Medicina occidentale moderna e medicine tradizionali. Fra scienza e antropologia

 Honoré Daumier, Le malade imaginaire, 1860 ca.

Honoré Daumier, Le malade imaginaire, 1860 ca.

di Antonella Modica

Gli odierni fenomeni migratori e le nuove dimensioni sociali e culturali che ne derivano potrebbero, già da soli, giustificare l’interesse dell’antropologia nei confronti della medicina. Le problematiche della salute e della malattia assumono oggi, in società sempre più multietniche e multiculturali, un’importanza fondamen- tale.

Nella quotidianità problemi di carattere linguistico e culturale, diverse abitudini alimentari, diversi codici comportamentali, diversi orizzonti religiosi sono causa di malintesi, errori e facili incomprensioni. Un medico che non conosca l’orizzonte socio-culturale della persona che ha davanti rischia di interpretare erroneamente i problemi che gli vengono presentati. L’assenza di sintomi oggettivabili o la presenza di sintomi “ombra”, che nascondono malesseri di altro tipo e natura rispetto a quelli percepiti, possono portare a letture e interpretazioni errate dei problemi.

Da quanto appena detto è facile capire come ciò che attiene alla salute e alla sua tutela, sia in termini di prevenzione che di cura, è estremamente complesso e, proprio per questo, necessita di un sistema che ne stabilisca le linee guida essenziali. Partiamo dal ripensare in modo differente il concetto di medicina.

Quando parliamo di medicina abbiamo la tendenza a pensare che esista una sola ed unica medicina, giusta, razionale e scientifica, che è appunto la nostra, e che le altre forme di sapere medico siano espressione semplice di un pensiero primitivo fondato su sistemi di credenze irrazionali. È questa l’esatta espressione di quell’atteggiamento etnocentrico che le scienze antropologiche cercano di superare sin dalla loro nascita, un atteggiamento che consiste sostanzialmente nell’assumere le forme, i contenuti e i valori della propria cultura come metro di valutazione e misura dei contenuti e dei valori delle culture “altre”. Giudicheremo in modo positivo tutti i fatti culturali che rientrano a pieno titolo nei nostri quadri mentali, e respingeremo come negativo tutto ciò che risponde a concezioni e visioni del mondo differenti dalla nostra.

La verità è che non esiste una sola ed unica medicina, portatrice di verità assolute, ma una molteplicità di medicine, ciascuna delle quali è incapsulata in specifici contesti storici, sociali e culturali. I concetti di salute e malattia vanno quindi, a loro volta, ripensati in relazione al contesto socio-culturale di riferimento, rendendo particolarmente difficile, o addirittura impossibile, la formulazione di una definizione universalmente valida. Ciò significa che ogni società opera una diversa interpretazione della malattia e delle sue cause, elaborando saperi e pratiche specifiche con lo scopo di prevenire la malattia, curare, ristabilire e mantenere il pregresso stato di salute. Allo stesso modo ogni individuo percepisce, interpreta e affronta la malattia in modi strettamente connessi al proprio vissuto e al proprio ambiente socio-culturale.

Parlare di medicina tradizionale è molto complesso, viste le differenti forme sotto le quali si manifesta, ma esistono delle caratteristiche comuni che ci permettono di poter raggruppare sotto la stessa denominazione sistemi medici differenti. Possiamo preliminarmente definire la medicina tradizionale come un complesso di saperi e competenze culturali, dottrinarie e pragmatiche in grado di interpretare e vivere i significati profondi, sociali e culturali, della malattia e di rispondervi in modo socialmente e culturalmente organizzato. Le conoscenze e le competenze terapeutiche tradizionali possono non essere riconducibili ad una logica empirico-scientifica che ne verifichi la validità e la veridicità attraverso la sperimentazione e il metodo razionale poiché l’interpretazione che viene data della malattia fa riferimento anche e soprattutto alla dimensione spirituale, sociale e culturale.

.Jan Steen, Visita dal medico, 1661

.Jan Steen, Visita dal medico, 1661

Presso i Crow è conosciuta la sindrome del Cane pazzo che vuole morire. Un individuo, di fronte a un grande trauma psichico, considerato insopportabile e indesiderato dalla società, risponde con una forma culturalmente e socialmente organizzata di follia: diventa appunto il Cane pazzo che vuole morire, un guerriero dall’enorme coraggio che in battaglia ricerca una morte gloriosa. Un comportamento anormale, espressione di un disagio grave, connotato culturalmente e socialmente la cui risoluzione non segue le vie classiche della medicina ma passa attraverso il filtro della società. In questo caso non parleremo di follia ma di un modo socialmente corretto e accettato di comportarsi da folli.

