Minori stranieri non accompagnati. Aspetti giuridici e appunti progettuali

copertinadi Pietro Soddu

L’obbiettivo di questo articolo è principalmente quello di mettere a fuoco la triste e attuale problematica relativa alle migrazioni dei minori migranti non accompagnati, attraverso una prospettiva transnazionale e l’approccio di una educazione sociale specializzata in tema di accoglienza nei Paesi di arrivo ai fini della loro inclusione sociale. Inoltre il lavoro pretende sollevare l’attenzione del lettore su un dato di fatto piuttosto rilevante: anche noi italiani abbiamo i nostri minori non accompagnati, i quali per tutta una serie di ragioni non ricevono la giusta attenzione da parte delle istituzioni, per quanto vittime dei loro deficit educativi, delle condizioni di abbandono, di maltrattamenti psicologici e violenze.

Si tratta anche di uno sforzo di ricompilazione normativa, nella direzione della tutela giuridica internazionale dei diritti inviolabili del minore, raccolti in Convenzioni Internazionali, firmate e ratificate, ma non rispettate, sia dai Paesi cosiddetti in via di sviluppo e di origine delle migrazioni dei minori non accompagnati ed ancora più grave da Paesi come il nostro, considerato civile e rispettoso dei diritti umani. La metodologia che ci accompagna in questo sforzo di riflessione consiste in una tecnica documentale che tende a problematizzare situazioni complesse per strutturare azioni specifiche. Nella prima parte cercheremo di descrivere un processo che, secondo il nostro prisma interpretativo, è un vero e proprio processo migratorio alla stregua di quello che intraprendono i loro omologhi adulti. In un secondo momento l’attenzione sarà rivolta al quadro geopolitico delle migrazioni euro-mediterranee, nel quale inserire a pieno titolo il processo migratorio dei minori non accompagnati. Sorprendentemente minori e adulti migranti condividono le stesse preoccupazioni e aspettative con un progetto migratorio ben definito, attraverso una serie di reti e percorsi che li uniscono nella stessa avventura migratoria. Infine l’articolo si conclude con una proposta di intervento progettuale concreta dal punto di vista della educazione sociale specializzata per gli addetti ai lavori, in particolare gli educatori sociali, nei centri di accoglienza con lo scopo di perseguire una vera e propria inclusione sociale dei minori che oltre ad essere stranieri, sono migranti e privi del nucleo fondamentale di educazione ed affetto: la famiglia

1Infanzia, abbandono e minori migranti

L’origine delle migrazioni dei minori stranieri non accompagnati verso i Paesi della sponda sud dell’Unione Europea (ad eccezione della Penisola Iberica) è storicamente recente ed è strettamente legata ad un nuovo fenomeno che si verifica nei Paesi di origine di questi cosiddetti minori non accompagnati [1]. Se in passato si sono verificati casi estremi durante e subito dopo conflitti bellici e/o catastrofi naturali, a partire dalla crisi economica dei primi anni ’70, il problema dell’ abbandono dei bambini nei Paesi in via di sviluppo ha raggiunto una situazione di grande dimensione ed impatto sociale. Fenomeni come los meniños de rua, o i bambini di strada in Sud America [2], los niños de la calle [3], o i minori schiavi del Maghreb o provenienti dall’Africa sub-sahariana (specialmente in questi ultimi tempi con l’arrivo via mare di enormi flussi di richiedenti asilo e rifugio) sono scandali storici che spingono più che mai l’essere umano di fronte alle proprie responsabilità, dal momento che la soluzione del problema ci riguarda tutti. La migrazione dei minori non accompagnati sta diventando per l’Europa (accoglienza e inclusione sociale) ma anche per i Paesi di origine un processo sociale di una profonda gravità e complessità.

La globalizzazione ha fatto sì che le migrazioni siano diventate un fenomeno internazionale a larga scala, con un aumento sia del volume dei soggetti, sia l’ampliamento delle reti e delle rotte e la diversificazione delle tipologie di progetti. Questi nuovi modelli migratori sono in gran parte il risultato del nuovo contesto storico immediatamente successivo alla fine dei due grandi conflitti bellici del XX° secolo. L’immigrazione irregolare ha catalizzato le politiche restrittive e di controllo delle frontiere esterne dell’Unione Europea e la presenza di minori e adolescenti migranti non accompagnati in Europa è percepita come un problema, dal 1980 in poi, a causa del loro aumento in termini numerici. Questa percezione è anche legata alla costruzione culturale che è data dei diversi stadi dell’infanzia e dell’adolescenza in maniera differente nei Paesi di origine rispetto a quelli europei. La questione è caratterizzata da una ambiguità di fondo: si affronta il flusso dei minori non in modo specifico ma secondo gli schemi d’intervento adottati per gli adulti, dimenticando che questa forma di universalità è smentita non solo dalla tutela giuridica internazionale ma anche è soprattutto dalla condizione  peculiare del minore e della sua particolare vulnerabilità.

