Luciano Gallino, un maestro dell’economia e del pensiero critico

 Luciano Gallino

Luciano Gallino

   di Piero Di Giorgi

La crisi globale iniziata nel 2007, la disoccupazione strutturale di massa, l’attacco ai diritti civili e sociali, la crescita delle disuguaglianze e la connessa questione ambientale con la crescita progressiva di CO2, lo scioglimento dei grandi ghiacciai, il riscaldamento e innalzamento dei mari, che mettono a rischio la stessa sopravvivenza della vita, la progressiva personalizzazione e coeva tendenza oligarchica e autoritaria della politica e della democrazia sono tutti aspetti che mettono in discussione l’attuale assetto economico e politico. C’interpellano a riflettere, a ricercare e sperimentare un nuovo paradigma che preveda un nuovo modello di produzione e distribuzione della ricchezza, un nuovo contratto sociale, a partire dalla messa in discussione dell’attuale sistema della rappresentanza e di partecipazione dei cittadini alla costruzione del bene comune.

Gli economisti e giusvaloristi neoliberisti, che dominano nelle università e il think tank dei media, con la loro ideologia che predica che il dio-mercato, lasciato libero e spontaneo, crea ricchezza e benessere per tutti, hanno influenzato grandi masse di persone nel mondo. In realtà, la ricchezza si è accumulata sempre più nelle mani di oligarchie finanziarie, le disuguaglianze sono cresciute scandalosamente, la povertà non è stata debellata, non c’è affatto benessere per tutti. Già il grande economista John Keneth Galbraith aveva scritto che il carattere predatorio del capitalismo di fine Ottocento e fino alla crisi del ’29 lo aveva reso sgradevole pure ai conservatori americani, ragion per cui hanno cominciato a chiamarlo “economia di mercato”.

Sono questi alcuni dei temi trattati da Luciano Gallino nel suo ultimo libro, Il denaro, il debito e la doppia crisi. Spiegati ai nostri nipoti (Einaudi, 2015). Luciano Gallino è morto a 88 anni circa un mese dopo l’uscita di questo libro che, a questo punto, diventa una sorta di testamento. Aveva cominciato la sua attività professionale nel 1956 all’Olivetti di Ivrea, dove ha diretto il Servizio di Ricerche Sociologiche e di Studi sull’organizzazione (all’ingegnere ha dedicato uno dei suoi ultimi libri: L’impresa responsabile. Un’intervista su Adriano Olivetti). Le sue ricerche scientifiche sulle trasformazioni del lavoro e dei processi produttivi lo hanno reso noto, a livello internazionale, come uno dei maggiori sociologi del lavoro e della teoria sociale, ma anche per la sua tensione etico-sociale, che affonda le radici nella teoria critica della Scuola di Francoforte. Ha scritto tantissimo e tra i suoi studi si segnalano: Il dizionario di sociologia (1978);  L’incerta alleanza (1992);  Se tre milioni vi sembran pochi (1998); Globalizzazione e disuguaglianze (2000); Il costo umano della flessibilità (2001); L’impresa irresponsabile (2005); Finanzcapitalismo (2011); La lotta di classe dopo la lotta di classe (2012);  Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa (2013); Vite rinviate. Lo scandalo del lavoro precario (2014).

COPERTINA.I suoi libri sono impregnati della tensione etico-politica dell’intellettuale éngagé, ispirato a una radicalità in senso marxiano, impegnato ad “andare alla radice delle cose”, sia nell’analisi del dominio capitalistico, sia nelle proposte, abituato a  chiamare le cose per come sono e con le parole che le evocano, senza girarci attorno. Così, la scandalosa espropriazione della ricchezza  del lavoro avvenuta a partire dalla fine degli anni Settanta ad oggi, Gallino la chiama “lotta di classe” come evoca il titolo del suo libro La lotta di classe dopo la lotta di classe; e il capitalismo lo chiama con il suo nome e non con quello di economia di mercato. Questa tensione etico-politica si è già manifestata quando ha posto in primo piano la questione del “reddito di base” per  rendere gli individui maggiormente liberi dinanzi alle scelte dell’università e a quelle lavorative e per mettere tutti sullo stesso piede di partenza.

