di Gianni Palumbo
C’è un’eroica, quasi mistica ostinazione nell’infinitamente piccolo. È la grazia severa delle creature che hanno scelto di abitare i margini più crudi della terra, lì dove il paesaggio si fa scheletrico e la vita sembra un calcolo impossibile. Nello spazio di luce e d’argilla disteso tra le aste fluviali del Bradano e del Basento – tra i dorsi abbacinanti delle biancane e i profili feriti dei calanchi della collina materana – persegue la sua esistenza il Poligono di Tenore (Polygonum tenorei C. Presl.), pianta rara della flora italiana.
Siamo lontani dalla maestà boscosa della dorsale appenninica. Qui, dove il mare pliocenico ha lasciato in eredità marne grigie e argille profonde, la terra non offre riparo: si spacca sotto l’arsura estiva in una ragnatela di crepacciature profonde, sfalda le sue pareti al primo acquazzone e cuoce i propri fianchi sotto un sole solenne e implacabile. È in questa matrice instabile e riarsa, dove la maggior parte delle forme vegetali soccombe o scompare, che questo suffrutice distende i suoi fusti intricati e tenaci, facendosi ancora, aggrappante, di carne vegetale per i pendii che franano.
Chi piega le ginocchia su questi declivi per osservare questa rarità naturale e avvicina lo sguardo non trova l’ostentazione delle corolle appariscenti, ma un miracolo di miniatura: fiori microscopici, quasi invisibili ad occhio frettoloso, incastonati come gemme segrete all’ascella di guaine membranose, sottili e argentee: le ocree. I perigoni, dai tepali delicatamente carenati, sfumano con un’eleganza pudica dal verde smeraldo al rosa tenue, sfidando il grigiore polveroso della marna con una palette di una delicatezza commovente.
In questi pochi millimetri di tessuto risiede un’architettura di altissima specializzazione: un’anima botanica che ha convertito l’aridità in patria e la vertigine dell’erosione in spazio vitale. Il Polygonum tenorei non vegeta soltanto; si ostina, incede, promulgando la propria presenza con silenziosa fierezza.
Ma la sua storia non è solo un canto d’adattamento e di resistenza ecologica.
È anche una trama di nomi, d’intuizioni ed erborizzazioni sul campo che attraversa due secoli di scienza.
Intrecciando le prime osservazioni di Michele Tenore, le necessarie correzioni nomenclaturali di Carl Presl, la passione instancabile e lo sguardo poetico di Giuseppe Camillo Giordano lungo i fossati di Pomarico, fino alle revisioni novecentesche di Enio Nardi e Mauro Raffaelli, questa piccola pianta ci ricorda che la vera botanica non è mai mera arida tassonomia: è la capacità profonda di riconoscere, celebrare e proteggere la meraviglia dove gli altri vedono soltanto deserto.
1. Il labirinto dei nomi: un enigma tassonomico lungo due secoli
Dare un nome scientifico a una pianta è un atto di conoscenza e di cura; significa iscriverla nell’ordine del mondo, riconoscerne l’unicità e offrirle una memoria imperitura. Eppure, la storia nomenclaturale di questo piccolo poligono assomiglia a un romanzo d’esplorazione e di studio, intessuto di coincidenze, sviste storiche e rigide regole d’archivio.
Il battesimo di Michele Tenore e l’infausta omonimia (1811)
La vicenda si apre all’alba dell’Ottocento. Nel 1811, il padre della botanica meridionale, Michele Tenore, descrive per primo la pianta dopo averne osservato l’incomparabile grazia sui declivi del Regno di Napoli. Affascinato dall’architettura filiforme e dalla discreta eleganza dei fusti, la battezza Polygonum elegans.
