinto Ricky verso l’economia sotterranea è stato il contrasto con il lavoro legale. In particolare con le condizioni italiane di lavoro:
Ricky: «Prima avevo provato diversi lavori, tra cui il cuoco e il pizzaiolo, ma gli stipendi sono davvero miseri e ti arrivano ogni mese. Anche come ti trattano nel mondo lavorativo, non c’è una sola cosa positiva. È un cane che si morde la coda da solo: hanno bisogno di dipendenti ma poi non li ascoltano e non li aiutano».
Ritengo che quest’ultima parte sia significativa perché esplicita le condizioni misere in cui versano molti dei ragazzi italiani che devono affacciarsi nel mondo del lavoro. Sempre con la speranza che i loro studi basteranno a colmare le aspettative sociali. Questo aspetto richiama chiaramente l’esperienza del Barrio descritta da Bourgois, dove le scarse abilità sociali e le competenze scolastiche precarie non consentono un’accettazione effettiva nel mondo del lavoro legale. Ascoltando Ricky mi è sembrato infatti di ripercorrere la vita lavorativa di Primo, dove l’umiliazione economica e la sottomissione strutturale giocano un ruolo fondamentale per l’allontanamento dal lavoro (Bourgois, 2005: 157).
L’insofferenza percepita nelle parole di Ricky per il fallimento da lui provato nella presa di coscienza della sua inutilità economica, nonostante gli svariati tentativi, si ripercuote nell’impostazione che lui stesso ha determinato all’interno del suo business. Infatti una delle contrapposizioni più forti che ho riscontrato è stata la sua percezione effettiva ed essenziale di rispetto. Sottolinea come nella sua esperienza, il rispetto e la fiducia fossero alla base delle sue relazioni e che la violenza non avesse assolutamente il ruolo centrale.
Ricky: «Non ho mai avuto problemi, sono sempre stati tutti rispettosi. Certo, è capitato che cercassero di fregarmi, ma mai amici miei, ci ho solo litigato a volte, ma niente di più. Avevo deciso come lavorare. Volevo creare un legame, consentire fiducia con i miei clienti, in modo da poter parlare e risolvere i problemi, e poi non lavoravo con gente inaffidabile. La violenza non contava niente, la parola faceva tutto. Non conta niente essere forti, il capo non è il più violento, ma chi porta più rispetto e chi rispetta i patti».
Questa narrazione si pone in contrasto con quanto invece descritto da Bourgois a proposito dell’economia dell’East Harlem, dove invece una costante esibizione di violenza è essenziale (Bourgois, 2005: 55). La violenza e la sopraffazione dunque appaiono come strumenti necessari e quotidiani di gestione del potere. Tale differenza può essere interpretata alla luce di contesti temporali, geografici e sociali diversi; ma anche come l’espressione della varietà interna della cultura di strada: non esiste a mio avviso un unico modello, bensì codici multipli che oscillano tra coercizione e fiducia. La mancanza di rispetto non si legge in un mancato pagamento da parte del cliente, ma è fortemente sentita in relazione ad altri gruppi che vendono sostanze nella stessa area, se vengono violati i confini.
Ricky: «Non faccio i conti in tasca agli altri. Nella mia stessa area vendeva anche Demi (personaggio che tornerà successivamente nell’analisi), a volte si intersecavano i nostri interessi e questo portava a scontri fisici e verbali, soprattutto se vendeva ai miei clienti. È una mancanza di rispetto e le mancanze di rispetto hanno conseguenze. Anzi se lo sai è più di una mancanza di rispetto».
Aurora: «C’erano donne nel tuo lavoro?».
Ricky: «Sì, c’erano donne, nel trasporto. È meglio averle. Una ragazza è meno facile da scoprire. Da un lato se vai in giro in coppia desti meno sospetti, dall’altro la donna può trasportare».
In questo dialogo Ricky mi fa intendere che l’unico ruolo che le donne detengono all’interno dell’economia sotterranea è quello di «mezzi di trasporto». La concezione di patriarcato non solo in questa dimensione si presenta ma si riconferma: le donne restano subordinate e strumentalizzate. Philippe Bourgois descrive, nel caso di Candy, un processo di erosione del patriarcato: la donna riesce a farsi spazio nel mercato dello spaccio, come soggetto violento e desideroso di potere. La sua ascesa mostra come in alcuni contesti, la drug economy potesse aprire spazi di agency femminile, seppur attraverso modalità distorte, che vivono comunque a pieno la subordinazione e l’imposizione patriarcale. Questa lotta per l’autonomia va infine declinandosi secondo parametri patriarcali (Bourgois, 2005: 238).