Luciano Gallino, nel suo ultimo libro, punta l’obiettivo su «due idee e relative pratiche che giudicavamo fondamentali: l’idea di uguaglianza e quella di pensiero critico». «Ad aggravare queste perdite – scrive l’autore – si è aggiunta, come se non bastasse, la vittoria della stupidità». Per quanto riguarda le disuguaglianze, egli aveva già evidenziato (Globalizzazione e disuguaglianze, 2002), sulla base dei dati del sindacato AFL-Cio, che negli Stati Uniti il rapporto tra i salari dei lavoratori dipendenti e le retribuzioni dei manager si era decuplicato e che le cose non erano andate diversamente in Italia, dove anche le retribuzioni dei lavoratori dipendenti pubblici erano diminuite. Secondo i dati della Banca d’Italia, dalla seconda metà degli anni ’90, sono aumentati i redditi dei dirigenti, dei professionisti e dei lavoratori autonomi, mentre sono calati quelli dei lavoratori a reddito fisso.

Oggi gli studi e le ricerche sulle disuguaglianze si sono moltiplicati, soprattutto dopo la poderosa ricerca, che attraversa due secoli, di Thomas Piketty, che ha intitolato enfaticamente Il capitale del XXI secolo. Ma l’approccio di Gallino non si limita all’analisi delle diseguaglianze, ma ne esamina il nesso con la democrazia e traccia la parabola dei diritti fondamentali, prima ascendente dalla rivoluzione francese in poi, e poi discendente dalla fine degli anni ’70 (Reagan e Thatcher); e dalle contraddizioni del capitalismo trae la previsione che «esiste una probabilità assai elevata che il futuro dell’economia capitalistica sia una stagnazione senza fine» e non solo; ma che la crisi del capitalismo s’intreccia con quella ecologica, consumando il capitalismo più risorse di quanto la terra ne produca.

FOTO2Sono tanti ormai gli studi degli scienziati sul settore, che prevedono una catastrofe ecologica entro i prossimi 30 anni se non s’interviene subito per fermare il riscaldamento globale. La recente conferenza di Parigi, alla quale hanno partecipato la stragrande maggioranza dei Paesi del mondo, si è conclusa con un impegno a non superare di più di un grado e mezzo il riscaldamento globale. Naturalmente è da augurarsi che dalle parole si passi ai fatti e che la superclasse dei super ricchi, quelli dell’1%, recuperino un minimo di responsabilità a discapito dell’ingordigia, magari ricordandosi che hanno figli e nipoti. Quella etica della responsabilità cui ci richiamava già circa 35 anni fa il filosofo Hans Jonas.

Gallino considera le disuguaglianze causa ed effetto della crisi. Considerato che il 70-80% della domanda interna proviene dai salari, il calo della domanda conseguente alla stagnazione dei salari ha rallentato l’economia. A questo punto la finanza, di concerto con il governo del Tesoro e della FED (il sistema americano delle banche centrali) e delle grandi banche sono intervenuti per aumentare il potere d’acquisto, attraverso i “mutui facili”, convincendo milioni di famiglie povere che potevano acquistare una casa anche se non avevano i mezzi, perché il valore immboliare sarebbe cresciuto in misura da rendere sopportabile il pagamento del mutuo. Per quasi un decennio il PIL è stato drogato. Poi il castello di carta è crollato. La FED e le banche hanno aumentato i tassi d’interesse, così che i debitori non sono riusciti più a pagare le rate dei mutui; il valore delle case è precipitato al di sotto del valore dei mutui. La conseguenza è stata che milioni di famiglie si videro sequestrare le case e gli stessi strumenti finanziari che avevano a garanzia i mutui facili divennero carta straccia (i famosi derivati).

Nella UE, per un po’ di tempo i governanti hanno negato la crisi, sostenendo che era un problema americano. In verità anche le grandi banche europee avevano largamente partecipato, sia negli USA tramite le loro filiali, sia in Europa, a fabbricare prodotti finanziari fondati sui mutui facili, rivelatisi poi tossici. Grandi banche europee sono crollate come l’inglese Northern Rock prima della Lehman Brothers. I governi europei hanno inoltrato alla Commissione europea richieste di approvazione di aiuti di Stato a favore degli istituti finanziari per oltre 4500 miliardi di euro. Di conseguenza, il debito pubblico è salito di molto.

