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L’uso virtuoso della memoria

San Giovanni delle Contee, panoramica

San Giovanni delle Contee, panoramica

CIP 

di Paolo Nardini 

L’editore mi disse: «Pranziamo insieme?»

«Va bene»

«Dove si va»

«Mah, fai te. Sei te che conosci la montagna»

«Si va a San Giovanni?»

«Va bene. Ma c’è un ristorante a San Giovanni?»

«C’è l’osteria Maccalé. Vedrai che ti piace».

Prese un paio di libri da portare in omaggio e partimmo. 

Da molto tempo non andavo a San Giovanni delle Contee, l’ultima volta era stato a settembre del 1998, quando Zeffiro Ciuffoletti [1] tenne una conferenza di presentazione di un libro scritto da una maestra che aveva insegnato nel paese ai confini fra la Toscana e il Lazio, fra il 1922 e il 1931. La maestra si chiamava Maria Campo, e il libro costituiva la risposta a un quesito del Ministero dell’Istruzione [2] che intendeva raccogliere informazioni sulle tradizioni popolari. Il lavoro della maestra Campo sarebbe rimasto in fondo a qualche cassetto del Ministero, cioè nell’oblio, se non fosse ritenuto degno di pubblicazione, ed è per questo che è giunto a noi. La prima edizione è del 1931, della Tipografia Fratelli Puglisi, di Ragusa. Dopo la “scoperta” di una copia del libro alla Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze da parte di un allievo di Ciuffoletti, Gian Luca Corradi, fu rieditato a cura dei titolari dell’Osteria delle Contee nel 2002 e successivamente dall’Editore Effigi di Arcidosso, nel 2024. 

L'uso della pietra tufacea a San Giovanni

L’uso della pietra tufacea a San Giovanni

Arrivati a San Giovanni, piccolo borgo decentrato, dalle case costruite, dalle più antiche alle più recenti, con la locale pietra tufacea, l’editore e io ci dirigemmo all’Osteria. Ci accolse la titolare, Tiziana. Lei e l’editore già si conoscevano.

Fin qui per me quella era una “gita fiori porta”, la visita a un luogo pittoresco, che avevo già visitato quasi trent’anni prima, ma del quale non ricordavo nulla, nemmeno la strada per raggiungerlo.

Qui però arriva la sorpresa. Il paese è abitato prevalentemente da persone anziane, i servizi sono completamente dismessi. Perfino l’ambulatorio medico, qualche anno fa è stato chiuso: la ASL decise di chiuderlo perché il locale non rispettava le norme di igiene e di sicurezza. Non si parli dell’ufficio postale, della banca o di altri servizi pubblici, né di negozi. La stessa osteria Maccalé è la riapertura di una precedente, che era rimasta chiusa per anni.

Tiziana, giovane e intraprendente sangiovannese, ha svolto per due consigliature il ruolo di assessore al Comune di Sorano. Nel corso del secondo mandato venne a conoscenza di un bando del Ministero dell’Agricoltura, che gestisce in Italia l’attuazione e il coordinamento della Politica Agricola Comune (PAC) dell’Unione Europea. I bandi come quello, nei comuni della provincia di Grosseto (ad esclusione dei comuni di Grosseto e di Follonica, che non sono considerati rurali) sono gestiti da GAL-FAR Maremma. I GAL sono Gruppi di Azione Locale che operano nelle varie aree della Regione Toscana; il GAL-FAR Maremma (dove F.A.R. sta per Fabbrica Ambiente Rurale) è un consorzio misto pubblico-privato che opera nella provincia di Grosseto.

Il bando aveva lo scopo di sostenere i Progetti di Rigenerazione delle Comunità: l’implementazione dell’accoglienza turistica, il miglioramento della qualità della vita nelle piccole comunità decentrate, la riqualificazione degli spazi pubblici, il ripristino della viabilità rurale e forestale e la creazione di nuove vie percorribili a piedi (trekking).

Nello stesso periodo la Regione Toscana stava predisponendo le norme per la creazione delle cosiddette “Cooperative di Comunità” [3]. Qualche incontro in Regione affinché l’allora sindaca Carla Benocci e la nostra Tiziana si chiarissero le idee su cosa potesse essere la Cooperativa di Comunità. 