Al contrario, nella narrazione di Ricky emerge la dinamica opposta: le donne non assumevano mai ruoli di comando, ma venivano strumentalizzate, sfruttando la minore visibilità rispetto agli uomini. In questo caso l’economia sotterranea non produce una ridefinizione dei ruoli di genere ma ne rafforza la subordinazione, mantenendo intatto il codice patriarcale.
La violenza patriarcale tuttavia non si esaurisce in questa impossibilità di mobilità, ma si manifesta nell’esperienza quotidiana di Arya. Si connota infatti come esibizione necessaria ed essenziale per la sopravvivenza nella cultura di strada: essa determina una possibilità di mobilità verso l’alto (Bourgois, 2005: 55) e garantisce il rispetto da parte degli altri. In particolare la violenza esplicita viene strumentalizzata per avere il controllo e detenere una posizione privilegiata nel gruppo di cui si fa parte. Parlando di Ray (colui che nel libro gestisce la zona di spaccio) Caesar sostiene che lui: «Ha forza, potenza!… In strada significa rispetto» (Bourgois, 2005: 54).
Similmente, dai racconti di Arya riscontro la presenza determinante della violenza fisica e verbale, perpetrata al fine di evitare ribellioni e di detenere il controllo sugli oggetti e sulle persone del gruppo.
Aurora: «C’era violenza?»
Arya: «Era molto presente, ogni volta che uscivamo succedeva qualcosa. La violenza contro di me, oltre che essere verbale, era anche fisica. Mi chiamavano teschio o scheletro perché ero magra, poi insulti di ogni genere, nello specifico legati al fatto che sono donna, ma tutte queste cose erano basilari. Per quanto riguarda la violenza fisica, succedeva che a volte mi sputavano in testa quando ero seduta. Oppure una volta è successo che stavo fumando una sigaretta e Im ha cominciato a colpirmi fisicamente, sono arrivata ad accucciarmi alle porte della stazione prendendo botte, finché non ho dovuto dargli quello che voleva. Ogni scusa era buona per umiliarmi, sentivi che c’era la differenza che ero una femmina. Ti facevano fare quello che volevano loro, perché si sentivano più potenti, soprattutto perché potevano mettermi le mani addosso, senza che io riuscissi a difendermi».
L’appartenenza ad un gruppo, soprattutto nella cultura di strada e nello specifico per una donna, si delinea nell’obbedienza e nella sottomissione all’oppressione perpetrata. Questo molte volte però non basta come garante di un rapporto, infatti la componente di fiducia è importante e si costruisce nel tempo. Similmente alle osservazioni di Bourgois, i legami detenuti nella realtà di strada sono molto spesso legami di parentela, o legami duraturi che in qualche modo si ricollegano ai parenti alleati, ovvero acquisiti (Bourgois, 2005: 109).
Aurora: «Si fidavano di te?».
Arya: «Sì, non gli ho mai voltato le spalle: punto numero uno non mi sono mai trovata altre persone, e poi non ho mai denigrato i loro nomi, li difendevo sempre anche quando non avrei dovuto. Li ho sempre difesi, fino alla morte. Erano miei amici perché gli davo qualcosa in cambio, il passaggio in macchina, soldi per comprarsi da mangiare. Avevano bisogno, e alla fine mi rendo conto che era questo».
Dalle parole di Arya emerge l’ipocrisia e l’esaurimento consumistico dei valori dell’amicizia, sempre finalizzati ad un guadagno personale, che sia economico, sessuale o affettuoso. Si basa sempre su una risposta a dei bisogni irrisolti, oltre che l’assorbimento totale all’interno di una spirale tossica, sbilanciata tra il dare e l’avere. Chi nel gruppo riesce con la violenza ad avere rispetto, è colui che detiene maggior potere e questo si desume dalle parole di Arya, che a mio avviso esemplificano tutto il ragionamento affrontato da Bourgois. Infatti, parimenti a Ray nell’esperienza ad East Harlem, anche nella realtà da me analizzata era presente un soggetto che deteneva il rispetto totale da parte di tutti. E questo era associato sì alla violenza verbale e fisica, ma anche al ruolo che rivestiva all’interno dell’economia sotterranea.