Da qui le politiche di austerità (tagli alla sanità e alla scuola, enorme diffusione del lavoro precario, diminuzione dei lavoratori occupati, nuovo attacco alle pensioni, riduzione delle imposte ai ricchi, inaudita elusione ed evasione fiscale e aumento delle tasse ai lavoratori a reddito fisso, profitti dei top manager che guadagnano cinquanta volte il salario o stipendio dei loro dipendenti e anche fino a 300-400 volte), che hanno fatto pagare la crisi alla classe lavoratrice e a quella media, attribuendo, sapendo di mentire, l’aumento del debito pubblico alla spesa sociale  e all’avere vissuto per tanto tempo al di sopra delle nostre possibilità, e così rubando il futuro ai nostri figli e nipoti. Causticamente, Luciano Gallino scrive che «il consumatore medio, l’impiegato, l’operaio, l’insegnante, l’infermiera ecc. non sono diventati più poveri per qualche misteriosa disfunzione dell’economia: sono stati intenzionalmente impoveriti da chi aveva il potere di farlo, al fine di trasferire ai profitti e alle rendite la maggior quota possibile dei redditi da lavoro (…) in tal modo inasprendo una grave contraddizione nel sistema capitalistico, perché esso per sopravvivere avrebbe bisogno di consumatori/lavoratori non già poveri, bensì relativamente benestanti». Ne conclude che «la crisi finanziaria esplosa nel 2008 negli USA e nella UE e la successiva crisi del debito pubblico apertasi nel 2010 nei Paesi europei, sono soltanto effetti collaterali di una profonda crisi strutturale dell’intero sistema».

foto 3Soffermandosi sul potere delle banche, l’autore scrive che la possibilità data loro di creare denaro è un attentato alla sovranità dello Stato. Già nel 1800, eletto presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson disse che «le istituzioni bancarie sono più pericolose per le nostre libertà di un esercito in armi» e nel 1909 aggiunse: «Il potere di emettere denaro dovrebbe essere tolto alle banche e restituito al popolo, al quale propriamente appartiene». Il recente scandalo delle quattro banche italiane che hanno truffato i risparmi di tanti cittadini e salvate dal governo Renzi ne sono una conferma. Le banche possono trasformare un credito concesso, mediante la cartolarizzazione, in titolo negoziabile e metterlo sul mercato. Il volume di denaro creato dalle banche private è in costante espansione e sovrasta quello emesso dalle banche centrali. Tra l’altro le banche sono i maggiori possessori del debito pubblico. Poiché i trattati europei vietano alla BCE di fare prestiti agli Stati, la BCE dà i soldi alle banche a interessi irrisori, perché esse li prestino alle imprese, ma le banche preferiscono lucrare comprando i titoli pubblici.

In particolare, per quanto riguarda l’Italia, Gallino mette in luce come il debito pubblico italiano che, agli inizi degli anni ’80, era pari al 60% del PIL, si sia successivamente raddoppiato. Nel 1981 il Ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e il governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi, per evitare il rischio inflazione, concordarono di vietare alla Banca d’Italia di acquistare i titoli del debito pubblico. Finché la Banca d’Italia si faceva carico dell’invenduto, il tasso d’interesse restava basso, cioè quello fissato prima delle aste del Tesoro. Venuto meno il paracadute Bankitalia, gli interessi sui titoli schizzarono in alto vertiginosamente e il debito pubblico raddoppiò in soli dieci anni, salendo dal 60% nel 1982 a oltre il 120% nel 1993. La spesa per interessi è passata dall’8% all’11% del PIL e attualmente il debito pubblico ha sfondato i 2200 miliardi e la spesa per interessi è di 100 miliardi all’anno.