Paolo: Com’è che nasce questa iniziativa? 

Tiziana: Tutto è nato per il dottore, perché il dottore non ci aveva più la stanza, non c’era più niente. Allora ci siamo messi… io al momento ero assessore, ho riunito un po’ tutte le associazioni, le attività, gli ho detto “raga’ qui bisogna creare un progetto, c’è questo bando creiamo un qualcosa per poter… per poter far restare il dottore”. Ma il bando non era sul dottore, allora che ci siamo ‘nventati? Diciamo… niente, abbiamo pensato di fare un ostello nell’edificio dove andavamo a scuola. Lì c’era già il dottore, però l’ASL lo mandava via perché il locale non era a norma, allora è stata aggiustata tutta la parte del dottore, per cui ora c’è anche la sala d’attesa e i servizi igienici (che prima non c’erano). L’ambulatorio raccoglie i pazienti oltre che di San Giovanni, dei paesi vicini: Castell’Azzara, Montevitozzo, Montorio, San Quirico. 

Paolo: Però le vecchie scuole sono state trasformate anche in ostello? 
Tiziana: Accanto c’è stato fatto un ostello, per cui è tutto restaurato. C’è tutto un discorso di promozione per i percorsi: i percorsi trekking, la “Via Gregoriana” [4]; in più noi della cooperativa abbiamo acquistato dei macchinari per l’emporio di comunità legato a un circuito di persone che arrivano a San Giovanni che hanno da fare un qualcosa: l’ospitalità diffusa. 
Paolo: Quali sono le attività che svolgete in paese? 
Tiziana: L’Emporio, il bar, l’osteria, le attività che ci sono. Sono le “botteghe tramandate”, così le abbiamo chiamate, perché praticamente sono tutte botteghe che i giovani hanno ripreso dal nonno, dagli zii… Noi abbiamo fatto un percorso diciamo di visita: quando arriva anche ad un turista, gli faccio fare tutto il tour, gli racconto di questa storia, perché chi viene, anche il turista, viene a vivere nel paese, capito? come viviamo nel paese. Ti vorrei far capire, abbiamo un percorso delle cantine per cui ci sono diverse cantine che facciamo visitare. Poi abbiamo finanziato la piazzetta, in questo bando ci abbiamo messo la piazzetta del Belvedere, che ora è tutta carina, ci facciamo degli eventi durante l’estate. Poi abbiamo preso un container che è quaggiù nella piazza grande, da usare da parte del comitato festeggiamenti per fare la “festa d’estate”. Si sono acquistate le luminarie per il paese, per Natale. 
Paolo: Come avete fatto a farvi conoscere, come osteria, dico, e come ristorante? La settimana scorsa c’è stato un servizio a Rai 3, si leggono articoli sui giornali… 
Tiziana: Il pubblico… allora noi normalmente lavoriamo con tutti i turisti. Questa è una cosa un po’ buffa perché a San Giovanni delle Contee, i turisti sono la maggior parte dei nostri clienti. Poi anche le persone che sono di qui, ma poca roba. Durante la settimana, magari lavoriamo un po’ più con quelli locali però insomma, prevalentemente turisti. Alcuni vengono dal Lazio, da Acquapendente… Abbiamo fatto un po’ di promozione con Facebook, Instagram, queste cose un po’ social. E poi ciò che ha funzionato, diciamo, che ha funzionato perlomeno per ora, poi si vedrà… all’inizio, quando abbiamo iniziato, ho invitato tante delle aziende del territorio. Perché ho detto secondo me la prima cosa è che devono sapere loro come si mangia e cosa facciamo, per poterci inviare i loro clienti. Sono le strutture e le aziende del territorio, Pitigliano, Sorano, che fanno da promotori per questa attività. 

maria-campo-il-folklore-a-san-giovanni-delle-conteeCon la creazione della Cooperativa di Comunità Tiziana ha riaperto la vecchia osteria del paese. Grazie alla collaborazione delle donne più anziane ha riscoperto le ricette della tradizione locale, che ha inserito nel menu, e che le due cuoche Tania e Margherita preparano in cucina, con pasta fatta in casa.