Arya: «Demi era quello che gestiva i giri, non avevi chance di potergli mancare di rispetto, perché senza di lui non lavoravi. Lui non era rispettato per la sua persona, era rispettato perché altrimenti non lavoravi. Poi Demi era spaventoso, aveva più potere perché era il più pazzo. Quando urlava faceva paura, era violento, tirava calci alle sedie, sbatteva i piedi per terra e anche questo lo faceva rispettare».
Essendo la drug economy una vera e propria economia, anch’essa sviluppa e garantisce delle gerarchie di potere, che non vengono però instaurate sulla base dei livelli di istruzione o di conoscenze, ma piuttosto sulla violenza e sui contatti con le sostanze stupefacenti. In un secondo momento Arya mi ha anche sottolineato la paura legata all’imprevedibilità di Demi:
Arya: «Poteva capitare che lo trovavo in giro ed era gentile, mi offriva da bere e da fumare, mi abbracciava e mi diceva che ero come una sorella. Un’ora dopo lo trovavo alterato che metteva le mani addosso a tutti. Dovevi stare attento a come gli saliva la botta… la maggior parte delle volte però gli saliva male».
La volontà di inserire due narrazioni differenti, legata ad Arya e a Ricky, è data dal fatto che rappresentano i due nuclei centrali trattati nel libro di Bourgois: rispettivamente la cultura di strada e la drug economy. Ho voluto presentarli entrambi, cercando di mostrare come il paragone tra loro sia evidente sotto alcuni aspetti; infatti la cultura di strada e la drug economy non sempre vanno di pari passo, ma possono anche viaggiare su due binari separati. Nonostante infatti Ricky si dedicasse all’economia sotterranea di spaccio di sostanze, non esprime a mio avviso le caratteristiche che invece sono largamente presenti e condivise anche nella mia osservazione della cultura di strada. L’elemento oppositivo è essenzialmente la relazione tra violenza e rispetto. Da un lato il racconto di Arya restituisce un uso funzionale e determinante della violenza, che, come un’istituzione, deve essere interiorizzata al fine di fare parte del gruppo e molto spesso anche assimilata, per entrare nella visione e nella percezione della stessa cultura, oltre che ad una forte necessità di cercare rispetto attraverso la stessa.
D’altra parte, nel racconto di Ricky si assiste ad un’assenza di descrizione di violenza, che non serve a mantenere il rispetto, ma piuttosto emerge come conseguenza di una mancanza di rispetto. L’elemento che consente infatti la salvaguardia del rispetto è la fiducia reciproca. Tuttavia, la violenza nel racconto di Arya è perpetrata soprattutto in relazione alle donne, che vengono considerate più deboli e per questo più soggette alla sottomissione.
Per quanto riguarda Ricky l’esercizio della violenza, soprattutto sulle donne, non viene nemmeno citato o preso in considerazione, in quanto estraneo. In entrambi i casi si delinea dunque un’impossibilità di presa di potere nell’economia da parte delle stesse, che restano confinate nello spazio sottostante, ma almeno nel secondo caso non vengono sottomesse verbalmente e fisicamente.
L’analisi etnografica di Bourgois prende forma all’interno della East Harlem degli anni ’90, connotata da caratteristiche differenti rispetto alla situazione italiana contemporanea. Da un lato lo sviluppo all’interno di una realtà veicolata e gestita da una cultura diversa rispetto a quella dello Stato vigente, dove la dimensione migratoria non rappresenta soltanto una categoria d’analisi, ma una condizione concretamente vissuta dai protagonisti, i cui effetti si riflettono sulle loro esperienze, sulle relazioni e sul modo di vivere lo spazio. In contrasto con l’esperienza italiana, dove invece si assiste ad una condivisione della vita e degli spazi urbani e non ad una marginalizzazione locale, nella periferia.