Ma il destino della nomenclatura sa essere beffardo. Nello stesso identico anno (1811), a Londra, il botanico svedese Jonas Dryander, curatore del leggendario Hortus Kewensis (1789) di William Aiton, pubblica il nome Polygonum elegans per designare un’altra entità botanica del tutto differente. Per il Codice Internazionale di Nomenclatura Botanica (ICN), due piante diverse non possono condividere la medesima combinazione binomiale: il nome di Tenore si trasforma così in un omonimo posteriore illegittimo (nomen illegitimum). La creatura del Mezzogiorno si ritrova d’un tratto senza un’identità scientifica formalmente valida.
La riparazione di Carl Presl (1826)
L’inghippo non sfugge allo sguardo attento di Carl Presl, insigne botanico boemo intento a riordinare le collezioni e i repertori della flora mediterranea.
Nel 1826, nelle pagine delle sue Deliciae Pragenses, Presl prende atto dell’illegittimità del nome originale e compie un gesto di profonda stima scientifica: istituisce il nome di rimpiazzo (nomen novum) Polygonum tenorei C. Presl (talvolta trascritto come P. tenorii).
Presl sanava il vizio di forma e, al contempo, scolpiva per sempre il nome di Michele Tenore nel perigonio di quel piccolo gioiello delle argille.
La rinascita novecentesca: Nardi & Raffaelli (1977)
Per lungo tempo, la lezione di Presl rimase sopita o frammentata nelle raccolte locali, dove la pianta continuò a essere citata con vecchie diciture o sinonimi incerti. Fu soltanto nel 1977 che due illustri botanici italiani, Enio Nardi e Mauro Raffaelli, pubblicarono sulla rivista scientifica Webbia uno studio fondamentale: “Un endemismo italiano da rivalutare: Polygonum tenoreanum nom. nov. (= P. elegans Ten.)”.
Con rigore analitico, Nardi e Raffaelli riorganizzarono il quadro critico della specie, proponendo la combinazione Polygonum tenoreanum. Questo nome ebbe una risonanza straordinaria: fu accolto con entusiasmo dalla comunità botanica nazionale e divenne per oltre un trentennio il nome di riferimento in tutti i manuali, le guide di campo e le Liste Rosse delle regioni meridionali.
La sintesi moderna e il “principio di priorità”
La tassonomia, tuttavia, è una disciplina viva che richiede l’applicazione inflessibile delle sue leggi costitutive. Il principio di priorità stabilisce che, a parità di diagnosi, il nome valido più antico debba sempre prevalere su quelli istituiti successivamente.
Nel 2005, con la pubblicazione della storica Annotated Checklist of the Italian Vascular Flora a cura di Fabio Conti, Gabriele Abbate, Alessandro Alessandrini e Carlo Blasi, la botanica italiana ha riordinato ufficialmente la nomenclatura della specie:
- Nome scientifico accettato (accepted name): Polygonum tenorei C. Presl (1826);
- Sinonimo omotipico posteriore (synonym): Polygonum tenoreanum Nardi & Raffaelli (1977).
| Anno | Autore/Opera | Nome proposto | Status nomenclaturale |
| 1811 | M. Tenore (Flora Napolitana) | Polygonum elegans Ten. | Nomen illegitimum (omonimo di P. elegans Dryand) |
| 1826 | C. Presl (Deliciae Pragenses) | Polygonum tenorei C. Presl | Nome accettato per priorità storica (Nomen novum) |
| 1977 | E. Nardi & M. Raffaelli (Webbia) | Polygonum tenoreanum Nardi & Raffaelli | Sinonimo omotipico posteriore |
| 2005 | F. Conti et al. (Checklist Flora Italiana) | Polygonum tenorei C. Presl | Reinstallazione ufficiale nel corpus floristico italiano |
Comprendere questo groviglio non è un mero esercizio erudito: ci rivela come la scienza abbia impiegato quasi due secoli per restituire a questa minuscola pianta l’esatto cammino del suo nome. E dimostra come la dicitura Polygonum tenoreanum, sia la traccia viva di una stagione gloriosa di riscoperta degli endemismi italiani.
