di Alessandra Bonassi
Riconoscersi. Guardarsi negli occhi e leggere nell’altro lo smarrimento e la frustrazione.
L’incapacità di trovare la giusta parola che definisca il giusto oggetto, la giusta sensazione o semplicemente il tuo nome.
Rabbia, la conseguente rabbia di non arrivare ad entrare in quel cassetto della memoria dove tutto è fedelmente custodito. Un cassetto che non risponde agli impulsi istantanei e che si rifiuta di aprirsi.
In un lampo la memoria riappare e per qualche breve istante, come un fulmine che illumina la notte annunciando un imminente temporale, la bocca alza i suoi angoli all’insù. Gli occhi si illuminano e il senso di inadeguatezza svanisce, esattamente come era arrivato.
Roberto ha 78 anni, è un uomo attivo, con la voglia di vivere di un bambino, senza che la pesantezza della vita, i dispiaceri e le diverse sfortunate vicissitudini gli creino quel macigno sulla schiena che tutti conosciamo bene.
L’inconsapevolezza si trasforma in un motore che lo riporta alle prime scoperte, ad apprezzare un tramonto, la calma del lago e una pasta al sugo.
“Che bello, che buono, non sono mai stato in un posto così.” Parole semplici, concetti concisi, ermetici, che gli riempiono l’anima come fossero il tesoro più bello del mondo. Eppure i suoi occhi hanno fotografato il mondo per quasi un secolo, fatto di viaggi, gare di ballo, ristoranti costosi e opere d’arte.
Le sue mani hanno accarezzato il vento in poppa, hanno spezzato il pane, costruito macchinari, toccato il volante e accarezzato i suoi cari.
Le stesse mani che ora rimangono tese lungo il dorso nei momenti catatonici spesi a guardare film, la sua grande passione, senza davvero capirne più i passaggi.
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Il risveglio, invece, dei miei sensi, quando osservo la persona che ho davanti e che non riconosco più come mio padre. Confondo la figura che si sovrappone a quella del figlio. Un figlio che tra poco non si ricorderà più che sono stata anche, se per un breve lasso di tempo, sua madre.
I miei irrisolti, con quell’immagine persa nel mio oblio del padre come figura possente e autoritaria, si sbriciolano e perdono i contorni, facendolo diventare un’ombra che, allontanandosi, sfuma nel nulla.
Pulsa il cuore, diventa più rosso, più grande e gli occhi mi si bagnano di lacrime. Ora non c’è più differenza tra di noi. La stessa paura, per lui a tratti, per me perenne, di essere dimenticata e di trasformarmi nella stessa silhouette che scompare nell’ombra.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
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Alessandra Bonassi, è una fotografa milanese dal percorso atipico. Dopo oltre 20 anni vissuti tra Messico e Stati Uniti, dedica oggi gran parte del suo tempo alla fotografia. La sua ricerca si concentra sulla street photography e sulla documentaristica sociale. Attraverso uno sguardo esterno e impersonale racconta storie reali, con l’obiettivo di restituire la realtà così com’è.
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