Come afferma acutamente Gaitan Muñoz [4]:

«l’infanzia come fenomeno sociale è differente se si parla di minore o di minori. Si tratta di un’astrazione concettuale, utilizzata per definire sia lo spazio in cui si cristallizza il fenomeno, con norme e regolamenti che disciplinano i diritti di coloro i quali vengono definiti minori con le loro azioni ed interazioni nella vita sociale, del gruppo o categoria. Lo spazio sociale dell’infanzia risulta così socialmente costruito e quindi ha storicamente, socialmente e culturalmente peculiarità specifiche. Così l’infanzia è arrivata a costituire, nelle società sviluppate e moderne, come una fase di preparazione di un collettivo di non ancora adulti, affidati alle famiglie di provenienza».

L’infanzia è una realtà socialmente costruita e, sulla base di questa considerazione, si struttura anche come un fenomeno storico. L’attenzione verso l’infanzia e l’adolescenza è di origine recente e si è consolidata tra le classi medie nella seconda metà del XIX° secolo, con l’apparizione del Welfare State [5]. Bisogna anche segnalare che la tradizione adultocentrica nell’organizzazione della società permea tutte le valutazioni della situazione dei minori e, di conseguenza, le decisioni su di loro e le cose che li riguardano. Ragazzi e ragazze sono stati visti spesso come membri di una famiglia, come gli studenti di una scuola, come figli di un padre e una madre, ma raramente come un gruppo sociale con caratteristiche ed esigenze specifiche. Possiamo quindi dire che il concetto di infanzia è un concetto scientifico sociale, una realtà culturalmente costruita.

Gli interventi degli attori sociali e dell’amministrazione sono stati inficiati da queste ambiguiità che non hanno tenuto della tripla condizione di questi bambini: minori – migranti – non accompagnati. Il Consiglio d’Europa, in una sua Risoluzione [6], li classifica come «Minori ed adolescenti sotto i 18 anni, di cittadini di Paesi terzi che si trovano nel Paese ospitante senza la protezione di un familiare o un adulto responsabile che solitamente se ne prende cura, secondo la legge, gli usi e costumi». L’UNHCR nel 1997 [7] li definisce come «bambini e adolescenti sotto i 18 anni che migrano da soli o non accompagnati fuori del loro Paesi di origine (in quanto alcuni sono lasciati soli quando arrivano nel Paese di destinazione) separati dalle persone che per legge devono prendersene cura, entrando nel territorio di un altro Paese in cerca di asilo o in forma irregolare». Alcuni di questi bambini sono completamente soli, mentre altri vivono con altri parenti.

I minori non accompagnati possono aver chiesto asilo per paura di persecuzioni, mancanza di protezione di fronte alle violazioni dei diritti umani, conflitti armati e gravi disordini nel proprio Paese di origine. Alcuni di loro possono essere stati vittime di tratta o altro sfruttamento o possono aver viaggiato in Europa per sfuggire a situazioni di povertà grave. Altri [8] li identificano più semplicemente come minori migranti non accompagnati (MSNA) e questa definizione sottolinea il fatto che essi hanno un particolare progetto migratorio. Il termine“migrante” affiancato a minore, potrebbe “risolvere” la problematica in un’unica soluzione: in realtà la situazione è molto più articolata. Tuttavia, non possiamo non prendere in considerazione anche la definizione che di minore non accompagnato data da Save the Children e dall’ UNHCR che hanno introdotto per la prima volta il termine di minore separato [9]. Di recente, infine  con la Legge 47 del 7 Aprile 2017 nell’ordinamento giuridico italiano [10] si definisce minore non accompagnato «il minorenne non avente cittadinanza italiana» [11] o dell’Unione europea che si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato o che è altrimenti sottoposto alla giurisdizione italiana, privo di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell’ordinamento italiano».