2. Lo sguardo di un botanico puro: Giuseppe Camillo Giordano e i segreti del Basento
Se la tassonomia traccia le coordinate formali di una specie, sono gli uomini del territorio a soffiarle la vita, a cercarla palmo a palmo nei luoghi dove l’esplorazione si fa fatica fisica, studio e dedizione quotidiana. Nella storia di Polygonum tenorei, nessuno ha incarnato questo spirito con la medesima profonda intensità di Giuseppe Camillo Giordano (1841–1901).
A differenza di gran parte dei naturalisti dell’Ottocento, per i quali l’erborizzazione costituiva spesso un’estensione o un complemento della professione medica, Giordano fu un botanico puro. La sua intera esistenza fu consacrata con vocazione esclusiva allo studio del regno vegetale, alla floristica e alla crittogamia.
Il suo centro di gravità intellettuale ed esistenziale fu la città di Napoli, allora incontestata capitale scientifica del Mezzogiorno e cuore pulsante della grande scuola botanica meridionale. Da Napoli, Giordano muoveva per estenuanti e instancabili escursioni lungo le dorsali dell’Appennino centro-meridionale, esplorando rilievi, vallate e contesti montani con il rigore analitico del ricercatore sul campo.
Accanto al lungo lavoro d’indagine condotto sugli altipiani appenninici, c’era un luogo dell’anima in cui la ricerca scientifica si caricava di un valore intimo e profondo: Pomarico, luogo natale di Giordano (nonché dell’estensore del presente articolo). Ogni qualvolta tornava dalla famiglia in Lucania, Giordano trasformava il territorio natio – disteso tra i fossati argillosi, le pareti scoscese dei calanchi e i declivi che degradano verso la valle del Basento – in un laboratorio botanico d’eccellenza. Era proprio durante queste permanenze lucane che il suo sguardo si posava sulle stazioni di Polygonum tenorei. In quel paesaggio di marne e arsure, dove la terra cuoce sotto il sole estivo, Giordano riconobbe la straordinaria unicità di questo piccolo suffrutice, ne mappò la presenza e ne studiò l’adattamento ai substrati franosi.
I dati raccolti durante queste campagne di erborizzazione nei pressi di Pomarico e di altri luoghi della provincia, confluirono nel suo contributo fondamentale, la Contribuzione allo studio della Flora Lucana (1881), pubblicata sul Nuovo Giornale Botanico Italiano, e su altri periodici del tempo (quello del CAI, per esempio, sodalizio del quale faceva parte) che per la prima volta restituì alla comunità scientifica un quadro moderno e documentato della vegetazione locale.
Cosa rimane della bellezza passeggera di un fiorellino microscopico quando la stagione secca volge al termine, dal momento che si tratta di un fiore esclusivamente autunnale? Per Giordano, la risposta risiedeva nella cura scientifica e nell’eleganza formale del foglio d’erbario. Stendere sui fogli di carta i fusti contorti e delicati di Polygonum tenorei, pettinare le sue ramificazioni filiformi e conservare intatta la trasparenza delle ocree richiedeva una maestria e una pazienza straordinarie. I suoi campioni essiccati (exsiccata), oggi conservati presso l’Orto Botanico di Napoli, l’Erbario Crittogamico Italiano (in quest’ultimo non è custodito il poligono ma altre rarità di cui si occupava Giordano) e numerose collezioni d’erbario in Italia e all’estero, sono capolavori di artigianato scientifico, nei quali il perigonio tenue della pianta continua a sfidare il tempo.
Il legame tra il botanico lucano e il poligono si salda anche su un piano squisitamente storiografico. Nel 1875, Giordano diede alle stampe, a Napoli, l’Index generalis Syllogis Tenoreanae. In quest’opera Giordano si prese cura di riordinare e indicizzare in modo sistematico l’imponente eredità scientifica lasciata da Michele Tenore. Si compiva così un cortocircuito di rara eleganza: lo studioso lucano che erborizzava nei fossati del Basento e nei calanchi di tutta la provincia lucana si faceva custode della memoria del maestro napoletano che per primo aveva descritto la specie, intrecciando per sempre la storia scientifica di Napoli con la flora della sua terra d’origine.