Si tratta di due percorsi paralleli, quello del progetto di rigenerazione della comunità con la partecipazione al bando pubblico, e quello dell’osteria con la Cooperativa di Comunità.

Con il primo è stata pavimentata la piazza Belvedere, sono stati ristrutturati i locali che ospitavano le scuole, chiuse da tempo, trasformandoli in un ostello per l’accoglienza dei turisti; nell’ambito di questa ristrutturazione è stato ripristinato l’ambulatorio medico, rispettando le norme igieniche e di sicurezza. Inoltre è stato acquistato un container da utilizzare nel corso della festa paesana che si svolge a fine estate, sono state finanziate le aziende del paese che hanno condiviso il progetto.

Il progetto dell’osteria cammina parallelo all’esito del bando: oltre a fungere da luogo di ristoro (bar e ristorante), l’osteria Maccalé attraverso la Cooperativa di Comunità che la gestisce e di cui è il centro nevralgico, offre assistenza agli anziani che ne hanno bisogno, vende prodotti alimentari, all’occorrenza anche portati a domicilio, ordina, riceve e consegna i farmaci di cui hanno bisogno i paesani.

Dal momento in cui l’osteria ha iniziato la sua attività, era il 2019, si sono riattivate anche diverse aziende locali, la cui produzione è in buona parte assorbita dall’osteria stessa. 

Quello di San Giovanni delle Contee è un buon esempio di come sia possibile rendere nuovamente “abitabile” un paese, un villaggio, decentrato, che ha subìto un esodo che si è protratto per decenni, dal dopoguerra a quasi questi giorni. Ma è anche vero che è un fatto unico, difficile, se non impossibile, a ripetersi. La risonanza che ha avuto, sia in TV che nei giornali («ma scherzi, poi è venuto il giornalista del Gambero Rosso, quello della Repubblica» dice con un certo stupore, Tiziana, e poi aggiunge: «non lo so come ci vengono») sicuramente aiuta a diffondere la notizia. Per questo alcune “menti illuminate” portano avanti un progetto di diffusione dei saperi intorno al problema del recupero dei piccoli borghi. Si sviluppa una sempre maggiore sensibilità su questo tema, che non è disgiunto da quello dell’ecologia, dell’inquinamento, della desertificazione, dell’aumento della temperatura, perfino della tropicalizzazione delle aree finora dette temperate. Il recupero delle antiche ricette, la riattivazione di vigneti dismessi, la creazione di nuovi orti, e allo stesso tempo il riutilizzo di aree urbane decentrate, anziché cementificare le aree rurali alle periferie delle città, è la strada che dobbiamo percorrere se vogliamo evitare il collasso del pianeta. Certo è che non possiamo, per questo, rivivere il passato. Il passato non torna, o almeno non allo stesso modo. 

Rievocare la propria storia 

Vorrei riferire a questo proposito alcune narrazioni che mi sono state fatte, a proposito di storie personali o familiari, che rievocando il passato costituiscono, più o meno consapevolmente, un modo di considerare il presente e il futuro. Premetto che si tratta di un mio narrare di storie che mi sono state narrate, con le imprecisioni inevitabili della memoria, poiché in nessuno dei casi riferiti ho potuto registrare la voce dei miei interlocutori, né ho preso appunti. Ma ciò che riferisco è assolutamente veritiero. 

La Pineta granducale, part.

La Pineta granducale, part.

