Da «berbero» ad «amazigh»: non è solo una questione di lingua

copertina di Maria Soresina

Una cosa che ho capito a Ostana è che l’idea che avevo dell’Algeria era totalmente errata. È vero che non ci sono mai stata, ma mai avrei immaginato che paesi di montagna con belle casette in pietra che sembra la Valle d’Aosta, verdi d’estate e con mezzo metro di neve d’inverno, potessero essere in Algeria. Ma la mia sorpresa o, se si vuole, il mio pregiudizio, non riguardava solo gli aspetti paesaggistici, bensì questioni assai più importanti.

Al «Premio Ostana – Scritture in lingua madre» è stato premiato quest’anno lo scrittore Salem Zenia per la lingua… come chiamarla? Berbera, amazigh, tamazight o cabila? Che differenza c’è tra questi termini? I documenti del Premio Ostana usavano di volta in volta termini diversi. Allora ho cercato su internet, ma la confusione è solo aumentata.

I Berberi. Il pensiero corre al «popolo blu», i Tuareg. Sì, certo, anche loro sono berberi. Anche. Berberi sono molte etnie del Nordafrica, zona che nei millenni è stata teatro – come molte altre – di invasioni più o meno brutali. A partire dai Greci, da cui presero l’antica religione politeistica, poi i Romani, poi i Cristiani che imposero, come più tardi gli Arabi, la loro religione. Infine i colonialisti europei – in questo caso i Francesi – che imposero, come già gli Arabi, la loro lingua.

Penso con un misto di sdegno, dolore, rabbia a questo popolo, i Tuareg, che esiste e resiste in un territorio oggi segnato, ferito da frontiere stabilite arbitrariamente dai colonialisti europei che hanno profondamente disturbato la vita dei nomadi che in quel loro territorio erano da secoli usi a spostarsi in libertà e secondo una logica incomprensibile ai colonialisti, che senza pensarci hanno calpestato usi, costumi, la vita di questa gente. Ed è uno scempio che continua.

Sulla questione della lingua in Algeria ho imparato moltissimo e ora vorrei condividere queste mie scoperte. Forse «scoperte» non sono per i lettori di Dialoghi Mediterranei che conoscono bene quella riva del Mare Nostrum, ma lo sono state per gran parte del pubblico colto e raffinato che ha ascoltato la Lectio Magistralis di Mohand Tilmatine, docente di origine algerina che insegna «Lingue berbere» all’Università di Cadice. Quasi tutto ciò che ora scriverò andrebbe messo tra virgolette, perché sono informazioni che mi ha dato lui.

Tilmatine (ph. Soresina)

Mohand Tilmatine (ph. Soresina)

In Algeria la lingua ufficiale è (oggi sarebbe forse più corretto dire era) l’arabo, e l’Islam la religione di Stato. Quasi tutti sono musulmani e tutti coloro che hanno frequentato la scuola parlano l’arabo e il francese. Poi c’è un 25%, quasi 10 milioni di algerini, concentrati soprattutto in Cabilia, che parlano il cabilo.

Come già dicevo, non riuscivo a capire le differenze tra i diversi nomi dati a questa lingua, ma alla fine mi è stato chiaro. Berbero viene dall’arabo barbar ma ancor prima dal greco e dal latino barbarus e ha una connotazione spregiativa per cui il suo uso è considerato oggi politically incorrect  e va sostituito con il termine autoctono amazigh (plurale Imazighen per quanto riguarda il popolo). Spesso si incontra tuttavia, per la lingua, il termine tamazight: è quello usato in Nordafrica, è quello in lingua amazigh e corrisponde, mi spiegava Tilmatine, al deutsch con cui i tedeschi chiamano il tedesco; per gli stranieri il termine corretto per sostituire «berbero» è «amazigh». L’amazigh è parlato da più di 30 milioni di persone, in varie zone del Nordafrica, dal Marocco alla Libia, dal Mali al Niger. Il fatto è che però di lingue amazigh ce ne sono varie: in Algeria si parla il cabilo.

