di Sandrino Luigi Marra
I contatti dell’Italia con l’Africa settentrionale e in particolare con il mondo islamico sono più antichi e complessi di quanto oggi si pensi, ed alcune delle realtà commerciali italiane del XIV, XV, XVI secolo erano le più importanti dell’Europa del tempo per la mole dei traffici e degli scambi; Pisa, Venezia, Napoli, Genova avevano accordi commerciali con i Paesi barbareschi che surclassavano in valore qualunque altra realtà dei loro tempi, ed alcuni di tali accordi si erano rinnovati più e più volte nel corso anche di tre secoli.
Il De imagine mundi o meglio l’Imago mundi [1], opera enciclopedica in lingua latina scritta da Onorio Augustodunense (Onorio di Autun) tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo (circa 1110) divisa in tre libri principali, che raccoglie e riassume in modo semplice tutto il sapere del tempo riguardo al mondo fisico e alla storia umana, estende l’Africa per poco meno di 4500 chilometri dal Nilo dove l’opera colloca il confine con l’Asia fino a Ceuta. Geologicamente la costa in quasi tutta la sua lunghezza è generalmente bassa e sabbiosa, priva di articolazioni, con pericolosi bassifondi e rarissimi approdi naturali, diviene più scoscesa dopo Gabes con numerosi promontori fino allo stretto di Gibilterra. Verso l’interno in un relativamente antico passato il territorio era poco sviluppato per gli ostacoli posti dai rilievi orografici e dalla vicinanza del deserto, che in pratica isolava la parte settentrionale dal resto del continente, spingendo di fatto l’area stessa verso il mare e saldandola idealmente ai Paesi dell’altra parte del bacino mediterraneo con vincoli di varia complementarietà.
Meno a lungo della Spagna la Sicilia è stata araba fino all’arrivo dei Normanni nell’ultima parte dell’XI secolo, ma la sua liberazione coincide con la spedizione di Al Mahdiyyah sulla costa tunisina, meglio conosciuta con l’espressione Crociata di Mahdia del 1087 [2], dal nome della città nordafricana contro cui fu condotto l’attacco da parte di navi da guerra provenienti da Genova e Pisa, con l’aiuto di Amalfi, Gaeta e Salerno.
L’operazione bellica aveva come fine quello di mettere termine alle azioni di corsa marittima condotte nelle acque italiane dall’Emirato ziride di Ifriqiya guidato da Tamim ibn al-Mu’izz, regnante dal 1062 al 1108, e arginare il controllo musulmano sulle rotte commerciali. L’attacco fu guidato da Uguccione da Pisa, con l’aiuto militare di Roma. Fu in esso coinvolto anche il nobile Pantaleone di Amalfi e l’intero sforzo bellico fruì del pieno sostegno di Matilde di Canossa. L’azione portò alla conquista e al saccheggio della città, anche se di essa non fu mantenuto il controllo. Il bottino preso dalla razzia degli aggressori fu impiegato per edificare a Pisa una nuova cattedrale.
L’incursione oggi è in parte considerata come una sorta di anticipazione della Prima Crociata che dodici anni dopo avrebbe conquistato parte della Siria-Palestina e la Città Santa di Gerusalemme nel 1099, in virtù del fatto che essa fu condotta sotto il vessillo di san Pietro contro un signore musulmano ampiamente “demonizzato”, accompagnata da un’indulgenza pontificia elargita da Papa Vittore III ai guerrieri che ne avrebbero preso parte [3].
A metà del XII secolo Ruggero II sbarca sulle coste tunisine e occupa numerose città senza penetrare verso l’interno, e aggiunge ai suoi titoli quello di re d’Ifriqiya finché nel 1160 il territorio da Gabes all’oceano Atlantico non viene politicamente unificato dagli Almohadi [4]. In seguito Angioini ed Aragonesi impongono tributi agli emiri di Tunisi e di Tripoli, e nel 1270 San Luigi ovvero Luigi IX di Francia, facendosi convincere dal fratello Carlo I d’Angiò divenuto re di Sicilia, che l’isola poteva diventare una base operativa più sicura e più vicina a Cipro [5], devia la sua crociata su Tunisi in virtù di diritti esercitati fin dal periodo normanno e sospesi dopo la morte di Manfredi, ed in questa occasione parte della flotta gli viene fornita da Genova.
Gerba è sottomessa al regno meridionale dal 1284 al 1335 ma il conflitto tra Arabi e Cristiani tende nel tempo ad esaurirsi in azioni di pirateria, in scontri occasionali e circoscritti, mentre diventano sempre più frequenti i trattati di amicizia e durature relazioni commerciali, che mostrano carattere di regolarità pur nelle vicende congiunturali, con notevoli ripercussioni sulle economie locali. Le città italiane attribuivano grande importanza agli scambi commerciali con la parte della costa nord africana che essi chiamavano Barberia che per gli arabi era Maghreb: con questi nomi nel Medioevo veniva designata la costa mediterranea da Tripoli al Marocco in opposizione all’Egitto, che peraltro nella prospettiva europea del tempo era compreso nel Levante sia per la tipologia di mercato che per il sistema dei collegamenti marittimi.