Mauro di Principina Terra 

Solitamente quando esco a metà mattinata per fare una breve passeggiata con i cani, incontro Mauro, vicino di casa, anch’egli con il suo cane al guinzaglio. Così, fatti i nostri quattro passi, ci sediamo in una panchina del parco. Pochi giorni fa, dopo alcune considerazioni sul deplorevole spettacolo dei politici italiani attuali, Mauro ha iniziato a raccontarmi la storia della sua famiglia. I suoi nonni venivano dal Casentino. Erano pastori che facevano la transumanza: scendevano in Maremma in autunno, tornavano in Casentino a maggio. Alcuni suoi familiari, nonni, zii, facevano anche i pinottolai: raccoglievano le pigne in pineta [5], durante la fine dell’inverno e la primavera, poi, mi dice lui, avevano come delle aie, degli spiazzi puliti, con la terra battuta, dove stendevano le pigne raccolte, per farle essiccare al sole d’estate. Le pigne essiccandosi, si aprivano e rilasciavano i pinoli, che cadevano a terra. Al termine di questo processo con dei grossi rastrelli i pinottolai spostavano le pigne ormai vuote, e raccoglievano i pinoli caduti. Passavano infine i pinoli a dei grossi vagli, per liberarli dalla polvere e dalla sabbia di cui erano sporchi. Le pigne vuote, che questi lavoratori della pineta chiamavano “sgòbole”, raccolte in sacchi, venivano vendute come legna da ardere, forse per l’accensione del fuoco nei camini o nelle stufe. Non solo, ma facevano anche la carbonella, un carbone povero, fatto con i piccoli rami di pino. Le carbonaie nelle quali si faceva questo carbone di legno di pino, che dava poche calorie, erano di dimensioni ridotte, venivano fatte in prossimità delle buche sul terreno formate dalle bombe dei bombardamenti americani durante il passaggio del fronte, e che si erano riempite di acqua. Quest’acqua serviva a spegnere eventuali focolai di fuoco vivo. Questa la narrazione di Mauro. Quest’ultima parte ci fa capire a quale periodo si riferisce: l’immediato secondo dopoguerra. 

Arnaldo di Alberese 

Alcuni contadini di Alberese, che come è noto sono prevalentemente di origine veneta, alla primavera del 2025 si riunirono per organizzare una rievocazione della trebbiatura a fermo nell’aia. Arnaldo, uno di loro, aveva affidato a ciascuno dei partecipanti il compito di narrare una sequenza dell’intero ciclo produttivo. A me quello di documentare le narrazioni. É Ad Artemio la realizzazione delle strade e dei balzi di grano, a Ferruccio la raccolta e il trasporto dal campo all’aia, a Paolo il piazzamento della macchina trebbiatrice, ad Antonio, Claudio e Augusta l’imboccatura dei balzi e il taglio dei legacci che li tenevano, a Miraldo e ad Alessio la formazione del pagliaio e del lollaio, infine ad Artemio e Ferruccio l’insaccamento e la pesatura del grano. Gli incontri sono avvenuti a cadenza settimanale a casa di Arnaldo, ciascuno si è presentato puntuale a narrare la sequenza che gli era stata attribuita, allargando il discorso alla storia della propria famiglia, dai nonni emigrati dal Veneto, alla composizione della famiglia, alle difficoltà incontrate nel coltivare i campi e allevare i buoi sotto il controllo dell’Opera Nazionale per i Combattenti (ONC), cui era stata affidata la conduzione dell’azienda un tempo di proprietà della Casa Lorena [6]. Al termine delle narrazioni, grazie all’intervento della associazione Pro Loco di Alberese, è stata avviata la realizzazione di un filmato con l’intervento di un videomaker professionista. La ripresa video delle narrazioni e delle sequenze produttive sono state realizzate a luglio di quest’anno. Il video è attualmente in produzione. 

Lacco Ameno

Alcuni anni fa Cinzia [7] e io ci recammo all’isola di Ischia, per godere, per alcuni giorni, delle sue terme. Dopo il lungo viaggio in macchina e poi il traghetto, prendemmo alloggio in un hotel a Lacco Ameno. Durante la passeggiata serale lungo il corridoio che avvicina al noto “fungo”, la roccia tufacea che emerge dal mare a breve distanza dal porticciolo di piccole barche da pesca, un anziano del posto mi affiancò e iniziò a raccontarmi la storia di Lacco, di quando non era ancora una località turistica, di quando al posto delle costruzioni sulla collina, questa era ricoperta di vigneti, e la maggior parte delle persone viveva un po’ di agricoltura e un po’ di pesca. Poi fra gli anni ‘50 e i ‘60 Angelo Rizzoli, l’impresario e editore, “scoprì” questo posto, il cui nome non tradisce le sue caratteristiche. Vi costruì hotel, ville, addirittura un ospedale, e iniziò la trasformazione. Furono aperti molti centri termali: ciascuno dei possessori di un orticello o una vigna, vi ha costruito la propria abitazione, ha fatto scaturire l’acqua calda ed ha aperto un nuovo impianto termale.