La lingua è ovunque e sempre l’aspetto che costituisce, più di qualunque altro, l’identità di un popolo. Proprio per questo presenta una resistenza straordinaria che in alcuni casi rasenta l’incredibile, il miracoloso. Le lingue amazigh sono sopravvissute a millenni di invasioni che hanno non solo imposto la loro lingua, ma proibito e ostacolato in tutti i modi l’uso degli idiomi locali. Uso che fino a non molto tempo fa era esclusivamente orale. Nel 1980 si è pensato a elaborare un sistema di scrittura.

Il 1980 è stato un anno fondamentale in questa storia, anzi lo è una data precisa: il 20 aprile 1980, giorno in cui a Tizi Ouzou, un’importante città della Cabilia, scoppiò un’insurrezione che coinvolgerà tutta la Cabilia e anche la città di Algeri per alcune settimane, e che sarà chiamata la «Primavera berbera», o meglio la «Primavera amazigh». Tutto nacque dall’annullamento di una conferenza di Mouloud Mammeri sull’antica poesia cabila, cui seguirono proteste e manifestazioni degli studenti e, il 20 aprile, l’irruzione della polizia nell’Università di Tizi Ouzou, con le violenze, i pestaggi che conosciamo purtroppo anche noi. Vi furono molti arresti e alla fine 24 studenti furono condannati.

In seguito a questi avvenimenti nacque il «Mouvement Culturel Berbère» (MCB) e nacque  soprattutto – e si diffuse sempre di più – un  sentimento di orgoglio amazigh, la consapevolezza del valore della propria tradizione, un aprire gli occhi sui danni provocati dall’arabizzazione forzata e un dire «basta!». Può essere interessante sapere che persino i nomi propri dovevano essere arabi, e che lentamente si ritornò, soprattutto in Cabilia, a nomi come Massinissa, Aghiles, Tinifsan al posto dei finora imposti Mohammed, Ali ecc.

E nacque, come dicevo, l’esigenza di scrivere questa lingua, scrivere per fissare la memoria. Ma qui nasceva un problema: con quali caratteri? Le opzioni tra cui scegliere erano tre, e tutte e tre erano pesantemente contaminate da un punto di vista politico e ideologico: caratteri arabi, caratteri latini o il tifinagh, un alfabeto autoctono, la cui presenza è documentata da testimonianze risalenti al V secolo a.C.

Alfabeto-Tamazight.

Alfabeto Tamazight

A favore dell’alfabeto arabo giocava il mai sopito astio nei confronti del passato colonialista, ma c’era soprattutto l’idea di unificare, o meglio di non creare divisioni. Ciononostante in Algeria venne scelto l’alfabeto latino. Forse, penso io, se la questione fosse sorta trent’anni prima, la scelta sarebbe caduta sulla scrittura araba, ma ormai era tardi e l’astio era rivolto contro il pesante ostracismo, contro quel processo di islamizzazione (o arabizzazione) che ebbe inizio subito dopo l’indipendenza, e che continuò e si acuì per decenni. Dopo il 20 aprile 1980 non era pensabile usare la scrittura araba.

«Noi non siamo arabi» è la scritta che incominciò ad apparire sui muri, come documentato da alcune fotografie mostrate dal Professor Tilmatine al Premio Ostana. Quindi: alfabeto latino, ad eccezione del Marocco dove, su decisione del re, è stato adottato l’alfabeto tifinagh, usato anche dai Tuareg. Solo per i testi religiosi il cabilo viene scritto con i caratteri arabi, mentre nel caso dei cartelli plurilingue, per il cabilo si usa, anche in Algeria, il tifinagh.