3. L’architettura dell’estremo: ecologia, edafismo e l’alleanza Polygonion tenoreani
In natura, la rarità costituisce saltuariamente un difetto evolutivo; è piuttosto il segno d’una specializzazione spinta fino al limite. Il poligono non popola i contesti calanchivi della collina materana a dispetto dell’asprezza dei luoghi, ma in virtù di essa, avendo conquistato una nicchia ecologica preclusa alla maggior parte delle piante vascolari. Il suo substrato d’elezione è rappresentato dalle marne argillose e salmastre di origine pliocenica, una matrice minerale soggetta a dinamiche fisiche imponenti e brutali. Se durante le piogge invernali e primaverili l’argilla s’imbibisce d’acqua fino a scivolare in continui colamenti e solifussi, con la disidratazione estiva il suolo si contorce, spaccandosi in una ragnatela di fenditure profonde sotto l’azione d’un sole implacabile.
In questo palcoscenico instabile, la pianta adotta un’architettura biologica di straordinaria efficacia. Come camefita suffruticosa, mantiene una base legnosa e perenne saldamente ancorata al terreno, capace di resistere al dilavamento e allo scorrimento dei detriti superficiali. Da questo ceppo tenace si sviluppano ramificazioni filiformi e flessibili che assecondano i micromovimenti del suolo, estendendosi prostrate o leggermente ascendenti sulle micro-fratture dell’argilla. Nel frattempo, un imponente apparato radicale penetra in profondità nelle marne più compatte, svolgendo la duplice funzione di salda àncora strutturale e di condotto per attingere alle ultime sacche d’umidità salmastra intrappolate nei livelli ipogei.
Rifiutando l’ostentazione delle corolle appariscenti, il poligono affida la propria riproducibilità a un disegno di sobria miniatura. A ciascun nodo dei fusti, sottili e ramificati ad angolo acuto, compare l’ocrea: una guaina membranosa, trasparente e argentata, che avvolge lo stelo come un piccolo manicotto cristallino, proteggendo i tessuti meristematici e limitando la perdita d’acqua per traspirazione. All’ascella di queste strutture prendono forma, sul finire dell’estate e alle soglie dell’autunno, fiori microscopici di appena un paio di millimetri. Il loro perigonio, suddiviso in cinque tepali carenati dal bordo delicato, sfuma in una gamma cromatica discreta che passa dal verde pallido al rosa tenue, fino a toccare lievi sfumature purpuree sui margini. Da questi piccoli involucri si origina l’achenio, un frutto a noce trigona, scuro e levigato, la cui forma cuneiforme gli consente di scivolare nelle crepacciature dell’argilla ed attendere le piogge propizie alla germogliazione.
Il valore ecologico di questa presenza non si esaurisce nell’adattamento individuale, ma assume un significato sistemico che la scienza vegetazionale ha riconosciuto a livello fitosociologico. Il Polygonum tenorei è stato infatti individuato dagli studiosi come la specie guida e differenziale di un’intera alleanza sintassonomica, il Polygonion tenoreani. Questa comunità, tipica degli ambienti sub-steppici ed erosi dell’Italia meridionale, riunisce specie pioniere capaci di insediarsi sui substrati argillosi e gessosi. Agendo come vera e propria creatrice di micro-habitat, la pianta consolida i primi strati di marna e arricchisce il suolo nudo di piccolissime quote di sostanza organica, spianando la strada all’insediamento di altre entità xero-termofile. Senza la sua silenziosa tenacia, l’equilibrio di queste comunità di margine rimarrebbe un’architettura incompleta.