Questa nuova migrazione deve essere inquadrata e strutturata nella logica transnazionale delle migrazioni euro-mediterranee, senza mai perdere di vista lo specifico della debolezza dei soggetti, degni di una protezione adeguata, professionale e rispettosa delle leggi. I minori non accompagnati sono dei migranti in più, colpiti dalla mancanza di documentazione e da stigmi razzisti. La specificità di questo gruppo è quindi doppiamente problematica: per il loro status giuridico di migranti e per lo stato di minori. Come minori sono soggetti di diritti, cui spettano le misure di protezione previste dalle convenzioni internazionali. Come migranti entrati irregolarmente essi subiscono la legislazione restrittiva. Due logiche che si contraddicono. Come afferma Molina Navarrete [12],

«La protezione dei diritti del minore secondo i principi universali del diritto delle Nazioni Unite, ha delle importanti conseguenze sia per il legislatore che per l’interprete, in quanto deve informare tutti gli attori coinvolti, per la loro corretta gestione, di ordine pubblico, di indirizzo per i Tribunali dei Minori e quindi le situazioni giuridiche soggettive in cui il minore si trova immerso».

2La tutela giuridica internazionale

Non v’è alcun dubbio che il documento più rilevante nell’analisi della migrazione dei minori stranieri non accompagnati sia la Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo, adottata dall’Assemblea delle Nazioni Unite a New York il 20 novembre 1989. Si tratta di un trattato internazionale di 54 articoli che definisce e approfondisce i diritti dei bambini, ribadendo la necessità di prestare loro speciali cure ed assistenza a causa della loro vulnerabilità. Sottolinea, in particolare, la responsabilità primaria della famiglia per quanto riguarda la tutela legale, l’importanza del rispetto dei valori culturali della comunità del bambino nonché il ruolo vitale della cooperazione internazionale per i diritti dei minori [13].

La Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo è un insieme di regole concordate che tutti i Paesi che l’hanno firmata e ratificata dovrebbero rispettare. Gli articoli propongono nuovi contributi a quelli contenuti nella Dichiarazione dei diritti del fanciullo del 1959. Fondamentalmente si osservano progressi sotto l’aspetto legale, poiché rendono gli Stati firmatari «legalmente responsabili in merito alla conformità delle soluzioni adottate». Questa Convenzione è il primo passo perché un insieme di regole vincolino gli Stati e i loro ordinamenti giuridici all’osservanza di politiche pubbliche e servizi di azione sociale mirati a rendere questi diritti efficaci [14]. Human Rights Watch definisce i minori non accompagnati quei soggetti con età inferiore ai diciotto anni separati da entrambi i genitori o affidati ad un tutor [15]. L’articolo 3.1 della Convenzione ricorda anche che «In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, il principio fondamentale da seguire è l’interesse superiore del minore», principio che ispira l’intero quadro giuridico.

L’articolo 4 della Convenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo stabilisce che «Gli Stati Membri adottano tutte le misure legislative, amministrative e altre appropriate per rendere effettivi i diritti riconosciuti nella Convenzione. Per quanto riguarda i diritti economici, sociali e culturali, gli Stati Membri adottano tali misure, in conformità con le risorse disponibili e, ove necessario, nel quadro della cooperazione internazionale». Il Principio 6 della Dichiarazione dei Diritti del Fanciullo, proclamata il 20 novembre 1959, da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite afferma: «Il minore, per lo sviluppo armonioso e completo della sua personalità ha bisogno di amore e di comprensione . Quando possibile, dovrebbe crescere sotto la responsabilità dei loro genitori e, semmai, in un clima di affetto e di sicurezza materiale e morale; salvo circostanze eccezionali nelle quali debba essere separato dalla sua famiglia di origine. La società e le autorità pubbliche sono tenute a tutelare in particolare i minori senza famiglia o coloro che non hanno mezzi di sussistenza sufficienti». Il Diritto Internazionale prevede che un minore ha il diritto alla protezione dalla violenza fisica o mentale, all’istruzione e alla fruizione dei più alti livelli di salute possibile. L’art. 19 della Convenzione stabilisce anche che  «il minore ha diritto alla protezione da tutte le forme di abuso fisico o mentale, abbandono o di negligenza, maltrattamenti o di sfruttamento, compresa la violenza sessuale o assistita, mentre il minore è in custodia di un genitore, tutore legale o di altra persona che ne abbia cura» [16].