Una volta stabilita la scrittura, vi fu un fiorire di scritti in cabilo, dai giornali alle poesie. Ma c’era un grosso problema: il cabilo non veniva insegnato a scuola. Quindi di nuovo lotta, lotta che culminò in un fatto davvero strabiliante: un boicottaggio, uno sciopero per cui nel 1994-95 tutte (tutte!) le famiglie della Cabilia rifiutarono di inviare i figli a scuola per l’intero anno scolastico. Lo sciopero diede i suoi frutti: nel maggio 1995 lo Stato decise di aprire all’insegnamento del cabilo le scuole di ogni ordine, dalle elementari all’università, e… in tutta l’Algeria! E non è tutto: l’amazigh è stato dichiarato lingua nazionale. Un bel successo, ma con molte ombre, per cui la lotta è continuata ed è in atto ancora oggi. Una delle ombre è che l’amazigh è stato sì dichiarato lingua nazionale, ma non «ufficiale», e soprattutto che l’insegnamento è stato definito facoltativo e non obbligatorio, e questo ha dato ampio spazio ai mille cavilli burocratici, alle scappatoie e scuse (l’assenza di insegnanti, di testi, ecc.) che ne hanno di fatto spesso impedito l’attuazione.

3L’ombra maggiore è quella che a me, ingenuamente, sembrava una cosa molto positiva, e cioè che l’insegnamento fosse stato concesso per tutta l’Algeria. Ecco una bella lezione su come le apparenze ingannano, o meglio su come le apparenze servono per ingannare. Il Professor Tilmatine mi ha fatto notare come tutto ciò fosse in realtà piuttosto negativo per la Cabilia, e per molti motivi. In primo luogo, essendo l’insegnamento allargato a tutto lo Stato, sulle varie questioni la decisione spettava ora allo Stato e non alla Regione Cabilia. Fondamentale era poi la questione del nome: l’insegnamento era concesso per il tamazight! Ma il tamazight (o amazigh) –  spiega il Professor Tilmatine –  «è una costruzione astratta, senza esistenza reale nel territorio». L’intento era quindi evidentemente quello di decabilizzare la rivendicazione linguistica. Insomma: questa concessione non era altro che un espediente per «tagliare l’erba sotto i piedi a un movimento rivendicativo che era ben presente in Cabilia e praticamente inesistente altrove».

Agli occhi del Governo centrale, la Cabilia rappresentava un pericolo per l’unità nazionale che era fondata sullo slogan «una nazione, una religione, una lingua». Ogni diversità era vista come una minaccia di divisione. Questo è uno dei molti casi in cui verrebbe da chiedersi se sia nato prima l’uovo o la gallina. Tante volte nella storia abbiamo visto come la paura di un determinato evento e la conseguente repressione ai fini di evitarlo abbiano condotto all’esasperazione che ha finito per produrre l’evento temuto. Un atteggiamento più aperto e tollerante avrebbe dato migliori frutti, ma la ragionevolezza non è del nostro mondo politico.

Qui è stata proprio l’arabizzazione forzata, la negazione della specificità berbera per cui si è arrivati a sostenere che la lingua amazigh è di origine araba, che gli Imazighen sono un sottoprodotto degli Arabi, un’invenzione del colonialismo, a produrre quella rottura che con ogni mezzo ci si sforzava di contrastare. Gli Imazighen non sono un sottoprodotto degli Arabi, e il loro è un passato glorioso. Basti pensare a Cartagine, dalla storia antichissima ed eroica, basti pensare che berberi erano Sant’Agostino, San Vittore, San Zeno e i teologi Donato e Ario, che, prima di loro, berbero era il grande Apuleio, ma lo erano anche Terenzio, Tertulliano, Marziano Capella e altri. Certo, scrivevano in latino, ma erano berberi. Alcuni arrivarono a essere addirittura imperatori romani e papi. Poi la conquista islamica segnò una brusca frenata nell’attività intellettuale e culturale, anche se berbero era il famoso Averroè, ma erano passati secoli e viveva in Spagna. Di fatto nessuna voce si levò più, se non dopo la colonizzazione, che non intendo certo glorificare.

Bisogna assolutamente riscrivere la storia dell’Africa del Nord – sostiene Mohand Tilmatine –  soprattutto per quanto riguarda gli Imazighen, i berberi, perché i loro nomi sono stati cancellati e sulla loro presenza millenaria regna ancor oggi un clamoroso silenzio.

Passando a tempi più recenti, alcuni berberi scrissero (e scrivono) in francese, come Mouloud Mammeri, Mouloud Feraoun o Tahar Ben Jelloun. E oggi c’è anche chi scrive in cabilo, come Salem Zenia.