Il cappio al collo che strangola le nostre vite – ammonisce Luciano Gallino – sono i due trattati europei di Maastricht del 1992 e  il trattato di Lisbona del 2008, frutti avvelenati dell’influenza che esercitano le pressioni dell’oligarchia europea, tra cui primeggiano associazioni private come il Gruppo Bilderberg, costituito da oltre cento personalità in campo politico, finanziario e produttivo, la “tavola rotonda” degli industriali europei e anche la Business Europe, costituita dalle maggiori imprese del continente. Tra le organizzazioni internazionali figura l’OCSE, un pilastro delle politiche economiche neoliberali. A essi si deve aggiungere il Fondo monetario internazionale che, sebbene non figuri nei trattati europei, interferisce pesantemente nelle politiche dell’UE, costituendo la famosa “Troika” insieme alla Commissione europea e alla BCE. Queste istituzioni, non elette da nessuno,  decidono delle nostre vite, dispongono di poteri pressoché illimitati, che si concretizzano in un vero e proprio esproprio della sovranità degli Stati. Il culmine di questa attività di sequestro è stato raggiunto nel 2012 con l’imposizione del fiscal compact che prevede l’inserimento nella legislazione di ogni Stato-membro del pareggio di bilancio, “preferibilmente in via costituzionale”. I nostri governanti hanno scelto quest’ultima via modificando l’art. 81 della Costituzione. Sono state proprio le istituzioni europee, sulla base dei trattati citati, che hanno imposto le politiche micidiali dell’austerità, partendo dal presupposto che la crisi economica sia dovuta all’eccesso del debito pubblico, non già generato dal salvataggio delle banche ma dall’eccessiva spesa sociale. La Troika, secondo molti giuristi internazionali, ha comportato massicce violazioni dei diritti umani.

foto 4I parlamenti sono svuotati e hanno delegato le decisioni ai governi. I governi li hanno delegati al direttorio, determinando un vulnus molto grave alla democrazia. Un economista americano ha definito l’austerità “una grande guerra” delle classi dominanti contro le politiche sociali. Senza sconti è il giudizio di Gallino contro i “quattro governi del disastro” che hanno gestito i primi anni della crisi italiana: Berlusconi, Monti, Letta e Renzi. La crisi, come è noto, ha colpito tutti i Paesi europei, ma nessun Paese come l’Italia ha visto scendere il PIL, dal 2009, dell’11% e la produzione industriale del 25%, mentre la disoccupazione ha raggiunto il livello del 13% e i poveri assoluti raggiungono i 6 milioni.

Ma Gallino, oltre che sulle disuguaglianze, punta lo sguardo sulla fine del pensiero critico, inteso come «capacità di esercitare un giudizio cercando quali alternative esistono anche in situazioni dove non sembrano essercene» e che è stato sempre «considerato un nemico da parte del neoliberismo». È per questo che quest’ultimo, nel suo attacco a tutti settori della società, non ha risparmiato i luoghi privilegiati dove si dovrebbe formare il pensiero critico: la scuola primaria, secondaria e l’università, trasformando, a colpi di riforme, le istituzioni scolastiche in organizzazioni simili alle imprese. L’intero sistema formativo non ha più come finalità la formazione di cittadini, ricercatori, persone consapevoli, che pensano con la loro testa, ma quella di farne “imprenditori di se stessi”, a partire dalla riforma Moratti del 2003, che ha come criteri ispiratori “la miserevole triade Inglese-Internet-Impresa”, a quella Gelmini del 2008 e a quella Giannini del 2015, impregnate da mercantilismo.

Un ultimo aspetto su cui pone l’accento Luciano Gallino, prima di formulare alcune alternative, è l’apporto di una «dose massiccia di stupidità da parte dei governanti». La stupidità è il risultato morale e intellettuale di chi ha assunto acriticamente la governance della finanza e delle banche. «Cambiare paradigma produttivo non implica solo cambiare indicatori, comporta una trasformazione politica. In questa fase mancano le premesse politiche per realizzarla. I discorsi che i governi europei fanno sull’economia, in Italia come in Germania, sono di un’ottusità incomparabile. Vanno tutti in direzione contraria a quello che bisogna fare, e di certo non servono per riformare la finanza, mutare il modello produttivo e operare una transizione di milioni di lavoratori verso nuovi settori ad alta intensità di lavoro».