3L’Educatore Sociale nell’ambito della giustizia sui minori

Il nuovo diploma di Educatore Sociale (Corso di Laurea in Scienza dell’Educazione) definisce gli educatori sociali come un gruppo di professionisti composto da persone con diversi background e diversi livelli di qualificazione. Il profilo professionale esalta la loro esperienza pratica, l’azione concreta, la specializzazione e la formazione continua. In base a questo profilo è così definito: «L’educatore professionale lavora nel quadro della vita di tutti i giorni, con individui, gruppi e comunità che per vari motivi: fisico, mentale e sociale, sono a rischio e difficoltà con se stesso e con l’ambiente che li circonda (marginalizzazione o disadattamento). Il lavoro dell’educatore speciale è quello di promuovere lo sviluppo delle risorse del soggetto, facilitare la loro inclusione sociale attiva e facilitare il loro movimento in un ambiente in una comunità sempre più ampia». L’educatore sociale deve seguire una metodologia di insegnamento attraverso risorse che contemplino una educazione al benessere sanitario, alla pace e alla multiculturalità. In questa prospettiva è senza dubbio di grande rilevanza il coordinamento degli interventi che devono seguire precisi orientamenti e punti fermi:

- la priorità dell’interesse del minore come punto di riferimento per tutte le azioni che sostengono il processo di sviluppo e di socializzazione (identità personale e sociale);

- la riduzione al minimo dell’intervento giudiziario;

- la flessibilità nel prendere le decisioni sulle misure che possono essere adottate;

- la promozione della responsabilità come concetto e diritto dell’individuo ad essere padrone di se stesso e del proprio comportamento sociale;

- la elaborazione di diverse opzioni di trattamento che rispondono ai vari problemi rilevati  attraverso progetti di monitoraggio, il supporto psicologico o terapeutico;

- la specializzazione e formazione continua di tutte le persone che hanno a che fare con i vari interventi adottati o da adottare con minori.

Non va tralasciato il fatto che l’ambiente sociale di provenienza dei minori migranti non accompagnati che arrivano in massa nel nostro Paese, è di solito molto povero di risorse, con condizioni di abitabilità molto povera. I fanciulli possono essere stati coinvolti in situazioni di criminalità, prostituzione e tossicodipendenza, in esperienze di malattia mentale, di abusi, di maltrattamenti, di sfruttamento, privi di una famiglia che li educhi. Le difficoltà che hanno vissuto determinano la loro esperienza personale. Per quanto riguarda il loro adattamento al nuovo ambiente esso costituisce un forte shock emotivo che genera numerosi conflitti nel contesto di accoglienza. L’istituzione non può ignorare la storia individuale di ciascun minore né può iniziare da un punto zero l’azione educativa. Diventa sempre più necessario diversificare le risposte istituzionali preposte alla tutela dei minori, con l’obiettivo di trovare in ogni caso il rimedio più appropriato. Il supporto attraverso il miglioramento delle relazioni familiari, i modelli e le cure per i bambini per mezzo dell’apprendimento delle competenze sociali, l’istruzione di base, sono interventi  necessari, ma non sempre sufficienti per rispondere alla complessità delle situazioni affrontate

4La necessità di una Educazione Sociale Specializzata

L’Educazione Sociale Specializzata [17] è applicabile sia ai minori con difficoltà sociali sia ai minori in conflitto sociale. Questa disciplina è una parte o sezione della più generale Pedagogia sociale e, o dovrebbe essere, parte della Pedagogia in generale.  Educatori e pedagogisti non vogliono e non devono essere solamente prestatori di servizi socio-educativi, ma debbono cercare la collaborazione  con i sociologi, gli psicologi, gli antropologi, gli esperti di legge e di medicina, in una chiave interdisciplinare e  interculturale [18]. Nei Paesi in via di sviluppo e di origine dei minori migranti non accompagnati, la società si caratterizza per una diffusa disfunzionalità familiare, e l’abuso, fisico e psicologico, sembra una delle conseguenze più diffuse. Questi fenomeni non possono essere affrontati in maniera assistenziale o caritatevole, ma devono essere trattati con un ampio e rigoroso approccio basato su sistema di protezione sociale che sviluppi una rete snella di servizi sociali per minori. Siamo convinti che nei centri di accoglienza per minori migranti non accompagnati ci sia molto da fare in questo senso. L’Educazione Sociale Specializzata è un’attività pedagogica immersa nel campo interdisciplinare del lavoro sociale, dal momento che l’intervento è concepito come un’attività interdisciplinare. Si tratta di una proposta pedagogica che si oppone alla marginalizzazione o l’assimilazione delle minoranze; riconosce e apprezza le diverse culture nella comunità e nel gruppo.