Mi parlava, il vecchio, con nostalgia di quel tempo in cui la pesca era sufficiente per vivere. Ora lui non pesca più, ha ceduto la sua barca al figlio, ma la pesca non basta più per campare. 

le-parole-degli-altriSi stava meglio… 

“Si stava meglio quando si stava peggio”, sembrano volerci dire queste narrazioni che rievocano un passato che non tornerà. Sembra che non ci sia un legame fra queste narrazioni, quella del paese di San Giovanni che riprende vita grazie all’intraprendenza della comunità che ci abita, e che è riuscita a realizzare un progetto condiviso, e quella dei raccontatori del proprio passato. Eppure, mi sembra che ci sia un filo che unisce queste due cose. In entrambi i casi si recupera qualcosa della propria storia. A San Giovanni si riapre la vecchia osteria, nelle narrazioni si ricorda da dove veniamo, com’era il mondo prima di ora. E in entrambi i casi si seleziona e si modifica. Non tutto il passato sarà oggetto di narrazione, così come l’osteria assumerà un profilo diverso da quello di un tempo. Le antiche ricette di cucina sono funzionali non più alla preparazione dei cibi nelle case, ma da proporre ai turisti. L’osteria funge anche da luogo di erogazione di servizi, dalla richiesta e poi distribuzione dei farmaci, alla cura e tutela degli anziani che hanno bisogno. La vigna recuperata, la riattivazione della cantina, non hanno più il compito di fornire il vino alla famiglia, e la vendita a basso costo dell’eventuale eccedenza, ma dell’imbottigliamento e della vendita anche a distanza, oltre alla fornitura dell’osteria.

Anche le narrazioni tradiscono selezioni mnemoniche: la durezza del lavoro dei campi, il dover lavorare “da sole a sole” e talvolta anche prima dell’alba, l’incertezza della pesca. E poi come si potrebbe vivere, oggi, solo di pesca e di piccola agricoltura all’Isola d’Ischia? 

Non c’è dubbio che l’attività del narrare, del raccontare di sé, del proprio passato, dei propri ascendenti, talvolta si configura come un’azione volontaria che prende vita anche in assenza di una struttura formale, come l’intervista. Questa costituisce uno stimolo esterno al narrare, offre al protagonista l’opportunità di esprimere la voce di chi ha sempre vista negata la propria voce, come i componenti della classe operaia, del mondo contadino. È un affermare la propria presenza nel mondo. Nei pochi episodi brevemente riassunti, lo stimolo è venuto dall’interno. Si è trattato in ogni caso di episodi davvero brevi, almeno nei due casi di Mauro e del pescatore, un po’ più strutturata e definita la vicenda della trebbiatura. Ma comunque, anche in questo caso, si è trattato di un moto endogeno: sono i contadini di Alberese che hanno sentito l’esigenza di rappresentare il proprio passato (devo dire fra l’altro che non è la prima volta che mettono in scena la rievocazione della trebbiatura a fermo nell’aia).

Non si è trattato di narrazioni di una vita, come ciò a cui si riferisce Pietro Clemente  [8] nel suo libro sulle “voci degli altri”, ma solo di spaccati, quasi episodi, e lo stesso loro manifestarsi è stato assolutamente episodico. Potevo esserci o no, a Lacco Ameno, in quel preciso momento in cui un vecchio pescatore ha iniziato spontaneamente a parlarmi. I contadini di Alberese potevano o no decidere di rappresentare il momento più importante dell’annata, il culmine del ciclo produttivo del grano. Mauro mi poteva o no parlare dei suoi nipotini, e qualche volta lo ha fatto, come ho fatto io con lui parlando dei miei. Allora la domanda è: come si interpreta la volontà di rappresentare se stessi, la propria storia, sebbene in piccola parte? 