La medicina tradizionale tende a diagnosticare ed eliminare ogni disequilibrio psico-fisico e sociale dell’individuo. Di conseguenza, l’evento patologico verrà affrontato in modo più complesso ed articolato, considerando la dinamica di interazione tra la persona e il contesto socio-culturale nel quale essa vive e si muove. La condivisione del modo di percepire il mondo tra medico, terapeuta e guaritore al tempo stesso, e malato, l’empatia profonda tra i due soggetti che condividono lo stesso immaginario e la stessa visione socio-culturale della malattia, assumono quindi una rilevanza fondamentale nel trattamento e nell’efficacia della cura tradizionale. Dunque un approccio olistico, integrale, che pone al centro dell’intervento la condizione complessiva del malato e la sua situazione esistenziale ed ambientale. L’uomo diviene qualcosa in più che la semplice somma algebrica delle singole parti che compongono il suo corpo. Egli è corpo, coscienza, personalità, cultura. Nella sua essenza diventa unico e irripetibile.

Nel caso della terapia per imposizione delle mani tale approccio diventa fondamentale. Tale pratica è antichissima e ne troviamo testimonianze in ogni parte del mondo: in Grecia un bassorilievo votivo o in una pittura vascolare del V secolo rappresenta Asclepio che stende le mani sul corpo di un malato; il condottiero spagnolo Álvar Núñez Cabeza de Vaca osservò tale pratica presso alcune popolazioni indigene americane. Ne sono un esempio anche le pratiche ancora oggi da noi utilizzate per eliminare le parassitosi intestinali, soprattutto nei bambini. Affinché la terapia risulti efficace è però necessario che medico e malato appartengano allo stesso orizzonte culturale e concordino sull’origine del potere emanato dalle mani del guaritore, cosicché lo stesso possa agire come il delegato “ufficialmente riconosciuto” di un potere superiore.

Asclepio visita il paziente, pittura vascolare a figure rosse (v sec. a. C., Museo de Louvre foto2

Asclepio visita il paziente, pittura vascolare a figure rosse (v sec. a. C., Museo de Louvre

Fino a non molti anni fa l’interesse per le medicine tradizionali era puro esercizio esotico ma, a partire dagli anni ‘70, la politica sanitaria internazionale ha cominciato ad interessarsene, riconoscen- done pian piano l’importanza come risorsa terapeutica ed accettando l’importante ruolo dei medici tradizionali nel soddi- sfacimento dei bisogni di salute. Questi sistemi, dapprima chiamati primitivi, prescientifici o non scientifici, nel 1976 vennero definiti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come

«la somma di conoscenze, competenze e pratiche basate su teorie, credenze ed esperienze indigene di diverse culture, siano esse spiegabili o meno, utilizzate per il mantenimento della salute, così come nella prevenzione, diagnosi, cura o miglioramento di malattie fisiche e mentali» (OMS, 2000).

Si è cominciata così ad affermare una nuova cultura sanitaria fondata su un nuovo concetto di salute, intesa non solo come assenza di malattia o infermità, ma come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Una nuova concezione della salute, dinamica e multidimensionale, un nuovo equilibrio tra individuo e ambiente naturale e socio-culturale. Ne consegue l’esigenza di curare le persone nella loro totalità e il superamento della concezione puramente biologica dell’individuo e della malattia. Lo stato di salute si configura così inscindibilmente legato alla possibilità per l’individuo di realizzare le proprie potenzialità in un contesto in cui fattori ambientali, economici, sociali e culturali siano corrispondenti alle aspettative del singolo e del gruppo.

«È chiaro dunque come ogni società ha prodotto e continua a produrre i propri malati, delineando in modi differenti l’orizzonte della salute e della malattia. Per esempio, in campo psichiatrico, dove l’obiettivazione è spesso difficile e la connessione causa-effetto  molto vaga, a decidere cosa sia normale e cosa no è, molto più spesso di quanto si pensi, la società. In qualunque epoca è stato stabilito a priori ciò che può essere definito salute mentale, malattia mentale e soprattutto, un modello che regola le modalità in cui l’anormalità deve essere espressa. In altri termini, è stato sempre sancito ciò che è normale, ciò che è anormale e ciò che è un comportamento deviante o patologico» (Iannuzzo, 2014: 97).

Questo concetto può e deve essere esteso a tutte le malattie. In questo ci soccorrono Marc Augè e Claudine Herzlich che nel volume Le sense du mal hanno posto in evidenza come il sapere medico abbia originato il processo di costruzione della malattia, intesa come situazione sociale contraddistinta dal marchio della devianza. Ciò significa che il medico non solo esplicita uno stato di malattia ma lo crea, opponendogli la norma alternativa dello stato di salute, intendendolo come una devianza dallo star bene.

n.3Per evidenziare meglio la complessità del concetto di malattia, le interconnessioni tra biologia e cultura e le varietà dei piani di significato ai quali il concetto rimanda utilizzerò, a titolo d’esempio, la categorizzazione linguistica che della malattia fa la lingua inglese. La domanda sorge spontanea…perché in un discorso sulle medicine tradizionali parlare di linguaggio? La risposta è semplice e complessa ad un tempo. Qualunque sistema linguistico è un’ipotesi interpretativa della realtà umana. Tale capacità è detta categorizzazione. Le categorie denotano un modo di essere o una qualità. Una parola, quindi, non soltanto denota qualcosa ma si configura come uno strumento di conoscenza del mondo, fornendo una proposta organizzativa della realtà.