L’esclusione sociale e in alcuni casi vere e proprie forme di segregazione [19] rappresentano i rischi nei quali si può incorrere con i gruppi di minori migranti non accompagnati, oggetto della nostra analisi. Per questo sarebbe utile pianificare attività di prevenzione, esaltando il ruolo dello sport come strumento educativo non solo nei valori che tradizionalmente gli sono attribuiti (rispetto delle regole, spirito di gruppo, vita sana) ma anche quelli derivanti dalle nuove esigenze della nostra società.  L’attività fisica permette ai giovani di esprimere la loro spontaneità, è un modo semplice per trasmettere valori, norme e i comportamenti del gruppo sociale in cui ci si desidera integrare. La pratica sportiva promuove la convivenza, aiuta l’integrazione sociale ed è un mezzo e un’esperienza  efficace per imparare il civismo, i suoi principi, il saper vivere in gruppo. Esperienza significativa di Educazione Sociale Specializzata, per i minori migranti non accompagnati, lo sport è una risorsa eccellente per l’integrazione interculturale e sociale. [20].

5Conclusioni

Le migrazioni dei Minori non Accompagnati è un fenomeno che è conosciuto in Spagna da più un decennio, per via della vicinanza geografica del continente africano e in particolare del Marocco.  In Italia questo processo appare, o meglio è visibile, solamente da pochi anni. Attualmente sia le coste italiane che quelle greche costituiscono la principale porta d’entrata per una enorme massa di richiedenti asilo e rifugio, visto che delle molteplici rotte migratorie, quella centrale che porta dritta alle coste della Libia, per poi avventurarsi via mare nel Canale di Sicilia, è la più battuta. Dal 2013 ad oggi il flusso in entrata attraverso il Mediterraneo si aggira attorno ai 150 mila arrivi annui, con picchi piuttosto alti nei mesi estivi ed è quanto mai vivibile a tutti l’arrivo di tanti minori, sia con le proprie famiglie, ma anche senza nessuno, soli, assolutamente e drammaticamente soli. Varie fonti parlano di 10 mila minori non accompagnati arrivati via mare e per così dire “spariti nel nulla” dopo lo sbarco. Questo aspetto punta il dito sulla cattiva gestione della politica dell’accoglienza, trattandosi di minori.

I Centri per i Minori non Accompagnati evidentemente non devono in modo assoluto essere strutturati e gestiti come quelli per i migranti adulti. L’impatto dell’arrivo di un grande numero di minori non accompagnati in Spagna, all’inizio del nuovo millennio, ha avuto delle ripercussioni molto forti e ha prodotto positivi interventi: accoglienza, tutela giuridica del minore, educazione specifica e anche personalizzata, a seconda delle situazioni, nell’arco della loro permanenza in un Centro. Molto spesso la scelta di emigrare del minore non solo è autonoma, ma catalizzata dalla stessa famiglia di origine, non più in grado di garantire un futuro anche di sopravvivenza del minore. Quando la scelta è autonoma, il processo si identifica con quello che gli psicologi definiscono di adultizzazione del minore. Quest’ultimo si sente ulteriormente responsabilizzato, capace di prendere decisioni proprio come gli adulti. A noi che li accogliamo spetta il compito di restituire loro l’infanzia e l’adolescenza perdute.