Da un paio di decenni le scienze umane, la psicologia, gli studi storici e antropologici, si dedicano alla formulazione di una teoria della memoria, che è difficile da definire, con le sue retoriche ricorrenti, gli stereotipi, i pregiudizi. Come sostiene Caterina di Pasquale [9], la memoria è una pratica culturale impura e creativa. É un patrimonio personale e anche collettivo, fatto di testimonianze e di rievocazioni, ma anche di amnesie. 

copertina-del-libro-di-caterina-di-pasqualeRitorno al libro della maestra Maria Campo cui accennavo all’inizio. Quella sì, invece, che è stata una “ricerca etnografica”, perché questa giovane insegnante, capitata in un paesino quasi sperduto chissà da dove (non si hanno ulteriori notizie sulla sua vita), ha chiesto, ha domandato, ha messo in ordine le informazioni raccolte sui temi classici della ricerca demologica: “usi, abitudini e regimi di vita”; “proverbi e massime”; “la scampagnata”; “usi nuziali”; “superstizioni”; “i mesi dell’anno attraverso il folklore”. «I vecchi, ai quali ho chiesto notizie su questa ridente Borgata della gentile terra Toscana…» dice la maestra Campo. Aspetti selezionati della vita delle persone, che il ricercatore, in questo caso la maestra fatta etnografa, stabilisce a priori. 

Molti sono stati, e sono ancora oggi, i modi di considerare la memoria narrata. Basterà citare gli studi di Walter Ong, di Alessandro Portelli, di Jack Goody, fra i grandi studiosi che hanno affrontato il fenomeno, ciascuno da ambiti diversi, come l’aspetto etnomusicologico, la storia orale, la fissazione delle regole di comportamento attraverso i formalizzati orali fra le popolazioni senza scrittura o scarsamente alfabetizzate. Fra questi vorrei citare un passo di un breve intervento di Luisa Passerini a un convegno del 1986 in cui gli studiosi intervenuti erano chiamati a rispondere alla domanda “Credere alla memoria?”. Scrive Passerini negli atti del convegno [10]: 

«Ma come si fa a fondare la memoria individuale? Quale è il criterio di credibilità? Dobbiamo assegnare queste memorie al romanzo (ed è un posto d’onore, non è lasciarle nell’angolo – semmai siamo noi storici che ce ne sentiamo esclusi) o vogliamo in qualche modo appropriarcene anche per la storia, e in generale per le discipline storico-sociali?
Considero un inizio in questa direzione, non il solo certamente, un libro recente di Ronald Frazer, In Search of a Past, in cui l’autore combina varie tecniche: la storia orale (interviste a persone che l’hanno conosciuto dall’infanzia), i suoi stessi ricordi, e un’esperienza psicoanalitica. A queste tre tecniche si potrebbero aggiungere le ricerche di documenti o altre fonti coeve. Queste non documentano esattamente gli stessi fenomeni, ma costituiscono costruzioni complementari attraverso cui è possibile rilevare sfasature e convergenze». 