In secondo luogo le tempistiche sono differenti, si spazia infatti di circa trentacinque anni, periodo nel quale si è assistito ad un incremento demografico, ad uno sviluppo tecnologico e ad una globalizzazione delle merci e delle migrazioni. Questo conduce necessariamente a delle distinzioni comprensibili tra l’analisi di Bourgois e la mia osservazione. L’economia che ho analizzato si distingue per alcuni tratti specifici che, complessivamente, si caratterizzano anche come limiti interpretativi.
Innanzitutto le motivazioni di assunzione e di consumo di sostanze sono molto diverse, in quanto la cultura di strada da me analizzata appare scollegata da un reale bisogno materiale, prendendo invece la forma contorta di un codice d’appartenenza, d’identità e riconoscimento personale, che emerge in particolare nella figura di Arya. Ne consegue che la violenza non viene percepita ed eseguita come modello strutturante per la gestione della vita di strada, ma come sintomo di una volontà di predominio e di individualizzazione di sé stessi, per essere visti e riconosciuti da una società che emargina e nasconde chi non aderisce al conformismo; portando i soggetti a vivere in una realtà fragile, dove l’unico strumento reale e tangibile è la violenza, perché evidente e pervasiva, l’unica prova reale e tangibile di esistenza, perché contribuisce a conferirne senso.
Nella figura di Ricky assistiamo a dinamiche di rispetto e cooperazione che, a mio avviso, sono legate alla mancanza di istituzioni formali. Il rispetto diventa una regola autodeterminata e implicita che sostituisce la legge, al fine di creare strumenti di stabilità interna, che la dimensione sociale non garantisce, ma comunque non estremizza. Lasciando Ricky in un limbo dove non c’è, come ad East Harlem, una pressione eccessiva e una necessità imminente, ma le regole della società non vengono comunque riconosciute. Ho inoltre ragionato sulla volontà del ragazzo e della ragazza a raccontarsi, scegliendo il modo in cui auto-rappresentarsi. È possibile quindi che ci sia anche una forma di legittimazione morale per il comportamento passato, come un racconto che consente di dare senso e dignità ad un passato che, al contrario, sarebbe connotato da un senso di colpa e vissuto come una devianza.
Questa diversa organizzazione non esclude che vengano meno le gerarchie; al contrario, la logica patriarcale rimane forte e vigente, istituendosi come regola implicita per le figure femminili della mia analisi. Relegate a ruoli subordinati e funzionali, seguono rigidamente le volontà maschili, così incatenate che qualsiasi spazio di ribellione è esso stesso parte del meccanismo asfissiante del patriarcato.
Considerati nell’insieme, questi tratti sono parzialmente coincidenti con la realtà analizzata da Bourgois, dimostrando come le economie della droga e la cultura di strada possano assumere molteplici configurazioni, talvolta tra loro contraddittorie, determinate dal contesto all’interno del quale si sviluppano. Cercare rispetto dunque non è solo una questione di cultura di strada, ma una condizione di vita. In ogni spazio e in ogni tempo c’è qualcuno che cerca di essere visto, riconosciuto e amato.
Andare Oltre East Harlem significa dunque guardare con più comprensione chi si trova ai margini, e chi dentro di sé, come Arya e Ricky, quei margini li porta ancora. Bourgois ci consente di comprendere come la realtà di strada e la società legale non siano così differenti, ma siano uno lo specchio dell’altro: dove il rispetto diventa privilegio, la violenza diventa linguaggio. È giusto dunque interrogarsi sulla nostra stessa società, e su quanto la ricerca di potere e di riconoscimento non sia prerogativa unica dei margini ma anche, se ben mascherata, del centro.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Riferimenti bibliografici
Bourgois, P. (2005), Cercando Rispetto. Drug Economy e cultura di strada, Bologna, DeriveApprodi.
Fabietti, U. (2015), Elementi di antropologia culturale, Milano, Mondadori Università.
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Aurora Michielin, laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Padova, frequenta il corso di Laurea Magistrale in Antropologia culturale, etnologia e etnolinguistica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. I suoi interessi di ricerca si concentrano sull’antropologia urbana, con particolare attenzione alle dinamiche della street culture, all’economia informale della droga e alle intersezioni di genere nei contesti di marginalità. Ha svolto indagini etnografiche sul campo, analizzando le forme di resistenza e compensazione simbolica nei contesti urbani.
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