4. La fragilità dell’ostinazione: conservazione, minacce e la tutela nella Rete Natura 2000
L’adattamento a condizioni ambientali estreme espone il Polygonum tenorei a un evidente paradosso ecologico: la medesima specializzazione che gli consente di dominare le argille nude lo rende al contempo drammaticamente vulnerabile alle trasformazioni del territorio. L’estrema frammentazione dei suoi nuclei popolazionali, distribuiti come isole biologiche tra la collina materana, i bacini del Basento e del Bradano e alcune stazioni calabresi, riduce l’ampiezza di estensione dell’areale della specie. In popolazioni così ridotte e geograficamente isolate, il rischio di un impoverimento del patrimonio genetico per effetto di colli di bottiglia e deriva genica rappresenta una minaccia silenziosa ma costante per la sopravvivenza a lungo termine dell’endemismo.

da Flora d’Italia (https://dryades.units.it/floritaly/index.php?procedure=taxon_page&tipo=all&id=358)
Sebbene la pianta sia evolutivamente plasmata per convivere con l’instabilità naturale dei calanchi, dove l’erosione a solco e il dilavamento costituiscono processi fisiologici che rinnovano continuamente il suo habitat, la principale fonte di minaccia deriva dagli interventi antropici diretti e indiretti. I livellamenti agrari e i rimodellamenti del suolo condotti ai margini delle aree coltivate cancellano le stazioni storiche di presenza, colmando le fenditure e compattando la marna friabile. A questi fattori si sommano i passati tentativi di forestazione con specie esotiche o non autoctone, che alterano l’equilibrio edafico e la tessitura della luce nei pendii, oltre all’impatto potenziale legato alla realizzazione di infrastrutture e al consumo di suolo lungo i versanti collinari. Persino l’opinione comune che liquida i calanchi come terre sterili o scarti di paesaggio contribuisce alla loro svalutazione, esponendoli a trasformazioni sconsiderate.
Questo quadro di criticità ha trovato riscontro nelle valutazioni della comunità scientifica e nelle Liste Rosse della flora vascolare italiana, dove il poligono figura tra le entità a maggior rischio di estinzione locale e regionale, generalmente categorizzato come vulnerabile o in pericolo in funzione della circoscritta ampiezza dei singoli siti. La sua tutela è peraltro strettamente connessa alle normative europee sulla biodiversità. Parte delle stazioni lucane e calabresi sopravvissute rientra infatti all’interno dei confini delle Zone Speciali di Conservazione (ZSC) della Rete Natura 2000, istituite per preservare la flora di interesse comunitario e pertanto, tra questi, anche gli habitat sub-steppici associati alle argille scagliose.
Salvaguardare il Polygonum tenorei significa dunque proteggere qualcosa di più ampio e profondo della singola entità botanica: significa custodire la complessa architettura ecologica dell’alleanza Polygonion tenoreani e l’integrità geomorfologica dei paesaggi calanchivi dell’Italia meridionale. Preservare queste stazioni da interventi invasivi e promuovere un monitoraggio costante sul campo rappresenta un dovere conoscitivo ed etico. È il modo più concreto per garantire che l’incedere silenzioso e tenace di questa piccola pianta possa continuare a raccontarci, stagione dopo stagione, come la bellezza e la vita sappiano fiorire anche sul ciglio dell’argilla che frana.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
[*] Ringraziamenti
Desidero ringraziare Piero Medagli per la revisione critica dell’articolo e per essere stato il primo a rendermi edotto, molti anni orsono, della bellezza di questa pianta straordinaria e rara alla quale mi ero affacciato durante l’estensione della biografia su Giuseppe Camillo Giordano.