Dunque la memoria, un aspetto importante dell’oralità, non è solo quella raccontata a voce, e ancora non è solo quella sollecitata dall’etnografo che indaga su una comunità o un gruppo sociale, ma anche quella spontanea, che scaturisce senza avvertimento, e che solo può fissarsi nella nostra stessa memoria, come un dono del quale non possiamo che essere grati all’estemporaneo interlocutore per il dono ricevuto. E ancora è anche quella, di nuovo spontanea, che scaturisce da una piccola comunità che per sopravvivere la riproduce nelle ricette di cucina proposte attraverso la rinnovata osteria, che trasforma la memoria di se stessa in un centro di servizi per la propria comunità, come è avvenuto in questi ultimi anni a San Giovanni delle Contee. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] Storico, originario di San Giovanni delle Contee, è stato professore ordinario dell’Università di Firenze, ha fatto parte dell’Accademia dei Georgofili.
[2] Maria Campo, Folklore a San Giovanni delle Contee, Ragusa, 1931. Edizione successiva Editore Effigi, 2001 e 2024. 
[3] La Regione Toscana ha definito le Cooperative di Comunità con la Legge Regionale 14 novembre 2019, n. 67, “Cooperazione di comunità”, che aggiorna la precedente normativa regionale sulla cooperazione (Legge Regionale 73/2005), con la quale riconosce e promuove il ruolo delle “Cooperative di Comunità” per contrastare lo spopolamento, l’isolamento e il degrado sociale ed economico, con particolare attenzione ai territori montani e marginali.
[4] Si tratta di una strada che collega la Via Francigena con la Via Clodia, l’antico tracciato romano verso la costa. Il punto di giunzione si trova proprio a San Giovanni delle Contee.
[5] La pineta costiera della Maremma fu impiantata dai Granduchi di Lorena, regnanti nel Granducato di Toscana, fra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento.
[6] Le terre che andarono a costituire la tenuta di Alberese facevano parte, fin dal XVI secolo, dei possessi dei Cavalieri di Malta. Riunite al Demanio durante il periodo Napoleonico, furono concesse alla famiglia dei Principi Corsini, infine, fra il 1839 e il 1855 il Granduca Ferdinando IV le acquistò in regime privatistico. Nel corso della Prima Guerra Mondiale i Lorena (cittadini di uno stato nemico dell’Italia, l’Austria) allo scopo di premunirsi contro la possibilità di sequestro, vendettero la tenuta al duca Lante della Rovere. Dichiarato, da parte dello Stato, non valido l’atto di cessione, lo Stato italiano affidava la tenuta all’Opera Nazionale per i Combattenti e Reduci della prima guerra. In questo contesto furono costruite le abitazioni che furono concesse, con contratto di mezzadria, alle famiglie provenienti dal Veneto.
[7] Mia moglie.
[8] Pietro Clemente, Le parole degli altri. Gli antropologi e le storie della vita, Pacini, 2013.
[9] Caterina Di Pasquale, Antropologia della memoria. Il ricordo come fatto culturale, Il Mulino, 2017.
[10] Luisa Passerini, Contrasti della memoria, in AVAS – CARE – CREHOP, Croire la mémoire? Approches critiques à la mémoire orale, Industrie Grafiche Editoriali Musumeci S.p.A., Quart (Aoste), 1988: 26.

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Paolo Nardini, laureato in filosofia con indirizzo demo-etno-antropologico presso l’Università di Siena, è giornalista dal 2006, scrive per Il Tirreno. Ha pubblicato su Maremma Magazine, il Manifesto e La Nazione. Dal 2015 al 2020 ha organizzato con cadenza annuale i “Laboratori di musica popolare”, a Grosseto, in collaborazione con il Circolo ARCI Khorakhanè. Nel 1986 iniziò una collaborazione con il Comune di Grosseto per la realizzazione del Museo della Maremma di Alberese, con la guida di Maria Luisa Meoni e il coordinamento di Pietro Clemente. Da allora, e fino a oggi, si occupa dell’Archivio delle tradizioni popolari della Maremma, un centro di ricerca e di riproposizione delle attività tradizionali. Negli anni 2009-2011 ha partecipato alle iniziative del progetto transfrontaliero INCONTRO (INterventi CONdivisi Transfrontalieri di Ricerca sull’Oralità), che metteva in relazione, per uno scambio culturale sull’oralità, le province costiere della Toscana, la Sardegna e la Corsica. Fra le pubblicazioni, tutte edite da Effigi di Arcidosso (Grosseto), si segnala: Improvvisar cantando: Atti dell’incontro di studi sulla poesia estemporanea in ottava rima, a cura di, con Corrado Barontini (2009); Monticello Amiata. Una ricerca etnografica intorno alla Casa Museo (2011); Il Cerchio Magico: Atti del convegno sulle figure magiche nelle narrazioni di tradizione orale in Maremma (2011); Don Luigi Rossi e il rifugio Sant’Anna (2013); Il Sessantotto in Maremma: un figlio dei fiori non pensa al domani (a cura di, con Flavio Fusi) (2018); Sant’Antonio Abate. La benedizione degli animali a Castell’Azzara (2019); “Roberto Ferretti. Sette anni di tradizioni, riti, eventi collettivi su La Nazione”, a cura di Paolo Nardini, Effigi Editore, Arcidosso (GR) 2025. 

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