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Salem Zenia

Un atto di grande coraggio e non tanto perché – e questo vale per tutti coloro che scrivono in una qualche lingua minoritaria – i lettori sono inesorabilmente pochi. Salem Zenia era davvero audace quando scrisse il suo primo romanzo, un romanzo – come peraltro i successivi – molto critico nei confronti dello Stato-nazione Algeria e della pesante influenza dell’Islam politico. Lo scrisse in cabilo, nel 1995, ovvero in un periodo in cui era ancora molto accesa la lotta per un riconoscimento effettivo di questa lingua, e gli ostacoli non riguardavano solo il mondo della scuola, ma tutti i campi della cultura.  Più tardi, a causa del suo attivo impegno culturale e sociale, ha dovuto lasciare l’Algeria. Dal 2007 vive a Barcellona, dove continua a scrivere sia in cabilo, sia in catalano, un’altra lingua misconosciuta.

Ho accennato prima a una rottura. L’anno chiave è il 2001, l’anno della cosiddetta «Primavera nera». In aprile uno studente viene arrestato e muore in caserma. La polizia nega, parla di incidente, criminalizza il ragazzo. Da lì una serie di manifestazioni di protesta cui partecipò un numero crescente di persone, e non solo in Cabilia, e non solo ad Algeri dove sono arrivati a essere un milione, ma anche in Francia e in Europa. Spesso la polizia sparò, ci furono morti: oltre 120 morti e migliaia di feriti. Nel giugno venne fondato il «Mouvement pour l’autonomie de la Kabylie» (MAK).

La-bandiera-della-Cabilia

La bandiera della Cabilia

Così dalle rivendicazioni linguistiche si è arrivati alla richiesta di autonomia. Hanno anche elaborato una bandiera. In realtà le bandiere sono due: la prima, quella che ha anche una striscia verde, era stata creata in Cabilia negli anni ’60 ed è oggi la bandiera dell’intero movimento amazigh nei diversi Stati nordafricani. Nel 2015 il MAK ha creato una nuova bandiera, specifica per il movimento autonomista della Cabilia algerina.

Personalmente non amo le bandiere, ma nutro un profondo rispetto e amore per tutti popoli che lottano, come questo, per diventare «padroni del proprio destino», per recuperare la propria identità, un’identità propria, appunto, un’identità che esiste e che ha resistito alle tante identità imposte nei millenni. A tal fine è fondamentale poter parlare e insegnare, poter scrivere e cantare liberamente nella propria lingua per essere nella storia, come diceva a Ostana il Professor Tilmatine, «non più oggetti, ma soggetti».

Dialoghi Mediterranei, n.26, luglio 2017

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Maria Soresina, nata da padre italiano e madre viennese, si laurea nel 1981 in Scienze Politiche all’Università Statale di Milano con la tesi Karl Kraus e Vienna: satira e critica della società (relatore Francesco Alberoni). Cultrice di filosofia indiana fin dagli anni Sessanta e attenta studiosa dell’opera di Dante, individua la fonte primaria della Divina Commedia nel catarismo, l’eresia estremamente diffusa negli anni e nei luoghi in cui visse Dante. Della sua produzione, si segnalano i seguenti titoli, editi da Moretti&Vitali di Bergamo: Le segrete cose. Dante tra induismo ed eresie medievali, 2002; Libertà va cercando. Il catarismo nella Commedia di Dante, 2009; Mozart come Dante. Il Flauto magico: un cammino spirituale, 2011.

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Una risposta a Da «berbero» ad «amazigh»: non è solo una questione di lingua

  1. L’articolo è molto interessante e sto lavorando sul tema. Ho fatto un intervento a Tunisi nel mese di febbraio ad un convegno dell’associazione per la derja, la lingua tunisina, dove l’esempio dell’Algeria in relazione alle minoranze linguistiche è stato ripreso così come in una delle conferenze dello stage intensivo di arabo presso l’IRMC che sto seguendo a Tunisi. Penso che utilizzerò parte di questo materiale per il retour de stage che io scriverò però in arabo classico perché in questa fase del mio studio al mio livello è più facile della derja tunisina.

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