Con la Barberia Genova ha rapporti di una certa continuità ed importanza almeno dalla seconda parte del XII secolo. Nel 1214 a Bugia e nel 1223 a Tunisi essa poteva disporre di un fondaco, che era un’area vasta delimitata da un muro e da altra recinzione dove si trovava la residenza del console [6], un forno comune, le abitazioni e i magazzini dei mercanti, le botteghe degli artigiani, era insomma una sorta di area extraterritoriale. Nel Duecento le merci che i genovesi esportavano dalla Barberia erano lana greggia, pellami e in qualche misura l’allume ma anche grano, mentre importavano tessuti, zafferano, cotone, spezie, miele, olio, vino.
Non meno attiva era la presenza dei Pisani, che avevano un fondaco a Tunisi, a Bugia, a Bona e numerosi erano i trattati commerciali, il più antico noto è del 1157. In quello del 1264 si legge: “Et chiunqua perverràve ad alchuna terra de Affricha ut di Buggea possa in quella stare quanto ella vorràve, et possa et sia licito a lui di partìssine et andarne quando ellai vorràve. Et possano et sia loro lecito di portarne le mercatanticie che elli recheranno…” [7].
Alla fine del dodicesimo secolo era publicus scriba dei Pisani alla dogana di Bugia il padre di Leonardo Fibonacci, quest’ultimo ebbe così la possibilità di condurre i suoi studi sotto la guida di un maestro musulmano e fece viaggi in Egitto e Siria. Nel suo libro Liber abaci del 1202 gli storici della matematica riconoscono l’impronta dei metodi algebrici arabi e gli attribuiscono una funzione molto importante nel processo di trasmissione della cultura in questo campo, soprattutto per la compiuta esposizione del sistema di notazione indo-arabico, con le nove cifre e lo zero.
Ma non meno intensi ed anche più antichi i rapporti con i centri meridionali dell’Italia, che alimentano una fitta rete di scambi commerciali con la Barberia, con caratteri diversi da quelli genovesi e pisani, sia per la differente struttura dell’economia del paese, sia per la maggior vicinanza. Le navi di Amalfi, di Salerno, di Gaeta, di Napoli, così come quelle di Bari e di Barletta per non parlare di quelle delle città siciliane, frequentavano numerose i porti di Tunisi, di Bona, di Bugia. Tra gli acquisti risultano anche dei montoni, per migliorare con incroci la qualità delle lane italiane, e siamo nel 1278.
A Tunisi nella seconda metà del Duecento era stanziata anche una colonia di mercanti siciliani con un proprio fondaco sotto la giurisdizione di un console. Il viaggio da Palermo verso Tunisi durava circa una settimana, ancor meno da Trapani che oltretutto costituiva uno scalo obbligato delle rotte dai porti della penisola. Amalfi invece, inizialmente in una posizione commerciale di preminenza con il mondo arabo nel XII e XIII secolo, è superata poi da Genova, Pisa e Venezia. Firenze dal canto suo ebbe per molto tempo una posizione di secondo piano conducendo i propri affari sotto il nome e la protezione di Pisa fino a quando la sua moneta, il fiorino d’oro, ebbe a circolare anche in Africa settentrionale per divenire in seguito e per tutto il Trecento la moneta di maggior prestigio del mondo mediterraneo, in tale periodo avevano succursali a Tunisi le casate dei Bradi, degli Acciaiuoli e dei Peruzzi. Nel Quattrocento i collegamenti fiorentini erano assicurati da convogli di galere che partendo da Porto Pisano percorrevano una rotta per Napoli e la Sicilia fino a Tunisi e Tripoli oppure lungo le coste della Francia e della Spagna fino a Bona, Algeri e Orano.

Veduta di Alessandria realizzata da Frans Hogenberg nel 1575 per l’opera editoriale Civitates orbis terrarum del cartografo Georg Braun (1541-1622).