Dialoghi Mediterranei, n.26, luglio 2017
Note
[1] “Minori stranieri, bambini abbandonati, minori non accompagnati, minori di frontiera” sono alcuni dei termini utilizzati quando si prende in considerazione il fenomeno.
[2] Prospero Roze, J., Pratesi, A.R., Benitez, M.A. e Mobilio, L.I., 1999,  Lavoro e disciplina morale dei ragazzi di strada, ed. Spazio, Buenos Aires. Per un resoconto più dettagliato sulla situazione dei bambini di strada in Sud America, è utile visionare questo lavoro sui minori abbandonati nella città di Resistencia (Argentina), dove ci si propone un filo conduttore comune: «Dobbiamo fare il minimo sforzo per scoprire che coloro che sono chiamati i ragazzi di strada, o di qualsiasi altra categoria, prende in considerazione anche il fatto che il fenomeno è caratterizzato da famiglie molto povere che vivono nelle baraccopoli, dove gli uomini più anziani sono disoccupati, che lavorano sporadicamente con lavoretti o lavori mal qualificati, e le donne sono lavoratrici domestiche o casalinghe, con bassi livelli di scolarizzazione, e la difficoltà di accesso alla salute».
[3] Il fenomeno dei bambini di strada trova le sue radici nelle dinamiche economiche e sociali della povertà urbana. Il bambino mendicante all’angolo della strada è l’ultimo anello di una catena che dovremo leggere  nella chiave della causa-effetto .
[4] Gaitán Muñoz, L. 1999, El Espacio Social de la Infancia: los niños en el Estado de Bienestar, ed. Comunidad de Madrid, Madrid: 24
[5] È importante concettualizzare il welfare state in tre dimensioni: come valore sociale, come patto, come set di politiche pubbliche, così come lo sono le idee che determinano le pratiche sociali e promuovono nuovi  valori culturali e serie politiche pubbliche
[6] Risoluzione del 26 giugno 1997 (97 / C 221/03)
[7] Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), 1997, Guía de políticas y proceso senla atenció nani ñossina compañante soli citantes de asilo.
[8] Fundación Pere Tarrés, 2003, Rutas de los pequeños sueños. Los menores migrantes no acompañados  en Europa, en Materiales Pedagógicos–Módulo1:7-10.
[9] Ruxton, S. 2000, Separated Children seeking Asylum in Europe: a programme for Actino,  Save the Children and UNHCR., Stochholm
[10] Legge 7 Aprile N° 47: “Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati”
[11] Non si capisce a questo proposito per quale motivazione si rimarchi: “il minorenne non avente cittadinanza italiana”
[12] Monereo Pérez, J.L. y Molina Navarrete, C., 2001, Comentario a la Ley y al Reglamento de Extranjería e Integración Social, ed.Comares, Granada: 537
[13] Cfr. Allegato 1 – Preambolo alla Convenzione sui diritti del fanciullo, New York, 20 nov 1989
[14] Monereo Pérez, J.L. y Molina Navarrete, C., 2001, Comentario a la Ley y al Regla, op. cit.: 540
[15] Si veda La Protezione e l’assistenza ai minori rifugiati non accompagnati e separati, Rapporto del Segretario generale. Comma 3, Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 56a sessione, punto 126 dell’ordine del giorno provvisorio U.N. Doc. A / 56/333 (7 settembre 2001).
[16] Si veda laConvenzione Internazionale sui Diritti del Fanciullo: articoli 3y19.
[17] Ortega Esteban, J. , Hacia la construcción de una pedagogía social especializada, En Pedagogía Social Especializada, Ed.Ariel, Barcelona,1999,pg.13.
[18] Quintanilla, E. 1996, Dilemas de la Educación intercultural: entre la moda y la urgencia social, Madrid: 227
[19] Fernández Enguita, M. 1996, Escuela y Etnicidad: el caso del pueblo gitano,  Ed. Laboratorio de Estudios Interculturales, Universidad de Granada: 142
[20] Petrus Rotger, A. La práctica físico-deportiva en centros de protección y reforma, En Pedagogía Social Especializada, Ed. Ariel, Barcelona, 1999: 130.
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Pietro Soddu, laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Cagliari nell’indirizzo Storico-Politico Internazionale e con Diploma de Estudios Avanzados nel Programma di Dottorato: Globalizzazione, Multiculturalismo, Politiche Sociali e Migrazioni presso l’Università di Granada, fin dall’inizio della sua esperienza di ricerca si è interessato allo studio dei movimenti migratori internazionali.  Ex- ricercatore della Lega Araba e del Ministero degli Affari Esteri spagnolo nella Fondazione Euro Araba di Alti Studi (Granada), attualmente è ricercatore dell’Instituto de Migraciones dell’Università di Granada. Ha partecipato come collaboratore scientifico in diversi progetti europei ed è autore di libri e contributi su riviste scientifiche specializzate sui temi delle Migrazioni e dei processi di inclusione sociale dei cittadini di confessione islamica nella società europea.

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