APPENDICE
Glossario per aree tematiche
Morfologia e Anatomia Botanica
Suffrutice: pianta perenne di piccole dimensioni con fusti legnosi e basali che permangono negli anni, mentre i rami superiori hanno consistenza erbacea e disseccano al termine della stagione vegetativa. Le gemme svernanti si trovano a poca altezza dal suolo (solitamente tra i 20 e i 50 cm);
Ocrea: struttura membranosa, tubolare o a guaina, spesso trasparente o argentata, che avvolge il fusto sopra l’inserzione della foglia (ai nodi). È un carattere anatomico diagnostico della famiglia delle Polygonaceae;
Perigonio: involucro fiorale presente quando calice e corolla non sono reciprocamente differenziati in modo netto per forma, struttura o colore. I singoli elementi che lo compongono non si chiamano petali o sepali, ma tepali;
Tepalo: ciascuno dei segmenti non differenziati che compongono il perigonio fiorale;
Carenato: organo vegetale (come un tepalo o una foglia) provvisto di una sporgenza o costolatura dorsale rilevata, simile alla carena di un’imbarcazione;
Achenio (noce trigona): frutto secco indeiscente (ovvero che non si apre spontaneamente a maturità) contenente un unico seme. La dicitura “noce trigona” ne indica la sezione trasversale triangolare a tre angoli marcati;
Tessuti meristematici (meristemi): regioni di tessuto vegetale formate da cellule indifferenziate con un’elevata capacità di divisione, responsabili dell’allungamento e della formazione dei nuovi organi della pianta.
Tassonomia e nomenclatura botanica
Tassonomia: la disciplina biologia che si occupa di identificare, descrivere, classificare e denominare gli organismi viventi secondo regole standardizzate;
Endemismo: specie vegetale o animale la cui distribuzione geografica è limitata a un territorio ben circoscritto e delimitato (es. l’Italia meridionale o le argille lucane) e non è presente allo stato spontaneo altrove;
Nomen illegitimum (Omonimo posteriore): nome scientifico che, al momento della sua pubblicazione, risulta identico a un nome già validamente pubblicato in precedenza per un’altra entità botanica. Per il Codice Internazionale di Nomenclatura Botanica (ICN), non può essere utilizzato;
Nomen novum (Nome di rimpiazzo): un nuovo nome scientifico proposto formalmente per sostituire un nome preesistente diventato illegittimo o invalido;
Sinonimo omotipico: nome scientifico alternativo legato allo stesso identico “tipo nomenclaturale” (il campione d’erbario originale su cui si basa la descrizione della specie);
Principio di priorità: regola cardine della nomenclatura scientifica secondo cui, tra più nomi assegnati alla stessa entità, il nome legittimo più antico correttamente pubblicato ha sempre la precedenza su tutti quelli successivi.
Ecologia, Edafismo e Fitosociologia
Edafico/Edafismo: l’insieme delle caratteristiche fisiche, chimiche e strutturali del suolo (il substrato) che condizionano la crescita, la radicazione e la distribuzione delle piante;
Marna: roccia sedimentaria composta da una miscela intima di argilla e carbonato di calcio, tipica dei paesaggi calanchivi, soggetta a spaccature profonde con l’aridità estiva;
Soliflusso (o solifussione): lento scivolamento verso valle di strati superficiali di terreno argilloso imbevuti d’acqua lungo i pendii; frequente dopo abbondanti precipitazioni;
Xero-termofila: pianta o comunità vegetale adattata a vivere in ambienti caratterizzati da forti arsure/siccità estive (xero) ed elevate temperature (termofila);
Fitosociologia: branca della botanica che studia le comunità vegetali (fitocenosi), la loro composizione floristica, la struttura e le relazioni con l’ambiente naturale;
Sintassonomia/Alleanza (Polygonion tenoreani): la sintassonomia è il sistema di classificazione gerarchica delle comunità vegetali. L’alleanza è una categoria sintassonomica (pari al livello di famiglia/genere nella classificazione delle specie) che raggruppa associazioni vegetali simili per composizione ed ecologia.