Le conclusioni cui giunge Gallino sono che «la formazione economico-sociale del capitalismo si stia avvicinando alla fine (…) Le sue contraddizioni interne l’hanno ormai condannata all’estinzione». Di fronte a ciò restano alcune scelte: la prima, schierarsi attivamente a fianco del capitalismo o collocarsi tranquillamente tra coloro cui esso va bene così com’è; la seconda, non dubitare che il capitalismo sia un pessimo sistema economico-sociale ma restare seduto sulla riva del fiume ad aspettare il suo crollo; la terza scelta è di adoprarsi per la transizione a un sistema economico-sociale meno sgradevole e iniquo. Nella prima scelta rientrano, oltre che i capitalisti stessi, tutti i suoi difensori passivi, che sono la maggior parte della popolazione informata e formata dalle officine del consenso (TV, giornali, pubblicità, università ecc.). Della seconda scelta fanno parte coloro che sono convinti che il capitalismo sia iniquo e vorrebbero una società più equa, tuttavia restano immobili perché sono convinti che il capitalismo è destinato a crollare a causa delle sue contraddizioni interne. La terza scelta è infine quella d’impegnarsi, ma non soltanto per rendere sostenibile il capitalismo, perché questo è già successo (dopo la crisi del ’29 e nel secondo dopoguerra) lasciando poi la possibilità di tornare indietro (ed è quello che è avvenuto dalla fine degli anni ’70 in poi).

foto 5A questo punto del ragionamento Gallino tira fuori la sua radicalità, nel senso in cui ho detto all’inizio, invitando a cambiare, oltre il modo di produzione, anche il modo di lavorare e di consumare; vale a dire cambiare il sistema finanziario, l’organizzazione del sistema politico, la distribuzione delle risorse affinché non vadano tutte da una stessa parte, la struttura e la funzione delle associazioni intermedie. In sintesi, si deve trattare di trasformazioni nel capitalismo che, se «tra loro conseguenti, coerenti e cumulabili, possono addurre a trasformazioni radicali del capitalismo». Gallino fa alcune esemplificazioni di queste riforme. Bisogna togliere alle banche private il potere di produrre denaro, riservandolo solo allo Stato e imporre un limite alle dimensioni del bilancio delle banche, che talvolta supera il PIL del loro Paese. Per quanto riguarda le disuguaglianze, Gallino evidenzia che gli strumenti per una più equa redistribuzione del reddito e della ricchezza sono stati l’imposizione fiscale progressiva e i trasferimenti ai cittadini operati dallo Stato sociale sia in forma di prestazioni dirette sia di sostegni al reddito. Questi sono strumenti, tuttavia, che intervengono soltanto a posteriori, ma si potrebbe pensare a strumenti che intervengano nel momento e nei luoghi in cui la ricchezza viene prodotta. Quel che si chiama “democrazia economica”.

Anche Thomas Piketty sostiene che, per promuovere l’eguaglianza bisogna tassare i grandi patrimoni e i grandi redditi, impedendo eccessive accumulazioni di ricchezza e potere, e anche introdurre un’imposta mondiale progressiva sul capitale individuale delle persone più ricche del pianeta, che è uno strumento più adatto dell’imposta progressiva sul reddito, perché produrrebbe trasparenza democratica e finanziaria sui patrimoni e una regolazione del sistema bancario e dei flussi finanziari internazionali, individuando gli attivi detenuti nelle banche estere e prevedendo sanzioni sia alle banche che ai Paesi che si rifiutino di inserire nella loro legislazione l’obbligo di trasmissione automatica a tutti gli istituti.

Ma se la politica la fa il capitale, come si può fare politica per opporsi al capitale? Ecco la domanda centrale che si fa e rivolge a noi tutti Luciano Gallino. In passato lo studioso ha scritto che bisogna costruire, per tutta la prossima generazione, le «fabbriche del dissenso» per contrastare quelle del consenso attraverso stampa e TV e il dominio della cultura neoliberista nelle università, in specie nelle facoltà di economia. Ci sono tanti movimenti –egli scrive – ma manca il soggetto politico che li organizzi. Solo se alcuni milioni di per­sone si sveglieranno e se ci sarà “un nuovo soggetto” si può ottenere un qualche cambiamento.