Gli anglosassoni utilizzano due termini per definire la malattia: disease e illness. Disease indica il problema visto dalla prospettiva del medico, orientato a identificare la malattia come un’alterazione della struttura biologica, col supporto di appropriate analisi cliniche, poco interessato all’esperienza personale e sociale della malattia. Illness fa riferimento all’esperienza personale dei sintomi e della sofferenza, a come la persona malata, la sua famiglia e la comunità rispondono alla situazione di difficoltà in cui si trova il malato. Con il primo termine gli inglesi intendono quindi riferirsi al versante biologico, ai meccanismi che determinano la malattia e regolano la cura, con il secondo all’aspetto sociale e culturale del paziente, del terapeuta e del gruppo sociale di cui fanno parte. Queste due aree di significati sono complementari e interdipendenti nella riuscita di una terapia.

Un terzo termine definisce la malattia sickness. Questa parola permette di allargare la prospettiva di ricerca contestualizzando malattia e cura all’interno di un più ampio processo sociale, politico ed economico. A titolo d’esempio, parlare di malattia in quanto sickness significa parlare di HIV in relazione a condizioni di povertà estrema e politiche socio-sanitarie carenti nei Paesi in cui il virus è maggiormente diffuso. Ordine biologico e ordine culturale sono strettamente interconnessi. Lo specifico della malattia vede quindi la messa in gioco contemporanea dell’individuo con la sua corporalità e spiritualità e della società con le sue istituzioni, i suoi saperi, le sue pratiche terapeutiche. La salute di un individuo deve quindi essere letta attraverso una complessa griglia interpretativa in cui gli aspetti biomedici si connettono a quelli socio-antropologici e storico-culturali, liberi da una visione stratigrafica dell’uomo, optando per un modello che consenta una visione d’insieme, un’integrazione teorica e pratica tra i saperi, all’interno della quale vi siano spazi di negoziazione e di dialogo.

Il riconoscimento di questo intreccio fra ordine biologico e ordine culturale potrebbe essere la comune base di partenza per un dialogo efficace fra antropologi e medici, un’apertura alla collaborazione, dove le differenti professionalità possano trovare stimoli e sollecitazioni di crescita. L’antropologia può e deve assumere la funzione di ponte interdisciplinare tra scienze mediche e scienze sociali e aprire la strada alla costruzione di un nuovo modello di ricerca capace di superare il riduzionismo proprio della medicina occidentale. L’obiettivo da raggiungere è l’estensione del concetto di cura, intesa come riparazione biologica di un organo, a quello di cura dell’individuo, inteso come corpo, personalità e cultura.

Dialoghi Mediterranei, n.24, marzo 2017
Riferimenti bibliografici
A. Alland, Adaptation in cultural evolution: an approach to medical anthropology, Columbia University Press, New York, 1970.
M. Augè, C. Herzlich, Le sens du mal. Anthropologie, historie, sociologie de la maladie, Éditions des Archives Contemporaines, Paris, 1984.
D. Cozzi, D. Nigris, Gesti di cura. Elementi di metodologia della ricerca etnografica e di analisi socioantropologica per il nursing, Colibrì, Paterno Dugnano (Mi), 1996.
G. Devereux, Saggi di etnopsichiatria generale, Armando Editore, Roma, 1978.
G. Iannuzzo, Medici e sciamani. Un viaggio tra le medicine tradizionali, Edizioni Arianna, Geraci Siculo, 2014.
V. Lanternari, Medicina, magia, religione, valori, Liguori Editore, Napoli, 1994.
Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), General Guidelines for Methodologies on Research and Evaluation of Traditional Medicine, OMS, Ginevra, 2000.
A. Scarpa, Etnomedicina, Franco Lucisano Editore, Milano, 1980.
A. Scarpa, Pratiche di etnomedicina, red/studio redazionale, Como, 1988.

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Antonella Modica, laureata in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo con un lavoro di ricerca dal titolo Cannibalismo e sacrifici umani: quando l’uomo diventa buono da mangiare, si è successivamente specializzata nella valorizzazione e musealizzazione delle tradizioni etno-antropologiche. Tra i suoi interessi questioni relative soprattutto al recupero della conoscenza degli antichi mestieri e della cultura immateriale ad essi connessa.

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