Terminologia storico-scientifica e conservazionistica
Exsiccata: campioni vegetali essiccati, pressati, catalogati e applicati su fogli di carta, conservati all’interno di un erbario per studio scientifico e documentazione storica;
Crittogamia: settore della botanica che studia storicamente le piante prive di fiori visibili (muschi, felci, alghe, licheni e, in passato, i funghi);
Deriva genica/collo di bottiglia: dinamiche di genetica di popolazione. Il collo di bottiglia è una drastica contrazione demografica temporanea che impoverisce la diversità genetica; la deriva genica rappresenta la variazione casuale delle frequenze geniche, marcata nelle piccole popolazioni isolate.
Riferimenti bibliografici
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Conti, F., Abbate, G., Alessandrini, A., & Blasi, C. (a cura di) (2005). An Annotated Checklist of the Italian Vascular Flora. Roma, Palombi Editori;
Giordano, G. C. (1870). Di una escursione botanica in Basilicata. Bullettino dell’Associazione dei Naturalisti e Medici per la mutua istruzione, Napoli 1869: 38-41;
Giordano, G. C. (1875). Index generalis Syllogis Tenoreanae, Appendicumque omnium, a Jos. Camillo Giordano Collectus. Nuovo Giornale Botanico Italiano, Vol. VII, p. 163. Pisa;
Giordano, G. C. (1880). Contribuzione allo studio della Flora Lucana. In Annuario della sezione lucana del Club Alpino Italiano, pp. 217-229. Napoli. Pubblicato per i tipi Magaldi e della Ratta, Potenza 1881;
Giordano, G. C. (1885). Contributo all’illustrazione della Flora lucana. In Annuario del R. Istituto tecnico di Napoli, Napoli: 1-47;
Medagli P. (2014). Le Piante spontanee della collina materana. Ieri e oggi un contesto da valorizzare. In G. Palumbo (2014), op. cit.: 111-116;
Nardi, E., & Raffaelli, M. (1977). Un endemismo italiano da rivalutare: Polygonum tenoreanum nom. nov. (= P. elegans Ten.). Webbia: Journal of Plant Taxonomy and Geography, 31(2): 513–519;
Palumbo, G. (2014). La vicenda di Giuseppe Camillo Giordano. Frammenti d’erbario di un botanico romantico. Bari, Mario Adda Editore (Collana Naturalia):178;
Presl, C. (1826). Deliciae Pragenses, historiam naturalem spectantes. Pragae, Sumptibus J. G. Calve;
Tenore, M. (1811). Flora Napolitana: ossia descrizione delle piante indigene del regno di Napoli. Napoli, Stamperia Reale.
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Gianni Palumbo, scrittore per vocazione, saggista per rigore e voce di Wikiradio su Radio3 RAI, dove narra le vite degli altri con la complicità di chi le ha studiate troppo a lungo. Naviga da anni tra la storia della fauna e la botanica poetica, presiedendo BioPhilia Group – probabilmente per giustificare formalmente il proprio amore viscerale per tutto ciò che respira – e l’Associazione «Giuseppe Camillo Giordano». Ha passato oltre dieci anni a setacciare gli archivi di mezza Europa per ricostruire il tragico naufragio del piroscafo Utopia del 1891, trasformando un cumulo di documenti dispersi in un saggio storico fondamentale. Alternando la scrittura per l’etere alla rigorosità della saggistica, ha esercitato le funzioni di Ispettore archivistico onorario, dimostrando che si può essere riconosciuti dal Ministero anche mentre si insegue un artista eremita come Charles Lucien Moulin tra le rocce delle Mainarde. Membro del CISAV e della Società Italiana per la Storia della Fauna, ha dedicato libri a falchi, santi e botanici romantici, convinto che la verità si nasconda sempre nell’ultima cartella in fondo allo scaffale. Oggi continua a promuovere la cultura degli archivi con la stessa ostinazione del suo eremita preferito: con un occhio rivolto alle vette e l’altro immerso nelle carte, per salvare dall’oblio le utopie che ancora attendono di essere raccontate.
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