Tra gli interessi commerciali italiani non poteva certo mancare l’oro. Si era tentato in momenti diversi di creare un collegamento diretto per via terrestre con le fonti del prezioso metallo cercando di estromettere l’intermediazione araba; oltretutto in linea di massima il commercio con il retroterra era monopolizzato dagli indigeni e gli scambi con le merci europee avvenivano nei fondaci delle città costiere. È in tale ottica che il mercante e cronista fiorentino Benedetto Dei visitò Cartagine ed Orano e si spinse fino a Timbuctù: la città si trovava su una delle grandi strade dell’oro del Sudan oltre che degli schiavi. Nel Duecento era verso Genova che confluiva la maggior parte del prezioso metallo, e nel Trecento e Quattrocento si aggiungono ad essa Firenze ed in misura minore Venezia. Ma esistono altre testimonianze di tentativi di aprirsi una strada diversa per il commercio dell’oro; da una legenda inserita in una carta di Giovanni da Carignano del 1320-1325 [8] si apprende di un mercante genovese che giunge fino a Sigilmasa ai confini marocchini del deserto del Sahara, dove incontra e descrive i Tuaregh, raccontando anche delle loro carovane che trasportavano argento ed altre merci fino a Ualata e in Guinea.
Nel Quattrocento è Antonio Malfante a compiere un viaggio percorrendo le piste carovaniere fino all’oasi di Touat in Algeria. L’intento in qualche modo è capire dove si trovasse l’oro e come si raccogliesse, ma ebbe solo risposte indirette e vaghe [9]. Comprese però che i mercati dei luoghi, dove inizialmente pensava si potesse considerare la possibilità di finanziare i pagamenti con tessuti e altre merci, erano monopolizzati da mercanti ebrei ben inseriti e sotto la protezione dei signori locali, e questi pretendevano per avviare una filiera commerciale il cento per cento di commissioni.
In tutta la Barberia gli ebrei avevano stabilito una fitta rete di comunità di mercanti ed artigiani e nelle loro mani era una gran parte del commercio e, come scriverà poi Leone Africano, i Berberi sono «molto grossi ed ignoranti nella mercanzia» [10]. Di collegamenti commerciali veneziani con i paesi barbareschi si hanno notizie già nel XII secolo, ancor prima dell’istituzione dei servizi marittimi regolari nel primo quarto del Trecento, e numerosi sono i trattati di commercio periodicamente confermati a partire dal 1231. Nei collegamenti con i porti barbareschi i convogli di galere veneziane furono preceduti da quelli fiorentini che pure nell’organizzazione di tali servizi si erano valsi del modello veneziano. Difatti si ha notizia sicura di galere fiorentine per la Barberia dal 1421, mentre il primo convoglio veneziano è del 1436 sulle rotte per Tunisi, oltre alla rotta lungo la costa fino a Malaga ed Almeria, moresche, e a Valencia, sebbene nella fase iniziale di tale strutturazione di convogli le flotte non beneficiarono dell’organizzazione statale.
Un’idea della tipologia di commercio si può trarre dalle operazioni condotte dai fratelli Nicolò ed Alvise Barbarigo, con esportazione di argento, saltuariamente di cotone e indaco, e importazione in patria di seta spagnola da Granada e Valencia ma soprattutto oro. All’andata le galere veneziane caricavano generalmente tessuti, spezie, argento, rame, stagno, vetrerie e specchi, ferramenti, e partivano di solito tra la fine di aprile e la prima metà di maggio, al massimo l’ultima decade di giugno, anche se quest’ultimo periodo era un azzardo perché si rischiava di affrontare l’inverno nelle acque della Barberia in periodo poco favorevole al commercio. Tali viaggi ebbero una frequenza annuale fino al 1508.
Dal 1460 fece perno su Tunisi una seconda linea di galere veneziane dette del Trafego, meglio conosciuta come la Muda del Trafego, ovvero spedizioni marittime periodiche delle linee di navigazione di Stato formate da galere grosse da mercato, armate e coordinate per trasportare merci preziose in sicurezza. Gestita dai Savi degli Ordini e supervisionata dal Senato veneziano, i viaggi venivano allestiti tramite incanto pubblico a favore di patrizi o mercanti. Le Muda prolungarono già nel 1461 le rotte fino ad Alessandria e a Beirut, e furono molto utilizzate dai mercanti musulmani, anche se le spedizioni avevano una minore cadenza rispetto alle spedizioni dei Barbarigo; cessarono nel 1506. Le galere fiorentine cessarono invece le rotte molto prima dei veneziani, nel 1478 nonostante il collegamento fosse vitale per la città.