foto 6La verità è che un nuovo soggetto politico unitario che raccolga la miriade di movimenti e associazioni, prefigurato da Gallino non esiste. Piuttosto persiste la logica divisoria della sinistra, caratterizzata da tanti piccoli leader, che si fanno il loro partitino. Già ne sono nati due, fra poco ce ne saranno altri. Forse, perché ci sia un vero cambiamento, è la mia opinione, occorre che cresca una coscienza diffusa della necessità del cambiamento, il quale può avvenire soltanto se grandi masse di persone acquisiscono la consapevolezza di prendere in mano la loro vita. Soltanto una trasformazione fatta dal basso, senza deleghe permanenti, può determinare una trasformazione vera della società e dello stato di cose presenti. «Se un’autentica forza di opposizione non si sviluppa o tarda ancora per decenni, conclude Gallino, quello che ci attende è un ulteriore degrado dell’economia e del tessuto sociale, seguito da rivolte popolari dagli esiti imprevedibili».

D’altronde, se il mondo è così pieno di disuguaglianze, di iniquità e di orrori, non può essere contenitore di armonia e d’inclusione. La notte di terrore a Parigi con oltre 160 morti del 13 novembre e poi nel Mali, in Egitto, a Beirut, a Londra, a Mosca, a Tunisi, ad Ankara; la drammatica quotidianità dei morti annegati, di cui molti innocenti bambini, che fuggono dalle guerre e dalla miseria, tutto questo non avviene per caso. La siccità provocherà altra fame, l’innalzamento dei mari altri profughi e la lotta per le risorse energetiche altri conflitti. É tempo, forse, di percorrere un’altra strada: distribuire in modo equo le risorse del pianeta, puntare sulle energie rinnovabili, ridefinire gli assetti geopolitici, obiettivi che dovrebbe essere il compito della politica. Ma la politica è sempre più autoritaria e oligarchica ed esecutrice delle scelte delle oligarchie finanziarie. La guerra in corso dell’Isis, che si camuffa come guerra di religione, in realtà ha un background di ingiustizie, oppressioni, emarginazioni, lotte di potere e di egemonia.

Il libro di Gallino penso che possa considerarsi un saggio di pensiero critico nell’era della sua scomparsa. Confesso che mi sono spesso identificato nelle sue riflessioni, come qualsiasi lettore che ha percepito in questi decenni il senso di una sconfitta, della scomparsa di un orizzonte di senso, di quei valori di uguaglianza e solidarietà e di un possibile mondo più giusto, nei quali ha creduto e a cui ha improntato la propria vita come tanti della mia generazione.

Dialoghi Mediterranei, n.17, gennaio 2016

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Piero Di Giorgi, già docente presso la Facoltà di Psicologia di Roma “La Sapienza” e di Palermo, psicologo e avvocato, già redattore del Manifesto, fondatore dell’Agenzia di stampa Adista, ha diretto diverse riviste e scritto molti saggi. Tra i più recenti: Persona, globalizzazione e democrazia partecipativa (F. Angeli, Milano 2004); Dalle oligarchie alla democrazia partecipata (Sellerio, Palermo 2009); Il ’68 dei cristiani: Il Vaticano II e le due Chiese (Luiss University, Roma 2008), Il codice del cosmo e la sfinge della mente (2014).

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Una risposta a Luciano Gallino, un maestro dell’economia e del pensiero critico

  1. Giovanni Zurlo scrive:

    Considerazioni del tutto condivisibili. Ritengo inoltre inevitabile che, in assenza di cambiamenti radicali nella gestione della finanza globale, il prevedibile aggravarsi degli squilibri sociali ed economici esistenti provocherà quelle “rivolte popolari dagli esiti imprevedibili” citate da Gallino. La storia insegna che questo scenario si ripete regolarmente, alimentato dall’avidità di “ricchi e potenti” che vengono periodicamente ribaltati quando vengono superate certe soglie di tollerabilità (cfr. anche Vico e altri sui ricorsi storici). Questa volta la novità sarà data dall’estensione e dal numero dei “ribaltati”, ma temo che si possa fare ben poco per prevenirla.

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