Oltre che da questi collegamenti maggiori i porti italiani meridionali erano uniti alla sponda africana da una fitta rete di interessi, sopraffazioni, e di identici e vicendevoli atti di pirateria come di affari nei momenti di tregua. Masuccio Salernitano nel XVI secolo in una delle sue novelle descrive gli accadimenti in Trapani come segue: «…è quasi più vicina in Affrica che altra terra dè cristiani; per la qual cagione i trapanesi molto spesso con loro ligni armati corsiggiando discorrono le spiagge e rivere dè mori, fandove de continuo grandissime prede, e anco loro sono a le volte dà mori depredati; da che spesso avviene che, per contrattare de pregioni, da parte in parte vi fanno tregue, e portando le mercanzie, e comparano, e vendono, con gran facilità pratticando insiemi; per le quali ragioni pochi trapanesi sono che non sappiano le circostanzie dè paesi dè mori como sanno loro medeseme» [11]. E gli atti notarili conservati negli archivi di Trapani e Palermo mostrano che la pirateria era una attività perfettamente lecita, con regole ben determinate, esercitate oltremodo da importanti e cospicue famiglie come quella dei Ventimiglia, che con Giovanni Ventimiglia conte di Geraci, nel 1425 armò navi e praticò privatamente la corsa in società con altri nobili influenti come il conte di Collesano Gilberto Centelles [12]. Nel 1402 sono i trapanesi a trattare lo scambio di un saraceno, parente di Abu Fares: «… lu reverendu episcopu di la chitati Syracusa, ki staya in carchiri et prisunia et in putìri di li barbari infideli sarrayni» e per parlare di relazioni su un piano più legale, si aggiunge che nel Quattrocento le navi siciliane trasportavano a Tunisi grano e tornavano spesso cariche di schiavi neri dati in cambio dai Saraceni.
Indipendentemente da tutto resta che tali viaggi leciti o meno si ispiravano comunque ad interessi commerciali, che erano simili e corrispettivi spesso distaccati dagli eventi e dalle strategie di potere dei singoli Stati, imperniati in particolare in una forma di reciproco rispetto negli scambi e negli interessi commerciali. C’è poi da tener conto di un’altra presenza italiana, ovvero quella dei militanti dei due grandi ordini religiosi, dei benedettini e dei francescani, i quali svolsero in tali luoghi la loro missione, nei limiti in cui gli era consentito, in una relativa libertà di movimento e apostolato all’interno dei quartieri cristiani delle città della Barberia e del Levante, senza manifestazioni esterne ma nella piena libertà di culto. Ma questa è un’altra storia.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] Honorius Augustodunensis. Imago mundi, a cura di Marco Albertazzi, trad. Marco Albertazzi e Simone Tomasi, postfazione di Alessandro Grossato, la Finestra editrice, 2022 (traduzione in italiano).
[2] Carl Erdmann, The Origin of the Idea of Crusade, tr. dal tedesco di Marshall W. Baldwin e Walter Goffart, Princeton University Press, 1977.
[3] H.E.J. Cowdrey, “The Mahdia Campaign of 1087”, in: The English Historical Review, 92:362 (January, 1977):1–29.
[4] Pugliesi Carratelli G., Storia e Civiltà della Campania, vol. 2 Il Medioevo, Electa Mondadori 1997, Martellago (Venezia).
[5] Louis IX ou Saint Louis, su larousse.fr, encyclopédie Larousse, éditions Larousse, 2014
[6] Aa.Vv., Vocabolario Siciliano-Italiano, Brancato editore, Palermo, 2006.
[7] Müller, Giuseppe (1879), Documenti sulle relazioni delle città toscane coll’Oriente cristiano e coi Turchi fino all’anno MDXXXI, Firenze: Tipografia M. Cellini.
[8] Galliano G. , Le vie del Sudan, in Le Americhe annunciate. Viaggi ed esplorazioni liguri prima di Colombo, a cura di I. Luzzana Caraci, Reggio Emilia 1991.
[9] Schiavini A. M. Malfante genovese della prima metà del secolo XV e viaggiatore all’interno del continente africano, in Boll. della R. Soc. geografica italiana, s. 5, X (1921).
[10] Giovanni Leone de’ Medici (Yuhanna al-Asad) detto Leone l’Africano (Leo Africanus) già al-Hasan b. Muhammad b. Ahmad al-Wazzan, Africa, a cura di Andrea Donnini, Roma, Roma nel Rinascimento, 2023.
[11] Masuccio Salernitano, su Treccani.it. Enciclopedie on line, Istituto dell’Enciclopedia Italiana.
[12] Orazio Cancila, I Ventimiglia di Geraci (1258-1619), Palermo, Edizioni Università di Palermo, 2016.
Riferimenti bibliografici
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Valle, Marco, Viaggiatori straordinari. Storie, avventure e follie degli esploratori italiani, Milano, Neri Pozza, 2024.
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Sandrino Luigi Marra, laureato in Etnografia Preistorica dell’Africa a Roma “La Sapienza” (Vecchio Ordinamento), e docente di Demoetnoantropologia presso l’Università di Parma, si occupa di diversità culturali, migrazione e studia i fenomeni migratori all’interno delle comunità diasporiche, in particolar modo quella indiana di cultura Sikh. Coltiva la ricerca etnografica e storico- archeologica, in particolare rispetto ai territori di Gioia Sannitica in provincia di Caserta.
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